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Oggi sono arrivata ad una conclusione: io odio San Valentino.
È una festa a cui non ho mai prestato particolare attenzione. Non mi sono mai preoccupata di ricevere o fare un regalo, né ho mai piantato musi lunghi se non ricevevo auguri o fiori. Sono sempre stata indifferente, diciamo.
Quest'anno, invece, appena mi sono svegliata e mi sono resa conto che era il 14 Febbraio, una strana rabbia mi ha invaso il petto. Ero proprio nervosa, uno di quei nervosi che ti fa dare rispostacce a chiunque capiti sulla tua strada.
Come il tizio a cui ho dato una spallata due minuti fa, che mi ha gentilmente detto: «Attenta, signorina!» e a cui ho altrettanto gentilmente replicato con un: «Attenta un cazzo!».
Non credo che l'abbia presa tanto bene, ma non mi sono fermata per accertarmene.
La spiegazione razionale a cotanto odio, potrebbe essere che io sia una giovane ragazza single, disillusa dall'amore, che lavora in una città in cui ogni singolo negozio è stato diligentemente addobbato con cuoricini rosa e frasi d'amore strappa mutande.
Tuttavia, credo che quella più logica sia che la vetrata del panificio abbia la vista proprio sulla panchina della piazza. La nostra panchina.
Non ci penso.
Non ci devo assolutamente pensare.
In fondo oggi ho il turno del pomeriggio, il che vuol dire che fino alle 13:00 non dovrò vederla. Né pensarci.
Continuo a camminare verso il bar, dove ho appuntamento con i ragazzi per colazione. Questi sono i momenti in cui apprezzo ancora di più l'amicizia maschile: non solo gelosia e rancore sono quasi inesistenti, ma per almeno un paio d'ore potrò evitare di ascoltare discorsi sdolcinati sull'amore e su quanto sia bella la vita quando si è innamorati.
Fanculo.
Dopo aver sgambettato per almeno un chilometro, dato che non ho trovato parcheggio nemmeno a pagarlo, finalmente vedo l'entrata della caffetteria; sono ancora mezza assonnata e ho anche i piedi congelati, ergo: caffè doppio e cioccolata calda.
Raggiungo i ragazzi e qualcosa stona già alla prima occhiata: Gianlu sorride come un bimbo il giorno di Natale e Lore ha gli occhi lucidi.
Mi avvicino con fare incerto e aspetto che si accorgano di me; quando Lore mi vede, fa un sorrisone gigante e sgancia la bomba:
«Becca, stasera Gianlu chiederà a Laura di sposarlo. Non è meraviglioso?»
Come non detto.
Gianluca si gratta la testa con fare imbarazzato, senza riuscire a togliersi quel sorrisetto felice -e contagioso- dalla faccia. Gli voglio troppo bene -e sono troppo felice per lui- per perdere tempo a pensare ai miei malumori.
«Oh mio Dio!» un urletto così acuto credo di non averlo mai fatto in vita mia. Mi sporgo sul tavolo e abbraccio Gianlu con tutta la forza che ho, facendo cadere il porta tovaglioli e la ciotolina con gli zuccheri.
Ma chissenefrega, il mio amico si sposa!
«Congratulazioni Gianlu, sono troppo felice per voi, lo sai!» lo prendo per le guance e inizio a strapazzargliele come si fa coi bimbi.
Lui le odia queste cose, e infatti mi dà uno schiaffetto sulle mani e inizia a massaggiarsi la parte dolorante, facendo ridere me e Lore.
«Beh grazie, ma prima dovremmo aspettare e vedere se accetta la proposta...» dice con fare imbarazzato.
Certo, come se fosse possibile per lei rifiutare! È decisamente troppo innamorata per dirgli di no, quindi dentro di me festeggio già, mentre mi immagino ad aiutare Laura nel preparare bomboniere e partecipazioni, che sicuramente vorrà creare personalmente.
