II ~ Memorie di un giorno dimenticato
Toccando la lapide avrebbe dovuto sentire freddo, piccoli aghi dalle punte gelate sarebbero dovute penetrare nella sua carne a poco a poco, scuotendolo fin dentro ai midolli delle ossa. Eppure, non provava niente, e il suo corpo pareva scollegato dalla mente, come se il filo che li univa fosse stato reciso. Non gli importava minimamente delle ignobili gocce d'acqua piovana che scendevano verso le sue spalle, costrette dalla forza di gravità ad accumularsi sul terreno ormai fangoso di quel grande cimitero mortale.
Mick percepiva solo il dolore, e la tristezza, sua sposa, troneggiava sul suo volto, sui suoi lineamenti e nei suoi occhi chiari, di solito così allegri e scintillanti. La malinconia era una nota che continuava a martellargli in testa, diffondendosi nel suo corpo, che era talmente immobile da far pensare che lo fosse da decenni, mentre la solitudine, diffusa nel cervello come un banco di nebbia, era infinitamente maggiore di quella che avrebbe potuto sentire se si fosse curato di essere solo in un camposanto, con la forte pioggia - cui il satiro non era minimamente abituato - a penetrargli i vestiti.
Sul marmo bianco erano incise delle lettere, leggibili nonostante il clima. Era impossibile cogliere i rumori, per cui l'unica cosa che restava da fare, che si volesse o meno, era leggere.
Mick lasciò scivolare i polpastrelli sulle parole incavate, il cui significato bruciava dolorosamente nella sua memoria.
Myra Nase
"In Memoria di ciò che è accaduto,
perché niente si perda nell'oscuro oblio.
Sono i ricordi a renderci ciò che siamo,
a infondere il significato della vita
in questi gusci vuoti di polvere e ombra."
Rileggendo quei versi che aveva scritto lui stesso - non capendo nemmeno bene il perché - alcuni anni prima, le lacrime iniziarono a rotolargli sul viso, prima lentamente, poi con maggiore velocità, in uno sfogo di tutto il dolore che gli riempiva ogni cellula del corpo, e il satiro cadde a terra in ginocchio, prendendosi la testa fra le mani.
E intanto anche il cielo continuava a piangere.
•••
Mick fu svegliato dalla tonante voce di Andrew, un anziano Signore delle Selve che indossava perennemente tuta e scarpe da ginnastica. Dopo aver borbottato un «Ancora cinque minuti» e aver ascoltato l'inizio di una lamentela sulla pigrizia della nuova generazione, il giovane satiro si alzò.
«Perché mi hai svegliato così presto?» domandò in modo un poco brusco.
«Dovresti essere più rispettoso verso un Signore delle Selve. In ogni caso, ti ho fatto alzare perché oggi avrai una giornata molto speciale.»
Mick si sentì improvvisamente sveglio: detestava la noia che attanagliava il Campo Mezzosangue durante quel periodo dell'anno, l'inverno, e l'idea di avere un distrazione lo entusiasmava.
«Cosa?»
«Ti sarà affidato il tuo primo incarico, figliolo» rispose l'anziano, con aria grave.
Non riuscendo a contenere la gioia, il giovane balzò in piedi, lanciando un ululato di felicità.
«Per gli dei, non urlare! Vuoi forse svegliare tutte le driadi del bosco? E contieni la tua gioia, poiché l'incarico sarà pericoloso, pur non essendo particolarmente difficile.»
Ma il satiro non lo stava più ascoltando: era concentrato a ragionare tra sé in preda all'euforia.
«Porterò a termine il compito, così otterrò la mia licenza da cercatore e potrò andare in cerca di Pan» ripeté più volte, con un largo sorriso stampato sul viso.
Il Signore delle Selve scosse la testa, sconsolato: non era mai stato d'accordo nell'affidare al superficiale Mick quell'incarico, e temeva il peggio. Ma così era stato deciso dal consiglio. Eppure nel cuore del vecchio Andrew albergava una brutta sensazione, che gli tornava in mente in modo insistente ogni volta che osservava il satiro.
«Dovrai accompagnare Myra Nase, una figlia di Atena, fino a casa sua. Resterà a casa per alcuni giorni, in compagnia del padre. Non riteniamo che ci sia molto pericolo, ma tu dovrai dormire in un hotel vicino all'abitazione, per controllare che nessun mostro attacchi né lei né il genitore. Raggiungerete in autobus la vostra meta, che si trova a New York. L'hotel è già stato pagato, questo è l'indirizzo» spiegò l'anziano, tirando fuori dalla tasca dei pantaloni un foglietto piegato che porse, con un po' di nervosismo, a Mick.
Mick conosceva già la mezzosangue, l'aveva conosciuta negli ultimi tempi al Campo. Era arrivata da poco, ma si era immediatamente ambientata, e la sua simpatia era pari all'intelligenza che tanto contraddistingueva lei e i suoi fratelli. Aveva mostrato una discreta bravura nel combattimento, ma erano le sue capacità di improvvisazione e di adattamento a qualunque situazione a essere sorprendenti.
Ascoltò gli interminabili discorsi di Andrew, poi si preparò per l'incarico e raggiunse la Casa Grande - dove avrebbe dovuto incontrare la ragazza -attraversando i rigogliosi campi di fragole che, grazie al regnate clima mite e alla cura dei discendenti di Demetra, erano pieni di frutti. Il dolce odore della vita volteggiava nell'aria.
Mick si fermò davanti al grande edificio del colore del cielo, e aspettò con impazienza. Nonostante la leggera brezza, la felpa pesante che aveva indossato lo faceva sudare, ma, stando alle parole dell'anziano Signore delle Selve, fuori gli sarebbe servita. Dall'entrata della casa si affacciò la figura di una ragazzina sugli 11 anni. La semidea aveva i capelli biondi come spighe di grano baciate dal sole, e occhi talmente grigi da fare invidia alle nubi di un cielo in tempesta. La sue labbra apparivano fini, e davano l'impressione che le corde vocali non potessero far altro che produrre suoni dolci e leggeri.
La ragazzina raggiunse velocemente il satiro. I due giovani si sorrisero.
«Mick, giusto?» domandò lei, ottenendo un gesto col capo in risposta. «Sei un satiro alle prime armi, vero?»
«Come fai a saperlo?» ribatté lui, a metà tra lo sconcerto e la vergogna.
«Sei piuttosto giovane, e poi, chi altri avrebbero dovuto mandare per un incarico simile? Non che questo sia un problema, ovviamente» aggiunse, vedendo la faccia imbarazzata di lui.
Scambiate poche altre parole, i due diedero inizio al viaggio.
Raggiunsero a piedi la fermata dell'autobus più vicina, dove un veicolo verde e blu li caricò. Lui non era affatto nervoso: non era il tipo da preoccuparsi troppo. Lei, al contrario, più intelligente e razionale, era in allerta, pronta a cogliere qualunque indizio della presenza di un mostro.
L'indizio arrivò sotto le mentite spoglie di una sensazione, quando mancava ormai poco all'arrivo.
L'autobus si arrestò a una fermata, e le porte si aprirono con un leggero cigolio, lasciando salire un paio di persone, accompagnate dal vento.
Mick sentì Myra irrigidirsi accanto a lui. La semidea, dopo aver perso il colore che le tingeva guance, cominciò a guardarsi freneticamente intorno, agitandosi sul sedile di plastica blu del bus alla ricerca di qualcosa che non riusciva a vedere. Aveva gli occhi stretti, ridotti a due fessure per la concentrazione.
«Cosa succede?» chiese Mick, perdendo un po' la calma. Non si era accorto di nulla: non avrebbe potuto in nessun caso, non possedendo le capacità da mezzosangue di Myra.
«Io... ho avuto una strana sensazione, come di gelo improvviso. Penso che ci sia qualcosa vicino a noi.»
«Una sensazione?» ripeté il satiro.
«Sì, non è la prima volta che mi capita. È come una specie di sesto senso in stile Spider-Man, anche se non credo sia il paragone più intelligente da fare, considerando che sono una figlia di Atena.» Aveva detto l'ultima frase quasi in un sussurro, con la paura che l'essere ignoto potesse udire le sue parole.
Con i muscoli del collo ancora contratti, Myra afferrò il polso di Mick con una mano. Il satiro sentì una stretta tenace, le dita irrigidite da tensione e paura. La ragazza lo trascinò fuori dal mezzo un secondo prima che si chiudessero le porte. In strada, i rumori delle auto e i discorsi della gente, spesso urlati per sovrastare il caos circostante, si insinuarono nelle loro orecchie, disorientandoli per qualche attimo. Fu Mick a riprendersi per ultimo, avendo un udito più sensibile per natura.
Non ebbero nemmeno il tempo di capire dove si trovassero o di osservare la lucente via di New York: cominciarono a correre per allontanarsi da quel luogo, e il battito dei loro cuori assunse ben presto il ritmo dei passi. Entrambi finirono più volte contro vari passanti, ma non si scusarono con nessuno di loro, ricominciando a fuggire più velocemente di prima, e finendo con l'entrare in alcune strade secondarie.
«Myra, fermati!» ansimò dopo un po' Mick.
La ragazza rallentò, e i due si fermarono.
«Tranquilla, siamo soli» le disse lui, puntando i suoi occhi in quelli grigi e pieni di paura della semidea. Lei annuì piano, posando le mani sulle ginocchia: insieme alla calma, cominciava a sentire anche la stanchezza per la corsa appena fatta.
I giovani si trovavano in un piccolo spiazzo circolare, una sorta di ingrossamento della via. Palazzi adibiti a uffici svettavano intorno a loro, con i loro colori noiosi - grigio, nero e blu scuro - che quasi coprivano il cielo, facendolo apparire più scuro di quel che era realmente. Sul lato sinistro della strada vi era l'unico edificio che non fosse in perfette condizioni: un palazzo più basso degli altri, completamente nero e sporco. Davanti all'entrata erano stati tesi molti nastri, e da un lato campeggiavano delle impalcature. Osservando con più attenzione, si riusciva a vedere che una parte della porta scorrevole era rotta, con il battente caduto a terra.
«Dove siamo?» chiese Myra, dando voce ai pensieri di entrambi. In risposta, il satiro scosse la testa e riprese a guardarsi intorno. Poi, li raggiunse un forte rumore di passi rapidi in avvicinamento, che rimbombarono nelle orecchie di Mick come spari, tanto erano in contrasto con il silenzio di pochi secondi prima.
Quella volta, fu proprio lui a reagire in modo fulmineo.
«Vieni!» sussurrò alla semidea, afferrandole un braccio e conducendola verso l'edificio pericolante.
«Hai avuto una strana sensazione?»
«No, ma penso che ci abbiano seguito.»
«Come fai a dirlo?» ribatté lei, scettica e molto più razionale del compagno. Nonostante ciò, proseguì nella corsa.
«Non mi servono i poteri dell'Uomo Ragno per dirlo. È come un film di spionaggio» spiegò. «I buoni sono sempre inseguiti dai cattivi.»
Myra non alzò gli occhi al cielo solo perché dovette sgusciare attraverso l'apertura, facendo attenzione ai vetri sparsi al suolo. Il satiro la seguì, e i due si spostarono verso destra, per poi appiattirsi contro la parete, sulla quale si trovava una grossa striscia scura formata dall'umido.
Aspettarono. Aspettarono in silenzio per diversi minuti, che scorsero lenti in modo indicibile. Nonostante il clima, Mick sentì alcune gocce di sudore percorrergli la spina dorsale. Vide che le mani della compagna erano rigide, con le falangi stese, in modo simile a un pallavolista pronto a saltare a muro. Dopo quella che a entrambi parve un'eternità, Myra decise di sporgersi verso l'entrata, per cercare di vedere qualcosa. Lentamente, il corpo della ragazza si tese verso sinistra e poi, altrettanto lentamente, tornò indietro, in una sorta di yo-yo. Dopodiché, le spalle della figlia di Atena si rilassarono.
«Tutto tranquillo.» E il mondo riprese il suo ritmo naturale.
Tirarono finalmente un sospiro di sollievo. Il satiro cominciò a guardarsi intorno. Tutto ciò che si poteva intravedere era una grande quantità di ragnatele e polvere, disseminate sulle pareti e sul pavimento in piastrelle grigie. La stanza era spoglia: le uniche cose ad essere rimaste erano il banco all'entrata e alcuni divanetti, privati dei loro cuscini e non disposti in ordine. L'illuminazione dell'ampia sala era fornita dalla luce che attraversava la porta e dalle due finestre sulla parete destra. Metà della stanza appariva così luminosa, mentre la restante parte era immersa in una densa massa di oscurità.
Nessuno dei due giovani - in particolar modo la cauta Myra - desiderava avventurarsi in quel lato buio.
«Andiamo?» propose.
«Sì» rispose semplicemente il satiro, per poi dirigersi verso l'uscita.
Ma in quel momento Mick sentì un rumore, come un debole e lontano click, e si bloccò sul posto. La semidea lo guardò con uno sguardo confuso.
«Hai sentito?» le chiese in un sussurro.
Il volto di Myra si accigliò ancora di più.
«Cosa dovrei aver sentito?»
«Lo scatto. Il click.»
Il satiro si voltò di nuovo verso l'interno della stanza. Era consapevole di non aver immaginato il suono, ma non gli venne in mente che la spiegazione potesse essere che il suo udito era superiore a quello mortale e semidivino. Gli balzò immediatamente agli occhi una fioca luminescenza, che rischiarava una rampa di scale per il piano inferiore.
Prima non c'era, si rese conto con un sussulto. Fece per indicare la mirabile apparizione alla semidea, ma lei si era già spostata in avanti, con la bocca spalancata.
I due giovani furono vinti dalla curiosità. D'altronde, Mick era sempre stato curioso per natura, e il desiderio di conoscenza era una delle caratteristiche fondamentali di tutti i figli di Atena, della cui lista Myra faceva pienamente - e fieramente - parte. La possibilità di rimpiangere una scelta del genere non sfiorò le loro menti: logorarsi l'anima per non aver scoperto ciò che si celava dietro la luce gialla sarebbe risultato di gran lunga peggiore. Né, tantomeno, il satiro ricordò di interpretare il ruolo di protettore - il che comprendeva di non cercare pericoli inutili - e la semidea considerò che il buon senso, di cui era grandemente dotata, sconsigliasse vivamente di andare incontro a rischi evitabili.
Si scambiarono un'occhiata composta da mille parole silenziose, e iniziarono l'avvicinamento alle scale. Seguendo il chiarore raggiunsero un sotterraneo, stranamente risplendente di luce.
Il pavimento era composto da assi di legno, e mobili di ogni tipo erano disseminati per la piccola stanza. Su ognuno di essi, dalla più piccola credenza alla più grande cassettiera, si trovavano decine e decine di oggetti. Vi erano collane, bracciali, vestiti, anelli, mappe e disegni ammassati gli uni sugli altri. Ma gli oggetti più numerosi di tutto quel caotico insieme erano...
«Libri...» disse Myra, sconcertata.
«... e fotografie» concluse Mick.
Come in un sogno surreale, il satiro e la ragazza si mossero in quell'ambiente, con lo stupore che aleggiava su di loro in modo simile a vapore. Mick prese in mano una foto. Nonostante si trattasse di una vecchia immagine, la carta era in perfette condizioni, e l'unico indizio dell'antichità dell'oggetto – oltre al colore – era la condizione della cornice: scheggiata e vecchia, rotta in alcuni punti, con il vetro diviso in due parti da una spaccatura diagonale. Ritraeva una famiglia di tre persone, due coniugi e una bambina piccola, tutti sorridenti. Il contrasto che quella gioia aveva con la stanza era pari a quello della foto con la cornice. Altre fotografie rappresentavano paesaggi, persone in vacanza e monumenti, e i pezzi di carta erano tutti, immancabilmente, in condizioni perfette, arricchiti da colori vivaci e luminosi.
«Sono tutti libri storici o tratti da storie vere... è come un'immensa biblioteca di ricordi. La cosa più strana è che sono ricoperti di polvere, ma le pagine non sono né ingiallite né rovinate...» commentò Myra dall'altro lato della stanza.
«Anche le fotografie sembrano nuove, ma le cornici sono rotte» le rispose il satiro, voltandosi. «Cosa significa?»
La semidea scosse la testa, poi avanzò verso l'altra parte della stanza, che terminava con un'altra porta, di dimensioni maggiori rispetto al normale. Dopo aver posato la fotografia, Mick la raggiunse. Arrivati alla porta si fermarono, e i loro sguardi furono catturati da un dettaglio: poco sopra la soglia si trovava un piatto circolare con un monte dipinto al centro, su uno sfondo blu notte che rappresentava il cielo. Nella volta celeste vi erano nove punti bianchi, che rappresentavano delle stelle, e una parola dello stesso colore risaltava sopra il disegno della montagna.
