14
Discorsi poco graditi
"Non posso credere che sia qui anche quel poco di buono! Quanto è vero Iddio, se si avvicina ancora a Lisette con quel suo fare da bavoso... potrei perdere la pazienza molto facilmente!" Logan sbatté la porta con un diavolo per capello, era sicuro che in tutti quegli anni Cole si fosse tolto di mezzo, più o meno dal giorno in cui lui e Idaho avevano preso con sé Lisette per offrirle una vita migliore. Certo non poteva pretendere che fosse andato oltremare, le probabilità per un bracciante precario come Gerard potesse permettersi un viaggio all'estero erano più basse di quelle che avrebbero permesso di avvistare qualche creatura delle favole, ma riuscire a formarsi nella stessa città deve alloggiare pareva uno scherzo del destino.
Idaho e Lisette riaprirono la porta che gli era stata sbattuta la faccia, il primo osservando il grande uomo muscoloso con un'espressione torva. Poteva comprendere il malumore del suo braccio destro, del resto una presenza tanto negativa come la sua avrebbe irritato chiunque, ma la scenata che aveva riservato al poco pubblico in strada avrebbe anche potuto risparmiare la. Avevano già avuto problemi in passato a causa del suo caratteraccio al momento dell'innesco d'ira, e francamente di dover fare da paciere un'altra volta rischiando l'ospedale non ne aveva affatto voglia.
"Quanto é vero Iddio" ripeté con un tono di rimprovero, "Tu ti dimostrerai superiore ignorando le sue provocazioni infantili. Non ci serve un altro ammonimento dalla polizia, Logan".
Logan si morse il labbro inferiore assumendo un'pressione colpevole, non voleva ricordare quel momento, dove per poco non venivano arrestati: A sua discolpa poteva dire solamente che avevo cominciato quell'ubriaco marcio dentro al locale; dopo essersi scolato oltre sei boccali di alcool aveva ben pensato di mettersi a molestare le povere ragazze che incrociava per strada. Lo faceva senza un criterio e senza preavviso, talvolta anche in modo violento. Avevano cercato di ignorarlo per un po', sostenendo che non ne voleva la pena e comunque non aveva ancora provocato gravi danni a nessuno tranne che a sé stesso, con tutti gli schiaffi che si era preso. Per Logan era stato parecchio difficile resistere, ad ogni tocco di troppo aveva sempre sentito l'impulso di restituirglielo in malo modo, venendo poi bloccato dal ragazzo dai ricci dorati con sguardo ammonitore.
Ma quando era venuto il turno di Lisette, Logan aveva abbandonato ogni tipo di riguardo. Si era alzato di scatto sovrastando l'uomo ubriaco con la sua stazza possente, sollevandolo da terra con una sola mano, prendendolo saldamente per i vestiti. Il resto preferì non ricordarlo, la ramanzina minacciosa della polizia e i tentativi disperati di Idaho di lasciar cadere la situazione erano già troppo deprimenti.
"Quello se lo era meritato" bofonchiò alla fine, con voce sommessa, "Se non fossi stato io, ci avrebbe pensato qualcun altro".
"Forse" sentenziò il ragazzo biondo incrociando le braccia al petto, "Ma resta il fatto che i tuoi modi di risolvere certe situazioni ti fanno solo finire nei guai. Vedi di essere più pacato nei modi. Non ho intenzione di corrompere ancora degli agenti per poter andare via tranquilli".
Lisette si avvicinò ai due ponendosi in mezzo: "É tutto a posto, non vi preoccupate" disse rivolgendo loro un sorriso rassicurante. In realtà, non era affatto vero: rivedere Cole dopo cinque anni dell'abbandono era stato un colpo difficile da metabolizzare, ancor peggio sapendo che aveva riconosciuto subito Colin. Il suo sguardo l'aveva raggelata, la sua voce era stata una lancia al cuore quello sguardo così sicuro per poco non l'aveva fatta capitolare per terra.
