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Festa del papà
Nella piccola città di collina vi era una tradizione particolare quando si parlava di festività legate ai parenti: tutti gli abitanti preparavano una composizione, un prodotto o anche solo uno spettacolo improvvisato da presentare in mezzo alla piazza, allestendo piccoli tavolini dove raccogliere qualche fondo o firma per poter ricostruire dei palazzi ormai consumato e pronti a cadere a pezzi. Idaho aveva spiegato che tutto quel viaggio vai di allestimento era stato organizzato tantissimo anni fa, alla fondazione del paese, e si diceva che fossero stati proprio dei padri di famiglia a dare vita a quella città. Era la prima volta che Charlotte sentiva parlare di Pionieri, uomini e donne intente a scalare montagne, attraversare fiumi e trasferire tutti i propri beni per cercare fortuna in altri posti. Era un po' come essere dentro un circo, solo senza tendoni bicolore, senza attrezzature per acrobazie e senza chiedere elemosina.
Le venne facile quindi immaginare carri colmi di provviste e piccoli pargoli intenti a giocare, trainati da forti e muscolosi cavalli e da uomini che imbracciavano fucili per difendere le proprie donne, ed essere sedute davanti al carro mentre ricambiano e parlavano del più e del meno. Loro avevano le macchine e Jared che li portava in giro per il mondo, avevano forse meno vantaggi, ma per il resto ci si era ritrovata benissimo.
“Componevi anche tu qualche lavoretto a mano, quando vivevi qui?” chiese Colin guardando ogni tavolino, dentro di sé sperò di poter acquistare un oggetto per tipo.
Idaho sbuffò un verso incerto, guardandosi intorno distratto: “L'ho fatto qualche volta, ma non ci ho mai provato un vero e proprio interesse. Era sempre stata una giornata che non amavo particolarmente” si sistemò una ciocca dorata che gli era finita in mezzo agli occhi e continuò a camminare per la sua strada.
Ma Charlotte questa volta non sarebbe stata zitta: dal momento che quella era la città natale di Idaho - e che quindi doveva esserci anche casa sua - non poteva ignorare il fatto che suo padre e sua madre, volente o nolente prima o poi li avrebbe incrociati. Non poteva davvero fare finta che la cosa non fosse importante: lei avrebbe voluto con tutta sé stessa portare un pensiero ad un padre che l'avrebbe sicuramente amata, e lui che aveva la fortuna di avere tutti e due osava parlarne come se non fossero importanti. Era un controsenso: nemmeno Colin aveva avuto da ridire sull'unione di Logan con sua madre, anzi: uno più contento di lui non poteva esistere.
E onestamente: iniziava a pensare che Idaho si fosse mosso troppo in fretta, che quello che aveva sempre dichiarato di suo padre non corrispondesse alla realtà, almeno non tutta. Non che fosse bugiardo, ma agli occhi di un figlio ferito le cose potevano anche prendere un aspetto fasullo.
“Devi superarla questa cosa” gli disse a un certo punto, quando si rese conto che tutti gli altri si erano divisi dove portava il loro personale interesse.
“Charlotte, scusa ma non voglio parlarne adesso”.
“Non puoi seriamente ragionare così! Sono i tuoi genitori, il sangue del tuo sangue… almeno tu che puoi vantare di avere avuto una famiglia stabile che si fosse presa cura di te, la butti via in questo modo?” non era chiaro se lei stesse parlando per ignoranza, se fosse solo convinta che esistessero quadri immacolati raffiguranti un gruppo di persone accomunate da geni e sangue o se stesse davvero facendo un discorso sensato in base alle sue emozioni; però quella domanda bastò a frenare il passo di Idaho e farlo volare verso di lei. Non voleva litigare, ma solo mettere in chiaro le cose.
“Che cosa dovrei salvare? Dovrei fare finta di non essere sempre stato l'ultimo a cui avrebbe pensato? Dovrei fare finta di elogiarlo per non aver mai pensato prima di tutto a chi era più importante? Hai idea di quanti pazienti mi sono passati davanti vantandosi di quanto fossero felici dopo un'operazione, di come la loro vita sarebbe cambiata, mentre la mia sarebbe rimasta uguale?”
“Certo che ne ho una, di idea. Ma tu hai mai pensato che ci fosse un motivo dietro? Che non fosse indifferenza?” chiese lei allargando leggermente gli occhi, un trucco che aveva imparato per dimostrare la sua serietà.
