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Fine del divertimento

Jun iniziò a seguire il discorso della prof, che non faceva altro che annoiarla. Ritornò a guardare fuori, da quella finestra. Osservò la gocce schiantarsi a terra, producendo un suono melodico e quasi ipnotizzante, quando venne interrotta dal suo compagno di banco Steve, che era anche il suo migliore amico. Jun, con disinteresse, continuò ad ascoltare la sua cantilena, finché non si addormentò in classe per la noia. Venne disturbata dal grido della prof.

"Jun! Sei un disastro! Ti avevo avvertita piccola insolente! Non è la prima volta che accade! Vai immediatamente in presidenza!"

Jun aprì gli occhi di scatto, spaventata. Si trovò per un istante disorientata, poi, vedendo la professoressa indicare la porta, intuì dove la stesse spedendo. Si alzò dal banco svogliatamente e si diresse verso la presidenza.

Quando aprì la porta, lo sguardo severo della preside si pose su di lei.

"Cos'ha combinato, signorina Whave?"

"Mi sono addormentata in classe" rispose Jun guardandosi le scarpe.

"Perché? Per caso non dormi abbastanza la notte? " chiese la preside con tono seccato.

"N-No!" disse Jun "Piuttosto assumete delle persone colte che, anziché ripetere le stesse cose ogni anno, abbiano un po' di cultura e non annoino gli studenti!"

Era meravigliata di sé stessa, quelle parole uscite così, da sole. Cosa le era preso?

L'avrebbe pagata cara, lo sapeva bene. Quella scuola privata era una delle più rigide, con regole e punizioni severissime. Inoltre non osò pensare alla delusione che avrebbe dato in famiglia, alla sua povera mamma. Jun fissò lo sguardo della preside, che era scioccata e al tempo stesso irritata. Ella, senza pensarci due volte, chiamò i suoi genitori, che furono costretti a rimproverarla in modo serio, vietandole l'uso del cellulare e del computer e addirittura picchiandola. Anche loro erano molto severi e ricorrevano a qualunque mezzo per farsi ubbidire e per mantenere in riga la figlia.

Jun sconsolata e afflitta, non avendo altro da fare si mise alla scrivania di camera sua e cercò di studiare, ma le lacrime macchiarono i suoi libri. Lasciò perdere quell'impresa impossibile. Si stese sul suo letto. Si addormentò singhiozzando. Aveva sempre studiato, era una buona studente, l'unica sua pecca era il fatto di addormentarsi spesso, ovunque e in qualsiasi circostanza.

Si svegliò che erano le quattro di mattina. Cercò di fare al meglio i suoi compiti, poi si affrettò e arrivò a scuola. Per la fretta, la divisa della scuola era messa a rovescio, i capelli in disordine e le scarpe slacciate. Sentì la flebile risatina da parte dei compagni, dopo esser stata ripresa dall'insegnante un'ennesima volta.

Sembrava quasi che tutte le disgrazie al mondo le stessero infierendo in quei pochi giorni.

Inoltre, avendo fatto i compiti un po' a casaccio, le venne assegnato un brutto voto. Insultò mentalmente la professoressa, la stessa che l'aveva ripresa il giorno precedente, come fa la maggior parte degli studenti.

"Hey Jun"

La ragazza girò il suo viso stanco verso quello raggiante di Steve. Non lo conosceva da molto, solo da due mesi, da quando era iniziata la scuola. Era nuova lei in quella classe e lui era stato il primo ad averla accolta.

"Che dici se più tardi facciamo un giretto assieme, che so, magari al parco. Non ti vedo molto a posto in questi giorni... forse hai bisogno di un po' d'aria"

"Mhm... forse hai ragione..."

"Dai, magari invito anche dei miei amici, vorrei farteli conoscere!"

"Ok... mi piacereb-

"Ok ora basta" interruppe la donna seduta in cattedra "Non ne posso più. Jun, chiederò la tua sospensione.