Eppure era sicura che, dopo tutto quel tempo, fosse riuscita a togliersi di dosso tutto il peso che Cole aveva esercitato su di lei, tutta l'oppressione del farla sentire sbagliata, tutte quelle parole che l'avevano fatta sentire inadeguata. Ma un solo sguardo era bastato a risvegliarle ricordi che avrebbe voluto cancellare per sempre, dall'impiego ingrato che suo padre le aveva imposto a quella breve storia che le aveva messo in testa false speranze.
Si perse quindi, per concentrare i pensieri su qualcos'altro, ad osservare la stanza dove erano entrati, Idaho e Logan avevano scelto un ottimo locale come sempre: l'ambiente era ampio e molto confortevole, la tappezzeria floreale ma non troppo piena dava un bel senso di libertà e spazio; meno soddisfacente questa volta era la cucinetta adibita per i pasti, un tavolino rotondo con qualche sedia - che li avrebbe costretti a sedersi molto stretti - era situato al centro occupando la maggior parte dei metri quadrati a disposizione. Chiunque lo avesse ideato, doveva aver sicuramente puntato tutto sull'estetica del soggiorno e dei corridoi, adorati con dei mobili che dividevano le porte in un ordine tanto minuzioso da far sembrare l'insieme un'esposizione turistica e artistica.
Di difetto può lo avevano anche le camere: la metratura, così a occhio, era la stessa per tutte, con due letti ciascuna. Voleva dire che si sarebbero ritrovati stretti anche per dormire, calcolando che la quantità di bagagli era differente per tutti. Tutto sommato Logan non aveva torto ad odiare le grandi città: l'appartamentino che avevano affittato apparteneva ad un condomino sprovvisto di cortile, e questo voleva dire che Jared sarebbe rimasto nel suo rimorchio fino alla prossima trasferta.
"So che non è molto confortevole, questa volta" disse il ragazzo dai ricci dorati con un tono mortificato. Era consapevole che non fosse il massimo della comodità, ma in posti del genere bisognava raccogliere tutto ciò che si poteva, in qualche modo. Avrebbe cento volte preferito un piccolo locale come l'ultimo che avevano lasciato, ma lo consolava il fatto che avrebbero dovuto vivere lì dentro solo fino al prossimo spettacolo.
"Io tengo buono il mio invito di sloggiare il prima possibile..." bofonchiò il grande uomo tenendo lo sguardo fisso in un punto vuoto dell'esterno, spiando le strade attraverso la grande finestra che contribuiva a rendere il soggiorno un posto accogliente.
"Non fare i capricci, Logan. Non puoi basare il tuo giudizio solo perché hai incontrato una persona che non ti piace".
"Da che pulpito!" l'uomo si girò di scatto, "Diresti le stesse cose se la persona in questione fosse tuo padre, Idaho! O forse sbaglio?" ad una parola precisa, il ragazzo biondo si zittì, ma guardò il compare con un'occhiataccia di rimprovero. Lo sapeva benissimo che Idaho odiava sentir nominare l'uomo che aveva contribuito a metterlo al mondo, e non sopportava che quella condizione gli venisse rinfacciata come una frecciatina.
"No" rispose secco, mettendosi ben dritto sulla schiena, per quanto la gamba più corta glielo permettesse, "Non farei la stessa cosa, perché non mi farei trascinare in questo modo dal mio rancore".
"Non ti crede nessuno Idaho, come se tu non avessi ignorato per mesi le lettere che ti inviava. Ammettilo: non vorresti stare nello stesso posto di chi ti fa ribollire il sangue dalla rabbia".
"Per favore, adesso basta! Tutti e due!" Lisette riportò l'attenzione dei due litiganti su di sé, "Vi ho detto che non è nulla di grave, che non dovete preoccuparvi. Smettetela di bisticciare come due bambini" al comando, pronunciato con voce ferma e autoritaria, entrambi abbassarono lo sguardo. Lisette era sempre stata l'unica tra tutti ad essere ascoltata; essendo la più grande del gruppo, madre di un bimbo piccolo e molto materna anche nei confronti di chi conosceva, la sua presenza era sempre stata vista come un punto saldo di riferimento. Ma proprio per questo non voleva che Idaho e Logan litigassero solo perché una persona poco amichevole aveva deciso di irrompere nella loro armonia. Avrebbero dovuto far finta di niente, Cole non era stupido e sapevo che non gli conveniva prendersela con i due capi del gruppo, se non volevo rischiare di perdere un occhio.
