12
Farfalle nello stomaco
Il viaggio era durato un giorno intero, attraversando immensi prati e campi che ospitavano un gran numero di balle di fieno che i contadini avevano finito di mietere. L'aria si era quindi caricata di quell'odore pungente ed elettrizzante dell'erba e del grano secco e caldo per il sole, che solletica le narici stimolando starnuti a chiunque.
Non avevano voluto formarsi nei primi due paesi, e si erano rifiutati di dormire in una tenda in mezzo alle distese verdi, semmai si fosse messo a piovere, ma ne era valsa la pena.
Il paese che avevano raggiunto era più grande di quello precedente, a tratti sembrava una di quelle grandi città che vantava una stazione ferroviaria e un porto dove le navi di ogni genere attaccavano per giorni interi. La prima cosa che balzava agli occhi era un altissimo campanile con delle campane lucide e pronte a suonare con tutta la loro grande voce. Accanto al campanile era situata una chiesetta ben curata, anche se sembrava vantare diversi anni di vita, poteva essere stata costruita anche da qualche secolo. Non aveva un oratorio vicino, ma quello che pareva essere un emporio con le vetrine pulite che metteranno in mostra la merce in vendita.
L'aria che si respirava aveva una nota di salsedine e di frutti di mare, come se volesse per sapere a tutti di possedere una prelibatezza che non potevano ottenere tutti a chilometro zero: il pesce.
"Un gran bel posto, non c'è che dire" disse Logan uscendo dell'auto e chiudendo la portiera appoggiandosi sopra, "Ma qualcosa mi dice che non ammetteranno acrobati e artisti di strada".
Idaho lo affiancò, togliendosi il cilindro e guardando un po' in giro mentre gli toglieva della polvere immaginaria: "Magari l'apparenza inganna".
"Ne dubito: in ogni grande città che percorsi, le persone di buon cuore le conti sulle dita di una mano".
"Logan ha ragione, forse sarebbe meglio cambiare direzione e andarcene subito" convenne fosse sporgendosi ha un finestrino.
Charlotte invece non era della loro stessa opinione. Sì: probabilmente, come aveva detto il grande nonno muscoloso, le persone per bene occupavano una minuscola fetta di popolazione, ma restava comunque il fatto che esistevano e, con un po' di fortuna, avrebbero avuto l'opportunità di conoscerle. Era consapevole del fatto che le loro parole negative erano mossa da una buona dose di esperienza, ma lei aveva avuto invece la prova che, seppur pochissime, le persone di buon cuore li avrebbero trovati lungo il cammino. Proprio come avevano fatto loro.
E poi il posto non era affatto brutto: nonostante fosse una grande città, le case possedevano tantissimi colori, i profumi che emanavano negozi e ristoranti avvolgevano tutta l'area e il cielo azzurro offriva il tocco finale. Le pareva di avere davanti un quadro o un disegno ad olio ben curato, composto da un famoso pittore ricercato al quale avrebbero fatto la file per comprare il suo ultimo capolavoro.
"Tu cosa dici, Usignolo?" la voce di Idaho la risvegliò dai suoi pensieri.
"Io penso che un tentativo potremmo anche farlo. Anche solo per un giorno. Abbiamo viaggiato tanto e non penso riusciremmo a reggere ancora tutto questo tempo in strada".
"Sono d'accordo con lei, io!" mormorò Colin sporgendosi dal finestrino, "Ho anche forme, possiamo cercare qualcosa da mangiare?"
Idaho e Logan si lanciarono un'occhiata, poi il biondo spostò lo sguardo verso la ragazza per renderla partecipe della decisione. Un giretto in effetti non avrebbe fatto male, ormai erano li e poterono anche permettersi di fare i turisti, per la gioia dell'uomo muscoloso. A Logan soprattutto, per qualche motivo ancora ignoto a Charlotte, le grandi città non erano mai andate a genio: le aveva sempre descritte con disprezzo e fastidio senza risparmiare in insulti e pessime considerazioni. Non era chiaro se ci fosse dato da qualche evento passato e se fossero state solo considerazioni personali, ma non aveva mai cambiato versione. E nessuno si era sentito in dovere di fargli cambiare idea.
Logan infatti tirò uno sbuffo silenzioso, cercando di contenere l'irritazione anche mosso dalla volonterosa bambino di volersi riempire lo stomaco: "Va bene... ma al primo rifiuto, c'è ne andiamo subito".
"Tranquillo Logan, lo sai che se non ci troviamo bene collettivamente siamo i primi a sloggiare".