Jun rimase a bocca aperta. Non aveva fatto granché, solo scambiato due parole col compagno. Sapeva bene che quell'insegnante non l'aveva mai presa in simpatia, e infatti la sgridava per ogni piccola finezza, ma non avrebbe mai pensato che sarebbe arrivata a tanto.

Fu sospesa

Quel giorno Jun era molto triste, la delusione che aveva dato ai suoi genitori era immensa, non riusciva a perdonarselo, anche se in fondo non aveva combinato disastri e non meritava di essere punita così duramente.

Ma lei era contenta di una cosa: di avere un amico come Steve, leale e simpatico. Camminavano per il parco, quando Steve la portò in un vicolo buio. Lei non era ancora molto esperta della città, quindi si fidò ciecamente di lui. Era oscuro, ma Jun non aveva la più pallida idea che negli angoli infidi e oscuri del vicolo si nascondessero altri tre ragazzi. James, Waiat e Micheal erano lì, che la osservavano maliziosamente, mentre la rinchiudevano in quel vicolo. Si avvicinarono a lei, fin troppo, e iniziarono a divertirsi e usarla come giocattolo.

Violarono la sua intimità, lei si sentiva in trappola, cercava di fuggire e di lottare invano.

Gli amici di cui si era fidata tanto.

Essere pugnalata alle spalle da loro la feriva nel profondo. E poi perchè? Perchè le stavano facendo questo? Si stavano approfittando di quel periodo di debolezza che stava affrontando? Beh molto probabile.

Lei non voleva sembrare debole. Lei non voleva essere debole.

Approfittarono di lei e le fecero anche delle foto, che molto probabilmente, nel giro di poche ore, avrebbero fatto il giro dei social e sarebbero passate sotto lo sguardo di moltissima gente. Lasciarono Jun in quel vicolo. Sola. Distesa a terra, ansimante.

-Io non sono debole- disse a sè stessa -Ve lo dimostrerò, bastardi...

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Arrivò davanti a quel rozzo edificio grigio, che a primo impatto sembrava un ospedale. Aspettò tutto il tempo fuori da scuola. Voleva rivedere con i suoi occhi i suoi terribili maniaci. Si sedette su un marciapiede. Osservava tutte quelle ragazze che uscivano a lezioni finite e che la guardavano per poi farsi una risatina. Odiava i pettegolezzi e i gossip, odiava sentirsi gli occhi addosso e odiava con il suo cuore che qualcuno le ridesse alle spalle. Sapeva bene delle foto, le aveva viste. Era stato frustante vederle.

Pian piano uscirono sempre più studenti dall'edificio, coi loro zaini carichi di libri e compiti assegnati per casa.

Vide Steve e Waiat che parlavano e ridevano fra di loro. Loro si voltarono per qualche attimo, notandola, e le fecero l'occhiolino. Sembravano soddisfatti nell'aver distrutto la vita sociale di una adolescente. Jun li osservava in malo modo, sussurrava bestemmie.

Intanto una ragazza le passò vicino e disse a bassa voce 'puttana'. Jun a quelle parole reagì, detestava essere definita una sgualdrina. Afferrò la ragazza per il collo e la sbattè al muro.

"Cosa hai detto? Non ho sentito bene... ripeti" disse Jun con un ghigno tinto sul volto. La ragazza tentava in tutti i modi di sfuggire alla mano assassina di Jun che le stringeva il collo, soffocandola.

Gabriel, un compagno di classe di Jun, le prese il braccio e con forza glielo respinse, liberando l'altra ragazza. Uno sguardo assassino era apparso sul volto di Jun. Era come indemoniata. Una folla di curiosi si era riunita intorno a loro. Lei trovò il modo di uscire da quel cerchio, spingendo con forza, e si diresse verso Steve, che intanto camminava per la sua strada ignorando il tutto

"Ehi! Dove vuoi andare?" Corse verso di lui, gli afferrò con forza la spalla e gliela tirò, in modo da farlo girare verso di lei.

"Ascolta, mi hai distrutto la vita! Ti rendi conto!? Sai come ci si sente? Credo proprio di no! Beh, te lo farò capire, ipocrita!" Concluse Jun voltandogli le spalle, mentre lui la osservava andarsene, un po' intimorito dalle sue minacce, dato che conosceva abbastanza quella ragazza da sapere che avrebbe passato dei guai.

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Steve trovò molte scuse per non andare a scuola, o meglio, per non incontrare Jun. Lei era sempre lì, ogni giorno, seduta su quel marciapiede, ad aspettarlo.

Passò un mese, e Jun potè finalmente essere riammessa alle lezioni. Entrò, si sedette al suo posto e cercò di seguire le lezioni, fin quando Sally e Robby disegnarono Jun in una posizione provocante, con una scritta, 'troia'.

Jun prese quel foglio fra le mani. Era veramente arrabbiata, se avesse potuto avrebbe ammazzato uno per uno i suoi compagni. Evidentemente nessuno sapeva veramente com'erano andati i fatti e tutti credevano che lei si fosse fatta pagare per farsi fare tutte quelle foto. Fulminò con lo sguardo i suoi compagni.

Alla fine delle lezioni si rinchiuse in bagno e iniziò a piangere, in modo silenzioso. Era molto adirata, certo, ma comunque era difficile trattenere tutto quel vagone al petto, non potendone parlare con nessuno a causa dei pregiudizi ormai radicati.

Rimase al bagno per un bel pezzo, quando la campanella rimbombò nelle sue orecchie, avvertendola del suo ritardo alla lezione successiva. Che purtroppo era con la professoressa che l'aveva sospesa.

Jun senza dire una sola parola si sedette alla sedia e abbassò lo sguardo, per non mostrare i suoi occhi rossi.

Rabbia odio e vergogna, ecco ciò che provava Jun, un allieva che era sempre stata brillante e disciplinata.

"Jun!!! Quanto tempo sei stata in bagno!? Vedi di darti una regolata, non ti è bastata la sospensione?"

Era semplicemente stata un po' a lungo in bagno, perché avrebbero dovuto punirla nuovamente? Cominciava a pensare che persino i professori iniziassero a vederla sotto una cattiva luce. Era incredibile come il tutto stesse degenerando nell'arco di pochissimo tempo.

Era piena di collera. Voleva sfogarsi, ma non sapeva come fare.

"Jun! Rispondimi quando ti parlo! Innanzitutto sei molto deludente, apparivi anche come una buona ragazza, finché non ho visto 'certe' foto. I tuoi genitori non ti hanno educato? Stai infangando il buon nome di questa scuola!"

Jun alzò la testa di scatto al sentire quelle parole. A quanto pare anche i docenti erano venuti a conoscenza dell'accaduto e a quanto pare nemmeno loro avevano capito che era stata violentata e non era stata lei a vendere il suo corpo.

Si alzò in piedi e si diresse verso la professoressa con aria minacciosa. Quella donna le aveva fatto saltare i nervi, non si preoccupava minimamente.

Finché sono degli stupidi ragazzini a insultarti... beh, è solo per pettegolezzo. Ma venire insulti da un adulto era tutta un altra cosa. Fa il tutto molto più serio.

L'insegnante rimase sorpresa dall'azione che stava compiendosi, non era mai capitato in tutti i suoi anni di carriera. Non sapendo come agire cercó di mantenere una postura rispettabile e puntando il suo sguardo sulla studentessa, uno sguardo serpentino, che rimproverava la scompostezza e l'intollerabile maleducazione della ragazza.

Jun giunse alla cattedra, e la sua apparente calma venne distrutta. Sbattè con forza la mano sulla superficie legnosa.

"Mi stia a sentire: sono semplicemente andata al bagno, non credo sia vietato alla legge. Lei è una vera despota se si arrabbia per i bisogni personali di uno studente. Beh, non credo le importi dei bisogni degli altri, se nemmeno cura i suoi... la forfora e i vestiti di merda le li vendono assieme? Però sappia... Io non giudico una persona solo dall'apparenza di norma... ma peró a quanto pare gli altri si... se io sono una prostituta, voi cosa diavolo siete? Lei di certo non un essere rispettabile, strega rimbecillita!

Jun si girò e ritornò al suo posto, con passo molto deciso. La professoressa non osò chiamarla, la osservava in modo orribile e serio.

La campanella di fine lezioni la salvò letteralmente da una fine poco gradevole. Jun si diresse al suo armadietto dove c'erano anche le sue due migliori amiche, Cloe e Christie.

Era sicura che ormai anche loro sapessero dell'accaduto e perciò sperò di trovare un po' di conforto in loro

Appena la videro rimasero sorprese, era diversa, qualcosa era cambiato in lei.

"Che vuoi?" Chiese Cloe in modo freddo e distaccato, come se non conoscesse affatto Jun.

Jun sgranò per pochissimi istanti lo sguardo.

"Ehm... è qui di solito che ci ritroviamo nel cambio d'ora"

Christie guardò verso il soffitto "Già, hai ragio-"

Cloe, che si trovava dietro, spinse leggermente Christie di lato, facendosi spazio, e interruppe il suo discorso.

"Il fatto è che che eravamo sicure tu fossi una brava ragazza! La gente qua sa benissimo che ci frequentiamo spesso noi tre... se ora viene fuori questa...'cosa', tu sai bene cosa, beh..."

"La tua reputazione ricade su di noi" concluse Christie.

Jun timase bloccata ad osservarle per un tempo che sembrò infinito.

"Mi state dicendo che credete a quegli stupidi pettegolezzi!? Ma non avete mai sentito che bisogna sempre ascoltare le due versioni di un fatto, no? Forse io vi avrò delusa, non so, ma anche voi non siete da meno, essendo mie 'amiche'"

Detto questo si voltò di scatto, sbattendo l'anta del suo armadietto, producendo un forte fragore.

"Ma sentile, quelle insolenti, voltano le spalle persino a persone che le sono state affianco da una vita intera! E per cosa? Per una cosa non vera!! Io non sono una sgualdrina!!" Cominciò a sussurrare a sè stessa.

"Io pensavo di potermi fidare di voi! Di tutti! Persino di Steve! Credevo fosse il mio migliore amico! Voi, gente falsa! dovete morire!" il tono della sua voce si stava gradualmente sollevando "DOVETE MORIRE TUTTI!"

Il corridoio si fece in un istante silenzioso, tutti si erano fermati e voltati ad osservarla. Non si era resa conto di aver urlato quella frase.

La gente iniziò a bisbigliare, a commentare, a giudicare. Jun sentiva quei bisbigli perforarle le orecchie. Porto le mani al capo e corse via, verso l'uscita della scuola, facendosi strada a spallate fra la folla che continuava a puntare i suoi occhi su di lei.

Corse verso casa, nonostante la scuola non fosse terminata. A casa trovo sua madre, che stupita si precipitò da lei. Vedendola quasi in lacrime tentò di confortarla.

Jun la guardò, pensò a tutte quelle volte che lei non c'era stata, non l'aveva aiutata. Non le aveva raccontato nulla proprio per questo. Non si fidava totalmente di lei.

Era come se, tutto d'un tratto, lei non facesse più parte di quel mondo

Si divincolò da quella presa affettuosa e corse in camera sua, si gettò sul letto e si stropicciò gli occhi. Non sopportava più nulla, non sopportava quella gente falsa e ipocrita che la giudicava. Lei aveva avuto una sfortuna, non era un mostro. Non era una prostituta, era una ragazza normale. Una ragazza come le altre, che sognava un bel ragazzo, un bel lavoro e basta. Ma certo. Lei sarebbe stato l'incubo di tutti quegli ipocriti, di tutti quei mostri. Perché i disumani, erano loro.

