Capitolo 46
Era l'ultima ora, ma Kat non riusciva proprio a stare attenta in classe. Anche perché l'ora di religione non era una vera ora. Maeve l'aveva abbandonata andando a fumare da qualche parte, probabilmente nei bagni. Anche metà della classe era uscita al bar, o chissà dove. Il professore aveva messo un film, ma sembrava essere l'unico a stare seguendo.
Kat si alzò avvicinandosi alla cattedra.
«Posso andare in bagno?» chiese al Professore che acconsentì con un gesto della mano sbrigativo, guardando con occhi sognanti il film su qualche santo. Le stava simpatico il professore di religione, era permissivo, sempre gentile e assomigliava un po' a Gesù Cristo.
Katherine si diresse verso la toilette più vicina: era certa che se Maeve stesse fumando l'avrebbe trovata lì, la conosceva; era troppo pigra per cercare un posto più lontano. Quando entrò però nessuna puzza di sigaretta le pizzicò le narici, ma il suono di un gemito lussurioso le solleticò le orecchie. La rossa si irrigidì mentre la porta alle sue spalle si chiuse rumorosamente avvisando gli amanti nascosti della sua presenza. Sentì silenzio e poi il quieto ridacchiare di due voci. Il ricordo di quando lei e Jade avevano fatto la stessa cosa le balenò in mente dai recessi del suo inconscio: non sapeva come, ma se l'era scordato. Arrossì ricordando il brivido e l'eccitazione di non farsi scoprire, ma le lasciò un gusto amaro in bocca, forse di imbarazzo, l'imbarazzo che ora provava per loro, per i due pervertiti dietro a quella porta. Sapendo che loro -chiunque fossero- sapevano che lei eri lì, finse di lavarsi le mani per poi uscire, ma poco dopo essere sbucata nei corridoi una curiosità irriverente si impossessó del suo corpo. Le voci che aveva sentito sembravano femminili… ma forse si sbagliava, ma se non si sbagliava, aveva bisogno di sapere che esistevano altre lesbiche in quella dannata scuola. Imbarazzata per la propria curiosità rimase immobile appoggiata ai mattoni rossicci della parete, con il cellulare in mano, giusto per non sembrare una stalker. Attese paziente curiosa di scoprire chi ne sarebbe venuta fuori.
La rossa alzò lo sguardo quando la ragazza uscì dal bagno, ma quando realizzò chi fosse, sbarrò gli occhi scioccata.
Kristen la guardò preoccupata temendo avesse capito, poi il solito velo di arroganza e superiorità la pervase e con aria stizzita e infastidita fuggì in classe.
Katherine sentì il cuore correrle in petto, le orecchie le bruciarono di un misto di rabbia, tristezza, e ingiustizia.
Non era possibile fosse Kristen, perché proprio lei? Una risata amara le impastò la bocca.
«Quella cazzo di stronza ipocrita…» ringhiò tra i denti pervasa da una rabbia selvaggia, da una voglia di piangere violenta che però i suoi occhi non sapevano più esprimere.
Ma forse non era stata nei bagni con una donna, non poteva essere attratta dalle donne. L’omofoba più convinta della scuola non poteva essere gay. Non voleva credere potesse esserla. Non dopo tutto il male che le aveva fatto: non dopo averla illusa, dopo averle fatto outing, dopo averla presa in giro.
C'era stato un tempo dove l'aveva addirittura considerata la propria migliore amica: aveva condiviso un intero anno di amicizia con lei, si era fidata di lei, aveva pensato potesse capirla, aveva pensato la loro amicizia fosse sincera, fosse qualcosa di importante.
Eppure era cambiata tanto, o forse non l'aveva mai vista per ciò che era davvero, almeno finché non le aveva consegnato quella stupida lettera d'amore.
I ricordi dolorosi le tornarono in mente in flash acuti, scavando nelle sue cervella:
«Dai, fai leggere anche a me…»
«Non ci credooo… senti qui: “Non ho mai conosciuto una ragazza più bella di te Kri, senza di te a scuola non è la stessa cosa, sei la gioia di ogni mia giornata, il raggio di sole delle mie giornate grigie, mpf… bla, bla, bla… La verità è che sono innamorata di te, che mi piacciono le ragazze” Oddio è una lesbica, sto male. Kri non la sarai pure te?»
