2. Minnie
🍭Canzoni per il capitolo: 🍭
Diet Pepsi - Alison
Intro - infected
ps: nel precedente capitolo non mi sono accorta che mi ha segnato sbagliato il nome della compagna di classe di Asa.
È Cleo 💛
Qualche immagine per farvi godere meglio la lettura ✨🌝
lessico croccante ✨
Flashback
Asa corse giù dalle scale, saltando due gradini per volta. Qualcuno aveva suonato alla porta e in mattinata la madre le aveva detto che oggi sarebbe arrivata una bella sorpresa per lei. Perciò, mentre il suo cuore batteva all'impazzata, un grosso e spensierato sorriso si faceva largo sul suo volto. Non vedeva l'ora di scartare il regalo. Già si immaginava quel modello rosa della casa delle Barbie, che tanto aveva richiesto nell'ultimo anno. Si era anche portata avanti, facendo spazio in camera sua per poterlo sistemare al meglio.
Arrivò davanti alla porta saltellando, la signora Wang prese le chiavi e le inserì nella serratura. "Calma, Asa. Guarda come sei agitata!"
"Dai, mamma! Veloce, veloce o il regalo scappa via" brontolò Asa.
La signora Wang sorrise. "Questo regalo è speciale, non scapperà mai via da te..." abbassò la maniglia e aprì la porta.
Un uomo con la divisa della polizia stringeva la mano a un bambino dalle guance paffute e con una cartella blu sulle spalle. Il sorriso di Asa si spense e nella sua mente sorsero mille domande.
"Siamo un po' in ritardo, spero potrai perdonarci. Solitamente se ne occupa mia madre ma è stata ricoverata in ospedale per un accertamento e il lavoro mi impedisce di tenerlo con me..." il poliziotto si grattò il capo, Asa osservava quegli strani baffi sotto al naso che si muovevano ogni volta che parlava. Lo fissava in modo truce, era impossibile che questo fosse il suo regalo. Possibile che il poliziotto le nascondeva la casa delle Barbie???
La signora Wang sorrise. "Non c'è alcun problema, signor Rey! Questo è il regalo perfetto per la mia Asa, hanno giusto qualche anno di differenza ma non si nota nemmeno. Si terranno compagnia questa estate!" Si voltò verso la piccola Asa. "Asa lui è Amir, ha nove anni. Ora non ti annoierai più a giocare da sola".
Annoiarsi? Pensò. Quando mai si annoiava da sola? Lei amava stare sola.
Aveva solo bisogno della casa delle Barbie, non di un maschietto che non la guardava nemmeno negli occhi e che sembrava sotto processo. Cosa diamine aveva capito sua madre?
Il signor Rey appoggiò una mano dietro alla schiena di suo figlio. "Amir fa' il bravo. La famiglia Wang ci fa questo grandissimo piacere, perciò non farmi fare brutte figure. Passerò a prenderti stasera dopo il lavoro. Mi raccomando, non fare casini" lo spinse in avanti, lasciando andare la sua mano.
"Vieni qui, tesoro. Entra pure" la signora Wang passò una mano sui capelli di Amir, scompigliandoli. Amir non fece nemmeno in tempo a salutare il padre che la porta alle sue spalle si chiuse. Si sentì sprofondare, non voleva essere lì. Lui stava bene da solo nella sua cameretta.
E invece ora si ritrovava di fronte a una vecchia invasiva che gli rovinava la pettinatura e a una bambina a dir poco inquietante con dei capelli neri a spaghetto che lo fissava a braccia incrociate. Non poteva ignorare che ogni dettaglio di quella bambina gridava stupidità: dalla maglia bianca con al centro Minnie alle ciabatte a forma di anatra che portava ai piedi.
"Asa fagli fare il giro della casa e poi andate in stanza a giocare. Intanto io vi preparo qualcosa da mangiare" la signora Wang sfilò lo zaino dalle spalle di Amir per poi allontanarsi verso la cucina.
I due passarono un intero minuto a fissarsi in silenzio.
Come se si stessero studiando, decifrando e sfidando. Asa odiava l'aria di superiorità con cui la stava guardando e poteva addirittura giurare di aver visto un'impercettibile smorfia di disgusto apparire sul volto di Amir. Era a casa sua, le aveva rovinato il regalo che tanto aspettava e doveva pure prestargli i suoi giochi... e lui la guardava come fosse un'epidemia globale.
Non poteva sopportarlo. "Come hai detto che ti chiami?"
Silenzio.
"Senti, brutto anatroccolo, devo accontentarmi di te al posto della casa delle Barbie e per di più sei a casa mia. Usa la lingua, te l'hanno insegnato?"
"E tu usa il cervello: tua madre ci ha presentati due minuti fa..." sibilò con voce tagliente. "...stupida Minnie" aggiunse con ulteriore disprezzo.
Quella che doveva essere una normale amicizia tra due bambini che passano l'estate insieme, divenne l'inizio di un rapporto fatto di insulti, rincorse e a volte qualche presa per i capelli.
Non riuscivano a trascorrere nemmeno un'ora senza litigare, erano repellenti l'un l'altro e le disgrazie di uno erano la gioia dell'altro.
Come quando Asa cadde dalla bici e finì dentro una pozzanghera. Amir rise così tanto che gli venne il mal di pancia il giorno dopo.
Due opposti troppo simili per poter vivere serenamente.
💛Fine flashback💛
Asa
"Hey Minnie, da quanto tempo".
Sbatto le palpebre.
Una morsa allo stomaco mi obbliga a trattenere il fiato. Non riesco a dire niente, impalata davanti alla porta con le labbra schiuse e la mente in subbuglio. Come se ci fosse un blackout che mi impedisce di collegare ciò che vedo di fronte a me.
"Perché non entri?" strilla mamma spezzando il silenzio. "Asa non rimanere ferma come una maleducata, Amir viene da un lungo viaggio" mi sorpassa, spalanca la porta e lo accompagna all'interno.
Varca la soglia, lasciando una scia aromatica menta e tabacco al suo passaggio. Ha ripreso a fumare? I ricordi del passato si mischiano al presente mentre lo osservo sedersi a tavola nel posto che un tempo gli apparteneva quasi di diritto.
Sorride. "Il viaggio è stato stressante" la voce profonda e bassa è in contrasto con quella di un tempo. "L'aereo è partito in ritardo e hanno anche perso i miei bagagli. Non vedevo l'ora di arrivare e mangiare qualcosa della tua cucina, zia Wang. Mi è mancata tantissimo."
La chiama zia, proprio come faceva da bambino solo che ora... ora lui ha tutt'altra forma.
Appoggia i gomiti sul tavolo, la maglia nera a mezze maniche lascia scoperti i muscoli delle braccia che sembra stiano per esplodere da un momento all'altro. Le mani sono attraversate da grosse vene simili a radici di una quercia possente, le sposta sul volto e io non riesco a staccare lo sguardo da ogni suo movimento. Rimango imbambolata persino quando si accarezza il filo di barba corta sulle guance, che sfuma verso l'alto. Di colpo ruota il capo e affogo nell'imbarazzo.
Beccata. Ecco cosa urla il suo sguardo.
Inclina il viso, appoggia una mano sotto al mento e mi fissa con quell'aria che è un mix tra il divertimento e la sfida. Gli occhi sono l'unica cosa che non è cambiata. Due pozzi scuri capaci di inghiottire qualsiasi individuo e di farlo sentire una briciola insignificante.
È il solito bastardo.
"Quanti anni sono passati? Sei andato via che mi arrivavi ai fianchi e guardati ora! Sei un uomo tutto d'un pezzo" mamma smanetta ai fornelli. "Asa passami l'olio".
Vorrei muovermi ma Amir non smette di fissarmi. Sospiro, distolgo lo sguardo e mi avvicino ai ripiani. Apro lo scaffale in alto a destra, allungo il braccio verso l'olio e lo tiro fuori.
"Dieci anni" un sussurro rauco che graffia con leggera prepotenza qualsiasi cosa lo circondi. "Eppure qua è rimasto tutto uguale, zia".
Passo l'olio a mamma e quando sollevo lo sguardo, lui mi sta ancora studiando da capo a piedi, senza nasconderlo o camuffarlo.'Qua è rimasto tutto uguale'. Una frase che non è per nulla rivolta alla casa, ma a me. Io sono rimasta uguale a quella bambina che dieci anni fa lui ha lasciato qui.
"Ma chi si rivede! Sei proprio tu, Amir?" La voce di papà gli fa distogliere lo sguardo da me. Finalmente. Prendo un profondo respiro mentre gli osservo stringersi in un forte abbraccio. Papà lo guarda estasiato e anche un po' scioccato dall'uomo che si ritrova davanti e che ricorda come un piccolo e fragile bambino.
Mew si toglie le scarpe all'ingresso, lancia sguardi curiosi verso il ragazzo seduto in quello che solitamente è il suo posto. "Vieni qui Mew" la chiamo a me, cammina fino a raggiungermi. Si nasconde dietro alle mie gambe, intimorita e al contempo attratta dal ragazzo a cui i suoi genitori stanno dedicando tutte queste attenzioni.
"Lei è Mew, è nata qualche anno dopo che sei andato via" papà la indica, ma lei si nasconde ancora di più tra le mie gambe. "Non offenderti, ma è un po' timida con chi non conosce".
Amir solleva le labbra in un sorriso. "Oh, allora è diversa da Asa" un commento intriso di un sarcasmo pungente.
E ovviamente i miei genitori colgono la palla al volo.
"Non si è addolcita nemmeno un po'" commenta mamma. "Più cresce e più si arrugginisce" aggiunge papà.
Arrugginisce? "Cosa sono? Un metallo?" sbotto.
Amir solleva le labbra all'insù. "Ecco la tua voce, finalmente".
Sono certa di averlo guardato malissimo, eppure il suo sorriso si allarga ancor di più. Distolgo lo sguardo, prendo la mano di Mew e mi chino alla sua altezza. "Andiamo a lavarci le mani" le sussurro. Annuisce, mamma e papà sono così coinvolti dal ritorno di Amir che non si accorgono più di nient'altro.
Non appena usciamo dalla cucina, la tensione allo stomaco si allenta permettendomi di riprendere fiato. Come mai è tornato ora? Saliamo le scale e gradino dopo gradino le domande si susseguono nella mia mente, Mew mi precede e apre la porta del bagno. La tiro su, tenendola dalle ascelle e mentre si lava le mani i miei pensieri scorrono incessanti. Dieci anni, dieci lunghi anni. Un'eternità di tempo in cui è scomparso da qualsiasi radar, ha cambiato nazione e tagliato i ponti con il mondo intero.
E ora è qui, seduto indisturbato al tavolo della cucina mentre chiacchiera con mamma e papà come se non fosse mai andato via.
Appoggio Mew a terra, le passo l'asciugamano e lascio che l'acqua calda scorra sulle mie dita per qualche secondo. Qualcosa mi sfiora i fianchi, abbasso lo sguardo e trovo Mew guardarmi preoccupata.
"Va tutto bene, stavo pensando agli esami" tiro le labbra in un piccolo sorriso, prendo il sapone e mi lavo le mani. Mew ha una vista molto acuta, riesce a comprendere gli stati d'animo dell'altro solo osservandolo.
"Quel ragazzo è solo un vecchio vicino di casa, quando era piccolo veniva qui a giocare perché suo padre era occupato con il lavoro" le spiego, celando quanto in realtà sia stato parte integrante di questa famiglia. Annuisce, mi allunga l'asciugamano con un dolce sorriso.
Lo prendo e lo passo sulle mani. "Andiamo a mangiare e poi mi fa vedere i compiti che ti hanno dato oggi a scuola, okay?"
Annuisce e apre la porta del bagno. Mentre scendiamo le scale, li sento chiacchierare ininterrottamente. La sua voce che rimbomba di nuovo tra le mura di questa casa mi porta a trattenere il fiato. Ma perché mamma non mi ha avvisata prima?
"Oh, eccoti qua Asa." La voce squillante di mamma non preannuncia nulla di buono. Amir è in piedi accanto a lei e il suo sguardo subito cade nel mio. Mamma chiude dei sacchetti di plastica con papà che l'aiuta a riempirli. "Dagli una mano con questi, non può portarli da solo. Forza, non rimanere lì impalata".
Sul tavolo ci sono più di dieci sacchetti del nostro ristorante, colmi di pollo fritto e cibo caldo. Schiudo le labbra. "Sta andando in guerra?"
Mi scocca un'occhiata gelida.
"Anche secondo me è un po' troppa roba, zia. Domani farò la spes-" le parole di Amir vengono interrotte da papà.
"Non dirlo nemmeno per scherzo! E noi cosa siamo qui a fare?" Papà gli porge due sacchetti appena chiusi. "Ti lasciamo andare solo perché sappiamo che sarai stanco per il viaggio, ma domani sera ceni da noi senza discutere".
Domani sera?
Alzo gli occhi al cielo, dovrò sopportare questa cosa anche domani e sento che morirò nel guardarlo mangiare mentre viene adulato a destra e a sinistra. Mi avvicino al tavolo, prendo due sacchetti: uno nella mano destra e uno a sinistra.
Cazzo se sono pesanti.
Mamma li chiude per bene, stringendo il nodo. "Non puoi avere un frigorifero vuoto appena tornato da un lungo viaggio come quello. Asa non farli cadere!" Mi piazza una mano sulla spalla, facendomi quasi perdere l'equilibrio. Le scocco un'occhiata gelida che beatamente ignora.
Lo accompagnano alla porta, manco fosse una star internazionale, e io dietro di loro con la voglia di buttarglieli giù dal terrazzo.
Mamma si mette sulle punte e gli piazza un bacio sulla guancia che mi fa storcere il naso. "Ci vediamo domani, ricorda che questa sarà per sempre anche casa tua".
Li sorpasso nauseata da questo affetto esagerato e da una situazione a dir poco surreale. Salgo le scale che portano al piano superiore, dove un tempo abitava sua nonna prima di ammalarsi ed essere ricoverata. Cerco di fare il più in fretta possibile, ma a metà ogni passo diventa più pesante e il fiato si accorcia. Respiro con affanno, rallento e il rumore dei suoi passi dietro di me non tarda ad arrivare.
"Sei partita come un razzo, stavo quasi per pensare fossi diventata un'atleta in questi anni".
Continuo a salire. "Non dobbiamo parlare per forza" esalo. Mi raggiunge in un batter d'occhio, l'odore di tabacco mi tampona le narici. È così forte che sembra abbia fumato un intero pacchetto. Il suo braccio sfiora il mio, mi allontano e si avvicina ancor di più.
"Già, possiamo anche fare altro" il tono colmo di doppi sensi mi fa distorcere le labbra verso il basso.
"Fai schifo, come sempre".
"Come fai a dirlo se non l'hai mai provato?"
"Non sei un detergente da testare" salgo l'ultimo gradino e mi volto. Il sorrisetto sul suo volto è ancora lì, gli occhi brillano di divertimento, come fossi uno spettacolo del circo che lo intrattiene. Indico la porta con il capo. "Apri" sospiro con il fiato alla gola e il desiderio di tornare in camera mia il più veloce possibile.