Lei non era un mostro... erano gli altri ad averla fatta diventare così, Lei non doveva scusarsi di nulla, erano gli altri a doversi scusare

Iniziò a pianificare la sua vendetta, decise di cambiare. Il suo lato assassino avrebbe predominato. Frugò nell'armadio, prese un leggings grigio e una canotta grigia con una scollatura a V. Si cambiò, poi si diresse verso il bagno, ma prima afferrò le forbici. Si mise davanti allo specchio, iniziò a tagliare i capelli, corti, sempre più corti, i suoi capelli che prima raggiungevano il gomito ora arrivavano a malapena alla gola. I suoi capelli castani emettevano paura con quel dannato taglio. Avere i capelli lunghi non avrebbe fatto altro che intaccare il suo futuro lavoro e avrebbero potuto facilmente rompersi, lasciando tracce.

Andò di nuovo in camera sua. Prese otto aghi e dei fili, poi si diresse verso lo studio del padre, dove vi erano delle armi bianche, ne era stato un grande collezionista fin da quando era più giovane. Ce n'erano di tutti i tipi, coltelli, spade. Si soffermò su una bellissima sciabola. Era molto affilata, aveva un bellissimo manico argentato e una lama grigio metallizzata. Riusciva a specchiarsi perfettamente. C'erano molte altre armi in quella stanza, molto più grandi e affilate, ma proprio quella catturò per prima la sua attenzione. La prese in mano e fece scorrere la lama fra le dita, procurandosi lievi tagliuzzi da cui fuoriuscì del sangue.

Nei suoi occhi ora c'era solo un obbiettivo. La vendetta.

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La luce del corridoio si era appena spenta. La vide con la coda dell'occhio, mentre stava accucciata sotto la finestra. Sentì dei leggeri passi e poi il suono di una persona che sta svestendosi e mettendosi il pigiama.

Peccato per lei che era una giornata piuttosto calda e perciò aveva lasciato le finestre semiaperte.

Quella vecchia zitella avrebbe presto dormito per sempre.

Jun afferrò il bordo inferiore della finestra del bagno e la spinse verso l'alto, cercando di non fare rumore. Con un balzò entrò nella stanza. Era abbastanza buio ma riusciva comunque a distinguere le forme.

Allungò l'orecchio per sentire da quale direzione provenissero i rumori di vestiti, per poi seguirli, con la sua sciabola che scintillava al suo fianco.

Ora si trovava di fronte all'entrata della camera, la porta aperta.

E fu in quel momento che la vide.

La donna si era girata per qualche istante, come per controllare che fosse tutto a posto prima di potersi coricare.

E non era tutto a posto.

Scorgeva la figura di Jun nel corridoio, ma non riusciva a distinguerla bene e riconoscerla. Allungò la mano verso il comodino, per accendere il lume, ma una forte mano le afferrò il polso.

Il suo braccio venne torso e piegato dietro la schiena. Dopodichè Jun si appoggiò di peso su quel braccio, rafforzando la presa e facendo cadere la professoressa in ginocchio.

Prima che ella potesse urlare, Jun le tappò la bocca con un panno che legò dietro il capo.

-Non vorrai svegliare i vicini...?- sussurrò.

Piegò il braccio perpendicolarmente nel senso opposto, spaccando istantaneamente il gomito.

Gli occhi della donna si sgranarono, le urla non potevano uscire dai suoi polmoni. Ella girò lo sguardo verso Jun, i suoi occhi ormai abituati al buio riuscirono finalmente a riconoscerla. La guardò come per dirle 'ma cosa stai facendo!?'