È sempre stata così lei; viene da una famiglia piena di soldi -al contrario di Gianlu- ma non è mai stata una di quelle che li ostenta o li sperpera, e ha sempre preferito le cose fatte a mano e personalizzate alle grandi firme.
Ricordo che per il loro primo anniversario Gianlu era venuto a chiedere consiglio a me su cosa avrebbe potuto regalarle, così spulciando un po' internet alla ricerca di idee, alla fine aveva optato per un album fotografico con tutti i momenti che lui aveva ritenuto più importanti nella loro storia;
io l'avevo aiutato a rilegarlo e impacchettarlo ed ero anche andata a fare qualche foto nei loro posti speciali, mentre lui lavorava.
Il giorno successivo mi ha raccontato che era esplosa in lacrime quando l'aveva visto, e lui si era preoccupato tantissimo perché pensava non le fosse piaciuto, così aveva tirato fuori dalla tasca il portafogli, completamente preso dal panico, e le aveva detto che poteva prendere la carta di credito e comprare tutto quello che voleva.
Ancora oggi Laura lo prende in giro dicendo: «Tanto con lui basta fare due lacrimucce, ed ecco che sgancia il cash!»
Ovviamente lui nega tutto e dice che è stato solo un momento, che nessuno può comprare Gianluca Carlini.
Gli piace fare il forte, a Gianlu.
Io e Lore l'abbiamo conosciuto durante il catechismo, e la voce che girava tra i bambini era che fosse stato mandato da un'altra parrocchia perché era uno di quelli che faceva solo casino; altri dicevano che, nonostante avesse solo nove anni, fosse già finito a fare a botte con qualche coetaneo.
Non gli si avvicinava mai nessuno, e io lo vedevo arrivare a testa bassa ogni sabato, e andare via alla stessa maniera appena finiva l'incontro, mentre noi rimanevamo a giocare fuori dalla chiesa tutti insieme.
Così una volta ho convinto mio cugino a seguirlo, ero curiosissima di vedere dove cavolo andasse, tutto da solo, quel bambino che doveva fare così tanta paura, e che a me faceva solo una gran tenerezza;
allora lo avevamo seguito, fingendoci indifferenti ogni volta che si girava per vedere se qualcuno lo stesse pedinando, e ci eravamo appostati dietro ad una macchina quando lo avevamo visto entrare dal panettiere.
Era uscito con una baguette, e ricordo che Lore aveva iniziato a disperarsi, a gridare qualcosa tipo: «Oddio ci vuole picchiare! Ci ha scoperti e ci vuole menare con la baguette! CI VUOLE BAGUETTARE!» mentre io cercavo di tenerlo buono con una mano sulla bocca per non farci sgamare ancora di più;
invece Gianlu aveva proseguito per la sua strada camminando per un quarto d'ora buono, e si era infilato in un capannetto abbandonato in una viuzza abbastanza lontana da dove abitavamo noi, e lo avevamo visto sbriciolare il suo pane per darlo a dei gattini randagi che avevano fatto una colonia lì, in mezzo al nulla.
Lorenzo era sollevato, perché diceva che chi ama gli animali non può essere una persona cattiva; io invece mi ricordo che mi ero intristita tantissimo, perché un bambino, per trovare un posto sperduto come quello, doveva essere da solo per buona parte del tempo.
Così il sabato successivo, prima del catechismo, siamo andati anche noi dal panettiere, abbiamo comprato un po' di pane per i micini, e abbiamo seguito di nuovo Gianluca per le stradine che portavano al capanno;
quando ci ha visti era sorpreso, poi aveva messo su la sua faccetta imbronciata e aveva detto: «Voi non potete stare qui!».
Lore aveva iniziato a correre dalla parte opposta, invece io mi ero fatta coraggio e avevo detto che il posto era abbandonato, quindi poteva starci chiunque, e che tre pezzi di pane erano meglio che uno solo.
Abbiamo iniziato a fare la strada insieme ogni sabato; poi abbiamo pensato che fosse meglio andare anche di mercoledì, magari dopo la scuola.