«No, ma che schifo! Ma ti sembra? Io non ci parlo più con quella lesbica di merda. Deve starmi lontana, che schifo. Non ci posso credere negli spogliatoi mi ha pure visto senza maglietta! Che schifo, che schifo! Giuro se mi viene a parlare le alzo le mani, non mi deve nemmeno guardare quella»
I ricordi le fecero male come se fossero stati freschi, eppure erano passati anni. Come aveva potuto sprecare le proprie emozioni, tanto pure e belle, così? Tutte le sue parole dolci, vomitate dai suoi compagni; era tutta colpa di Kristen, era così che tutto era cominciato. Matthew aveva sempre avuto una cotta per Kri e iniziare a tormentare la “lesbica sfigata che si era innamorata di lei”, era stato il suo modo per farsi notare. A ripensarci le sembrava ancora tutto solo un terribile incubo.
Respirò profondamente cercando un appiglio sicuro per tornare al presente: il pensiero di Jack, di non essere sola, e di aver avuto la forza di difendersi la risollevò. Doveva farlo macigno del passato che sembrava trascinarla indietro, oltre al concetto di spazio e tempo, in una prigione di ricordi, incastrata tra le macchie sfocate della sua vista, ogni volta che il tempo passava su di lei lasciandola incantata nel vuoto.
Kat entrò rabbiosa in bagno, aveva bisogno di trovare un ragazzo lì. Ne aveva disperatamente bisogno.
*
«Paige Maeve, nel mio ufficio, ora!»
La ragazza aveva alzato gli occhi al cielo infastidita entrando controvoglia.
West la guardò malissimo: la studentessa impugnava un nauseante panino al tonno, che aveva il terrore sbriciolasse nel suo ufficio immacolato.
Maeve si sedette al solito posto, convinta che presto avrebbe iniziato a trovarlo familiare. Affamata strappò un morso vorace dal proprio panino, completamente disinteressata dalla presenza della vicepreside.
«NO!» urlò Jade su di giri. Odiava l'inciviltà, odiava quei panini di merda del bar, odiava il tonno in scatola che puzzava ed era il cibo più deprimente che avesse mai conosciuto, odiava il concetto stesso dei panini, che si sfaldavano tra le mani, e odiava quella dannata ragazzina.
«NON SI MANGIA NEL MIO UFFICIO» le urlò contro.
«Ok-mh-y sc-sa» rispose a bocca piena, ancora masticando e fece scivolare il panino morsicato nel sacchetto.
Jade West tirò un sospiro affaticato.
«Perchè non sei in classe? Perché devo trovarti sempre in giro a cazzeggiare? Vorrei non essere costretta a vederti sempre, e vorrei non sentire ripetere il tuo nome da ogni mio collega ogni santo giorno, è possibile? Sei un tormento» la sgridó severamente e con un briciolo di cattiveria. Maeve lo prese come un complimento, però. Era logico che tutti parlassero di lei: era iconica.
«Dai, Prof, c'è religione. Il prof sta facendo vedere un film su Santo stoca- ah… no. Non l'ho detto!» riuscì a censurarsi prima.
«Non è che sono l'unica che ha fatto un giro al bar, o non so dove. Perché se la prende solo con me? Cioè, è un crimine mangiare ora? C'è che cazzo devo fare: svenire dalla fame?» sbottò Maeve con fare teatrale.
«Ora, “svenire”. Esagerata. Chi credi di essere, una dama dell'ottocento? Facciamo che ti dai una calmata. Perché stai ricevendo un po' troppi richiami e se ti fai sospendere io non ti porto da nessuna parte…» la minacciò.
Paige alzò le spalle.
«Eh vabbè… sopravviverò anche senza fare le olimpiadi degli sfigati» incrociò le braccia.
«Sopravvivrai anche senza tutte le stronzate che potresti comprarti con, chessó… cinquecento euro?» le ricordò.
Improvvisamente West catturò tutta la sua attenzione, storse la bocca guardandola e ci pensò su. C'erano dei vestiti bellissimimissimi che voleva comprarsi, ma che non poteva permettersi… no, non poteva continuare a vivere con quel vuoto nell'armadio.
«Va bene. Ho capito. Però se poi svengo, colpisco la testa e crepo è colpa tua»
«Guarda, il senso di colpa mi ucciderà…» rispose ironica trattenendo un sorriso. Era faticoso rimanere seri in sua presenza, ma doveva farlo o si sarebbe presa fin troppe confidenze.