"Sentite" disse calmando il tono di voce, "La sua presenza ha scosso anche me, non lo metto in dubbio. Ma non lasciamo che questo ci faccia scontrare. Per favore".
Idaho la guardò, distogliendo l'attenzione dal suo braccio destro per potersi concentrare sulle espressioni facciali della donna. Aveva capito che l'ammonizione iniziale altro non era che una tattica per bloccarli, in realtà c'era eccome da preoccuparsi.
"Cosa succede qui?" Jessie aprì la porta, seguita dal gemello e da Charlotte che teneva un pacchetto in mano, "Vi si sente da fuori. Cosa avete da urlare?"
"Presenze poco gradite" tagliò corto Logan, andando poi a rifugiarsi in una stanza qualsiasi e decretandola sua. I tre osservarono la scena perplessi, notando anche lo strano silenzio di disapprovazione che aleggiava intorno ad Idaho, di cui due presenti conoscevano fin troppo bene la causa.
Solo Charlotte dunque era del tutto estranea alla situazione ignorandone le sorgenti: "È successo... qualcosa?"
"Di sicuro un discorso degenerato dove non sarebbe dovuto andare" replicò Jessie roteando gli occhi, lasciando intendere che quell'episodio non era nuovo, "Sai Charlotte, non a tutti piace sentir parlare dei propri familiari".
"Non era questo il motivo della discussione!" Idaho si girò di scatto guardando i tre ragazzi con uno sguardo rude, per poi rilassarlo in modo dispiaciuto nel notare l'espressione mortificata di Charlotte. L'ultima cosa che voleva, se proprio non si fosse potuta evitare, era quella di mortificarla oppure offenderla senza motivo. Non meritava di essere trattata in quel modo solo perché il suo animo era stato messo in agitazione da dei discorsi che avrebbe preferito evitare, e non voleva certo iniziare una nuova permanenza con un litigio e il malumore.
"Non ti preoccupare, tesoro" Lisette si avvicinò alla ragazza mettendole una mano sulla spalla, "É solo un po' di agitazione generale. Adesso ci calmiamo tutti e vediamo il da farsi. Oh guarda!" si fermò ad osservare il pacchetto che Charlotte ancora teneva in mano: di sicuro dentro doveva contenere qualcosa di molto carino, e facendo un rapido calcolo, un abito nuovo di zecca che l'avrebbe fasciata alla perfezione. A quelle parole, Idaho si raddrizzò come se fosse stato richiamato da qualcosa di interessante, l'idea di vedere la sua Charlotte indossare qualcosa di nuovo che le avrebbe evidenziato ancora di più la sua bellezza innata gli fece dimenticare quasi del tutto la sua rabbia. Le proposte di provarlo subito, sovrastando la voce della donna che ancora la stava rassicurando, e le fece strada fino ad una stanza che sarebbe quindi diventata la sua.
"Non guardo, promesso!" le disse chiudendo la porta, facendo quindi in modo di non appoggiare lo sguardo su di lei.
"Ma non vorrei che..."
"Non ti preoccupare. Forza adesso, devi assolutamente darti una rinfrescata" si sedette sul letto dandole le spalle, e dopo qualche minuto Charlotte si decise a provare il vestito. Per il ragazzo quella era come una boccata d'aria, inconsapevolmente si mise a immaginare che tipo di abito fosse e come le sarebbe stato. Charlotte godeva di una leggiadria e un portamento innato, del tutto innaturale sapendo dove era cresciuta.
In effetti, da qualche giorno aveva iniziato a chiedersi da dove venisse realmente quella ragazza, chi fossero i suoi genitori biologici e se fossero morti a l'avessero abbandonata quando avrebbero dovuto proteggerla; e poi il suo pensiero era ricaduto sul piccolo pezzo di copertina che Colin gli aveva portato, dove era inciso il nome della giovane. Idaho non aveva visto il libro completo, e la piccola targhetta pareva essere scampata ad un incendio; era possibile che fosse un frammento della sua famiglia d'origine?
