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58

Un respiro.
Un altro respiro.
Devo farcela, mancano pochi minuti.
La sposa ha sempre un po' di ritardo, ma non avrò ore ed ore a disposizione. 

«Rebecca?

Oh Madonna beata sempre vergine Maria.

Si arriva così alle spalle della gente? Salto sul posto come un imbecille. Sono talmente tesa che potrei scoppiare in un pianto isterico da un momento all'altro. Mi volto, appena mi riprendo dallo spavento, e mi ritrovo il prete davanti.

«Ciao, Don. Tutto bene? Ti trovo in forma!»

«Che vai a fare lì dentro?» chiede arcuando un sopracciglio.

«Io... beh, devo solo parlare ad un mio amico.»
Lui stringe gli occhi fissandomi, come a voler capire se stia dicendo la verità o meno.

Beh, di certo non posso dirgli che sto cercando di mandare all'aria il matrimonio che dovrebbe celebrare tra pochi minuti.

«Senti un po', tu. Mi ricordo di te e anche di tua nonna! Se hai preso da lei, vedi di stare lontana dalle cappelle!»

«Don-»

«Sì lo so che è uscita male! Ma ci siamo capiti!» si volta con uno scatto e se ne va.
Devo dire che è ancora bello arzillo per avere quasi novant'anni.

Mi volto di nuovo verso la porta. Il prete mi ha fatto perdere fin troppo tempo, basta!
Abbasso la maniglia piano piano, per evitare di fare cigolii sinistri, ed entro nella cappella.

Quello che mi ritrovo davanti mi lascia senza fiato.
Giordano è in piedi davanti ad uno specchio appoggiato al suolo, il vestito nero e semplice aderisce al suo corpo come una seconda pelle. I capelli sono stati ordinatamente pettinati all'indietro, senza però risultare troppo leccati. 

Dei miei amati riccioli, neanche l'ombra. Ai piedi porta scarpe lucide, nere come l'abito, e devo dire che questo non me l'aspettavo. Non so perché, ma l'ho sempre immaginato uno sposo da AllStar, più che da scarpa elegante.

Ho anche immaginato un finale diverso, eppure...

Alzo la testa e guardo in alto, sbattendo ripetutamente le palpebre per cercare di trattenere le lacrime che sembrano voler uscire a tutti i costi dai miei occhi.
Ma questo non è il momento adatto. 
Non posso permettermi di perdere tempo a piangere.
Non posso permettermi di stare ferma qui a soffrire.

Questo è il mio momento, questa è la volta in cui devo giocare la mia ultima carta.
Un respiro.
Un ultimo respiro e sono pronta a strapparla a morsi, se necessario, quella felicità che ho tanto avuto paura di ottenere.

Guardo di nuovo la sua figura: quelle spalle larghe che sembravano fatte apposta per sopportare le mie mancanze, ora sembrano ricurve, come se avessero già portato troppo peso adosso.

E lui, impegnato com'è a cercare di agganciare uno dei gemelli sul polsino della camicia bianca, neanche si accorge della mia presenza. Così, presa da un altro moto di coraggio, mi faccio sentire io.

«Allora è vero. Ti sposi.»

Giò si volta di scatto, facendo cadere uno dei gemelli che tanto lo stava impegnando. Rotola fino ai miei piedi, e mi chino a raccoglierlo.

«Posso?» chiedo indicando il suo braccio.

«Becky, che ci fai qui?» e nel frattempo mi allunga il polso.

Gli metto il gioiello e rimango un attimo a fissarlo. È d'oro, a forma di leone. 

«I tuoi gemelli fanno davvero schifo.» gli dico. Ed è vero! Lui non avrebbe mai scelto una cosa così pacchiana. Questa è sicuramente opera di Isabella la tettona.

«Becky...» mi richiama. Ah già, vuole sapere che ci faccio qui. Scrollo appena le spalle.