La squadrò studiandola analiticamente; era davvero una pessima influenza per Katherine…
Non riusciva a togliersi dalla mente il commento che aveva sentito fare ai suoi alunni… davvero Maeve e Katherine avevano fatto sesso? Non riusciva a crederlo; Kat non era tipa da fare sesso occasionale, non era tipa da fare sesso con qualcuna che non fosse lei. Non riusciva nemmeno ad immaginarla. Non voleva farlo. Doveva chiederle quale fosse la verità. Ma con che diritto poteva chiederle se si fosse scopata la sua compagna di banco?
I modi di Maeve trasudavano malizia: era una ragazza bellissima, e a parte il suo carattere, non riusciva a trovare un solo difetto nel suo aspetto. La cura che metteva nei dettagli: nelle collane, negli orecchini, nelle unghie. Era una persona magnetica, con una personalità forte e determinata. Era affascinante, per questo una parte di lei credeva che quel gossip potesse essere vero.
Se Maeve ci aveva provato con lei, non faticava a credere che Kat ci fosse stata. D'altronde sarebbe stato stupido privarsi di un’occasione del genere…
West riflessiva prese dei fogli dal cassetto e glieli mise davanti.
«Sono i tuoi compiti personalizzati, te li ritiro la prossima volta che ci vediamo in classe. Falli. Mi raccomando; falli o ti faccio bocciare. D'ora in poi le tue verifiche saranno diverse da quelle della classe, e durante le lezioni potrai non seguire, ma dovrai risolvere altri esercizi per tenerti allenata e implementare il tuo livello. Devo prima capire a che livello sei, poi passeremo alle lezioni private quando dovrò introdurre nuovi concetti teorici…»
Maeve si stava annoiando tantissimo a sentire la professoressa parlare. Non voleva fare i compiti, non li faceva mai, perché doveva iniziare proprio ora? Non aveva di certo bisogno del permesso per non seguire in classe dato che era la sua quotidianità. L'unica cosa che sentiva ripetere era la parola “esercizi” e non le piaceva affatto. Fece un sospiro stanco e si stiracchió come una gatta, alzando le braccia in aria e trattenendo uno sbadiglio. La pancia le si scoprì, e il top le si alzò mostrando il suo sotto seno. Jade smise di parlare distratta da quel corpo giovane e perfetto. Si eccitò in fretta, ricordando improvvisamente quanto si sentisse attratta dalle studentesse, vedendo, tutto ad un tratto, Paige per la giovane donna sexy e magnetica che era. La sua energia era così intensa e sessuale, le ricordava se stessa da giovane e quel pensiero la eccitò solo di più. Maeve notò il suo silenzio e i suoi occhi da gatta la scrutarono curiosi e provocatori.
‘Se tu solo la volessi potresti prendertela qui ora’ suggerirono i suoi pensieri più perversi, dandole la certezza che Maeve con le gambe aperte su quella sedia sarebbe stata un ottimo spettacolo. Un sospiro le sfuggì e Maeve lo notò curiosa.
«Che c'è Prof?» interruppe le sue fantasie, il tono carico di malizia, o almeno così pareva al suo udito, come se in fondo avesse percepito il desiderio nei suoi pensieri.
Jade la studiò indagatoria, chiedendosi se non la stesse provocando di proposito. Si chiese se anche Maeve percepisse quella tensione sessuale, incrinandosi in un desiderio più grande di lei, che aveva nutrito in tutti quegli anni di vita. Le graffiava la gola la consapevolezza di tutto ciò che avrebbe potuto farle, che avrebbe potuto fare ad una ragazza così.
I pensieri intrusivi e incontrollati le pizzicarono le pieghe del cervello dandole i brividi: Maeve tra le sue gambe con la bocca piena si sarebbe adeguata perfettamente al suo caos, forse più di chiunque altra.
La eccitava immensamente la somiglianza, sarebbe stato un po' come scopare una versione più giovane e grezza di se stessa. Maeve sostenne il suo sguardo con una smorfia arrogante sul volto, di sfida, di potere e per quanto provò a leggerci attraverso, non riuscì a trovare risposte, al contrario Maeve sembrò notare qualcosa tra le sue iridi.
Scoprì i denti in un sorriso compiaciuto. Gli occhi dal taglio felino la scrutarono.
«Ma glielo avevo già detto…. che ha degli occhi stupendi, Prof? Sono proprio color ghiaccio…» accavallò le gambe e la sua voce carezzevole risuonò nel silenzio carico di segreti.
*
«Katherine? Ehi…» la salutó imbarazzata Sarah, si stava lavando le mani in bagno per ovvie ragioni, e l'ego di Kat stava implodendo nel suo torace.
Perché anche quando andava male, alla fine poteva sempre andare peggio?
«Ti sei fatta Kristen»
Non era una domanda.
Sarah abbozzò un sorriso imbarazzato arrossendo appena. Alzò le spalle ridendo per coprire il proprio disagio.
«Oddio, così? Ahah subito, cioè… senza giri di parole proprio. Ci hai sentite?»
«Poco…» era furiosa, era sconvolta, confusa. Era ingiustizia, era pronta ad esplodere.
«Ah, per fortun-»
«Che cazzo! Ma come? Perché? Perché cazzo…» sì zittì da sola girandosi verso il muro e prendendosi la fronte in mano. Sarah confusa la guardó preoccupata preannunciando una scenata o qualcosa di simile.
«Cosa?» le chiese facendo un passo indietro sulla difensiva.
«Perchè cazzo ti fai un’omofoba di merda? Come fai ad essere amica loro? Che cazzo di problemi hai?» sbottò, incapace di trattenere tutta l'antipatia che da tempo nutriva per lei.
La sua compagna accigliò lo sguardo confusa e ferita, incrociò le braccia al petto. Indossava una maglietta smanicata che le metteva in mostra le braccia muscolose, Kat odiò notare quel dettaglio.
«Oh! Senti intanto ti calmi! Che cavolo vuoi? Non ho problemi, sei tu… che stai facendo una scenata» la guardò male ritraendosi fredda.
Sarah non capiva, era evidente che la rossa fosse una stronza che si credeva superiore a lei. Tutte le volte che aveva provato a farci amicizia era stata ingiustamente ignorata e respinta con una certa maleducazione, aveva sempre lasciato correre perché sapeva avesse problemi mentali. Aveva pensato anche fossero solo paranoie sue; d'altronde non aveva fatto niente per starle antipatica. Pensava Kat fosse semplicemente incapace di socializzare, ma dopo quella scenata evidentemente si sbagliava. Valentine non faceva che guardarla dall'alto verso il basso, sembrava quasi la odiasse.
«Sí, cazzo! Pensi che ti accettino davvero? Guardati! Tu sei… sei… tutta strana… sei diversa. Pensi che Kristen non ti sparli dietro? Parli con la gente che qualche mese fa mi dava della lesbica di merda, ma ce la fai?»
Sarah rimase devastata da quell'affermazione.
Aveva passato tutta la propria vita a praticare la fragile arte del farsi accettare, dello scendere a compromessi, del ridere ad una battuta omofoba o due, del non prendersela, del lasciar perdere, del “stanno solo scherzando”, del “fattela una risata”. Ma Kat non era nessuno per poterle dire quelle cose. Non era nessuno per poterle parlare così, per poter fingere di conoscerla.
Non era nessuno eppure era ciò che avrebbe voluto avere il coraggio di essere.
«Ma come ti permetti? Ma vaffanculo! Ma chi ti conosce! Sei una maleducata, cazzo», le si avvicinó rabbiosa, ma lei al posto di indietreggiare fece un passo avanti guardandola fissa negli occhi senza alcuna paura. Quel gesto fece tentennare la tomboy che facendo un sospiro decise di lasciar stare allontanandosi da lei e incamminandosi verso la porta.
«Sei davvero pazza, hanno ragione… sei matta da legare…» disse soltanto appoggiando la mano sulla maniglia.
Kat ferita da quelle parole si voltò verso di lei: era così che stavano le cose? Tutto il gruppo della classe la prendeva in giro alle sue spalle, la prendevano in giro anche con Sarah, parlavano male di lei a tutte le ragazze nuove. Lo sapeva già, lo aveva immaginato, ma averne la certezza le fece comunque male.
«Brava, fatti usare dalle stronze omofobe di merda! Sei una stupida. Mi fai pena… ti credi chissà chi, ma… sei patetica»
Sarah divenne rossa dalla rabbia e con un impeto impulsivo prese Kat per le spalle e la spinse al muro. Era più bassa di lei, più magra e esile, eppure non c'era traccia di timore sul suo volto, al massimo di sorpresa. Gli occhi di Sarah lucidi per la rabbia fissi nei suoi la fecero scaldare per la tensione.
«Ma che cazzo vuoi?! Non è colpa mia se ti hanno bullizzata! Non sono cazzi tuoi chi mi scopo, se mi scopo Kristen o chi cazzo voglio. Ti devi fare i cazzi tuoi, porcodue E anche fosse… anche fosse come dici tu; a me non frega un cazzo. L'unica che mi sta rompendo il cazzo sei tu! Non loro, tu!» le sbraitò contro.
