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•Capitolo VI•

[Insicurezza]

Avete presente quando io vi dissi che per capire cosa avesse spinto Midoriya a volersi togliere la vita dissi che bisognava tornare indietro molto più di quello che si pensava ?

Bene, poiché ora è proprio il momento di tornare a quando il ragazzo dalla chioma vedete era un normale studente delle medie privo di qualsiasi abilità particolari, quando non aveva amici e neppure la sua genitrice si degnava di supportarlo.

Ce ne è bisogno per spiegare tutte le insicurezze e i complessi che si susseguiranno nella mente del giovane ragazzo, insomma, parte di ciò è ciò che lo ha spinto a salire per quattordici piani di scale fino a raggiungere il tetto di quel vecchio edificio abbandonato.

Midoriya allora era più basso, aveva sempre lo sguardo spento e una costante paura pareva attaccare il suo sguardo che, per altro, era sempre rivolto alle sue consuete scarpe scarlatte, il suo passo era sempre timido ed insicuro, camminava stretto nelle proprie spalle e non si sognava di guardare davanti a se.

Egli credeva di essere molto inferiore a gli altri, che probabilmente non aveva mai visto suo padre non perché questo lavorasse ma perché non volesse un figlio senza unicità nonostante non lo avesse mai detto a voce alta e sua madre si era arresa, non pensava neppure che lui potesse fare qualcosa nella sua vita.

Nessuno gli rivolgeva la parola se non per insultarlo e per dire che era un povero sciocco a pensare di poter diventare come il suo idolo All  Might, faceva male ma era insopportabile quando quelle parole crudeli venivano fuori dalla bocca di quello che anni prima era stato il suo migliore amico.

A Midoriya quelle parole facevano tanto male per il semplice fatto che egli sapeva che ciò che gli veniva detto era la triste, crudele ma reale verità e che non aveva speranza di fare nulla nella sua inutile vita.

Questo era il motivo per il quale quando lo insultavano, quando gli prendevano le cose, quando strappavano le pagine dei suoi quaderni, quando gli buttavano i libri nella spazzatura lui non rispondeva mai, lui non faceva mai nulla per cercare di ribellarsi a quelle angherie che subiva ogni giorno.

Era per questo che ala fine della giornata scolastica finiva sempre con le spalle al muro con gli occhi grondanti di lacrime e davanti a se c'era sempre Kacchan con quei sguardo malevolo, il sorriso di scherno e i suoi amici che lo prendevano in giro e gli rivolgevano parole che egli stesso pensava.

Eppure qualcosa dentro il suo cuore gli diceva, anzi gli urlava di non arrendersi al destino mesto e terribile che gli era stato riservato, qualcosa di ignoto pareva spronarlo ad andare avanti nonostante quelle voci cattive pronte a ferirlo, nonostante lo sguardo deluso e arreso di sua madre e nonostante quel gelo che sentiva nel cuore.

Quando tornava a casa fingeva che le cose andassero bene a scuola, fingeva che i professori non lo prendessero anche loro per i fondelli, che avesse degli amici e fingeva sempre di essere felice, si era abituato a mostrare quel sorriso così falso ma allo stesso tempo convincente che la donna non aveva mai dubitato di quello che le veniva detto, lui non era neppure sicuro che le importasse.

Poi però si chiudeva nella sua stanza, si lasciava la porta alla spalle e scivolando sulla superficie in legno si lasciava andare stringendo i denti per soffocare i singhiozzi, lasciando che altre lacrime gli rigassero il volto e sentendo il cuore nel duo petto fare male, una male che non riusciva a soffocare e che pareva ucciderlo.

Si portava sempre una mano al petto stringendo il tessuto nero della sua uniforme scolastica, allungava il collo lasciando che la sua chioma verde gli coprisse gli occhi pieni di lacrime amare come se qualcuno avesse potuto vederlo nonostante non ci fosse nessuno lì, con lui.

Perché era sempre così, lui era da solo a cercare di restare aggrappato a una speranza irrealistica, quasi un'utopia, sapeva che questo non era possibile, che non importava quanto si fosse impegnato, quanto avesse pregato, sperato e desiderato, lui sarebbe sempre rimasto l'inutile Deku.

Se fosse stato possibile osservare il suo animo in quel periodo della sua vita sarebbe stato possibile vedere come fosse quasi completamente lacerato, come fosse privo di quasi ogni luce ma di come disperatamente si aggrappasse a una piccola fiamma priva di una forte luce.

Sarebbe stato possibile vedere una pioggia incessante, spietata e violenta dentro di se sommergere ogni cosa con la sua acqua scura, sarebbe stato possibile osservare come solo qualche centimetro di se era libero da quel nero che lo aveva quasi soffocato.

La vera ragione del suo dolore era che Bakugou più di tutti paresse provare un odio ingiustificato nei suoi confronti, pareva che la sua sola esistenza fosse uno sbaglio e un fastidio terribile per lui quando in realtà Midoriya aveva solo sperato di essere nuovamente suo amico.

L'unico bruciante desiderio che aveva era di poter diventare un eroe, ma la verità non era che lo desiderava per proteggere gli altri ma bensì lo desiderava per riuscire ad essere nuovamente capace di vedere quel sorriso speciale che gli aveva sempre riempito il petto.

Ecco, i sentimenti d'amore, amore puro e vero che ancora egli non riusciva a comprendere e definire risalivano ancora prima degli inizi di dicembre di quell'anno, ma anzi, gli si erano radicati nel cuore fin dalla tenera infanzia e fin da allora quello che aveva confuso con semplice ammirazione si era rivelato amore.

Eppure temeva di ammettere di provare tali sentimenti perché era insicuro, perché sapeva che era odiato profondamente dal ragazzo dalla bionda chioma, perché aveva paura di essere disprezzato da quel ragazzo per lui tanto importante e perché non credeva in se.

Forse se ne era reso finalmente conto quel lunedì di dicembre poiché la relazione con Kacchan stava procedendo bene e forse perché iniziava a credere un po' in se, eppure questa sua fiducia in se stesso era fragile tanto che buttarla giù sarebbe risultato tremendamente facile.

Midoriya era un ragazzo che tendeva a soffocare in qualche angolo remoto del duo cuore il suo dolore, era come quando si nasconde la polvere sotto al tappeto, quando se ne accumula troppa alla fine si nota chiaramente, ma se fosse valso anche per lui non sarebbe certo arrivato a voler terminare la sua esistenza.

Infatti egli era riuscito a nascondere fino a questo fatidico quanto quello che fisse successo lo avesse ferito, quanto fosse stato per lui insopportabile perché con il tempo era riuscito ad avere questo talento, riusciva a mentire quando stava male, non importa di che tipo di dolore si trattasse.

Dunque a questo punto risulta ovvio che l'unico dolore che per il ragazzo dalla chioma smeralda sarebbe stato insostenibile, insopportabile poteva riguardare una certa persona di cui è già stato parlato se non in modo approfondito, ma si è ancora ben lontani dal comprendere quello che avrebbe portato tanta disperazione dopo una felicità tale da non poter neppure essere odiata.

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