39
Un grande segreto
Quando Charlotte vide finalmente quel cilindro nero, con le due piume incastrate nel tessuto, quasi credette di sognare. Poteva essere un miraggio, uno scherzo della sua mente che voleva prenderla in giro, il risultato di troppe notti insonne ma no: Idaho invece era proprio lì, che tornava con Jared ed entrambi erano sani e salvi. Lo aveva sperato con tutte sé stessa, aveva immaginato cento volte di vederlo varcare la soglia e di fiondarsi tra le sue braccia, prima sgridandolo e poi riempendolo di baci; aveva sognato così tante volte di poter sentire la sua voce e adesso che lui era proprio lì, fisicamente davanti ai suoi occhi, le gambe erano di piombo. Forse il suo inconscio le stava suggerendo che fosse un miraggio, una visione mistica, ma gli altri lo vendettero proprio come lei e quindi pensare che fosse finto poteva solo essere un ulteriore inganno.
Il ragazzo dai ricci dorati alzò la mano verso di lei, la salutò caldamente muovendo il braccio, sventolando quella mano che l'avrebbe accarezzata subito dopo, e in quel momento Charlotte trovò la forza per scendere dall'appartamento e correre verso di lui. Non ebbe nemmeno il pensiero di riempirlo di parole, di insulti, di rimproveri, non ne ebbe la forza, non ebbe il coraggio di renderlo triste; l'unica cosa che sentì di dover fare fu abbracciarlo e sentire i propri corpi contro, l'uno attaccato all'altro, per confermare che non fosse una visione.
“Mi sei mancata, Wendy cara” disse lui premendo la fronte su quella della giovane.
“Pensavo fossi volato via nella tua isola senza di me” mai una metafora avrebbe potuto essere più azzeccata di quella in quel preciso momento. Per un certo periodo aveva davvero temuto di non rivedere mai più il suo amato Peter Pan.
“Non ti avrei mai lasciato qui, in questa terra da sola”.
Tutti gli altri non aspettarono nemmeno che si staccassero, avvolgendoli in un enorme abbraccio di gruppo, in un saluto che nessuno avrebbe mai potuto riprodurre. Idaho non notò subito il braccio malato di Jessie, quando si rese conto che non imprimeva la stessa forza decise di indagare.
“Ho avuto la brillante idea di fidare il vento. E questo è stato il risultato” confessò la ragazzina, imprimendo un certo imbarazzo nella voce. Avendolo di fatto davanti, spiegare la vicenda fu abbastanza complicato. Non aveva nemmeno modo di dire i dettagli, non poteva fargli capire che era una cosa non voluta anche se lo sapeva benissimo, ma fece di tutto per non addossare colpe a nessuno. Non ne avevano, anzi: le avevano intimato di scendere, di non essere così arrogante e lei non aveva ascoltato. E in quella spiegazione rientrava anche il gemello, che era stato più fortunato.
“La prossima volta, dovrò assicurarmi che abbiate le attrezzature sotto chiave!” non avrebbe voluto per la gravità della situazione, ma al conduttore circense venne da ridere, sicuramente mosso anche dal fatto che aveva la sua piccola trapezista viva e in piedi davanti a lui. Se avesse avuto davanti un capezzale, avrebbe di sicuro pianto tutte le lacrime che aveva, ma la fortuna aveva voluto che Jessie stesse bene. Non ebbe il tempo di accennare nulla del suo viaggio, i suoi compagni pensarono di trascinarlo subito di sopra per offrirgli un pasto abbondante. Secondo Lisette era dimagrito troppo nel giro di poco, anche se lui non aveva sentito nessuna differenza. Era stato talmente tanto impegnato a percorrere la strada che doveva fare che non si era mai fermato a controllare in che situazione stesse versando, se fosse logoro o affamato. Si era preoccupato solo del cavallo, per non stressarlo troppo.
Non era passato così tanto tempo, eppure l'appartamento della grande città gli parve del tutto nuovo, una sorta di villa maestosa da cui non si poteva più uscire cin la consapevolezza iniziale. Pareva un luogo comodo e accogliente, del tutto piacevole in confronto alle piccole piazzole dove si era ritrovato a dormire per non essere sconfitto dalla stanchezza a tradimento. Charlotte era subito dietro di lui, gli abbracciava la schiena, gli faceva sentire un contatto di cui aveva bisogno, ma sotto il suo animo sentiva una forte pesantezza per i pensieri che stavano o attraversando la sua mente.
“Il tuo letto è ancora dove lo hai lasciato. Nessuno ci si è seduto o sdraiato sopra” la dichiarazione della ragazza lo fece voltare verso di lei, sorridere e ridere della battuta. Aveva acquisito una spontaneità ineguagliabile, una forza di scherzare che le aveva allargato il sorriso un giorno dopo l'altro. Di questo ne andava molto fiero.
“Adesso che sei tornato riportando la serenità in questo piccolo circo” Logan prese la parola, “Devi raccontarci tutto quello che è successo”.
“Hai visto qualche posto interessante dove potersi fermare in futuro?”