Charlotte si soffermati per un attimo sugli occhi irritati del grande uomo muscoloso, per certi versi non poteva fare ameno di comprenderlo appieno. Se le avessero proposto di addentrarsi dentro un parco o un circo colmo di gabbie e persone sgradevoli che non facevano altro che ridere, probabilmente avrebbe avuto la stessa reazione. Idaho dovette accorgersi dei suoi pensieri anche se non era in grado di leggerli, le diede una lenta e dolce carezza sulla guancia, come a lasciarle intendere che, per quanto carino fosse il suo interesse, non doveva preoccuparsi. Alla fine erano scene, Logan era un uomo adulto e aveva imparato a suo tempo a ingoiare i rospi amari, il resto era solo frutto del suo carattere deciso.
"Vieni con noi Charlotte!" la chiamò Jessie, scendendo dall'auto dove era seduta con Jake, che la seguì. "Andiamo a cercare un panificio o un piccolo negozio dove prendere da mangiare".
"Non sarebbe meglio aspettare che tutti ci sistemiamo? Potremmo perderci..." il dubbio era lecito, e nessuno all'inizio ebbe da obiettare. Nessuno, soprattutto la ragazza, aveva avuto dimestichezza con le grandi città, almeno per quello che potevano sapere. Ciò nonostante, non volevano perdere troppo tempo nella ricerca di una pensione e di un posto per mangiare tutti insieme, e bastò uno sguardo con il capo dai ricci dorati per estinguere il problema sul nascere.
"Non ti preoccupare Usignolo. Non penso servirà andare molto lontano. E poi è meglio dividerci i compiti per ottimizzare i tempi".
I due gemelli non presero ulteriori minuti: presero per mano Charlotte e si incamminarsi sul marciapiede, seguendo la prima direzione che ebbero davanti.
I palazzoni e le ville curate che circondavano la strada da entrambi i lati avevano delle trame e delle dimensioni talmente possenti e variopinte che i tre ragazzi per un istante furono in mezzo tra l'essere affascinati e inquieti allo stesso tempo. Parevano possedere ombre in grado di inglobare chiunque si fosse addentrato troppo vicino alla loro struttura, disposti in un ordine talmente minuzioso da risultare soffocante. Il campanile dominava l'intera città, si poteva vedere da qualsiasi punto del luogo per quanto era alto e sgargiante, con i colori del rosso accesi e freschi di manutenzione. Chissà come avevano fatto ad arrivare fin sulla cima, una scala non sarebbe stata sufficiente e difficilmente più scale attaccate avrebbero mantenuto in equilibrio delle persone.
Le vetrine dei negozi erano davvero ampie, ma sporche di tutte le scritte adesive o dipinte sopra per identificare il nome, la merce e le varie offerte; in alcune si faticava anche a capire cosa vedessero, essendo che il nome del negozio lasciava intendere una cosa ma i prodotti esposti ne mostravano altro, e di sicuro e doveva esser capitato di confondere i punti vendita. Jessie comunque adocchiò un vestito non troppo elaborato ma dal tessuto curato e ben cucito: una tinta unita sul rosa antico con attaccate alle estremità delle maniche, non molto lunghe, una sottile fila di pizzo bianco. Aveva tanti bottoni, ma pareva adattarsi bene ai diversi picchi di temperatura.
"Che guardi, sorella?" chiese Jake avvicinandosi.
Jessie gli indicò il manichino: "Guarda quest'abito modesto. Effettivamente avremmo bisogno di una rinfrescata al guardaroba".
"Dici? A me non sembra il caso. Abbiamo ancora degli ottimi vestiti addosso, e non sono ancora troppo sporchi".
"Come no... hai il pantalone stracolmo di toppe e cuciture per colpa degli innumerevoli buchi che ti sei procurato. Ne hai bisogno sì, caro!" rispose piccata la gemella, confermando ancora una volta i pessimi gusti del fratello in fatto di look e presentazione estetica. Poi i suoi occhi si soffermarono su un altro abito, bianco di seta leggera con delle maniche morbide che avvolgevano delicatamente le braccia di legno del manichino: "Guarda Charlotte: questo ti starebbe benissimo".
Quello stesso vestito lo aveva individuato anche lei, effettivamente aveva una bella forma e Charlotte si era resa conto in quel momento di non essere molto provvista di scelte di vestiario, non arrivando da un luogo consono a lei o al bel vestire. Non voleva però spendere soldi inutilmente per sfizi e capricci, avendo già una somma di denaro ridotta per quello che richiedeva un tenore di vita medio.
