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Capitolo 2 - Seconda Parte

Cora bussò alla porta della stanza e aspettò parecchi minuti prima che Aran l'aprisse.

«Entrate e non fate rumore, ho mal di testa» mormorò. Era ancora in pigiama e con i capelli scombinati.

Come sempre, Cora rimase abbagliato dalla quantità di vestiti che ospitava l'armadio aperto. Sopra le mensole erano ordinati oggetti e strumentazioni provenienti direttamente dalla capitale. Sulla scrivania, accanto ai libri di scuola, c'era la riproduzione di una vaasp autografata da Rumat Sandàl, un vecchio campione del Gran Premio di Edel. L'oggetto più prestigioso, però, era la spada hozmana riportata dal signor Allet al termine di un viaggio nella città Imperiale di Aletar.

Fez le si avvicinò e l'afferrò: la Seorite incastonata sull'elsa era svuotata dal suo fluido e la superficie porosa graffiava la pelle. Il filo della lama, ormai usurato, la rendeva un'arma inutile. Ma agli occhi di Cora era qualcosa di unico: l'arma simbolo dell'unica nazione del continente che si opponeva alla forza kharzaniana.

«Fez, maledizione! Stai fermo e non toccarla!» tuonò Aran. «Ti ho detto mille volte che se la rompi ti appendo a testa in giù dalla torre dell'orologio.» Gliela strappò dalle mani e la rimise con cura al suo posto.

«Ma che modi!» sbottò lui, facendosi da parte.

Aran gli rispose con un'occhiataccia e subito dopo si rivolse a Cora. «Devo confessarti che mi hai fatto prendere un colpo, ma quando ho avuto la certezza che ti saresti ripreso, ho portato avanti lo scambio.»

Cora annuì. «Hai fatto la cosa giusta.» Giocherellava distrattamente con il sestante in ottone appeso al muro.

Aran prese da sotto il letto un sacco di stoffa dalle rozze cuciture, legato con una corda sfilacciata. Lo aprì tirandone un lembo e lo svuotò sulla coperta: una vera e propria cascata di monete d'oro riempì le lenzuola.

«Ma-Mamma mia!» ciancicò Fez con le mani tra i capelli.

Cora trattenne il respiro, non aveva mai visto in tutta la sua vita una somma del genere. Indietreggiò quasi a sbattere contro la scrivania.

Aran si sedette accanto al piccolo tesoro scintillante, incrociò le gambe e giunse le mani in atteggiamento pacato. «Dato che Cora si è già ripreso, partiremo domani. Stasera andrò a parlare con i mercanti che stanno organizzando la carovana. Impiegheremo tre, quattro giorni al massimo per arrivare a Clodia. Il contatto attenderà il nostro arrivo direttamente in stazione.» Sospirò soddisfatto. «La storia è semplice: prendiamo i biglietti per la gara, paghiamo il dovuto e infine saliamo sul treno per Edel.» Aran schioccò le dita davanti al volto ancora inebetito di Fez.

«È sicuro trasportare tutto quest'oro?» domandò Cora perplesso. Fez intanto prese a tastare le monete una per una.

«L'Ordine dei Cavalieri di Lamia è a protezione della carovana. Per il resto, chi potrebbe mai pensare che abbiamo tutte queste monete?» spiegò Aran. «Ricordate bene, domani mattina all'alba, alla porta ovest. Non fate tardi» disse asciutto. «Adesso però toglietevi dai piedi, che ho ancora molte cose da sistemare.» Infine, guardò entrambi.

«Come la mettiamo con Elidana? Ti rendi conto che potrebbe dirlo a qualcuno da un momento all'altro?» fece Cora.

«Sono convinto che saprà tenere la bocca chiusa. Non è una stupida e nemmeno una traditrice. Le ho promesso che al nostro ritorno parlerò con mio padre riguardo al Grande Jalme» rispose Aran. Poi gli fece nuovamente cenno di uscire.

Cora e Fez varcarono la soglia della casa felici e soddisfatti.

«Ancora non ci credo,» sussurrò Fez mentre superavano la gabbia del custode, «vedremo una vera gara di vaasp!»

«Mhmm... sembra quasi che il tuo terrore dei kharzaniani sia svanito nel nulla» disse Cora. «O forse sono state le monete d'oro a darti una svegliata?»

Per la prima volta da quando lo avevano reso partecipe del viaggio, Fez sorrise e lui gli diede un'affettuosa pacca sulla spalla. Cora era un fremito, combattuto tra ansia e felicità. Anche stavolta, avrebbe voluto dire la verità a Fez, spiegargli per bene come stavano le cose e mostrargli la medaglietta, ma qualcosa lo trattenne. E mentre l'amico gli raccontava di come funzionavano i sistemi Cec delle vaasp in gara, lui, seppur fissandolo, non lo ascoltava neppure: pensava a quanto fosse strano aver timore della nazione kharzaniana ed esaltarsi allo stesso tempo per qualcosa come il Gran Premio da loro ospitato.

Alla sera, dopo una cena silenziosa sotto gli sguardi preoccupati della signora Flint, qualcuno bussò alla porta della stanza di Cora.

«Avanti» disse, ancora intento a sistemare la sacca da viaggio. Elidana entrò e la prima cosa che fece fu quella di aiutarlo con una camicia che proprio non voleva farsi piegare. «Sei stato zitto tutto il tempo. Avresti potuto informarci che partirai domani all'alba. Io l'ho scoperto solo grazie a Marmorel.» Lei si mise a braccia conserte.

«E passare la sera prima del viaggio ad ascoltare le mille raccomandazioni della signora Flint?» borbottò Cora senza alzare lo sguardo dai calzini.

«Si preoccupa per te! Non lo capisci? È chiaro come il sole. Io lo so che sei stupido, ma lei ha sempre guardato oltre le tue malefatte. Ti tratta come un figlio e fai solo lo sbruffone. Non sarà tua madre, ma è la cosa più vicina a un genitore che potrai avere nella tua vita!» La voce sincera lo colpì al cuore.

Lui si voltò con la fronte corrucciata. «Magari esagero un po'» ammise.

«Vedo che allora questa testolina non è proprio vuota!» esclamò lei. Ritornò sui vestiti e l'aiutò a preparare il resto degli abiti. «Va bene» disse lei dopo una lunga pausa, «diamo per buone le vostre intenzioni, diamo per buono anche che avete rubato la collana della madre di Aran e l'avete rivenduta. Che non stiamo dicendo a nessuno del Grande Jalme, almeno fino al vostro ritorno, ma quantomeno avete pensato che il Kharzan non è un posto tranquillo? O solo perché andate a vedere quattro stupidi piloti che corrono in cerchio bisogna scordarsi quello che scrivono sui giornali?»

«Vogliamo solo divertirci. Nient'altro.»

«Io verrò con voi» disse Elidana all'improvviso. «Ho parlato con la signora Flint e sembra d'accordo.»

Cora rimase impassibile. Smorzò un sorriso: non l'avrebbe mai ammesso, ma era contento di come si era evoluta la faccenda. «Dove sono finiti tutti i tuoi valori? Il tuo "non partecipo alle vostre attività illegali e bla bla bla..."»

«Per prima cosa,» esordì lei, «qualcuno dovrà pur tenervi d'occhio. Siete pericolosi» continuò seria. «E voglio ricordarti che noi due abbiamo un patto e tre mesi sono tanti.»

Cora fece scivolare entrambe le mani sul volto. «Non abbiamo più nove anni!»

«Non mi importa, o la buona notte o il sassolino!»

Cora s'irriggidì. Tastò i pantaloni e alzò lo sguardo come se si fosse dimenticato qualcosa. Gli occhi spalancati.

«Non ne hai addosso» aggiunse Elidana, avvicinandosi.

Lui serrò le labbra e scosse lentamente il capo, mentre la giovane si alzava sulla punta dei piedi per baciarlo in fronte. «Buona notte, Cora» gli disse subito dopo con una nota di soddisfazione. Ma restò lì, ad attendere con il sopracciglio inarcato.

Il ragazzo sbuffò a disagio. Erano mesi che non veniva costretto a ripetere "quella cosa". Dopo una lunga pausa, sforzò un lieve inchino. «Buona notte a te, Elidana, che sogni gioiosi ti accompagnino fino all'alba» recitò con imbarazzo.

Elidana annuì felice e afferrò la maniglia della porta.

«Comunque... per il viaggio, ci sono alcune rego-» Cora non riuscì a finire la frase che lei gli chiuse la porta in faccia.

Finì di preparare tutto il necessario e si distese sul letto. Il metallo lucidato della placca militare rifletteva la luce delle candele. Cora pensò a come vivessero i kharzaniani nella loro terra, pensò a cosa avesse spinto un uomo di cui non conosceva nulla ad arruolarsi nel più imponente esercito del continente. Era curioso di sapere se Ethan gli assomigliasse, chi fosse o se magari avessero interessi in comune. Era sicuro che sarebbe stato difficile riuscire a risalire a lui dalle poche informazioni in suo possesso. Ma pensò anche che provare non gli sarebbe costato nulla.

Poco prima dell'alba, Cora era seduto sulla staccionata con una sacca sulle spalle ed evitava lo sguardo della signora Flint sull'uscio.

«Spero che quest'estate gli porti un po' di maturità» disse la donna ad alta voce quando sopraggiunse Elidana con la valigia rattoppata in mano. La donna l'abbracciò con affetto e le sistemò i capelli. «Ragazzi miei, fate buon viaggio e, soprattutto, siate responsabili.»

«Lo prometto» disse Elidana. L'abbracciò con trasporto e subito dopo si allontanò a passo lento per raggiungere Cora.

«Lavorate con dedizione e scrivetemi appena possibile» gridò l'anziana tutrice prima di perderli di vista.

Lungo il tragitto, Cora ed Elidana parlarono del viaggio che li attendeva. Lei sembrava aver preso in considerazione l'idea di divertirsi e tanto bastò a Cora per esserne felice.

All'entrata ovest di Lud, notarono la carovana nominata da Aran e una decina di cavalieri pronti per la partenza. Fez e Marmorel erano già sul posto e quest'ultima non appena vide Elidana le corse incontro, lasciando Fez da solo a tenere in piedi la sua valigia, grande il doppio di quella degli altri.

«Uhm, Marmorel, ti sei portata dietro l'intera casa?» domandò Cora.

«Non fare lo stupido, solo il minimo indispensabile per un viaggio comodo» rispose lei, «e poi, voglio disegnare qualcosa nel tempo libero.» Prese le mani dell'amica. «Sono felicissima che ci sia anche tu!» esclamò.

Fez stava già caricando le valigie sul carro tra dei sacchi di carne essiccata e due grosse pile di tessuti.

Marmorel mostrò a Elidana gli altri mezzi di trasporto. «Dobbiamo viaggiare in queste condizioni? Increscioso! C'è una puzza nauseabonda, sembra la stalla di un pastore» disse con una smorfia.

«Possiamo partire? Le guardie hanno avvisato che siamo già in ritardo» spiegò il mercante davanti ai cavalli da traino. Cora e Fez si avvicinarono. «Manca un nostro amico, è lui che ha le monete per il viaggio.»

«Il figlio degli Allet mi ha già pagato più del dovuto per assicurarsi di viaggiare comodamente, vedrò di perdere un po' di tempo.»

Marmorel allargò le narici e arricciò il labbro. «Se questo è viaggiare comodo!» borbottò.

Aran sbucò dalla strada principale con il sacco pieno di monete sulla spalla e una borsa molto più piccola nell'altra mano. Senza la divisa scolastica, mostrava qualche anno in più, cosa che Marmorel parve gradire, visto il sorrisetto che aveva in faccia.

Una volta che furono pronti, Aran diede un colpo sul legno e si mostrò al mercante. «Possiamo andare» urlò. Sorrise a Elidana e le strizzò l'occhio. «Lo sapevo che non ci avresti abbandonato!»

«Finalmente si parte» disse Cora, oscillando per i primi scossoni del viaggio.

Il sole che sorgeva scoprì l'orologio di Lud dalla penombra del mattino. Cora vide la città allontanarsi e respirò l'aria della sua terra. Pian piano, l'anello delle mura divenne più piccolo e mentre la luce del giorno lo investiva, sentiva già un po' di malinconia. Il ragazzo non aveva mai lasciato casa sua per così tanto tempo.

«Sto arrivando» mormorò. Si voltò per osservare gli sguardi felici dei giovani compagni di viaggio, intenti a chiacchierare tra loro.

Il cielo aveva le sfumature del rosso, del giallo e dell'azzurro; un'armonia di colori dove le mandrie di nuvole pascolavano disordinate. La carovana intraprese il cammino barcollando sul sentiero, mentre una foglia di quercia color sangue, spinta dal vento, si adagiò ai lati della strada.

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