"Charlotte?" disse senza rendersene conto.
"Dimmi Idaho".
"Quando ti abbiamo incontrata..." lo sguardo cadde nella tasca dove era ancora presente la targhetta, "Avevi un pezzo rigido, di una copertina di un libro, con il tuo nome. Cos'era esattamente?"
Dopo un lasso di tempo piuttosto lungo tra la sua domanda e la risposta della ragazza, tanto che temette di averla messa in difficoltà in qualche modo. Ma dopo un attimo la sentì sospirare: "Il mio nome viene da un libro, e non uno qualsiasi. Quando avevo iniziato a camminare e a parlare, era appena stato pubblicato, lo avevano comprato tutti. Una copia finì al circo di Grave, e una delle acrobate aveva deciso di leggermelo e lasciarmelo perché imparassi a leggere. Ho deciso di chiamarmi come la protagonista, e che il suo compleanno cadesse col mio. Sarebbe stata... una piccola e nuova identità per me".
Sicuramente un modo efficace di darsi un volto e un modo di riconoscersi sapendo quale fosse il suo tenore di vita all'epoca, il suo incredibile modo di autogestione già così piccola pr Idaho fu ammirevole, ancora di più sapendo che in quel postaccio nessuno si era effettivamente preso cura di lei.
Una cosa era certa: Grave non aveva idea di cosa si era fatto scappare. Come non aveva idea della meravigliosa risorsa che aveva nella sua attività. Da un lato, una parte di Idaho avrebbe voluto che lui venisse ad uno dei loro spettacoli, in modo che si rendesse conto della perdita che aveva avuto e si mangiasse le mani per l'invidia. Era un pensiero non molto consono al suo stile normale, ma per quella volta un po' di sana cattiveria se la sarebbe concessa. Avrebbe goduto come l'animale più felice del mondo se lo avesse visto. Gli avrebbe riso in faccia così tanto e così forte da risultare...
"Allora, come mi sta?" la richiesta di Charlotte lo risvegliò da quei pensieri sadici, facendolo girare. Appena i suoi occhi agganciarono la sagoma della giovane, Idaho fu sicuro di aver adottato un'espressione da scemo: il vestito bianco la fascia va in un modo talmente perfetto che i manichini dovevano certamente aver avuto le sue stesse forme e dimensioni; le maniche a metà tra il lungo e il corto, con un leggero rigonfiamento dal gomito in su, completavano in maniera perfetta il busto con il colletto a V, che le contornava il collo e copriva il petto nel modo giusto; la gonna morbida e lunga fino alle caviglie sembravano alzarla di più, e la silhouette spiccava in modo pronunciato e magnifico. Insomma agli occhi del ragazzo dai ricci dorati, quella davanti a lui pareva più la personificazione di un angelo.
"... Idaho...?"
"Qualsiasi cosa mi venisse in mente di dire, non descriverebbe nemmeno lontanamente quello che vedo. Sei... bellissima, davvero!"
Charlotte arrossì, il colorito roseo sulla candida pelle diede il colpo di grazia. Ora Idaho era certo che Grave, se avesse visto la ragazza che aveva mollato con estrema facilità, avrebbe firmato carte false pur di riprendersela. Ma lui non gliel'avrebbe ceduta tanto facilmente.
"A volte penso che tu sia troppo buono nei giudizi".
"Posso assicurarti che il mio non ha nulla a che vedere con il buonismo. Chiunque direbbe la stella cosa vedendoti" le si avvicinò con braccia larghe, mostrandole con estrema sicurezza che le sue parole non erano costruite puramente per fare un piacere a lei, che l'unica cosa discutibile fosse la sua espressione imbambolata. Poteva immaginare che per lei fosse difficile credere con certezza alla veridicità di quei complimenti, ma Idaho ebbe l'abilità di darle un po' di autostima in più.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro