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Capitolo 12 - Memorie dell'avantitomba

"Papà cos'è successo?" domandò il bambino tirando un lembo della sua maglietta. L'uomo sedeva reggendosi la testa, i palmi premuti sugli occhi. Le urla si diffusero tra quelle quattro mura bianche e dall'odore terribile di disinfettante. Il bambino si voltò ancora verso quella porta da cui andavano e venivano un sacco di infermieri. Non riusciva a vedere nulla, sentiva soltanto, e quello strazio gli squarciava i timpani e il cuore. Gli occhi sgranati e il colorito pallido, si avvicinò alla porta semiaperta sbirciando nella stanza. Colse un gran movimento, degli infermieri che reggevano un neonato ma quest'ultimo non piangeva e nessuno sembrava lieto. Poi c'era la figura di una donna, i capelli scuri come carbone, gli occhi velati di lacrime, e il volto arrossato. Si contorceva nel letto arcuando il collo fino ai limiti del normale. Il bambino fece un passo indietro e andò a sbattere contro un medico.

"Dottore sta avendo le convulsioni!" il suo corpo era un fremito, i suoi arti tremanti. Il ricordo del suo collo stirato e arrossato che si arcuava, dalle vene gonfie e prominenti gli rimase per sempre impresso nell'anticamera del cervello, come una fune spessa ripiegata. L'impotenza che provava nel fissare quel ricordo gli era sembrata così colmante, così prorompente.

Il bambino scappò via intercettando l'occhiataccia dell'uomo contro cui aveva sbattuto.

"Chiudete la porta" fu l'ultima cosa che udì prima di tornare nuovamente in sala d'attesa, riempendosi nuovamente i polmoni d'aria dopo essere stato soppresso a furia sott'acqua.

[...]

"Papà che cos'ha la mamma? Sta ancora male?" chiese una bambina stavolta. Sulla soglia della camera il marito fissava la figura snella della moglie che giaceva immobile avvolta da una coperta di lana. Le tapparelle chiuse lasciavano filtrare quel poco di luce che illuminava i contorni della stanza. Aveva le labbra schiuse e gli occhi spenti. L'uomo abbassò lo sguardo sulla figlia e tentò di regalarle un sorriso consolatorio.

"È solo un po' di mal di testa, guarirà. Guarirà se le stiamo accanto." annuì con convinzione. Il bambino nascosto nella penombra del corridoio, aspettò che il padre e la sorella se ne andassero spiando con un occhio attento. Quando giunse quel momento sgattaiolò nel corridoio tenendosi acquattato al muro. Delicatamente abbassò la maniglia della porta spingendola quanto basta per affacciarsi; non c'era particolare emozione nel suo sguardo. Lasciò che la porta si aprisse ancora di più, emettendo un lento cigolio.

"Mamma sono io, guarda cosa ti ho portato" bisbigliò lasciando sul suo comodino un bicchiere di spremuta d'arancia.

"Ho aggiustato la macchinetta che spremeva le arance, so che pensavi fosse da buttare ma è bastata una molla e..." lei non rispondeva.

"Be' per ora regge." Per ora regge. Si sedette sul bordo del letto e le accarezzò il viso.

"Posso pettinarti i capelli se vuoi, sono tutti annodati" non ricevette risposta. Gli occhi chiari rimasero vacui e immobili, il bambino afferrò la spazzola e faticosamente districò i nodi con dolcezza e riguardo. Le parlò ancora, ma ella non rispose mai.

[...]

"Ehi mamma, guarda qui! Ho preso una A in storia." le mostrò il foglio pulito e senza neppure un errore.

"So che può sembrare sciocco, dopo tutto è una materia facile. Ma è stato il voto più alto." si sedette ancora sul bordo del letto.

"Sai è come una favola, solo che senza mostri o guerrieri. Ti va di sentirla?" non rimase ad attendere una risposta. La pioggia sferzava il vetro come una miriade di aghi, la luce soffusa dell'abat jour bagnava la parete vuota di fronte al letto. Così il bambino mise le manine contro il riflesso e disegnò ombre sempre più fantastiche e articolate.

"C'era una volta, in una terra fra due fiumi..." Le ombre cambiavano rapidamente forma come una macchia d'acqua smossa al contatto. Si dividevano, si ricomponevano, diventavano grandi enormi e ancora piccole e insignificanti. Il bambino ebbe la creatività di rappresentare quella storia di scontri e terre fertili, come la più intrigante di tutti. Ridacchiò e cercò lo sguardo della madre, le dita ancora a mezz'aria disegnavano una lancia. Nessun paio di occhi l'aveva degnato di uno sguardo, la figura della madre rimase inerte. Lentamente abbassò le braccia e così anche gli angoli della bocca. A stento emetteva fiato, stava cominciando a dubitare ci fosse ancora una mente dentro di lei.

"Sarai stanca, dopotutto la faccenda dei Sumeri è un po' noiosa" giustificò distogliendo lo sguardo e rialzandosi sconfortato.

[...]

"Sono di nuovo io, ti ho portato questa torta al cioccolato. Ho combinato un pasticcio nel preparla ma sistemerò tutto." Il bambino era agguerrito, determinato quando subentrò nella stanza facendosi largo con il piede a sospingere la porta. Sospirò soddisfatto, osservando ancora il suo capolavoro, non riusciva a togliere gli occhi di dosso quella torta. Era riuscito a darle una forma perfettamente cilindrica, la glassa al caramello rendeva la superficie lucida ed era disposta in modo così omogeneo da sembrare opera di un pasticcere e non di un bambino di otto anni.