«Che poi sei tu a crederti chissà chi! Pensi di essere migliore di me? Mi hai rotto il cazzo che mi guardi sempre storto. Ripigliati!
Questo è patetico, che stai facendo la stronza antipatica. Cosa c'è? Sei invidiosa? Gelosa? Volevi fartela tu Kristen? Spiegamelo dai! Forza! Perché non capisco cos'hai contro di me!» le spinse le spalle, come a provocarla, ma Kat arrossì rabbiosa ammutolendo. Senza trovare il coraggio per ammetterlo, per dire niente. Trovandolo solo per sostenere il suo sguardo con odio: Sarah era tutto ciò che lei avrebbe voluto essere, Sarah era tutto ciò che sarebbe potuta essere, che avrebbe potuto raggiungere se non fosse stata insicura, se non fosse stata se stessa.
Il suo corpo era tonico e attraente e anche il modo in cui litigava, cercando di capirla, cercando di empatizzare con lei, ipotizzando le sue ragioni senza insultarla, senza perdere il controllo, indagando ma manifestando la propria rabbia nel rispetto di se stessa. Anche il modo in cui Sarah litigava con lei era stimabile, era come avrebbe voluto saper discutere lei. La detestava da morire.
«Oppure cos'è? Stai facendo la stronza solo perché sei gelosa, che una volta, anni fa, mi sono fatta la tua tipa? Cazzo, ma ripigliati al posto di fare la fidanzata psicopatica gelosa. Cresci!» si riferì a Maeve gridandole in faccia, ma appena sentì la propria voce rimbombare fece un passo indietro mortificata. Non le piaceva comportarsi così. Non voleva litigare, odiava arrabbiarsi, cercava sempre di evitarlo. Preferiva trovare punti in comune con le persone, piuttosto che iniziare guerre e farsi dei nemici.
«Non volevo gridare… mi dispiace» ammise imbarazzata interpretando il suo silenzio come calmo e riflessivo.
«Senti Katherine… io non ho niente contro di te, non mi va di litigare. Boia, non ha senso. Cioè vorrei fossimo, chessó, amiche, o almeno buone compagne di classe…» Kat la guardò negli occhi e il suo sguardo era affilato come uno spillo.
«Ascoltami bene, Sarah…» il suo tono preannunció una risposta tutt'altro che positiva.
«Non ho intenzione di frequentare chi simpatizza o si scopa degli omofobi di merda. Gli omofobi di merda che mi bullizzavano.
Se ti odi così tanto da essere amica di chi in fondo crede tu sia inferiore, beh, scusa, ma sinceramente mi fai schifo. Non sarò amica di chi non ha rispetto per se stesso, di chi non ha valori. Sono stufa di queste stronzate, forse un giorno capirai. Lo spero per te…»
Sarah rimase senza parole, e prima di darle il tempo di trovarne Kat uscì furente lasciandola coi propri pensieri.
Si passò una mano sulla testa rasata sospirando. Non lo trovava giusto: perché quella ragazza, quella sconosciuta pretendeva che le fosse leale? Si comportava come se le dovesse qualcosa. Solo perché erano entrambe queer non significava che erano migliori amiche; non erano nemmeno amiche perché a malapena le rivolgeva la parola nonostante i suoi sforzi!
La faceva infuriare, ma la rabbia durò poco, appassí diventando amara tristezza.
*
«Ora mi spieghi cosa c'è da ridere! Io sono seria Kat! Devi farmi conoscere mio marito» insistette Maeve mentre preparavano le borse per la fine dell'ora. Era arrivata poco prima il suono della campanella con un ghigno soddisfatto sul volto e la solita energia imprevedibile.
«Guarda che Jack è fidanzato, eh…» le rivelò la rossa pronta a distruggere i suoi sogni. La sua compagna la guardò sconvolta da quella rivelazione, poi criptica fece i propri calcoli.
«Non me ne frega niente! È fidanzato con una sfigata solo perché non conosce ancora me. Cioè dai, ma poi hai visto come siamo matchati? Saremmo la coppia più figa della scuola, i suoi vestiti si intonano perfettamente ai miei. Ti prego, gattina. Poi è troppo un bono, cioè, se avessimo dei figli sarebbero tipo bellissimi, stupendi. E sono sicura che lui con la gonna starebbe benissimo…»
La sua amica riprese a ridere come una matta. Non sapeva proprio cosa dirle. Ovviamente non avrebbe mai fatto outing a Jack, non conosceva nemmeno così bene Maeve da fidarsi di lei, ma la situazione era tanto divertente da non sapere come uscirne e soprattutto era CERTA che Jack con la gonna stesse benissimo, perché proprio lui le aveva mostrato delle foto dove si era vestito da drag queen insieme al suo ragazzo.