«Volevo farti gli auguri. Non che tu li meriti, sia chiaro, ma ho saputo la notizia e volevo farteli di persona.»

Lo guardo un attimo negli occhi, e mi ci perdo.
Mi ci sono sempre persa, io, in quelle iridi. 

Cerco di riacquistare lucidità, e faccio vagare lo sguardo per ritrovare il filo del discorso.
«Sai, non è che mi aspettassi l'invito, per carità, ma almeno una telefonata, un messaggio... se non a me, almeno potevi dirlo a Gianlu e a Lorenzo. Ci rimarranno malissimo quando sapranno che ti sei sposato senza di loro, e senza nemmeno dirglielo.»

«Come l'hai saputo?» chiede.

E questa frase è come se mi squarciasse l'anima.
È una conferma.
Non che vedendolo vestito da sposo avessi più avuto alcun dubbio ma, non so, sentirlo confermare così è... devastante, ecco.

«Mario.» rispondo facendo spallucce, e fingendo un'indifferenza che non mi appartiene. 

«Dio, quell'uomo dovrebbe seriamente curare la sua dipendenza dai gossip!» 

Faccio un risolino stanco, poi i miei occhi si posano su una scatolina, poggiata a sua volta su una delle sedie ferme a prendere polvere in questa stramaledetta cappella. 

Luccicano due fedi in oro giallo, nuove, pronte ad essere messe al dito di una persona che saprà tenere fede alle promesse fatte. 

Saprà perdonare uno stupido errore;
saprà restare;
saprà aspettare il proprio coniuge, se mai dovesse partire e stare un anno all'estero;
saprà dire cose dolci;
saprà giurare amore eterno anche a voce, non solo a gesti stentati. 

Tutto quello che non ho saputo fare io.

«Posso?» chiedo di nuovo indicandole.

Giò non risponde, fa solo un cenno d'assenso con la testa.
Gli regalo quel poco che resta del mio sorriso e le prendo in mano. 

Le porto all'altezza dei miei occhi e le guardo affascinata, pensando a quante promesse possano contenere due oggetti così piccoli. 

E mentre le accarezzo mi rendo conto che non gli ho detto neanche una parola sul vero motivo per cui sono qui.
Ma forse non è più importante.
Stavolta siamo arrivati tardi.
Anzi, sono arrivata tardi. 

Prendo in mano la più grande, quella che dovrà portare lui. Quella che dichiarerà Giordano ufficialmente fuori mercato.
Sposato, signore e signori.

Leggo dentro: Per sempre tua. Isabella, 15.06.2020, in un elegante corsivo.
Guardo di nuovo Giordano negli occhi e, so che è presuntuoso dirlo, ma non c'è nemmeno metà della luce che aveva quando stava con me. 

Se lo vedessi felice, se vedessi almeno un sorriso sul suo volto, allora probabilmente uscirei da qui dandogli una pacca sulla spalla e augurandogli tutta la felicità del mondo, ché se c'è qualcuno che la merita, quello è proprio Giordano.

E invece sta davanti a me, quasi immobile, con l'espressione stanca non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Sembra stufo, ecco. Esasperato.
«Sei felice, Giò?» azzardo a chiedere.

Dimmi di sì. Dimmi che almeno uno dei due lo è.

«Perché mi fai questa domanda?» chiede di rimando.

«L'ultima volta l'hai fatta tu. Tocca a me ora.»

Lui muove la bocca in un sorriso che non ricorda nulla di felice, poi fa per parlare, ma il suono delle campane in festa lo blocca, ricordandogli che sta per sposarsi.

E nello stesso momento in cui lui guarda verso l'alto frastornato dal rumore assordante, nella mia testa scatta qualcosa.

Non so perché, non so cos'abbia innescato questo pensiero, ma riesco ad elaborare un solo concetto: Giordano sta per sposarsi ed io non sto facendo nulla per impedirlo.

Giò scatta con lo sguardo su di me, come se avesse intuito la mia prossima mossa, ma io sono più veloce di lui. In un attimo stringo le fedi nel mio pugno, giro su me stessa, e inizio a correre.

«Rebecca!» sento dietro di me.

Non ho tempo, Giò, scusami! Sto rovinando il giorno più bello della tua vita, lo so, ma proprio non posso lasciarti fare questa cosa, non senza prima aver provato il tutto per tutto.

In un attimo sono fuori dalla chiesa, ho sentito di nuovo gli sguardi di tutte quelle persone seguirmi come se fossi una criminale in fuga.

Beh, in effetti sto oggettivamente rubando un paio di fedi in oro e scappando, ma sono dettagli.

Sorpasso la folla nel piazzale, che è aumentata a dismisura nel frattempo, e corro giù per la discesa. 

E dato che i san pietrini scivolosi non bastavano a minare il mio già scarso equilibrio, scopro che si è anche messo a diluviare. Un tipico temporale estivo che durerà giusto il tempo di infradiciarmi completamente. 

Mi sono lamentata per la salita, prima, ma questo è decisamente peggio.
Sento i passi di Giò dietro di me, mentre sono concentrata a non scivolare e scendere fino al paese basso strisciando col culo per terra.

Finita la parte in pendenza mi concedo di guardare alle mie spalle, Giordano continua a seguirmi ma è indietro di almeno dieci metri.
Quelle scarpe non devono aiutare molto neanche lui col bagnato. 

Sta urlando il mio nome da almeno due minuti, ma io continuo ad ignorarlo e proseguo nella mia pazza corsa verso... questo è un bel problema.
Non so dove cazzo andare! 

Arrivata in paese attraverso il centro, Mario mi saluta da lontano con un'espressione divertita, e dietro di me sento Giordano urlargli: «Impara a farti i cazzi tuoi, tu!»

Non posso ridere, non è il momento! Perderei tempo e fiato preziosi.
Attraverso di nuovo i portici e arrivo dietro al comune; mi imbuco in una stradina che porta alla fontana nuova e ai giardini comunali e... stop.
Corsa finita. 

Stanno facendo i lavori, la strada è sbarrata lateralmente e finisce nella fontana, ed io non ho il tempo per tornare indietro e scappare da questa trappola.
Mi sono fregata con le mie stesse mani. 

Giordano mi guarda con un'aria soddisfatta, sa che non ho scampo, adesso. Così, faccio l'unica cosa che mi viene in mente: sporgo il pugno in cui tengo le fedi sulla fontana, lo apro e pluf! Le lascio cadere in acqua.

«Ma sei impazzita per caso?» Tuona lui, ancora col fiatone dopo la corsa appena fatta.
«Ora spiegami, Rebecca. Spiegami per quale cazzo di motivo hai buttato le fedi in acqua!»

Bene, è arrivato il momento.
Posso finalmente fare il mio discorso, quello che ho preparato per tutta la settimana; quello che Giordano merita, dopo tutto questo tempo. 

Certo, dovevo essere vestita bene e a Tenerife, e invece sono davanti ad una stupida fontana rialzata di appena dieci centimetri da terra, e sono conciata come una senza tetto, ma non facciamoci scoraggiare!

Sei pronta, Becca.
L'ha detto anche la tua terapeuta: Giordano apprezzerà lo sforzo, se proprio proprio non riuscirai a trovare nulla di romantico da dire. 

Ma tu puoi farcela, lo sai che puoi.
Le parole sono semplicemente tutte le cose belle che hai sempre pensato su Giordano, su quel ragazzo che ti sta guardando con l'aria smarrita -e anche un po' incazzata- e sta cercando di capire il perché del tuo folle gesto. 

Faglielo capire, Becca.
Dimostragli che non è stato un dispetto fatto tanto per, ma che c'è un motivo preciso per cui hai agito così, e quel motivo è che tu, a lui, lo ami.