"Il mio lavoro" concluse in modo freddo, come se l'avesse letta nel pensiero. Le afferrò i polsi e glieli legò dietro la spalla. La fece cadere atterra e in un rapido movimento Jun era sopra il letto accanto al marito di quell'orribile insegnante. Era un uomo sui cinquanta anni, dormiva tranquillo. "Bu!" Disse Jun compiaciuta, facendo svegliare di soprassalto l'uomo.

Prese il coltello e iniziò a tagliare la pancia,usava la sciabola come un bisturi, ovviamente in modo aggressivo. Dopo aver infilato le sue mani in quel brandello, prese una borsa che nessuno aveva ancora notato, perché era nera come la pece. Jun prese dalla borsa un enorme manganello e un martello appuntito. Iniziò a martellare le ginocchia dell'uomo, che ad ogni colpo desiderava urlare, ma non poteva. Aveva quella fottuta sciabola al collo. Jun, quasi per far soffrire ancora di più la professoressa, gettava a terra pezzi del corpo di suo marito. I piedi e le mani erano lacerati. L'insegnante sognava di morire il più veloce possibile, ma una morte atroce l'attendeva.

L'insegnante era ancora lì, seduta a terra che singhiozzava e pregava, sporca del sangue del marito. Ma Jun voleva ancora divertirsi, aveva sete di sangue. Tirò fuori dalla borsa una bottiglietta scura, dall'etichetta poco rassicurante.

Jun prese un coltello da taschino e con violenza cavò un occhio alla professoressa, che per l'insopportabile dolore era quasi svenuta. Jun la rianimò con dei calci e dei pugni. Non poteva finire così! Aveva calcolato tutto perfettamente, e ora quella strega voleva rovinargli i piani. Dopo che si riprese, la vista della professoressa era offuscata, ma riusciva benissimo a vedere il suo occhio che cadeva nell'acido cloridrico. Emise un urlo silenzioso, e continuò ad agitare la testa come per scacciare il male. Jun riprese a giocare, prese la sciabola insaguinata dal letto, e iniziò a tagliare il collo della prof, lentamente. Scuoiò pian piano il collo mostrando la trachea. Non ancora soddisfatta prese il coltello affilato lungo circa trenta centimetri, iniziò a tagliare una J sull'addome della prof. Con forza la prese a pugni facendo sì che sanguinasse dal naso. Era felice, la sua vendetta era appena arrivata. Con forza raschiò con le unghie l'altra gamba. Ma rendendosi conto che non era molto doloroso prese un guanto molto particolare. Era un guanto del tutto nero, che aveva aghi come unghie. Iniziò a graffiare più che poteva quella sudicia gamba. Presa dall'ira colpì ancora la faccia implorante della professoressa.

Prese ancora quel martello vecchio e arruginito e martellò l'addome della professoressa, dal quale uscivano fuori gli organi. Il fegato e il pancreas erano sul pavimento. Prese la sua sciabola, ormai viscida di fluido rosso e la puntò verso la donna.

"Fine del divertimento" disse trafiggendola.

Jun afferrò il cuore della prof. Diede un morso al cuore per poi sputarlo sul pavimento.

"Ha un sapore di merda" disse gettando a terra quel cuore rosso e insanguinato che fino a due minuti fa batteva ancora. Acciuffò tutti i suoi attrezzi e si diresse a casa di un caro 'amico'. Il lavoro non era ancora finito.

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I genitori di Steve erano molto severi con i suoi risultati a scuola, quindi molto probabilmente, nonostante fosse ormai notte fonda, lui stava chino sopra un libro, ad assorbire tutta la conoscenza.

-Uff, che palle, che significa sta cosaaa, perchè la devo studiare!? Non mi servirà mai!

Sbuffò e appoggiò la schiena all sedia, masticando una matita.

-E' quello che mi dicevo anche io- disse una voce.

Steve aprì di scatto gli occhi e si girò.

-Chi ha parlato!?- non ci fu risposta -mmh... avrò le allucinazioni uditive dalla stanchezza...

Chiuse il libro e si stiracchiò.