«Elicona» dichiarò Myra, leggendo. «Che diavolo significa?»
Mick rispose che non lo sapeva. Eppure, continuava a vorticargli nel cervello la strana sensazione tipica di chi non riesce a ricordare qualcosa. Sapeva di conoscerlo, ne era certo, ma l'informazione non era alla sua portata, come se stesse cercando di scappare da lui.
I due osservarono ciò che si trovava oltre il varco, ma a nessuno fu possibile distinguere un qualsiasi elemento oltre la barriera formata dal buio. In quel momento, però, come a voler esaudire il desiderio dei giovani, la stanza fu inondata di luce, accompagnata dal suono che Mick aveva udito in precedenza, solo più forte. Il satiro e la semidea chiusero gli occhi involontariamente e si portarono una mano a coprirli, accecati per pochi secondi dal bagliore improvviso. Quando li riaprirono, il gelo invase i loro corpi.
Davanti a loro, al centro esatto di una stanza perfettamente circolare, si trovava una figura alta più di due metri, girata di spalle. Teneva le braccia – dalla pelle tanto chiara da sembrare quella di un albino - piegate davanti al corpo, con i palmi rivolti verso l'alto e la testa piegata leggermente all'indietro. Il dettaglio più appariscente, tralasciando l'incredibile altezza, erano i capelli: ricadevano, lunghi fino a metà della schiena, in boccoli di due colori, neri sul lato sinistro e bianchi su quello destro.
La figura disse qualcosa in una lingua sconosciuta ai due giovani, e cominciò a camminare per la stanza, con calma, incurante dei due che, impietriti, si trovavano sulla soglia. La lunga tunica color papiro assecondò i suoi movimenti, e confermò i sospetti della figlia di Atena e del satiro: erano al cospetto di una donna. Dopo qualche passo si fermò, voltandosi verso i due.
Vista da davanti, era ancora più inquietante di prima. Il viso pareva diviso a metà da una linea invisibile: il lato sinistro era coperto da brutte cicatrici, mentre quello destro era liscio e chiaro, senza alcuna imperfezione. Gli occhi erano neri come l'ossidiana. Nonostante tutto, i lineamenti apparivano magnifici tanto quanto crudeli e gelidi.
«Ricordo perfettamente quegli occhi» esordì, rivolgendosi a Myra. «Ma non posso sapere se tua madre ricorda me. Dimmi, figlia della dea della sapienza, hai riconosciuto la lingua in cui ho pronunciato quella così comune parola?»
La semidea riprese a fatica il controllo di sé stessa e scosse la testa. Per tutta risposta, la donna sospirò.
«Dimenticata anche da coloro che più dovrebbero mantenerla nella memoria. Non che mi sorprenda, dopo tutto questo.» Nella sua voce c'era disprezzo.
Anche il satiro si riprese.
«Ecco spiegato il mistero della porta extra-large» sussurrò alla compagna, con un filo di ironia, venendo totalmente ignorato.
«Immagino che non rammentiate nemmeno il mio nome, come la maggior parte degli umani.»
«Se tu ce lo dicessi sarebbe più semplice. Chi sei?» rispose Mick, aspro.
«Rispetto» intimò gelidamente la donna, con una rabbia primordiale negli occhi. Mosse un passo in avanti, verso i due giovani, che, istintivamente, ne fecero uno indietro.
Il satiro si voltò verso la semidea, che spalancò gli occhi in un lampo di comprensione.
La faccia della donna si contorse in un ghignò malefico.
«A quanto pare, hai disseppellito la risposta dai recessi della memoria.»
«I libri di storia, le foto... tu... tutto quel parlare di ricordi... e il piatto! Il monte Elicona... quelle stelle rappresentano le nove Muse...» balbettò. Ad ogni parola il sorriso della donna si allargava.
«Non capisco, chi è?» chiese Mick, confuso.
Il volto di Myra assunse un'espressione di timore e risolutezza.
«Mnemosyne, la dea della memoria.»
«Dea della memoria? Somiglia più a una...» disse, ancora confuso.
L'errore fu di non abbassare la voce. Negli occhi della dea passò un guizzo fugace.
"Cosa stavo dicendo?" concluse Mick, ancora più sconcertato. Myra gli indicò la donna, e il satiro capì.