Contro ogni buon proposito, però, tutto quello che esce dalla mia bocca è:
«È tutta colpa tua!» 

«Come dici, prego?»

Beh, effettivamente potevo fare di meglio.

«Come cazzo fai anche solo a pensare di sposarti proprio oggi, con quella stronza di Isabella?»

«Non credo proprio che chi decido di sposare siano affari che ti riguardano, sai?»

«Mi riguardano eccome, se non sono io di fianco a te sull'altare!» sputo velenosa. Poi mi blocco. Ma che cazzo ho detto?

«Cosa?»

Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo.

«Dimmi perché oggi. Dimmi perché, con tanti giorni, tu hai scelto proprio il 15 di giungo!»

Lui fa spallucce e mette su un'aria strafottente.
«Non mi risulta che ci siano date importanti da festeggiare, è un giorno come un altro.»

Che stronzo. Lui lo sa benissimo che non è affatto un giorno come un altro.
«Beh, mi sei caduto in basso, sai? Dico davvero. Non mi aspettavo un comportamento così meschino da parte tua.»

«No? E cosa ti aspettavi? Che corressi di nuovo da te per pregarti di darmi una possibilità? L'ho fatto per otto anni, Rebecca, otto cazzo di anni!»

«Lo so, ma-»

«No! Niente ma!» urla. Si passa una mano tra i capelli, ormai liberi dal gel e zuppi d'acqua e dà un calcio all'aria. È sempre stato troppo educato e civile per calciare qualche monumento pubblico.

«Ti ho corteggiata un'estate intera, avevi paura delle storie a distanza e l'ho accettato. Mi sono trasferito qui per te, stavi con un altro e l'ho accettato. Ho lasciato Isabella e ti sei messa con quel coglione che ti tradiva, e l'ho accettato. Sono tornato, siamo stati insieme, e sei scappata di nuovo perché volevi tutto e subito. L'ho accettato di nuovo, anche se ho cercato di chiamarti e contattarti. Siamo stati insieme due mesi fa, mi hai praticamente pregato di fare l'amore con te, mi sono svegliato al mattino e tu non c'eri più. Ma che cazzo vuoi da me, si può sapere?»

«Io non-»

«Rebecca, ti avverto: stai molto attenta a quello che dici. Vedi di avere una motivazione più che valida per essere piombata in chiesa, nel giorno delle mie nozze, avermi rubato le fedi ed essere scappata via come una pazza.» 

Ha il fiatone. Sta chiaramente trattenendo tutta la rabbia che prova nei miei confronti in questo momento. Ed ha ragione, lo so, ma io sono altrettanto arrabbiata. 

Con me stessa, ovviamente, per avere tutte le colpe che ha appena elencato. Urla lui ed urlo anch'io, perché la pioggia fa un rumore incredibile, ed io ho bisogno di sfogarmi, proprio come lui ha appena fatto con me.

«Cosa vuoi sentirti dire, Giordano? Che è tutta colpa mia? Bene! È tutta colpa mia! Rebecca Forti è la più stronza tra tutte le stronze che si siano mai viste! Ha incontrato l'uomo della sua vita a poco più di vent'anni, se n'è perdutamente innamorata e ha avuto così tanta paura che ha preferito lasciarlo scappare via, piuttosto che fare un passo verso di lui. Sei contento? Era questo che volevi? Questo che aspettavi?»

«Rebecca-»

«No! Non ho ancora finito. Sono stata male come un cane in questi mesi. Ho cercato di impegnare le mie giornate al meglio; mi sono iscritta a corsi del cazzo in cui dovevo scartavetrare e ballare; ho lavorato come una stronza per arrivare a casa stanca morta e non pensarti, eppure non è servito a niente. C'eri. Ogni maledetta sera, prima di chiudere gli occhi tu eri lì, nella mia testa, pronto a ricordarmi che ero una stronza. Mi sono violentata psicologicamente per non risponderti a Natale, e a capodanno, e a San Valentino. "Se non lo cerco, smetterà di farlo anche lui, e così staremo bene", ho pensato. E invece tu tornavi, imperterrito, a farmi vedere quanto mi amassi e quanto io fossi stronza.
Che fai?»