Si avvicina con nonchalance, sale le scale senza mai smettere di fissarmi. Mi arriva vicino, con estrema lentezza tira fuori le chiavi dalle tasche dei jeans e le agita davanti al mio volto. Alzo gli occhi al cielo. Le inserisce nella serratura e mentre le gira mi perquisisce un'altra volta da capo a piedi.
"Puoi anche smetterla di fissarmi, sai?" sbotto stizzita..
"Ti agita?" sussurra, una piccola fossetta si forma sulla guancia sinistra.
"Mi sento a dir poco invasa, è da prima che mi stai facendo l'r-x".
"Sto memorizzando i tuoi cambiamenti...." Abbassa lo sguardo sul mio corpo. "Non ricordo avessi questi fianchi, quando ero andato via".
"Già, assurdo cosa fanno dieci anni... le persone crescono, pensa un po' "
Ride ed è un suono così irritante che devo impiegare ogni mia energia per non mollargli uno schiaffo o infilargli questi sacchetti in gola.
"Però il tuo seno è ancora piccolo. Una prima?"
Scocco la lingua contro la guancia. "Stesse dimensioni del tuo cervello, a quanto pare".
"Davvero minuscolo, ma devo dire... promettente" fa un occhiolino che avrei preferito non vedere mai per quanto mi sta salendo la nausea.
"Puoi aprire questa cazzo di porta?" sbraito, i muscoli delle braccia bruciano e la tolleranza per questo scimpanzé tornato dall'inferno è esaurita.
Ruota la maniglia e con un gesto teatrale apre la porta. "Il caratteraccio è rimasto lo stesso".
Non rispondo, lo sorpasso e senza indugiare oltre cammino verso il punto in cui un tempo era collocata la cucina. Lui accende le luci mentre cammina dietro di me e io più vado avanti più cerco di non dare a vedere quanto mi senta spaesata tra le pareti di questa casa. I ricordi riaffiorano man mano, ma ora è tutto cambiato. Dal divano, alla scarpiera e al tavolo da pranzo... un arredo moderno bianco e grigio in contrasto con quello vecchio di un tempo. Quando ha cambiato tutto? Le mensole e gli scaffali sono vuoti, privi delle foto di famiglia o dei quadri di sua nonna. Nulla, ha rimosso ogni cosa. E seppur tutto trasudi ricchezza ed eleganza, il freddo che mi trasmettono queste pareti è a dir poco soffocante.
Appoggio i sacchetti sul tavolo in acciaio della cucina. Il suono del frigorifero che si apre alle mie spalle mi fa voltare, è vuoto... proprio come sospettava mamma. Non c'è nemmeno una bottiglia d'acqua. Risponde le confezioni di cibo, una dopo l'altra.
"Perché questo silenzio, Minnie?"
Ancora quel soprannome. "Numero uno: siamo cresciuti, chiamarmi Minnie è fuori luogo e infantile. Numero due: cosa ci fai qui? La villa di tua madre in Italia non ti piace più?"
Appoggia la bottiglietta d'acqua sulla mensola in vetro. "Troppo piccola".
L'ironia con cui svia la domanda mi fa accigliare. Ancora ricordo il giorno in cui se n'è andato, ricordo come ogni pasto perse sapore. Ricordo il vuoto che aveva lasciato la sua assenza e quanto la me bambina desiderava vederlo tornare.
E invece era andato via con la madre che tanto diceva di odiare e l'ha fatto senza mai salutare. Dieci anni in cui non si è fatto vedere, nemmeno per il funerale del padre. Si era dissolto, come un fantasma che non è mai esistito.
Ruota il busto, i suoi occhi inchiodano i miei. "Hai pianto quando sono andato via?"
Mi irrigidisco e lui lo nota. Si diverte? "Neanche un po'. Qualsiasi cosa tu sia tornato a fare, finiscila in fretta e vattene senza far rumore. Proprio come in passato" ribatto.