«Ma la smetti di ridere?! Non ti è bastato farci prendere una nota?» le rinfacciò uscendo con lei di classe.
Kat fece una smorfia divertita. Nei corridoi aveva riso così forte da far infuriare ancora di più il professore che si era sentito in obbligo di uscire dall'aula per darle una nota, ovviamente l'aveva data anche a Maeve che era stata ingiustamente considerata responsabile del suo attacco di ilarità.
Non se ne pentiva: ne era valsa la pena, aveva ancora male agli addominali per le risate.
«Guarda che è colpa tua se siamo state mandate fuori dall'aula…» provò a darle la colpa con fare giocoso.
«Ehi ehi! Guarda! Guarda gattina!» disse con entusiasmo tirando fuori dalle tasche il dito medio. Valentine scosse la testa e le fece la linguaccia uscendo da scuola insieme a lei. L'aria della libertà aveva un profumo dolce se condivisa. Avrebbe voluto far conoscere il proprio amico a Maeve quel pomeriggio stesso, ma Jack aveva degli impegni e quindi avevano rimandato, anche perché aveva bisogno di più tempo per avvisarlo e aggiornarlo su tutto. Pregò che Maeve non si comportasse in modo strano il giorno che sarebbero usciti tutti insieme.
«Amo sinceramente, sii sincera: non sono abbastanza bona per lui? Non sono il suo tipo?» insistette preoccupata, le rughe sulla sua fronte parlavano delle sue insicurezze più nascoste. Katherine rideva di lei perché non pensava avesse alcuna possibilità con Jack? Non era abbastanza figa per uno come lui? Era perché era più piccola di loro? Davvero non aveva speranze?
Kat la guardò con tenerezza seguendola sul marciapiede: la cinica e dura Maeve che non aveva paura di urlare ai quattro venti di essere innamorata. O meglio, che se ne fregava che qualcuno potesse sentirla. Come faceva a non vergognarsi delle proprie emozioni, a urlarle come un'adolescente qualsiasi? Il fatto che non provasse in alcun modo ad essere “cool” davanti agli altri, la rendeva estremamente cool. Non si aspettava avesse un lato romantico, pensava fosse il tipo da nascondere le proprie emozioni sotto i vestiti neri e la pelle nuda. Quella ragazza continuava a sorprenderla. Sembrava vivere la vita con una certa libertà che lei non si era mai permessa di sfiorare, che non aveva nemmeno mai avuto coscienza esistesse.
Sembrava vivere la vita seguendo delle regole tutte sue, alienata dal mondo, seguendo solo un codice segreto e proprio, facendo a patti con la realtà solo per uscirne illesa alla meglio.
Non voleva crearle insicurezze, si sentì in obbligo di rimediare al proprio errore. Non poteva lasciarle credere di non essere abbastanza quando era letteralmente una diva.
«Ma va! Cioè, tu sei una figa. Cioè sei davvero fighissima, qualsiasi ragazzo sarebbe fortunato ad averti. Cioè non sei solo bellissima, cioè fai spaccare dal ridere» Maeve fece un sorriso compiaciuto ascoltandola attenta e annuendo d'accordo con lei.
«Vero. Cioè, poi sono pure un genio a quanto pare…» la aiutó a completare la lista delle sue qualità, perché se qualcuno doveva adularla allora si doveva premurare che lo facesse per bene.
«Esatto! Cioè, sei una figa, sei stra simpatica, sei pure un genio! E poi, comunque hai uno stile stupendo. E poi cioè te ne sbatti il cazzo di tutti e…» gli occhi di Kat scintillarono sinceri, immersa nel proprio discorso motivazionale tirò fuori le parole che da qualche tempo aveva smesso di usare. Quando aveva iniziato a scambiarle per per debolezza.
«E io davvero ti invidio. In senso buono. Sei te stessa, completamente. Non pensi mai a cosa penseranno gli altri di te. Non ti importa proprio e riesci sempre a zittire tutti, hai sempre la risposta pronta. Sei la persona più vera che abbia mai conosciuto…» le aprì il proprio cuoricino, camminando al suo fianco, seguendola e svoltando all'incrocio, dovunque la stesse portando. Osservò la sua amica camminare all'indietro pur di ascoltare ogni sua parola guardandola negli occhi, e notò nel suo sorriso e nel suo sguardo un pizzico di malizia che le tolse il respiro.