Mentre io facevo tutto questo bel discorsetto, Giordano è entrato nella fontana. Non gli basta il temporale? Vuole bagnarsi un po' di più?

«Cerco le fedi. Isabella mi uccide se sa che le ho perse.»

Io non ci posso credere.
Gli sto aprendo il mio cuore dopo otto cazzo di anni, e lui si mette a cercare le fedi?!
Sì, lo so che deve pur sempre sposarsi ma, andiamo, un po' di rispetto!

Mi sento strattonare per un braccio e in un secondo mi ritrovo dentro l'acqua con lui.

«Se devi parlare ancora per molto, aiutami a setacciare la fontana, almeno. È colpa tua tutto questo.» e con l'indice che rotea indica l'acqua in cui sono immersi i nostri piedi.

Sono sconcertata, veramente.
Appoggio le mani sulle ginocchia e abbasso la schiena per cercare di vedere i due cerchietti d'oro, ma questa pioggia che sposta l'acqua di certo non aiuta.

«Dicevi?» chiede dopo un po'.

«Che sei uno stronzo!»

«Veramente hai detto che tu lo eri. Già otto anni fa, pensa un po'.» dice senza guardarmi, tutto intento a scrutare il fondale.

Sto per rispondergli, ma con la coda dell'occhio vedo qualcosa luccicare alla mia destra. Mi volto di scatto e con qualche passo raggiungo gli anelli che poco fa ho buttato in acqua. 

Li allungo a Giordano, che mi porge la mano a palmo in aria. Lo guardo negli occhi e cerco di ricacciare indietro le lacrime che stanno cercando di uscire in modo prepotente. 

Appoggio le fedi e tentenno un attimo con la mano appoggiata alla sua, perché ho bisogno di sentirlo ancora un secondo.
Solo un altro po'.

«Ho sbagliato, lo so. Ho sbagliato i tempi, i modi e probabilmente anche le intenzioni, a volte. E mi dispiace di essere riuscita a dire che ti amo solo ora, dopo tutto questo tempo. Mi dispiace di aver rovinato il tuo giorno speciale, e mi dispiace che nel tuo anniversario, probabilmente, almeno un pensiero volerà anche alla pazza che ha tentato di annegare gli anelli nuziali. Ma questo è il nostro giorno, Giò. Cambia almeno questo; cambia almeno il giorno. Lascia che io possa pensare al 15 giugno come il giorno in cui ti ho conosciuto, non come quello in cui ti ho perso per l'ennesima volta. Ti prego.»

Le lacrime iniziano a scendere e io spero davvero che riescano a confondersi con la pioggia che sta continuando a venire giù imperterrita.
Com'è che si dice? Il cielo piange con te.

«Sei una stronza, lo sai?» chiede stringendo la mano in un pungo che circonda la mia.

«L'ho appena detto.» singhiozzo.
Lui scuote la testa e alza gli occhi al cielo.

Ti ciecasse la pioggia, almeno.

«Davvero c'era bisogno di un cazzo di matrimonio per farti capire quello che vuoi? Non sei più una bambina, Rebecca, sei una donna. Le donne non aspettano che qualcosa stia per essergli soffiato da sotto al naso per prenderselo. Non ti facevo così.»

«Ma io non ho aspettato il tuo matrimonio. Avevo un biglietto pronto per Tenerife! L'aereo sarebbe partito oggi alle 10:00 ed io sarei venuta a cercarti per parlarti, per chiederti scusa e pregarti di darmi un'ultima possibilità.» tiro su col naso e cerco di asciugarmi il viso alla bell'e meglio.
Cristo, Giò deve avere uno spettacolo davvero pessimo davanti.

