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Prima Prova


Le sue labbra erano morbide e calde.
Mi allontanai ed Emma mi sorrise appena mentre, imbarazzata, si aggiustava una ciocca di capelli color cenere dietro l'orecchio destro. La guardai e cercai di memorizzare ogni dettaglio: la sua aria sempre sognante, gli occhi verdi a mandorla e le efelidi che le ricoprivano il naso. Le disegnai il contorno del volto con un dito, piano.

"Te ne ricorderai, Leo?" mi domandò con voce appena udibile.

Amava chiamarmi Leo e non potevo darle tutti i torti, Leonardo era troppo lungo anche per me. La sera prima, dopo anni di un'amicizia fatta di promesse, ripensamenti, di rincorse e di altri amori, eravamo arrivati al punto che esser amici non ci bastava più.
Come potevo mentirle? Come potevo dirle che me ne sarei ricordato anche se sapevo benissimo che sarebbe stato impossibile? Sapeva benissimo che appena entrato nell'esercito non avrei conservato più nessun ricordo. Era questo che spettava ai figli maschi maggiorenni delle famiglia abbienti.

Non avrei rammentato nemmeno la cicatrice che le tagliava a metà il sopracciglio sinistro o quella strana smorfia delle labbra quando qualcosa non le andava a genio. La osservai un'ultima volta, le sorrisi impercettibilmente e senza dire nulla le diedi un bacio sulla fronte prima di girarmi. Non mi voltai nemmeno una volta.
Arrivai davanti a mia madre, ferma come una statua di marmo sulla porta d'ingresso, la abbracciai, aprii l'uscio e mi ritrovai fuori. L'aria era fresca, intrisa dell'odore dell'erba appena tagliata, e il sole era alto e cocente.
Due uomini armati mi guardavano con aria altezzosa e cattiva.
Avrei compiuto fra poco diciannove anni e il momento tanto atteso e temuto mi attendeva: l'arruolamento.
Le continue guerre ci avevano condotto ad un periodo buio e poi, finalmente, ci avevano riportato alla luce, ma era solo un miraggio. La tregua durò ben poco e si ritornò alla vecchia gerarchia. L'aria era tesa e, per quanto avessi voluto girarmi un'ultima volta verso casa mia, verso la mia migliore amica, mi obbligai a non farlo. Chinai lo sguardo sull'erba verde e a tratti rossastra del nostro pianeta, Iros. La Terra, così come la si conosceva, non esisteva più e i miei antenati erano stati costretti a sbarcare su un altro pianeta. Ero però convinto che saremmo stati capaci di distruggere anche questo, presto o tardi.

"Leonardo Peiton?" mi chiesero in coro i due.

"Si" risposi.

Mi fecero un cenno con la testa e si incamminarono verso un campo ampio e recintato, che eravamo soliti chiamare la gabbia. Non si girarono nemmeno una volta per accertarsi che li seguissi, sapevano benissimo che non avrei potuto tirarmi indietro. Nella gabbia altri ragazzi e ragazze bisbigliavano e si guardavano l'un l'altro in maniera circospetta. Un uomo con una scatola nelle mani fece il giro e depositò una pasticca giallognola tra le nostre mani. Era rotonda, a tratti fluorescente e con un triangolo sul davanti.

"Siete stati scelti. Questo è il vostro destino!" decretò l'uomo che consegnava quelle strane caramelle fermandosi al centro del campo. Presi la pastiglia tenendola fra due dita e senza pormi nessuna domanda la ingurgitai. Era quello che attendevo da sempre, era quella la politica di Iros. Una vita senza più affetti, senza più ricordi e sentimenti mi aspettava all'orizzonte e avevo una paura pazzesca, ma non potevo tirarmi indietro o sarebbe stata la fine per me e per la mia famiglia.
Sì, era quello il mio destino.
Non ebbi il tempo di pensare ad altro che i denti iniziarono a farmi male e a lacerarmi la bocca e, in contemporanea, sentii le mie ossa andare in frantumi. Urlai dal dolore accasciandomi al suolo.
Emma, pensai, che ho fatto? Emma, aiutami!
Strinsi le mani afferrando il terreno umido e alzai gli occhi verso i nostri persecutori, mentre il pensiero di quel che ero scompariva e tutti i ricordi d'infanzia si sgretolavano uno dietro l'altro. Solo una cosa era chiara nella mia mente: il pompare del mio cuore nel petto e la voglia di sangue.
E poi il nulla.

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