«Raccontaci la tua storia, perché possiamo poi ricordare e capire come sei arrivata qui» disse Myra immediatamente, con l'obiettivo di prendere tempo.
«Ti accontenterò, figlia di Atena, poiché, dopo una lunga attesa, posso finalmente farlo. Tempo fa, come ben sapete, gli dei cominciarono a sparire dalle menti degli uomini, venendo dimenticati sempre più in fretta. Così, l'Olimpo iniziò a spostarsi seguendo la Civiltà Occidentale, in modo tale che le divinità continuassero a vivere, seppur con meno influenza di prima. Per i dodici e per alcuni dei minori non ci furono problemi, ma altri, come me, cominciarono a svanire, sempre meno considerati dai mortali e dai mezzosangue, e, infine, dalle altre divinità. È quasi divertente, non trovate? La dea patrona della memoria che viene dimenticata da ogni creatura, mortale e immortale. Con i poteri indeboliti, lasciai l'Olimpo, trasferendomi in questo posto dimenticato come la mia esistenza. Pensateci bene: chi conosce Mnemosyne? Nessuno!»
Myra si inumidì le labbra.
«E il tuo aspetto?»
«Io rappresento la memoria e i ricordi, che possono essere di due tipi» rispose.
«Belli...» Indicò la parte destra del viso.
«O terribili» concluse Mick.
I due avevano capito perfettamente di trovarsi di fronte a una pazza. Si capiva dal modo in cui parlava, dai gesti, dalle emozioni che esprimeva. Ed erano certi che sarebbero stati uccisi per non essersi ricordati della dea. O almeno, Mick lo sarebbe stato.
Mnemosyne notò la paura dipinta sul viso dei due e disse, con voce tagliente e crudele:
«Tranquilli, non ho intenzione di farvi nulla. Dovrete solo pagare per la vostra dimenticanza, e poi sarete liberi di andar via.»
«V-vuoi torturarci?» le chiese Mick con un filo di voce.
«Oh, no, affatto! Anche se, in fondo, la punizione potrebbe tramutarsi in tortura...»
«C-cosa vuoi da noi?» disse Myra.
Un ghigno ferino si formò sul bellissimo volto della dea.
«Voglio le cose che vi rendono ciò che siete, di cui sono sovrana. Voglio ricordi.»
Per poco il satiro non tirò un sospiro di sollievo: Mnemosyne non voleva le loro vite. La mezzosangue, invece, era più diffidente, e l'idea di non ricordare qualcosa, di perdere anche un solo frammento di vita la disgustava. Ma non c'erano altre opzioni.
La dea assunse un'espressione totalmente seria e chiuse gli occhi, e le memorie dei due giovani furono risucchiate via.
Pochi minuti dopo, ai due parve di essersi appena svegliati da un sogno: erano dentro una stanza circolare deserta, e niente di tutto ciò che era successo nell'ultima ora albergava più nelle loro menti. Si chiesero perché e come fossero arrivati fin lì, e poi, in una specie di trance, raggiunsero la stanza con la reception.
Fecero per uscire, ma Myra si bloccò sulla porta. Nei suoi occhi grigi c'era una tristezza mai vista.
«Mick, manca qualcosa» disse, e poi se ne andarono.
Nei giorni successivi, entrambi si trovarono in uno stato confusionale: non erano solo i ricordi dell'incontro con la dea a mancare, ma anche alcuni sparsi, che non c'entravano niente col resto. La vita di Mick riprese normalmente, seppur con qualche fastidioso "buco".
Ad avere più problemi fu Myra, che fu ossessionata dalle mancanze nella memoria. Continuava sempre a ripetere «Manca qualcosa», fece vari tentativi per ricordare quanto dimenticato, e vagò per giorni per il Campo come un'anima in pena. Tutto fallì miseramente. L'agonia ebbe termine dopo un paio di mesi: la semidea si suicidò, trovando finalmente la lieta morte.
A Mick non rimasero altro che dolore e tristezza, sentimenti fin troppo irrazionali per ricordare in eterno una figlia di Atena.
•••
Questa OS ha partecipato al Month Shot di Settembre indetto da WP_Advisor , piazzandosi al 4º posto. Si tratta di un'extra del mio libro "Cronache di un Mezzosangue" e narra un episodio della vita del satiro Mick, che spero possa servire ai lettori per capirlo a fondo.
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