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VI ~ CLARISSE



Al mondo ci sono storie e storie... ma questa. Questa è tutta un'altra storia. La Mia storia, e quest'ultima sta per incontrare quella di questo ragazzo dagli occhi blu che tendono ad un grigio azzurro verso la pupilla. Non sapevo che le nostre storie erano destinate ad intrecciarsi e a distruggersi reciprocamente, in una maniera irrecuperabile. Ma sapevo che, solo io, potevo scrivere il mio Destino.


Il suono persiste per qualche secondo per poi scomparire.

«Che cazzo-»

«È un allarme?» chiedo trattenendo l'impulso di alzarmi.

Hemmings si alza e viene verso di me, con lo sguardo chiede il mio consenso, annuisco, leggermente sorpresa da entrambi. Non aveva preso l'iniziativa, mi aveva rispettata e questo mi confuse. E io avevo accettato? Le sue mani sono sulla mia vita e mi solleva, lentamente mi prende tra le braccia. I nostri corpi sono vicini, il mio sulle sue braccia.

«Cosa sta succedendo?»

«Ascoltami, non sono per te. Sarà qualcuno per me. Rimani nel mio studio. Non uscire e non fare rumore.»

Entriamo in una stanza, sono concentrata su di lui perciò non presto attenzione all'arredamento.

«Cosa? Stai scherzando?»

«Rimani qui bambolina. Non preoccuparti. Tra dieci minuti torno da te.» aggiunge ammiccando, ovviamente senza rispondere alla mia domanda.

«Non chiamarmi bambolina.»

Sorride. Distolgo lo sguardo da lui e mi guardo attorno. È pieno di libri, fogli e mappe. Una libreria contiene sugli scaffali quasi un centinaio di portatili e tablet. A cosa possono servirgli tutta questa attrezzatura?
Mi lascia vicino al divanetto ed io mi siedo. Hemmings prende il suo cellulare dalla tasca dei jeans e comincia a smanettarci sopra per un paio secondi. Dopodiché senza dir alcunché fa per uscire.
Cosa succederà? E se quel qualcuno non fosse il cattivo?, se potesse aiutarmi a tornare a casa? Però potrei anche sbagliarmi, dio, non capisco più niente! Lui sta per chiudersi la porta alle spalle. Mi concentro sul suo viso per studiarlo, è rilassato, non sembra preoccupato.
La porta si chiude e una parte di me, una parte minuscola quasi impercettibile, è in pensiero per lui.



Quando i dieci minuti passarono, stavo praticamente fissando l'orologio, sentii il gran bisogno di andar da lui e tirargli uno schiaffo.

Comincio ad osservare ogni oggetto all'interno della stanza. Mi alzo, il dolore è quasi scomparso. Mi avvicino alla scrivania e sbircio tra le carte. Ci sono giornali ritagliati, riviste e quotidiani online stampati. I fogli sono scarabocchiati da tre diverse calligrafie. Una molto elegante ma decisa, è quella che noto più costantemente sui fogli perciò decido che appartiene ad Hemmings. Una seconda scrittura è molto formale e semplice, molto più ordinata rispetto alla prima, rispetta gli spazi bianchi e ha una scrittura molto schematica. La terza e ultima appare raramente su qualche foglio, è comprensibile ma molto schietta, la persona che la usa deve essere sempre di fretta, penso. I puntini sulle i a tratti mancano.

Controllo l'orologio.
Quattordici minuti.

Mi ripeto che non devo uscire e decido di concentrarmi sul contenuto di quei fogli. Sono notizie riguardanti l'America in particolare.
Mia madre ha origini californiane, l'inglese americano ce l'ho nel sangue.
Hemmings lo parla perfettamente.
Quindi sono in America, non più in Russia. Le mie possibilità di fuga sono pari a zero.
Ora devo capire in quale parte di questo enorme stato mi trovo. Papà ha- Papà aveva amici fidati soprattutto in Messico.

Le notizie riguardano oggetti di valore: quadri, gioielli, chip informatici; omicidi e incidenti, come perdite di gas, incendi, corti circuiti e blackout.
Un collezionista. Conosco quasi tutti gli oggetti segnati, molti sono della proprietà della mia famiglia, custoditi in musei (nostri), o nascosti, con l'esposizione di una copia molto dettagliata che ha il solo e unico scopo di non destare sospetti e di evitare rapine.
Altri oggetti ancora appartengono alla nostra collezione privata. So che quei tesori sono ancora dove devono essere, è una certezza che non può essere contradetta.
La ricchezza della mia famiglia è più immensa di quanto ci si possa pensare e mi scorre nelle vene.

Diciotto anni. Diciotto anni e legalmente potrò riappropriarmi delle mie proprietà protette dalle banche internazionali, ma fino ad allora sono in trappola. Legata ad un ragazzo da uno stupido contratto. Tutto questo... è a causa mia. Errori che sono costati la vita non a me, ma a molte persone. Errori per cui sono stata punita, in parte, in quella cella.

Forse è così che deve andare. Forse questa è la mia punizione. Perdere tutto. L'onore. Il coraggio. La mia libertà. Il mio corpo. Ma non la vita, non così velocemente.
Chi sarà a punirmi? Hemmings? Appena farò un errore o appena smetterà di provare pena per me.
I frammenti del mio cuore battono all'impazzata.
La mia mente è vuota e riconosce questa crudele realtà. I Petrovich finiranno con me.
Tutto questo contro quella Voce. Quella Voce dannata che desidero solo che taccia. Mi vuole ricordare chi sono. Mi vuole mostrare il mio riflesso sullo specchio, il corpo generato dall'amore di mio padre e di mia madre, un corpo che è sopravvissuto, un corpo ancora puro. Mi vuole far sentire il calore prodotto dalle braccia di quel ragazzo.

Mi porto le mani alla testa mentre mi sembra di sentire le grida di una donna che mi crebbe come una madre mentre tutto va a fuoco.


La porta in quel momento si spalanca, facendomi tornare alla realtà, mi giro verso questa convinta di vedere il mio presunto padrone.

«E tu chi diavolo sei?» sbotta un uomo.
Indietreggio. Il suo viso è attraversato da una lunga cicatrice, non mi piace e mi terrorizza. Una luce sinistra risplende nei suoi occhi mentre un sorriso si disegna sulle sue labbra.

Lui sorride ancora. Ha un aspetto teso. Il suo è il sorriso del lupo poco prima di chiudere le sue fauci affamate sul coniglio in trappola.

È come un film a rallentatore. Ogni secondo sembra un minuto. Lo guardo avvicinarsi mentre l'atmosfera si fa densa come lo sciroppo.

Non riesco a muovermi, a gridare, a reagire in qualche modo. È la mia punizione... continua a ripetermi una voce maligna nella mia testa.

Ciò che mi convinse a seguire i suoi ordini fu la mano che afferrò i miei capelli aggressivamente spingendomi verso l'uscita.
Mi tenne così, costringendomi a stargli vicino.

Dov'è James Hemmings? Perché mi ha abbandonato?


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