"Non ne vuoi un po'? È davvero buona, me l'ha assicurato papà." Il piatto in mano divenne pesante, così lo abbandonò sul comodino.

"Te ne taglio subito un pezzo, è squisita!" affondò il coltello dolce fino a che non si udì il rumore della lama che toccò la porcellana; i suoi occhi erano concentratissimi, le sopracciglia aggrottate. Quando ottenne un triangolo altrettanto preciso lo spostò su un piatto più piccolo e lo porse alla donna.

La madre si smosse battendo le palpebre, le coperte si scostarono e con il suo intero corpo si voltò dall'altro lato dandogli le spalle. Il bambino non stava sorridendo, ma la tenacia e la grinta nel suo sguardo svanirono lasciando posto ad un'espressione perplessa.

"Cosa c'è che non va? C'è il caramello! Come piace a te! Su mamma ti prego, solo un pezzetto."

"Fallo uscire." sussurrò quieta. Il bambino corrugò la fronte schiudendo la bocca, risentito.

"Meglio che la lasci riposare, vedrai che starà meglio." gli disse il padre scortandolo fuori dalla camera.

"Non fa altro che riposare, questo non è solo uno stupido mal di testa!" l'uomo increspò le sopracciglia. "Avevi detto che sarebbe stata meglio, che sarebbe guarita! Non lo sta facendo affatto e mi sono stancato, mi sono stancato di tutti voi" sbottò andandosene via.

[...]

"Questa gliela devo proprio raccontare! Mamma! Mamma!" esclamò correndo su per le scale sfrecciando accanto al padre e ai suoi fratelli. Piombò nella stanza matrimoniale spalancando la porta, la mano ancora sul pomello. "Mamma ho preso una A in matematica! Non lo credevo più possibile e inve-" la voce gli morì in gola. La madre non c'era. Si affacciò nel bagno privato ma non era nemmeno lì. Corrugò la fronte lasciando cadere il foglio sul pavimento, ispezionò la casa intera ma non vi era traccia di lei.

"Che succede? Dove corri?" ancora lo zaino sulle spalle e il viso preoccupato, il bambino ignorò i richiami divertiti del padre e tra le varie porte aprì anche quella del garage. Nel mezzo vi era una corda che terminava in un cappio. La donna dai capelli scuri era esattamente lì, in piedi su un secchio che fissava con occhi stanchi il bambino. La vita non aveva ancora abbandonato il suo corpo, ma non si arrestò neppure dal farlo.

"Non farlo!" gridò ma le sue parole uscirono quando ormai la morte aveva chiuso le sue dita su di lei. Il secchio rotolò, la corda si tese con un inquietante rumore e la sagoma si contorse dal dolore.

"No!" il bambino corse da lei, le artigliò le gambe stringendole tra le braccia e cercando invano di sollevarle di allentare la tensione sulla corda.

"Papà papà, ti prego papà" urlò come non aveva mai fatto, stringendo i denti, mettendoci tutta la forza che aveva. Le scarpe scivolavano sul pavimento, le mani sbiancarono in quella presa disperata. Ma aveva otto anni ed era un tipo mingherlino.

"Papà!" strillò con le lacrime che gli colavano dagli occhi incontrollabilmente. "Papà aiutami, aiutami ti prego!" strinse i denti cercando di sorreggere l'intero corpo della madre ma continuava a cedere. Non sapeva dove agganciare la presa per impedire alle sue mani di scivolare.

"Che succede? Alysia!" gridò l'uomo raggiungendo la moglie a grandi falcate.

"Aiutami papà, aiutami, aiutami ti prego." continuò a supplicare il bambino con gli occhi lucidi e le labbra tremolanti; si era lasciato cadere in ginocchio quando il padre lo allontanò. A nulla servì nient'altro. Il marito non aveva fatto in tempo nonostante tutta la fretta e l'urgenza, la moglie non ce l'aveva fatta. Il suo corpo aveva smesso di contorcersi e la morte l'aveva stritolata.

"Mamma" chiamò ancora strisciando le ginocchia sul pavimento consunto del garage avvicinandosi al corpo steso. L'uomo, altrettanto inginocchiato le cercava disperatamente il battito. Gli occhi rovesciati all'indietro erano ancora aperti, a fissare il soffitto.

"No no no no" l'uomo si stava agitando, confuso e incredulo. Non aveva neppure notato il figlio, mentre le afferrava il polso e ne cercava anche lui il battito. Quest'ultimo abbassò la testa e cominciò a singhiozzare sommessamente.

"AAAAH!!" gridò perdendo il fiato, sopraffatto dai singulti. Si gettò sul corpo fermo. "Perchè l'hai fatto? Ti avevo detto di non farlo! Perchè non mi ascolti mai, perchè perchè!?!?" tirò su col naso ma non la stava ascoltando neppure quella volta. Il padre tirò a sé il bambino in un abbraccio, - aveva smesso di gridare e aveva dovuto inalare un gran respiro rotto, spezzato- coprendogli la visuale. Vide tutto nero.

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