"Le sta molto bene anche quello che ha addosso ora, Jessie. Lasciamo perdere la moda..."
"Per quel che ti riguarda, Jake, a Charlotte starebbe bene anche un sacco di iuta! Non ne capisci proprio niente".
"Calmi, ragazzi" rise la ragazza piazzandosi in mezzo, ritenendo sempre divertente il modo con cui i due gemelli erano in grado di bisticciare, "Jake in ogni caso ha ragione: non dovremmo perdere tempo in vizi vari..."
"Charlotte, andiamo! Non succede niente se per una volta ti prendi un vizio! Non credi di esserti tenuta indietro abbastanza tempo?"
Jessie pareva tenerci più di lei, ma non aveva torto: era vero che in diciotto anni della sua vita, non aveva mai avuto l'opportunità di permettersi qualche desiderio, anche molto piccolo e non molto dispendioso; nessuno le aveva mai fatto dei regali, né si era preoccupato dei suoi bisogni. Ma non per questo era autorizzata a sperperare i soldi che si erano tutti faticosamente guadagnati. Non voleva provocare un simile torto ad Idaho che l'aveva accolta un amore e effetto, decretandola subito parte della famiglia.
Per questo non avrebbe ceduto al suo desiderio, lo avrebbe eclissato e trattenuto fino a che non si sarebbe presentata l'occasione effettiva.
"Fammi capire, rinunceresti a farti una vita solo per non fare un torto a noi? Sono la prima a dirti di prendertelo".
"Ma..."
"Niente ma. Vieni, entriamo, piuttosto lo prendo solo a te, io in fondo ho ancora qualcosa di utile".
Jessie non aspettò una ribattuto, prese per mano la ragazza e la trascinò dentro di prepotenza. Il negozio dentro pareva anche più grande, ma poco rifornito, colmo di angoli vuoti o dove erano stati nascosti degli scatoloni. Alcuni manichini erano troppo vicini, accanto ad una porta che doveva nascondere il laboratorio della sarta.
"Buongiorno cari" li salutò una commessa dietro al bancone, con un sorriso, "Cosa posso fare per voi?"
"Abbiamo visto un abito bianco alla vetrina, vorremo sapere se possiamo acquistarlo".
"L'abito esposto è un campione, è appena stato cucito; ma per vostra fortuna ho preparato diverse taglie. Venite".
Il negozio si aprì in un atrio molto più rifornito dell'entrata: intere file ordinatamente disposte di vestiti decoravano lo spazio come un labirinto, da cui però non sarebbe stato difficile trovare l'uscita. Ogni abito possedeva sotto stelle scarpe abbinate, due o tre paia a seconda dei colori che dominavano; un accessorio presente sugli appendini decorava i vestiti, per dare un tocco elegante.
La commessa si fermò davanti ad una fila piena di abiti tutti uguali, con la sola differenza delle dimensioni per adattarle alle diverse taglie.
"Allora cara, prima di tutto dobbiamo capire quale ti sta meglio. Ti misuro velocemente".
"Come mai?" chiese Jake sbadigliando.
"Essendo un esperimento, voglio assicurarmi di non dover apportare troppe modifiche già alla prima vendita. Poi qualcosa da sistemare si presenta sempre" quella donna aveva un tono molto calmo e rassicurante, dolce e gentile al punto che Charlotte non trovò nulla di male, non provò alcun fastidio. La vide tirare fuori dalla tasca del grembiule un centimetro, srotolandolo delicatamente, e lo pose intorno alla vita della ragazza, per poi passare all'altezza. Ebbe una tale cura che la giovane, in quel frangente, si sentì più curata di una dama. Le mani della donna le passavano delicatamente lungo i fianchi per plasmare nella mente la forma adatta.
"Sei fortunata cara" disse infine, "Ho esattamente il modello che fa per te".
E mentre i tre ragazzi erano impegnati a dilettarsi tra le strade, Lisette aveva deciso di svagare suo figlio facendogli fare quattro passi. Aveva aspettato che Idaho e Logan lasciassero le auto parcheggiate, per seguirli alla ricerca di una pensione mentre Colin saltellava da una pozzanghera all'altra del viale contornato di alberi.
Quella città non la trovava affatto male, a differenza del grande uomo; le piaceva la musica che sentiva di sottofondo, opera di sicuro di un artista di strada.
Quella bella sensazione, però, venne inaspettatamente interrotta da una voce che portò al suo stomaco uno strano vortice: "Lisette, chi si rivede!"
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