Stava dicendo troppo? Si stava esponendo troppo? Se avesse pensato che aveva una cotta per lei l'avrebbe allontanata? Vagò con lo sguardo e pregò che le sue guance non diventassero rosse.
Maeve fece un enorme sorriso. Nessuno le aveva mai detto cose tanto belle. Certo era quello che pensava di se stessa, era la persona che si era promessa di essere a costo di fare del nomignolo “troia” il proprio soprannome; ma era un sollievo e una grande soddisfazione sapere che da fuori, almeno per una persona, almeno per Kat, era vista così.
Non aveva mai avuto un'amica che le dicesse cose del genere, forse non aveva mai avuto un'amica. Aveva delle amiche, molte, con cui parlava del più e del meno, con cui usciva a ballare. Ragazze di cui si fidava, con cui si divertiva, ma sentiva che con lei sarebbe potuta essere chiunque volesse. Sentiva di essere vista nella sua forma migliore. Inoltre le piaceva che Kat fosse diversa da lei, da chiunque. Per questo si era seduta accanto a lei, giorno dopo giorno. Era convinta che ci fosse qualcosa di speciale in lei, forse nel suo aver sofferto.
Maeve tornò al suo fianco incapace di esprimere le proprie emozioni o i propri pensieri a parole. Sentiva un piacevole calore in petto, che se avesse conosciuto avrebbe chiamato gratitudine.
Kat percepì quel silenzio carico e strano, le venne ansia di aver detto qualcosa di troppo. Deglutì nervosa.
«Anche se sei… una grandissima rompicoglioni» aggiunse per sdrammatizzare. Maeve scoppiò a ridere e le diede un pugnetto sulla spalla.
«La più grande rompicoglioni che abbia mai conosciuto a dirla tutta…» aggiunse fomentata dalla sua risata.
«Che dire? Anche le Dee hanno i propri difetti» scherzò dedicandole un sorrisetto furbo.
«Ci siamo quasi, gattina. Abito lì all’angolo» le indicò la via.
«Comunque mi piace sentirti parlare di quanto sono fantastica e perfetta. Dovresti farlo più spesso…»
Kat arrossì davanti al suo sguardo; perché la guardava così? Perché le sembrava che dietro ogni smorfia di Maeve ci fosse un briciolo di ambiguità? O era lei a pensare male?
La verità era che non sarebbe stato difficile per lei adorarla: la trovava sinceramente magnifica. Era un sentimento puro, che la faceva sentire in una maniera nuova. Si chiese se la vecchia Kat sarebbe stata capace di ammettere qualcosa del genere ad alta voce, se sarebbe stata capace di reggere una personalità tanto esuberante senza sentirsi minacciata. Probabilmente no. Si sentiva bene con Maeve, perché percepiva che ci fosse qualcosa di rotto in lei, anche in lei, qualcosa di rotto che, a differenza sua, lei era riuscita ad accettare.
Maeve come se stesse leggendo tra i suoi pensieri ridacchiò e le mise una ciocca di capelli dietro all'orecchio dandole i brividi. Kat si irrigidì ripudiando la sensazione di debolezza che la stuzzicava.
«Lo so, lo so. Sono perfetta e hai una crush per me, chi non ce l'ha?» giocò a darsi delle arie.
«Ricordami di non farti mai più dei complimenti…» sdrammatizzó evitando il suo sguardo intenso.
Maeve ignorò il suo commento.
«Ma non temere tesoro. Non hai nulla da invidiarmi, o meglio, non avrai nulla da invidiarmi dopo che la trasformazione sarà avvenuta!» la prese per il braccio trascinandola all'entrata del palazzo e cacciò le chiavi nella serratura per aprire il portone d'ingresso.
«Amo, non vedo l'ora! Diventerai una figa!» saltellò sul posto esaltata entrando di corsa, Kat le corse dietro.
«Mi fai paura, Maeve. Se fai come mia madre che mi obblighi a riempirmi di trucco e diventare una “signorina” mi butto giù dalla finestra»
«Pensavo che la finestra non fosse nel tuo stile…» rispose senza pensare.
«Ma…» Kat spalancò la bocca sorpresa tra l'offeso e il divertito, solo allora Maeve realizzò.
«Oddio oddio, scusa gattina! Non… cioè, oddio dai, un po' di Black humor? Ti prego... Cazzo! Sono pessima. Ok? Lo so. Non volevo… Ahh! Stupida bocca! È che dico tutto senza pensare» aprì l'ascensore entrando con lei e schiacciò il pulsante per il quinto piano, la sua risata imbarazzata rimbalzò per l'androne del palazzo.
