•Capitolo XXVI•
[ Una lieve speranza ]
Bakugou ancora piangeva disperato, aveva la stoffa candida del cuscino tenuta contro la bocca cercando di soffocare le sue grida e con esse il suo dolore, eppure sapeva che non sarebbe servito a nulla se quel ragazzo adorabile non era più nella sua vita.
Poi ci fu il suono di qualcuno che bussava contro la porta ma lui non lo sentì troppo immerso nel suo disperato pianto per rendersene conto e non notò che qualcuno si era fatto strada nella penombra di quella stanza finché un tocco delicato e dolce si posò sulla sua schiena costringendolo a mostrarsi in lacrime alla propria madre.
«Katsuki, tu... » si interruppe lei sorpresa, non aveva mai visto suo figlio piangere, mai gli aveva visto la disperazione in viso e mai egli si era mostrato così vulnerabile agli occhi della genitrice e questo le fece capire quando grande poteva essere il suo sgomento se non si preoccupava della sua immagine da duro.
Lui si lasciò abbracciare e non lo aveva fatto più da quando era un bambino, si lasciò stringere dalle braccia amorevoli della donna che lo aveva amato e cresciuto eppure quel calore tanto familiare non faceva altro che aumentare il suo dolore perché gli ricordava quel calore speciale che non avrebbe più sentito.
Sentì le dita della donna passare fra i capelli biondi così simili ai suoi e la sua voce che, per quello che disse, fu quel raggio di luce nelle tenebre che gli rimaneva per attaccarsi alla vita e sperare che non tutto fosse perduto, che ci fosse ancora una possibilità per lui di essere felice, che forse il destino gli aveva concesso una seconda possibilità.
«Hey, va tutto bene, non è mica morto » disse la donna con fare un po' scherzoso cercando di alleggerire l'atmosfera soffocante che aveva riempito quella stanza e come se avesse sentito la notizia migliore del modo gli occhi di suo figlio, da quel rosso spento tendente al nero, tornarono di quel rosso rubino acceso e brillante.
Lei gli sorrise e con una delicatezza che non mostrava mai accompagnò il figlio nella stanza dove Midoriya riposava, però, prima di lasciare che varcasse la porta disse schietta che non era certo che si sarebbe svegliato e che poteva anche perdere la memoria se mai lo avesse fatto e che le sue condizioni in quel momento erano critiche.
Eppure a lui non importò, magari avrebbe sofferto dieci volte di più se per cattiveria della vita il ragazzo avesse esalato il suo ultimo respiro in quella stanza d'ospedale, senza riaprire gli occhi e senza mai dargli la possibilità di farsi perdonare e di fargli capire quanto realmente forti fossero quei sentimenti che si portava dentro da molto tempo.
Lasciò la donna dietro a quella porta grigiastra e la spinse con una strana indecisione che certamente non gli apparteneva di temperamento, lasciò che il tenebroso cigolio avvertisse chi era dall'altra parte della sua imminente entrata e solo dopo qualche istante di titubanza si decise a chiudere la pesante anta metallica e a mettere finalmente piede in quella stanza di un candore abbagliante.
I suoi occhi di quel rosso speranzoso ma ad ogni modo scurito dalla consapevolezza che la morte era lì, che non poteva vederla ma se ne stava in quella stanza aspettando che Izuku smettesse di lottare per stringerlo fra le sue braccia o che vincesse per lasciarlo ancora per qualche tempo alla vita.
Guardò quel corpo minuto, pallido, osservò quella magrezza eccessiva raggiunta in una settimana di totale denutrizione, osservò il verde incupito dei suoi ciuffi ribelli, osservò il suo volto macchiato da abrasioni ed ematomi, osservò quelle fasciature che gli stringevano la testa, un braccio, il torace e le gambe e quei fili quasi di numero infinito e di vari colori che dal suo corpo lo collegavano a numerosi macchinari.
Era vero, in quel caso lo era, la sua vita era appesa ad un filo nel senso più reale del termine e per quanto gli sarebbe piaciuto, purtroppo per lui, quello non era solo un modo di dire e sentì come se qualcuno gli avesse dato un poderoso pugno all'altezza del petto, ma non sarebbe crollato.
A piangere su quel lettino d'ospedale una chioma smeraldo così simile a quella del figlio si muoveva di poco seguendo il ritmo del suo silenzioso pianto pregando perché gli dèi avessero pietà, perché egli venisse risparmiato e perché potesse essere felice, lui che più di tutti lo meritava.
In quel momento lui si sentì di troppo, sentiva che non aveva il diritto di essere ai piedi di quel letto bianco a piangere quello che era successo perché nel suo cuore il senso di colpa urlava che quella, a conti fatti, era solo colpa sua e che avrebbe desiderato con tutto se stesso che fosse presa a lui la vita pur di saperlo felice, pur di sapere che alla fine ce l'aveva fatta.