-'Fanculo, io dormo

-Ti aiuto ad addormentarti

Sentì di nuovo quella voce. No, non era solo un'allucinazione. Ma nonostante la luce fosse accesa non vedeva nessuno. Si avvicinò alla finestra per chiuderla, ma prima di farlo volse lo sguardo verso la luna. Era piena e luminosa.

Apparve una sottile striscia nera al centro di essa, che sembrava allargarsi sempre più. Rimase un'attimo ad osservare, ma non ebbe nemmeno il tempo di battere ciglio che un'affilata lama gli piombasse dall'alto, ferendogli la spalla.

Lanciò un urlo di dolore e cadde a terra con un tonfo. Senza neanche pensare cercò di allontanarsi il più possibile dalla finestra a gattoni, per poi voltarsi e capire bene cos'era successo.

Una figura accucciata era di fronte a lui, con la posa di chi ha appena saltato e atterrato.

Steve tentò di afferrare il cellulare, con movimenti lenti, ma la figura lesta si alzò e affondò la sciabola in direzione del ragazzo, mozzandogli la mano. Prima che lui potesse emettere ulteriori grida, richiamando l'attenzione dei genitori, la figura gli mise una mano sulla bocca. Essa era ricoperta da un fluido caldo, potè ben immaginare cosa fosse.

-Non vorrai svegliare i vicini...?

Steve la riconobbe, la figura, Jun.

Un brivido gli percorse la spalla nel rivederla. Era spaventosa, non era la Jun che conosceva.

"Jun! Perché sei così?" Tentò di chiedere attraverso la mano.

"Io esisto solo grazie a te" rispose Jun con un sorriso squadrato sul volto.

Iniziò a picchiarlo come una forsennata, mentre Steve cercava di difendersi con dei contraccolpi, ma la furia della ragazza lo colsero alla sprovvista.

Era un vero massacro. Afferrò una pinza e la posizionò in modo da tagliargli di netto la gamba. Poi abbassò la cerniera dei pantaloni.

"L'ultima volta hai usato solo questo, come tua arma. E ora non lo avrai più!" Disse con delle enormi forbici in mano.

Steve tremava dalla paura. Sperava di morire velocemente, senza subire tutto quel dolore. Ma Jun non voleva questo. Lui doveva soffrire, proprio come aveva sofferto lei.

Lo castrò, molto dolorosamente. Steve piangeva e tentava di urlare come un bambino, ma ciò non risolveva di certo il dolore che provava. Era sconcertante, il suo apparato genitale maschile era sparito. Riverso sul pavimento insieme alla gamba e alla mano. Era terribile. Una scena mostruosa. Sangue, sangue, sangue ovunque.

"Rischiavi di combinare altri guai con quello"

Le lacrime scendevano lungo il volto, lo rigavano in modo orribile. Steve era ormai morente, ma Jun voleva ancora divertirsi. Prese velocemente la sciabola e tagliò il dorso, mostrando completamente la spina dorsale. Il taglio proseguì nella zona lombare e glutea. Dal quale tirò fuori un rene. Il dolore era immenso. Steve non ce la fece. L'ultima cosa che vide erano i suoi occhi completamente neri, neri e rossi come l'inferno.

"Fine del divertimento"

Felice del suo lavoro Jun tagliò ancora l'addome e recise la lettera J. Afferrò il suo cuore e gli diede un morso.

"Sapevo che il vostro cuore era amaro e orribile come le vostre azioni e i vostri pensieri" disse sputandolo sul pavimento.

Prese un po' di sangue dal corpo di Steve e scrisse sulla parete bianca della scrivania.

'Con affetto – Jun, la regina delle torture'

[Creepypasta inventata da @JohnnyDepptiamo e @coffy_taco_tuesday]

É consentita la ripubblicazione della storia, chiedendo prima il permesso a entrambi gli autori.
Non è consentita alcuna modifica sull'opera.

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