Si avvicina, lasciando la porta del frigorifero spalancata. Indietreggio ma sbatto contro il tavolo della cucina e quando me ne rendo conto è troppo tardi: Amir mi incastra tra le sue braccia possenti senza lasciarmi vie di fuga.
"Devo passare" scandisco con urgenza. L'odore di tabacco mi tampona le narici, schiude le labbra sprigionando un'aroma fresco alla menta. Inclina il viso alla mia altezza, il suo sguardo perquisisce ogni centimetro: fissa le labbra, poi il naso e infine si sofferma sugli occhi.
"Vuoi una foto?" lo incalzo.
Sorride, scuote il capo e non riesco a comprendere cosa ci trovi di divertente in questo. "Tua mamma mi ha raccontato che mi hai aspettato tutta l'estate seduta sulle scale e ora fai finta di niente" soffia queste parole a un centimetro dal mio volto. "Non si fa così, Minnie" sussurra.
Aggrotto la fronte e schiudo le labbra. Deve smetterla di chiamarmi così, non ho più sette anni.
Preme l'indice sulla mia fronte. "E no, non smetterò di chiamarti in questo modo solo perché ora hai il corpo di una donna. Qua dentro sei la stessa bambina cocciuta che non sa come esprimere le sue emozioni".
Sospiro, mi formicolano le mani per il fastidio. Lo spingo via con le braccia, allontanandolo abbastanza da riuscire a crearmi un varco e sgattaiolare via. Cammino spedita verso la porta, senza voltarmi o rispondere alle sue provocazioni. Apro la porta ed esco, sbattendola alle mie spalle.
Doveva rimanere nell'inferno di merda in cui si era nascosto. Scendo i gradini delle scale con una mole di rabbia sul petto che mi rende difficile persino prendere fiato. Sento il suo profumo addosso alla mia pelle ed è una cosa così rivoltante da farmi impazzire.
Apro la porta di casa, mio fiondo verso la cucina dove i colpevoli di questo disastro cenano in completa tranquillità.
Mamma solleva lo sguardo. "Hai già fatto? Lo hai aiutato a sistemare le cose?"
Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro.
"Hai l'aria piuttosto fumante" commenta papà con la bocca colma di cibo.
"Perché non mi avevate avvisata??" quasi urlo.
Si scambiano un'occhiata confusa. "Beh... stamattina te l'ho detto, stavi uscendo e non mi avrai sentita" risponde mamma, mentre taglia la carne nel piatto di Mew seduta dove prima si era messo Amir.
"No, non me l'hai detto e, anche se fosse, perché non mi avete scritto che sarebbe passato o che sarebbe tornato a vivere di sopra? Sono l'ultima che l'ha scoperto perché a quanto pare voi due già lo sapevate da tempo" la rabbia mi scorre nelle vene, alimentata dalle parole di quel troglodita e dal suo sorrisetto ammiccante.
Papà beve un sorso d'acqua prima di rispondermi. "Non sei felice? Avevi fatto tanti di quei pianti quando era andato via..."
Alzo l'indice e lo fermo. "Non è mai successo" scandisco lettera per lettera. "E che non vi salti in mente di raccontare di più su quel periodo. Sono stata chiara, mamma???"
Il cibo le va di traverso, questa donna purtroppo ha il vizio di raccontare un po' troppe cose su di me e chissà cos'altro gli avrà detto che io non so. Solo al pensiero mi scoppia la testa.
"Perché è tornato?"
"È un interrogatorio? Non lo sappiamo nemmeno noi, forse vuole stare più vicino all'ospedale della nonna..." mamma blatera teorie campate in aria. So benissimo che Amir non è tornato né per la nonna né per qualche strano senso di nostalgia.
Ne sono certa.
Mi volto ed esco dalla cucina.