Rimase fermo, come se il corpo fosse improvvisamente diventato di pietra, immobile, dritto sulle sue gambe, con il respiro pesante, gli occhi lucidi pronti a lasciar sgorgare rivoli di dolore e il cuore che batteva piano, come se da un momento all'altro avesse potuto terminare il suo moto.
Non fece alcun rumore, sembrava quasi che la consapevolezza della probabilità di quella morte che attendeva dietro l'angolo l'avesse travolto improvvisamente, eppure nonostante fosse rimasto fermo, nonostante il silenzio costante che si udiva lì, Inko sentì come la presenza di qualcuno e questo le fece alzare il viso provato e bagnato di lacrime.
Appena lo vide, seppure con grande fatica, spezzò quel silenzio pesante e denso di paura, preoccupazione e rimorso «Midoriya mi ha lasciato una lettera, mi ha scritto di come amasse una persona in particolare fra tutte, più di me, e seppure abbia taciuto sulla sia identità io so, sono certa che si tratti di te, è cosi? » chiese con una mano stretta all'altezza del cuore con quella rabbia ceca che qualsiasi persona distrutta priverebbe e non solo per se stessa.
Lui non aveva voce, era come se ogni cosa in lui avesse perso vita nel realizzare la gravità di quella terribile situazione, perciò si limitò a guardarla con il terrore negli occhi, con il dolore riflesso in volto e fece cenno di si con il capo pronto ad avere rivolta la rabbia che lui stesso provava verso di se, eppure ciò non accadde.
«Capisco, grazie per averlo salvato » disse semplicemente appoggiando la sua mano sulla guancia fredda del ragazzo su quel lettino maledetto e sussultò poiché lui era sempre così caldo, altre lacrime, a quei mesti pensieri, le rigarono il volto lungo quel percorso che avevano già fatto tante volte in quella terribile giornata.
«Io... » cercò di parlare e di liberarsi da quel mutismo scatenato dalla pressione del dolore che pareva schiacciarlo da tempo, seppure una foca luce debole e facile da spegnere si era accesa per lui in quel buio di tormento «Questo è solo colpa mia, non gli ho dato modo di fidarsi di me... » riuscì a sussurrare con dolore nella voce, mentre stringeva furente le mani in pugni chiedendosi perché quel mondo in cui vivevano se la prendeva sempre con le persone migliori, con quelle che non lo meritavano.
La donna non avrebbe mai voluto lasciare quella stanza, non desiderava abbandonare il figlio come aveva fatto senza saperlo e senza essersene resa conto, eppure da quello sguardo rosso e distrutto aveva compreso che quei sentimenti profondi e travolgenti che prendevano il nome di amore erano reali, erano quelli veri che ti capita di privare una sola volta nella vita e per una persona solamente.
Capì che se voleva anche solo sperare che il suo adorato bambino aprisse i suoi occhi, che tornasse a vivere e ad avere quella vitale scintilla di determinazione verso la vita nello sguardo doveva lasciare che la forza di quel legame lo riportasse lì, fra loro e che lo sentisse e, sapeva, che finché sarebbe rimasta avrebbe impedito al cuore del biondo di parlare.
Fu per questo che d'improvviso il suono delle gambe della sedia che strisciavano contro il pavimento piastrellato di un bianco lucido irruppe in quel silenzio soffocante che aveva nuovamente colmato quella piccola stanza, si era alzata e con un piccolo sorriso un po' forzato aveva lasciato quel luogo tanto deprimente sussurrando al ragazzo di dire quello che provava perché forse non avrebbe potuto farlo mai più.
Decise di lasciare che fossero loro a salvarsi, perché Midoriya non era l'unico che aveva bisogno di essere tirato fuori da quella nera oscurità, persino il biondo che ancora camminava fra i vivi era sprofondato in quel gelido abisso che il ragazzo che tanto amava aveva descritto in quella lettera triste d'addio che gli aveva lasciato.
Allora Katsuki non esitò, appena sentì il cigolio della porta segnare che questa era stata chiusa, se pur flebile ed ovattato, si trascinò con fatica fino alla scomoda sedia grigiastra che l'ospedale aveva messo a disposizione di chi avesse desiderato vegliare quel povero ragazzo tanto attaccato dalle insidie della vita.
Lo osservò nei suoi minimi dettagli sentendo che il cuore si faceva più piccolo nel suo petto, lasciò che le sue mani tremanti sfiorassero le sue che in quel momento erano gelide e strizzò gli occhi imponendosi di non piangere, non da subito, prima di iniziare quel discorso che avrebbe preferito fare sapendolo vivo.
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