Terza prova: Ingrato e bugiardo (Omaggio a Coleridge)
«Io non dovrei essere qui.» mormora il marinaio tra i denti, lo sguardo rivolto al pavimento, i pugni chiusi lungo i fianchi.
«Così mi ringrazi di averti salvato, Samuel? Non ti facevo così ingrato, sai?»risponde offesa la Vita, mettendo il broncio e incrociando le braccia al petto.
«Tacete, voi! Non vi chiesi di salvarmi, quel giorno! Meritavo di morire come era giusto!» sbraita Samuel, ferito dalle sue parole.
«Smettila di fingere. So meglio di te che non volevi morire davvero. Lo dici solo perché speri che questa tua falsa modestia possa ripulirti la coscienza dalle tue azioni.» interviene solenne la Morte, il volto impassibile e la falce al fianco.
Il marinaio tenta di difendersi, esclamando:«Non è assolutamente vero!»
«Samuel, non puoi mentire alla Morte.» lo avverte lei.
«E nemmeno a me. Ricordo che mi hai implorata, hai supplicato disperatamente ... e non provare a controbattere dicendo che mento!»
«Perché ti comporti così, Samuel? Perché non ti godi questa vita che ti abbiamo concesso?»
«Smettetela! Non me l'avete concessa! Ve la siete giocata ai dadi, ecco com'è andata! Vita ... mi avete vinto ai dadi con vostra sorella ...» contesta Samuel, sulla soglia delle lacrime per la disperazione.
«Che fortuna che io abbia vinto, non trovi? Potevi essere in fondo al mare a farti mangiare dai pesci e invece sei qui! Schiere di uomini vorrebbero essere al tuo posto e tu mi ringrazi così? Sei davvero un ingrato, Samuel, ingrato e bugiardo.»
«Voi scherzate ... quale uomo vorrebbe vivere con la consapevolezza di aver causato la morte dei propri compagni? Quale uomo desidererebbe portarsi appresso questo dannato peso, che grava come macigno sul mio petto?»
«Allora lo ammetti! Lo ammetti che vuoi ripulirti la coscienza!»esclama la Vita con un sorriso folle in volto, entusiasta di averlo colto sul fatto.
«Con il mio gesto ho richiamato le ire degli dei sulla nostra nave ... ho condannato i miei compagni ... e voi! Voi! Ve li siete presi ingiustamente! Dovevate prendere me! Me! Senza dadi, senza scommesse! Morte, perché usate la vostra falce solo per il vostro piacere? Perché non mi mandate a bruciare all'inferno? Farà certo meno male del vivere così!» domanda Samuel con voce lamentosa.
«A parte per il fatto che rispetto il risultato della nostra scommessa, non ho nessun obbligo a fare favori, specialmente a uomini come te, sporchi fin nel midollo, che sperano di salvarsi dal dolore del rimorso grazie alla mia falce. Voi mi dovete temere, dovete tremare quando mi avvicino, non dovete gioire.» afferma severa la Morte, sporgendosi verso di lui e rivolgendogli uno sguardo di fuoco.
Samuel tace tremando, consapevole di essere l'uomo che la Morte ha descritto; deglutisce rumorosamente, gocce di sudore freddo gli imperlano la fronte.
«Sorella mia, andiamo. Non sempre fai del male con la tua falce ...» interviene bonariamente la Vita, mettendole una mano sulla spalla con un sorriso in viso.
«Lì sei tu ad esser bastarda, sorella cara. Pare che tu me li voglia regalare, quei poveri disgraziati, dopo averli conciati per le feste.» controbatte la Morte in tono di accusa, annacquato dalla sua nota mancanza di pathos.
«Non puoi divertirti mica solo tu ...» dice la Vita ghignando e facendo spallucce.
«Ma che razza di discorsi fate? Ma vi sentite? Parlare delle nostre vite come di giocattoli da usare fino a romperli! Siamo questo per voi? Trastulli per ingannare l'eternità?» sbotta Samuel incredulo e sconvolto.
«In effetti sì, è quello che siete. Ma tra noi e gli dei non so chi si diverta di più ...» afferma funerea la Morte, il volto è la solita maschera indifferente.
Samuel non replica, ma abbassa lo sguardo e prende a torturarsi le mani, ripensando al viaggio in nave in cui, per colpa di un suo stupido e insensato gesto, aveva perso la sua ciurma, i suoi amici.
Estrae la pistola dalla fondina appesa alla cintura, disattiva la sicura e, impugnandola con entrambe le mani, la solleva.
«Che speri di fare con quella?» domanda la Morte, per niente impressionata.
«Samuel! Come ti permetti? Mettila giù! Subito!» ordina imperiosa la Vita, facendogli segno con la mano di posare l'arma.
Samuel però non le ascolta, guardando le due sorelle con aria di sfida.
«Io ... non sono ... il vostro burattino.» afferma con decisione, facendo lunghe pause per far meglio risaltare le sue parole.
Vita e Morte lo guardano, aspettano, una fremente di rabbia, l'altra annoiata.
«Non è una decisione che spetta a te, questa.» lo avverte la Vita, tentando di mascherare la sua rabbia e la sua offesa dietro uno sguardo e una voce glaciali.
«Certo che lo è. È la mia vita, mia cara.» risponde lui con un sorriso, infilandosi la canna della pistola in bocca e chiudendo gli occhi, le dita serrate sul grilletto.
«Ingrato e bugiardo.» ripete la Vita un'ultima volta, prima che lo sparo copra e annulli ogni suono, dipingendo con uno schizzo rosso acceso il muro dietro di lui.
Samuel vola sopra il mare azzurro e scintillante, calmo come quella mattina quand'era partito con la sua ciurma per vivere grandi avventure.
"Che bella la morte." pensa con un sorriso, lasciandosi accarezzare il volto dalla brezza marina.
Ma quello non è il suo viso: è lungo e affilato ... è un becco. Nel vero senso della parola.
Prova ad aprire la bocca per gridare, ma non esce parola, solo uno starnazzo fastidioso.
Una figura bianca fatta di veli al vento lo affianca in volo. Gli sorride con le sue labbra rosse come il sangue e nei suoi occhi Samuel vede riflessa la sua figura, il se stesso nella morte: un maestoso albatro, così simile a quello che aveva ucciso tempo addietro, durante quel maledetto viaggio; solo i suoi occhi verdi lo distinguono dalla sua vittima che sta impersonando, evidenziando l'esistenza di un'anima umana nel corpo di una bestia ... o forse dell'anima di una bestia, razionale fino ad un certo punto, in un corpo animale innocentemente guidato dai suoi primordiali istinti?
«Chi ti ha detto che potevi morire, Samuel? Sei una mia proprietà, decido io cosa farne di te.»
Il suo sorriso malvagio lo atterrisce, rinnovando in lui il senso di colpa che torna a trafiggergli il petto piumato.
«Finisce solo quando lo dico io.» lo avverte la Vita, scomponendosi in filamenti evanescenti e dileguandosi così tra le nuvole.
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