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Prima Prova

Mi sveglio. Sono sola. Completamente sola. Non ricordo più niente di me, il mio nome, le mie origini. Tutto ciò che riesco a pronunciare è un nome, che piano piano si fa spazio nella mia mente: Evan.

Apro a fatica gli occhi, vedendo una stanza bianca intorno a me. Nulla mi è chiaro, è tutto confuso e non riesco a mettere a fuoco nulla, se non il colore di quella camera.

Vidi il mio braccio collegato a un tubicino, ero collegata a una flebo.

Non riesco ad alzare il busto, non mi sento in forze.

Lo shock che avevo inizialmente e l'amnesia che mi possedeva svaniscono pian piano, e riesco a ricordare il mio nome: mi chiamo Michelle.

La visuale della stanza si schiarisce, e riconosco di trovarmi in un ospedale, cosa che avevo già intuito osservando i tubicini collegati al mio braccio pallido.

La porta della camera si apre lentamente, e mi compare davanti una figura magra e dall'aria cordiale. Sembrava provare pena per me. Una ragazza in un letto, una ragazza che ricorda solo due nomi. Uno dei quali, d'altronde, è il proprio.

La donna dai lunghi capelli neri raccolti in un'alta coda di cavallo indossa un camice, e si avvicina a me con passo cauto e sguardo indagatore.

Sorrise, sembrava rasserenata.

<Michelle. Buongiorno.>,aggrotto le sopracciglia, confusa. Ero felice di essermi ricordata il mio nome, ma non ricordavo ancora chi si chiamava Evan. E, nonostante non ricordassi neppure come fossi finita in ospedale, quello era tutto ciò che m'importasse.
<Chi è Evan?>,chiesi alla giovane donna, senza nemmeno un breve giro di parole. Avrà trentacinque anni, più o meno. Sembra gentile ma allo stesso tempo la trovo fredda, e molto impegnata ad osservarmi. Un misto fra pena e compassione.

Interruppe i miei pensieri, dando una risposta alla domanda che mi straziava dentro.

<Evan. Evan. Evan. Eravate nella stessa auto dopo aver avuto... quel brutto incidente, insomma.>
<Non ricordo nemmeno di aver avuto un incidente. Non posso sapere quanto sia stato brutto.>
<Siete andate a sbattere contro un camion. Siete due miracolate.>,miracolate? Avrei giurato che Evan fosse un nome maschile.
<Evan è mia sorella?>,la donna scosse la testa alla mia domanda.
<Potrebbe essere. Ma non abbiamo ritrovato borse o documenti nella vostra auto. Potrebbe essere sua sorella, o una sua amica, o potrebbe essere la sua fidanzata, oppure una collega di lavoro la quale le stava dando un passaggio. Era Evan alla guida.>,aggrotto nuovamente le sopracciglia.
<Se non avete ritrovato documenti, come conoscete i nostri nomi?>
<Prima di svenire, Evan ha risposto ad alcune domande. Anche se poche. Ha saputo dirci Mi chiamo Evan e Lei si chiama Michelle. Non sappiamo nulla di più. Lei potrebbe aiutare.>,dice, facendomi un cordiale segno con la testa. Io annuisco.
<Dov'è Evan?>
<Evan è in coma. Non capiamo come sia possibile, ma Evan è in coma. Non me lo sarei aspettato. Le sue condizioni sembravano stabili. Se lei volesse andarla a trovare... forse si ricorderebbe qualcosa. Su sé stessa, sull'altra ragazza. Potrebbe esserci davvero d'aiuto.>

Riuscì finalmente a sollevare la testa e sedermi, guardando la donna dritto negli occhi azzurri.

<La voglio vedere.>

***

Fui portata nella camera nella quale si trovava Evan circa un'oretta dopo.

Erano le nove.

Non avevo dei vestiti puliti, purtroppo, e l'ospedale non poté che rimediarmi degli asciugamani e una camicia da notte abbastanza larga. La figura che vidi allo specchio aveva un'espressione più confusa di quella che pensavo di avere. Gli occhi marroni erano contornati da occhiaie, avevo dei lividi e dei tagli. Dei cerotti un po' ovunque. I capelli castani lunghi fino alle spalle restarono mossi e spettinati, nonostante vi avessi passato la spazzola per minimo dieci minuti. Erano colmi di nodi.
Il fisico non era nè asciutto nè troppo tondo. Una via di mezzo accettabile.

Ma non ero affatto interessata ai miei capelli disordinati, alle ferite e tanto meno ero in condizioni di giudicare se il mio fisico andasse bene. Ero solo tanto confusa su Evan. Volevo sapere chi era, e ruolo avesse nella mia vita.

Non so ancora perché, ma sento che sia una persona importante. Già le voglio bene. Forse, è solo perché abbiamo condiviso questa brutta esperienza insieme... e lei ne è uscita peggio di me. Non mi sento colpevole, non ero io alla guida. Però non posso negare di sentirmi fortunata.

La donna dai capelli neri, che mi ha rivelato chiamarsi Sarah, mi sorride coraggiosamente trasportando la mia sedia a rotelle fin dentro una stanza. Ero troppo stanca per riuscire a camminare, mi han detto altri medici.
Mi lasciò all'interno della camera, senza chiudere la porta.

Somigliava molto a quella nella quale stavo io, a parte le tinte azzurre. Sul letto, collegato a tanti tubicini, un esile corpo femminile. I capelli corti e la mascherina per l'ossigeno.

In quel preciso istante, ricordai esattamente tutto, e il mio cuore perse un battito.

Evan.

•••

Prima parte. Mi scuso se è un po' corto, ma essendo un capitolo fatto per un concorso di non volevo fosse troppo lungo!

Lemure99 jolanda-jn

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