“E che cosa avrei dovuto pensare?” quella domanda fu più una provocazione, come sempre un altro palo che il giovane dai ricci dorati piantava in mezzo al discorso per farlo scivolare via, per interromperlo e farlo ripartire, se andava bene, giorni dopo. Quando ci si metteva, riusciva ad essere più infantile dei bambini. Ma la ragazza non aveva più voglia di giocare, voleva che il ragazzo si rendesse conto che l'odio represso non avrebbe portato a niente.
Provò un secondo tipo di approccio: “Secondo te, perché Lisette non ha voluto che Cole si avvicinasse al bambino?” lo incalzò, pur non avendo usato un tono duro, solo il suo solito dolce e tranquillo.
“Che domande. Come è un pessimo uomo, un pessimo padre, un pessimo compagno. Voleva proteggerlo e… eh no, ho capito il tuo gioco” il conduttore circense fece ondeggiare il suo dito indice davanti al volto della sua amata, quasi come se la stesse scoprendo in un atto indecoroso. Le lasciò intendere che non si sarebbe piegato a quella psicanalisi attraverso paragoni che non avevano motivo di esistenza, che dalla sua bocca non sarebbe uscita nemmeno un'altra parola, che quello che aveva sempre sostenuto non sarebbe cambiato.
“Avanti Idaho. Qual è il problema?”
“E me lo chiedi pure? Non si vede?” Idaho indicò le sue gambe con le mani, in un gesto brusco per ottenere l'attenzione.
“Idaho…”
“Si capisce lontano un chilometro, senza nemmeno chiedere”.
“Idaho!” Charlotte alzò la voce per ottenere l'attenzione, e scandì perfettamente le parole, “Qual è il problema?”
Non si riferiva a un problema fisico, a quel problema fisico. Che Idaho avesse difficoltà con le gambe era palese da tanto tempo, ma l'intenzione di Charlotte era indirizzata ad un'altra risposta, una di quelle che non si possono indovinare.
Il giovane dai ricci dorati abbassò le spalle, togliendosi dal volto quella maschera di meschina sicurezza: “Il problema è che… io avrei dovuto essere la sua priorità. Ho sempre fatto di tutto pur di renderlo felice, ma non mi ha mai dato l'unica cosa che gli chiedevo… una vita normale”.
Un tempo Charlotte avrebbe dato ragione ai suoi pensieri, e lo aveva fatto; un tempo avrebbe dato corsa a quel discorso e avrebbe affibbiato a Christian ancora più colpe di quanto il figlio non potesse già fare, un tempo avrebbe voluto dai Parsefall di persona per sputare loro addosso quanto li ritenesse inadatti. Ma a quel giorno, con una vita migliora da vivere e una mentalità del tutto diversa, quelle intenzioni non esistevano più. Col passare dei mesi, in ormai un anno e mezzo da quando si era unita al Circo delle Speranze, aveva sviluppato un altro modo di pensare: aveva notato come fosse più indifferente il figlio a farsi sentire piuttosto che i genitori, e aveva sentito alcuni discorsi che in camera, di notte, Idaho e Logan si erano ritrovati ad affrontare. Logan era un adulto fatto e finito, sapeva bene cosa volesse dire stare dall'altra parte. E Idaho per quanto avesse un'età matura, tendeva ad arretrare la proprio mentalità, a fare supposizioni e a pronunciare giustificazioni che non reggevano, a porsi in un piano che non esisteva.
“Hai mai pensato che fosse mosso da qualcos'altro?” chiese guardandolo begli occhi, cercando quelle iridi profonde che l'avevano catturata tempo prima, “Hai mai pensato che le cose non stessero andando come pensavi?”
“Potevano star andando diversamente? Io non credo Charlotte. Non difendere l'indifendibile”.
“Non lo sto facendo. Sto solo dando delle ipotesi credibili. In fondo non sei mai stato davvero sicuro di quello che dicevi”.
Idaho aprì la bocca per controbattere, ma non ebbe il coraggio di umiliarsi fino a quel punto. Charlotte pareva avergli letto dentro un'amara sofferenza sotto la rabbia che aveva sempre provato, o che aveva creduto di provare, essendo sfumata nel momento in cui aveva parlato con il signor Nolan, che mai avrebbe creduto di poter vedere un padre distrutto dalla perdita di una figlia nemmeno mai vista. Avrebbe voluto riallacciare i rapporti, ma voleva preservare il proprio orgoglio, fargli capire che aveva sbagliato tutto con l'unico figlio che aveva e dimostrargli che anche senza il suo aiuto era riuscito ad andare per la sua strada. Se lo meritava, si meritava uno sguardo sorpreso e fiero da quell'uomo che lo aveva sempre ignorato, perché ora Charlotte si ostinava a fargli vedere una visione del tutto diversa?