La voce stridula di mamma mi segue fin sopra alle scale. "Dove vai? Non mangi??"
Apro la porta. "Non ho fame!" urlo, prima di chiuderla alle mie spalle e buttarmi a capofitto nel letto.
Osservo il soffitto della stanza, lascio cadere il braccio sulla fronte e sospiro. Avere la consapevolezza che la stanza di quel cretino è esattamente sopra alla mia non fa altro che irritarmi ancora di più.
Avete presente quando fate una figura di merda e il vostro cervello continua a ricordarvela fino a farvi desiderare di morire in silenzio? Ecco.
"Sono rimasta ferma di fronte alla porta come una cretina" biascico, la vergogna e l'imbarazzo mi travolgono. "Ho aperto la porta di casa e la mia mascella è caduta a terra. Non sono riuscita a celare nulla".
Sono una stupida, vorrei potermi prendere a sberle da sola.
Avevo seppellito crescendo tutti quei ricordi con cui aveva contaminato persino gli angoli della casa e ora eccolo qui.
In un corpo di un uomo, con la voce di uomo, i muscoli di un uomo, la barba di un uomo e... e... gli occhi di un bambino.
Quello stesso bambino.
*
Esco dall'aula di anatomia con lo zaino in spalla e i libri tra le braccia. Ho bisogno del caffè, non riesco a tollerare nessuno senza. Per poco non ho tirato la penna addosso a quell'energumeno figlio di papà che continuava a commentare il culo della professoressa.
Come se mi interessasse qualcosa dei suoi sogni perversi.
"Hai un aspetto terribile. Lasciatelo dire, amica mia" la voce di Cleo mi fa voltare verso destra. In piedi fuori dall'aula di biologia, non ha alcun libro o quaderno in mano ma solo la borsa a tracolla che le grava sulla spalla.
Quanto vorrei avere la stessa leggerezza con cui lei prende la vita... e invece no. Manco per il cazzo. Cammina accanto a me, giocherellando con le ciocche rosa dei suoi capelli.
"Non ricordo quando siamo diventate amiche" puntualizzo. "Ho bisogno del caffè o faccio fuori qualche ricco ereditiere".
"Uhh ti aiuto a nascondere il cadavere! Ci sto, sembra emozionante" sussurra elettrizzata. A volte non comprendo se Cleo capisca la lingua che parlo oppure se nel suo cervello ci siano sinapsi che colleghino significati diversi alle parole.
Svolto l'angolo ed eccola lì: la salvezza delle mie giornate in questo covo di gente viziata. Inserisco la chiavetta e clicco sopra al disegno del caffè. Il suono mentre prepara il caffè è musica per le mie orecchie.
Cleo si appoggia con le spalle al muro. "Hai sentito che c'è un nuovo iscritto?"
Inarco il sopracciglio. "A metà semestre?"
Questo college per ricchi sfondati con il futuro già programmato ha delle norme molto rigide sull'ammissione degli studenti. Oltre ad avere dei test d'ingresso che prediligono il 2% delle menti più capaci, hanno standard molto alti e regole che impediscono agli esterni di unirsi a metà percorso.
"Beh, se è riuscito a farsi ammettere a metà semestre vuol dire solo una cosa: è un genio a tal punto che il direttore non ha voluto attendere l'inizio dell'anno nuovo".
Un genio a tali livelli?
"Probabile" la macchinetta suona, mi chino e prelevo il mio bicchierino caldo. "Oppure conosce qualcuno ai piani alti, tipico di voi miliardari". Prendo la chiavetta e la ripongo nelle tasche.
Storce il naso."Nahh, il direttore non fa entrare gli studenti che pagano... c'è qualcosa di strano" riflette.
Sorseggio il caffè e sento i nervi distendersi pian piano.
Chiunque lo abbia inventato e dovunque lui sia ora, sappi che l'umanità ha un grande debito nei tuoi confronti.