«Cosa? Veramente?»

«Sì, stronzo! E non solo mi hai rovinato il ricordo del 15 giugno, ma anche quello della pioggia estiva! Perché io l'ho sempre amata e da oggi mi ricorderà solo di me, conciata come una pezzente e coi piedi a mollo nell'acqua gelida, mentre ti aiuto a cercare qualcosa che servirà a separarci definitivamente. Quindi buon matrimonio, ma vaffanculo, Giordano!»

Con due zompetti esco da questo schifo di fontana.
Gli Hug che ho ai piedi si sono ovviamente inzuppati, e il pelo trattenendo l'acqua li fa sembrare due mattoni, anziché due normalissime scarpe. 

Torno sui miei passi, pensando a quanto inutile sia stato tutto questo; fatico a camminare e sono fradicia ma, nonostante tutto, sento un peso in meno sul petto. 

È come se avessi fatto qualcosa di necessario.
Parlare a Giordano, dirgli finalmente tutto quello che provo, è stato catartico. 

Me lo ritrovo davanti all'improvviso, e mi giro indietro per vedere se io abbia avuto un'allucinazione e lui sia ancora in mezzo a quella stupida fontanella. 

Non c'è.

Mi volto di nuovo verso di lui e lo ritrovo con le labbra sulle mie; le mani a tenermi il viso, come se avesse paura di una mia fuga improvvisa.

Gli ho appena detto che lo amo, ma dove pensa che potrei mai andare?

Il freddo che ho sentito fino a pochi secondi fa sembra essere solo un ricordo lontano. 

Ci siamo solo io e lui, adesso, che ridiamo l'una sulla bocca dell'altro, e ci baciamo come se non avessimo aspettato altro da tutta la vita.
Come se, finalmente, fossimo tornati a respirare.

D'istinto infilo le mani nei suoi capelli e lo spingo contro di me, mentre lascio che le sue labbra mi mordano e ritrovo quel sapore che mi era mancato tanto da fare male.
Quando ci separiamo, dopo attimi che sono sembrati secoli, mi perdo di nuovo in quel verde meraviglioso che sono le sue iridi.

«Io invece ho imparato ad amarla, la pioggia estiva, lo sai? Dalla volta in cui l'ho paragonata a te, l'anno scorso.» sorride e fa strofinare piano il naso contro il mio.

Gli sorrido anch'io, perché quando a Giordano si illuminano gli occhi così, è impossibile rimanere seri. 

Mi alzo sulle punte e lo bacio di nuovo.
Poi ancora e ancora.
Ho bisogno di sentire che non se ne sta andando. 

Non ha il sapore di un bacio d'addio, il nostro, eppure sento la necessità viscerale di accertarmi che non si staccherà più da me.
Che resterà, come farò io.

Mi prende per mano e inizia a camminare, poi mi mostra di nuovo quei maledetti anellini.

«Andiamo, dobbiamo riportare queste alla proprietaria.» dice in tono divertito.

«Sei sicuro di quello che stai facendo, Giò? Non voglio... non vorrei che ti fossi fatto prendere dal momento, da tutto quello che abbiamo passato.»

«Mai stato più sicuro di qualcosa in tutta la mia vita.» risponde, allargando un sorriso che mi lascia senza fiato.

«Dio, Isabella mi ammazza stavolta.» mi butto una mano in faccia mentre immagino come reagirà quando saprà che è di nuovo colpa mia.

Giò scoppia a ridere e mi lascia un bacio veloce.

«Fa un po' vedere!» gli dico.

Mi passa le fedi e stavolta guardo quella piccola, quella destinata alla donna.
Per sempre tuo. Giovanni, 15.06.2020

Scoppio a ridere io, stavolta, così tanto da dovermi fermare un momento.

«Perché ridi così? Che c'è?» chiede con tono divertito.