«Ma non mi dire, lo avevo capito al “lesbica matta che ha cercato di farsi fuori” » le ricordò la loro primissima conversazione.
Ora che conosceva bene Maeve, poteva capire che quel primo giorno ci fosse solo tanta, troppa, davvero troppa spontaneità.
«”Lesbica matta che ha cercato di farsi fuori”? Oddio… ma davvero ti ho detto così?» si coprì la bocca ridendo nervosa, vergognandosi della se stessa di qualche settimana prima.
«Giuro, me lo ricordo perché è stato piuttosto inaspettato»
«Oddio, ma che cogliona che sono. Noooo… scusami gattina. Non ce la posso fare. È che ho il cervello che pensa in black humor. Dai, poi un po’ cioè fa ridere. Cioè, a me fa ridere. Non so che ci sia di sbagliato in me. Scusami» la abbracciò stretta sentendosi in colpa.
«Mi farò perdonare facendoti fare un glow up pazzesco.
E per risponderti: no, mica sono tua madre. Cioè, per piacere, amo. Mica ti obbligo… ti faccio sperimentare… ti aiuto a trovare il tuo potenziale, cioè hai visto che stile che ho? Mica ti concio da sfigata tutta rosa e fiori. Cioè, senza offesa, ma sei sempre vestita uguale. Con i leggins o i jeans e una felpa basic. Cioè, poteva essere peggio, potevi essere vestita da sfigata totale senza stile. Però, ecco, c'è di meglio»
Il telefono di Kat squillò proprio mentre Maeve stava aprendo la porta di casa invitandola ad entrare.
«Ah giusto… sarà mia madre» spiegò all'amica cercando il telefono nella tasca della felpa, ma la dicitura “JD” la lasciò interdetta. Era come aveva salvato il numero di Jade, lo aveva fatto con furbizia pensando che non si sapeva mai che qualcuno potesse leggere i loro messaggi per sbaglio e scoprirle. Di certo non poteva salvarla come “Prof West”
Maeve si sporse e lesse il nome con curiosità.
«Non rispondi? Chi è?» buttò la giacca per terra facendole segno di lasciare pure lo zaino e il resto lì.
«No… ora sono con te. Dammi un attimo» chiuse la chiamata agitandosi all'idea che Maeve potesse scoprirla o intuire qualcosa, ma Maeve fiutava il drama fin da quando era bambina e la sua spina dorsale schizzò sull’attenti curiosa.
«Chi è questo JD? Per cosa sta? Non può essere Jack vero? Come faceva di cognome?» pensò ad alta voce Maeve, ma Kat non la stava ascoltando. Era come se il pensiero di Jade fosse stato in pausa fino a quel momento, le era passato di testa completamente, aveva stoppato tutti i loro drammi perché non aveva avuto un solo attimo per se stessa e per riflettere sul da farsi.
Il cellulare le vibrò, le era arrivato un nuovo messaggio:
“Kat ciao, scusa il disturbo, domani possiamo vederci? Ho bisogno che parliamo di una cosa importante…”
Un pizzico di ansia punse la rossa. Cosa c'era di importante che doveva dirle? Voleva parlare della loro relazione? Di quello che erano, o meglio, che non erano? Cos'altro poteva esserci di così importante? Cosa poteva aver fatto?
“Va bene, anche io ti devo raccontare” digitò frettolosa in risposta nascondendo il cellulare in tasca.
Spazio scrittrice:
Ciao stelline✨
Scusate se ho tardato a pubblicare, sono stati giorni strani.
In questo capitolo ho provato a riprendere la stessa dinamicità di DT1 e a riprendere il "controllo" della storia.
Spero il capitolo vi abbia emozionato e che si senta che le cose stanno tornando un po' più veloci e travolgenti.
Il prossimo obbiettivo è riuscire a mantenere questo livello di coinvolgimento e anche pubblicare un po' più spesso.🤞🏻
Ma voi che ne pensate del capitolo?
Secondo voi tra Maeve e Jade è successo qualcosa? Cosa vorrà dire Jade a Kat? E Kat a Jade?
Cosa ne pensate invece di Sarah? Secondo voi Kat ha esagerato? Chi ha ragione? Vi siete mai trovate in una situazione simile?
Insomma fatemi sapere che ne pensate!
Io spero che il capitolo vi sia piaciuto e auguro una buona serata a tutte❤️
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