"Perché guardi così il caffè?"
Bevo un altro sorso. "Così come?"
"Commossa, di solito sulla tua faccia c'è solo il disgusto che si interscambia con la rabbia".
Annuisco. Descritta così sembro davvero orribile, ma qualcuno deve pur sopportare questo carico. "Beh, il caffè è l'unica cosa al mondo che ha potere sui miei sentimenti".
Sta per ribattere quando il rumore di un forte chiacchiericcio attrae la sua attenzione. Schiude le labbra con entusiasmo. "Penso stia per succedere qualcosa di elettrizzante, si stanno riunendo tutti attorno agli armadietti".
Sollevo le spalle. "Garret avrà cambiato colore delle sue mutande" azzardo.
Scuote il capo. "Andiamo a vedere" mi prende per il braccio e a momenti fa cadere il caffè che ho tra le mani. Cerco di non inciampare sui miei passi, soprattutto quando mi usa come scudo per avanzare verso le prime file della cerchia.
"Smettila di spingere Cleo" sibilo a denti stretti, ma non mi sente. È troppo impegnata a captare il gossip del momento per badare a quello che sto dicendo.
La nostra vista è coperta dagli studenti del secondo anno, alti quanto i pali della luce, e lo sconforto che le leggo sul volto è così estasiante da farmi quasi sorridere.
"C'è Garret" sussurra.
"Chi l'avrebbe mai detto" canticchio, finisco il bicchierino di caffè tutto ad un sorso. Lancio un'occhiata all'orologio da parete fisso sopra agli armadietti. "Ho lezione tra due minuti, io vado" l'avverto. Il corso di algebra avanzata comincia tra due minuti.
Cerco di spostarmi ma sono barricata a destra e a sinistra da studenti ficcanaso che non intendono muovere un solo passo. Proprio come Cleo. Sospiro, calma Asa... prendo un respiro profondo.
Mi guardo attorno ed è impossibile tornare indietro. Sgomito in avanti, fino a raggiungere le prime file. Supero gli ultimi ragazzi che mi fulminano per aver coperto loro la visuale. Me ne vado, tranquilli.
"Con permesso, scusate... permesso, ragazzi" sfilo tra un corpo e un altro, maledico il momento in cui mi sono fatta trascinare da Cleo in questa pagliacciata.
Sollevo lo sguardo, ma mi ritrovo in mezzo alla cerchia - dentro all'occhio del ciclone - e mi piovono addosso occhiate inquisitorie da parte degli altri studenti.
Ma che hanno tutti?
Ruoto il capo alla mia destra e lo sguardo di Rayan Garret mi inchioda con freddezza. Sposta l'attenzione alle mie spalle, i suoi occhi s'insaspriscono e assumono un'aria carica di diffidenza e risentimento. Chi sta guardando?
Mi volto a sinistra ed eccolo lì.
Amir Cameron Rey.
Sbarro le palpebre.
Non mi calcola nemmeno. Con un sorrisetto divertito, solleva la mano e saluta Ryan dietro di me. Si inumidisce le labbra prima di schiuderle. "Quanto tempo, Rayan. Ho pensato sentissi la mia mancanza. Come stai, amico mio?"
Ma quelle parole sanno di tutto fuorché un'amicizia pacifica e nostalgica.
Sanno del motivo per cui Amir è tornato.
Sanno di odio.
Esercito malefico 😈
Voglio sapere ovviamente tutto quell oche pensate. TODO!!
So che volevate tanto conoscere Amir, ebbene... eccolo qua ✨🌝
Credetemi, vi farà penare e ancora non vi ha mostrato tutto il suo essere🦋🖤
Per le AI voglio ringraziare la mia dolce lettrice Aurora (ti amo tesoro).
💗
Vi aspetto su IG per parlare del capitolo!
Vi voglio bene da qui a Saturno 🪐
Love you alllllll
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