«Beh, io sarò anche una stronza che manda all'aria matrimoni, ma ti ho salvato da un bell'impiccio, mi sa! Non ha neanche azzeccato il nome giusto con cui fare incidere la fede! C'è scritto Giovanni, qui.»

Giò allarga il sorriso ancora di più.
«Oh, lo so. È mio cugino Giovanni che si sposa con Isabella. Io sono solo il testimone!» sbatte le ciglia ripetutamente, come fanno i bambini quando vogliono sembrare degli angioletti.

Io non ho parole. Davvero non-
Lui sapeva che io avevo frainteso tutto, e ha comunque portato avanti la sua stupida commediola! 

Tutto per farsi sentir dire qualche parolina dolce! 

Credevo di morire prima, in mezzo a quella fontanella maledetta, e lui stava solo fingendo?!
Era una burla;
uno scherzo;
un giochetto! 

«Mi hai vista lì, tra le lacrime, disperata mentre ti pregavo di ascoltarmi, di perdonarmi, di scegliermi. Hai goduto nel sentirmi finalmente ammettere... cosa? Che ti amo? Non era abbastanza esserne certo, no! Tu dovevi sentirmelo dire. Dovevi giocare con me, con la mia sofferenza.»

«Becky, ma cosa-»

«Non chiamarmi Becky mai più. Non cercarmi mai più. Non ti avvicinare mai più, Giordano. Dico sul serio.»

Me lo lascio alle spalle e inizio a camminare con passi decisi verso l'uscita di quello che sembra un labirinto, mentre lui rimane lì, fermo, pietrificato.

Mi giro un'ultima volta, lo guardo negli occhi che si sono improvvisamente spenti e gli punto un dito contro:
«Ed è questo, caro mio, il modo in cui si fanno degli scherzi decenti! Breve ma intenso!»

Giò sembra riaccendersi e, quando non riesco più a trattenere il sorriso, scatta verso di me, che inizio a correre come una disperata per non farmi prendere.

«Rebecca! Stavolta giuro che ti ammazzo!»

Lo sento urlare dietro di me, ma non faccio in tempo nemmeno a voltarmi che già mi ha afferrata e fatta girare verso di lui, tra le risate ed un bacio che sembra promettere tutte le cose belle del mondo. 

I caffè alla mattina;
le passeggiate al tramonto;
le domeniche ad oziare insieme;
i letti sfatti e i piatti lasciati nel lavello, perché ci sono cose più importanti da fare: c'è da fare l'amore, e giocare, e ridere e viversi.

«Ti amo da impazzire, Becky.»

«Lo so, è facilissimo amarmi.» faccio spallucce e ascolto il suono della risata di Giò, che mi riempie le orecchie e il cuore e sembra scorrermi nelle vene. 

Lo sa.
Sa che non sono diventata improvvisamente una di quelle che dice ti amo in continuazione.

Ma sa anche che è così; che lo amo con tutta me stessa.
Nell'unico modo in cui si può amare una persona come lui.

Spazio S.

L'avete vista anche voi quella gioia immensa che è passata di qua?
Finalmenteeee!
Le campane dovrebbero suonare per Becky e Giò, altro che Isabella e il suo Giovanni!
Bene, ora che i miei amati bambini sembrano essersi finalmente trovati, io mi ritiro nelle mie stanze.
Vi ricordo che domani -ovvero venerdì, non fregate coi giorni che già oggi mi sono persa il mercoledì- ci sarà l'ultimo capitolo e poi, ahimè, sarà ora dell'epilogo!
Non credo di essere pronta a staccarmi da questi due, ma questi sono piccoli dettagli.
L'aggiornamento di oggi è avvenuto a questa stramba ora solo ed esclusivamente in onore di  
OneAlerEgo -che vorrei taggare qui ma non me lo fa fare, grrr- poi dì che non ti voglio bene <3
Buona notte a tutti, o buona giornata, S.

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