“Forse” farfugliò il giovane dai ricci dorati, togliendosi la giacca rossa diventata improvvisamente pesante e rigida. La abbandonò sul divano consumato che avevano sistemato nell'angolo della sala, lasciando poi che Charlotte prendesse il cilindro e lo sistemasse su una cassettiera poco distante. Adesso che era libero dal vestiario esterno, si sentiva molto più leggero e senza pressioni.
“De i aver passato dei giorni terribili… te lo meriti per essere andato via senza dirci nulla”.
“A volte serve per capire fin dove possiamo spostarci. E poi… avevo una missione da compiere” Idaho deglutì leggermente, la leggerezza della sua famiglia improvvisata mutò in un'atmosfera strana, quasi come se avesse avuto dietro un'ombra accusatoria pronta a coglierlo in flagrante qualora si fosse fatto scappare la più piccola confessione. Poteva sentire la sua mano invisibile sopra una spalla, premerla con una leggera pressione per farlo vacillare, trasferire il suo fiato gelido sul collo per indurlo a parlare con un brivido che percorreva la schiena. Non fu certo che potessero vedere il suo disagio, sperò di nasconderlo molto bene.
“Ti ho fatto una tazza di the alle rose, per rilassare i tuoi poveri nervi che saranno stati messi a dura prova” Lisette apparve dalla cucina con una piccola tazza ci porcellana fumante, una volta che tutti si furono dispersi nelle rispettive stanze, nella lavanderia o nel cortile per passare il tempo. Dopo diversi minuti a riempirlo di domande, finalmente gli altri circensi avevano deciso di lasciarlo riposare e respirare, e Idaho aveva potuto farsi una doccia e sdraiarsi un po' sul proprio letto. A intervalli regolari si era anche presentata Charlotte. Si era accovacciata accanto al suo letto e gli aveva regalato delle carezze fugaci, senza pesantezza, fece scorrere le sue dita con delicatezza per non svegliarlo, anche se lui stava solo fingendo di dormire.
“Almeno tu sai entrare con cautela, Lisette adorata”.
“Avresti anche potuto dire di lasciarti stare. Non si offendevano”.
Avrebbe anche potuto avere ragione, ma il ragazzo biondo non si era sentito di cacciarli via, anche solo figuratamente. In fondo li capiva: erano stati in pensiero per lui ed erano anche ansiosi di sapere come fosse andato il suo viaggio infinito. E Idaho aveva mantenuto la parola: non aveva accennato alla villa color panna, non aveva fatto nessun riferimento ai poveri coniugi che ancora piangevano la loro figlia scomparsa. Non lo aveva fatto a cuore leggero, ma non si era sentito di buttare fuori tutto in un colpo. Forse si sarebbe liberato di un sassolino per volta, a cena, quando fosse stato il momento giusto.
“Non ti sembra surreale? Ho l'impressione di apprezzare molto di più questo bugigattolo rispetto a prima”.
“In confronto alla terra umida o al prato, non ho tanti dubbi” la donna si sedette su un angolo del letto, piegando qualche abito che era rimasto appeso in modo disordinato. Quando faceva così, era chiaro che volesse parlare di un argomento in particolare ma senza usare la voce, solo per studiare il territorio e capire quale sarebbe stato il prossimo passo.
“Hai bisogno di qualcosa?”
“Solo sapere dove sei stato per assentarti così a lungo. So che Logan ne è a conoscenza, vorrei essere informata” non alzò lo sguardo fino a che l'ultimo capo non fu perfettamente piegato e in ordine nella sua piccola pila, “Sei andato molto lontano?”
“Sono andato in un posto in particolare. Ma non deve saperlo nessuno. Volevo… accertarmi di una cosa”.
“E ci sei riuscito?”
Ebbe un momento di silenzio, un momento per decidere cosa rivelare e cosa no. Lisette non era una persona inaffidabile, se le si chiedeva di mantenere un segreto, lo avrebbe fatto. Ma quello che le avrebbe rivelato non sarebbe riuscita a tenerlo. Lo sapeva. Era troppo grande per nasconderlo. E lui già stava facendo troppa fatica a stare zitto.
“… no” assunse un tono dispiaciuto, anche se sapeva di non essere bravo a mentire, anche se sapeva di avere davanti una mamma che di bugie ne riusciva sempre a captare l'essenza, l'odore e il suono. La voce delle bugie aveva un altro tipo di tonalità: più artificiale, una scelta di parole semplice e senza un senso nascosto, un'illusione volta solo a celare quello che si nascondeva sotto la crosta scura del mistero.
“Lo sai, mi puoi dire tutto” disse Lisette accarezzandogli una gamba.
“Lo so. E ti ho detto tutto. Non sono riuscito a fare quello che volevo”.
“E quindi saresti tornato qui senza provare a vedere se potevi raggiungere lo stesso i tuoi obiettivi?” era chiaro: lei non credeva ad una sola parola di quello che stava dicendo, e faceva bene. Idaho ci stava provando ma era impossibile, era difficile non dire quello che aveva scoperto né liberare Charlotte da quel senso di limbo. Ma se parlare era l'unica soluzione per avere dei consigli, allora doveva giocarsi bene le carte che aveva in mano.
“Va bene, non posso nasconderti nulla” disse sedendosi, raddrizzando la schiena dal materasso, “Ma voglio che sia presente anche Logan”.
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