“Dovresti parlargli”.
“Assolutamente no”.
“Ti prego Idaho…” Charlotte mostrò una faccia scocciata, prima lo avrebbe anche capito, ma adesso era un chiaro rifiuto per il solo gusto di non andare fino in fondo.
“Non serve che vada a parlargli”.
“Serve eccome. È pur sempre tuo padre. Se tu avessi un figlio lontano, non vorresti sapere come sta?”
Come vorrebbe saperlo tuo padre… quel pensiero gli provocò una brutta torsione allo stomaco, gli lasciò in bocca un sapore amaro. Logan lo aveva già ammonito di rimediare al suo atto di egoismo il prima possibile, glielo aveva ricordato ogni sera, e Lisette lo aveva preso da parte un paio di volte per convincerlo. Adesso ci si metteva anche la diretta interessata a farlo sentire in colpa.
Eppure…
Eppure qualcosa dentro di lui iniziò a gridare. Una lieve ma pesante scintilla di rimettere le cose davvero a posto iniziò a farsi strada in quel buco nero fatto di ipocrisia e infantilità. Alla fine se avesse davvero avuto l'indifferenza di non volersi far sentire dai suoi genitori, non si sarebbe nemmeno sprecato ad arrivare alla villa color panna per vedere se la sua Wendy avesse o meno una famiglia, un padre e una madre che ancora speravano di rivederla ma dentro sentivano già che era finita.
“E se scoprissi che avevo ragione?” chiese Idaho abbassando lo sguardo, e abbandonando ogni tentativo di sembrare duro e disinteressato.
“Ci sarò io a coccolarti. Sempre mio amato Peter Pan” Charlotte gli accarezzò un braccio, regalandogli un sorriso rassicurante sperando che lo avrebbe accompagnato nel suo tragitto verso la casa natale. Da dove si trovavano, la villetta dei Parsefall non era molto lontana.
Idaho fece ancora qualche storia, ma alla fine dei se che era meglio finire quello che aveva lasciato a metà, e che una spiegazione dal padre la meritava. Se anche fosse stata la peggiore, la più dura, quella che si aspettava da tanto, l'avrebbe accettata, avrebbe messo un punto a tutta quella storia.
Guardarono velocemente gli altri componenti del circo, quella cosa doveva essere fatta con il minor numero di testimoni possibili - se non fosse stata Charlotte l'altra persona, avrebbe preferito essere da solo. Percorsero il viale colmo di persone, aggirando tavolini e bambini che correvano con delle girandole colorate in mano; la zona più avanti era ancora più bella: era piena di festoni e piccole bandierine triangolari, disegni fatti con tempere appesi alla statua del fondatore, giostrine a tema che potesse divertire le famiglie. La piazza principale era piena di bancarelle con pentoloni fumanti e tavoli da cui si intravedevano piatto fumanti preparati solo ed esclusivamente dai papà, vestiti di Pionieri e nativi, carri finti per potersi fare un ritratto come ricordo. Idaho indicò una vietta contornata da villette tutte unite e casette stile cottage, una personalità custodita gelosamente dal sindaco della città per preservare le origini nobili.
“Oltre quella siepe comincia il mio viale. Mia madre aveva sempre desiderato vivere in mezzo alla gente e al rumore” raccontò il ragazzo camminando mano nella mano con Charlotte, indicando di tanto in tanto i punti interessanti della zona.
“Sembra un posto meraviglioso. Giocavi spesso in questi parchi?”
“Certo. Avevo un'ora di libertà in mezzo ai miei impegni d'istruzione. Tipico modus operandi di tutte le famiglie con una tacca in più di aristocrazia, giusto per mettere in testa alle nuove generazioni di essere inferiori”.
“Be', tu hai creato il circo migliore del mondo. Almeno una cosa buona l'ha fatta, non credi?”
Fu istintivo: Idaho sorrise e sbuffò una risata leggera. Era incredibile come, anche in momenti come quelli, Charlotte fosse in grado di alleggerire l'atmosfera. In ogni momento ringraziava sé stesso e si tirava figuratamente una pacca sulla spalla per averla portata via dal circo di Grave.
Si fermò davanti ad un cancello, ben tenuto e con una targa luccicante; oltre il muro di ferro di ergeva un prato curato con qualche piantina potata simmetricamente, e una villetta tendente al giallo con una porta rosso sbiadito.
“Eccoci qui” disse Idaho sospirando, “Benvenuta a casa mia”.
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