E quando i gattini sono stati trovati dai volontari di non so quale associazione e portati in sicurezza, quello è stato il nostro posto segreto in cui giocare a tutto quello che ci veniva in mente.
È stata un'infanzia fantastica con loro due: potevo sporcarmi quanto volevo, e nessuno aveva da ridire;
potevo mangiare le peggiori schifezze, e loro non si scandalizzavano;
nessuno mi prendeva di mira, perché io ero quella che andava in giro coi maschi, e di loro c'era da avere paura!
E quando stavo male per una delusione d'amore, o per un litigio con le amiche o con i compagni di classe, avevo sempre loro due pronti a consolarmi, o a farmi divertire per non pensarci.
Ecco perché sono così felice per Gianluca, oggi: lui si merita tutto questo, e anche di più.
Ero partita con l'idea di non parlare di romanticherie per un po', e mi ritrovo a fantasticare sul suo matrimonio come se fosse il mio.
Ah, l'amore!
****
Ho fatto quasi un chilometro in più per entrare dal retro del negozio e non dover passare nella piazzetta.
Devo ancora capire chi sia il genio che, quando ha fatto il progetto del panificio, ha deciso di mettere l'ingresso secondario direttamente in un'altra via; per carità, quando arrivano i fornitori è utile non dover fare tutto di fretta perché siamo in mezzo alla piazza, ma diversamente non ne trovo proprio l'utilità.
Comunque sia, oggi sono estremamente grata anche per questo piccolo dettaglio -che invece solitamente odio- dato che mi ha permesso di fare tutta un'altra strada rispetto al solito.
Questo ovviamente non mi ha impedito di tornare al 2012 con la mente, e durante il tragitto ho ripercorso quei momenti come se li avessi vissuti solo ieri sera.
Ho sentito di nuovo l'odore dell'asfalto bagnato dopo l'acquazzone che ci aveva sorpresi in piena estate;
ho rivisto i suoi occhi che non volevano lasciare i miei, i suoi sorrisi e le sue mani che si intrecciavano alle mie;
ho provato di nuovo quella sensazione di panico, quella stretta al petto tanto forte da fare quasi male, quella consapevolezza di non essere abbastanza coraggiosa per affrontare le cose grandi, le cose belle.
Ho risentito tutte le sue parole;
sono anni che girano su e giù dalla testa al cuore, fanno un giretto nei miei sensi di colpa e si fermano in superficie, sulla pelle, come un tatuaggio.
O una cicatrice.
«Tra poco parto... ci pensi?» aveva chiesto mentre eravamo seduti su quella panchina, sulla quale aveva steso una felpa per non farmi bagnare.
«Beh, non direi tra poco. Manca ancora più di un mese.» era il 14 di agosto, e solo sentire nominare la sua partenza mi aveva fatto stringere lo stomaco.
«Ma ci pensi?»
Avevo alzato lo sguardo verso il cielo, verso quelle stelle tra cui aveva detto mi avrebbe portata a passeggiare, un giorno, e avevo aspettato un po' a rispondere, godendomi lo spettacolo del sereno dopo la tempesta, ignara che noi, invece, ne fossimo il preludio.
«Ci penso» avevo risposto.
«E ti sta bene?»
«Certo, siamo amici,» avevo mentito «e gli amici rimangono amici anche a distanza. Magari io e i ragazzi ci organizziamo per venirti a trovare d'inverno; o puoi farlo tu quando non sei troppo impegnato con gli esami.»
Mi aveva guardata a lungo, mentre io non trovavo il coraggio di distogliere gli occhi dai puntini luminosi sopra di noi, consapevole che mi avrebbe sgamata subito se solo mi fossi azzardata a farlo.
«Certo che con le parole fai schifo, ma con le bugie sei anche peggio.»
Ero scoppiata in una di quelle risate in cui non capisci se stai ancora ridendo, o sei già passata al pianto.
Lo avevo guardato con gli occhi lucidi e avevo sperato che mi insegnasse a parlare come faceva lui, perché volevo con tutto il cuore fargli capire che per me era molto più di quello che avevo sempre detto;
ma lui aveva sorriso, e avevo capito che -come sempre- era stato molto più bravo di quanto pensassi.
Mi stupiva sempre questa sua capacità di leggermi dentro, di andare più in profondità.
«Facciamoci una promessa!» aveva esclamato ad un certo punto, entusiasta come un bambino davanti ad una coppa gigante di gelato. Lo avevo guardato con aria interrogativa e lui aveva continuato: «Promettiamoci che un giorno, quando sentiremo che ne varrà la pena, ci diremo tutto quello che dobbiamo dirci.»
Avevo sorriso, un sorriso grande e sincero e colpevole, perché sapevo che, forse, io quel coraggio non l'avrei mai trovato, neanche se ne fosse valsa la pena.
«Non fare quella faccia! Lo so cosa pensi, ma credimi, un giorno verranno fuori anche a te le parole che oggi non riesci a dire.»
E ci avevo creduto, avevo creduto davvero che prima o poi anche io sarei stata capace di parlargli di come sentivo lo stomaco stringersi ogni volta che lo vedevo; di quanto fosse bello fantasticare su noi due; di quanta pace sentissi quando mi abbracciava; di come era bello sentire il suo sguardo addosso mentre facevo altro.
Così avevo intrecciato il mignolo al suo, e avevo detto: «Promesso.»
E lui aveva fatto uno di quei sorrisi un po' storti che gli venivano fuori ogni tanto, come se il cuore volesse compiere quell'atto più in fretta di quanto il suo viso potesse fare.
Ha sempre avuto il cuore più veloce del resto, lui.
«Però il mio momento è adesso,» aveva detto, «Deve essere adesso perché quando sorridi così, mi fai venire voglia di dirti tutte quelle cose schifosamente romantiche che di solito odi» aveva riso più forte e aveva continuato: «Ti aspetto. Mi limito a dirti questo perché so che potresti vomitarmi sulle scarpe, altrimenti. Però ti aspetto. Io ti aspetto davvero, Becky.»
Era stata questa la sua dichiarazione.
E col passare degli anni ne ho visti di film romantici ma, quella, rimane ancora la mia preferita in assoluto.
Entro in negozio con ancora la testa nel passato, e sento Lina borbottare qualcosa sull'inciviltà della maggior parte dei giovani d'oggi.
«Ciao Lina. Con chi ce l'abbiamo oggi?»
Lei alza la testa di scatto e addolcisce l'espressione non appena mi vede.
«Oh, ciao zuccherino! Ce l'ho con i ragazzini. Hanno deturpato la piazza!» dice con un mezzo grugnito.
«Come, hanno deturpato la piazza? Che significa?» domando. Conoscendo Lina, probabilmente avranno gettato a terra una cartaccia, scatenando la sua indignazione.
«La panchina della piazza è rovinata! Le avevano appena ridipinte, che bisogno c'era di rovinarla così, dico io?»
Uno strano presentimento si fa strada nel mio stomaco.
«Ma quale panchina?» chiedo, con la voce che trema appena.
«Quella di fronte alla nostra entrata! Vai a vedere, zuccherino, Ugo è già fuori che pensa a come rimediare. Che coloraccio poi, stona completamente con le altre.» scuote la testa e continua ad intrecciare gli impasti che ha sul banco di lavoro.
Faccio uno sforzo enorme per percorrere il laboratorio e il negozio, le gambe sembrano essere diventate di piombo.
Appena sono fuori alzo gli occhi e la vedo.
La panchina, la nostra panchina, completamente rossa.
Mi avvicino piano, e Ugo alza appena la testa nella mia direzione accennando un saluto, poi torna a fissare l'oggetto di tanto sdegno, senza riuscire a capacitarsi.
«Ma ti rendi conto? A che scopo poi? Ci vorrà un sacco di tempo a grattare via tutta la vernice e a rifare il colore nuovo.»
Sorrido appena, con gli occhi completamente appannati, e tiro su col naso per evitare di scoppiare a piangere qua in mezzo alla piazza, mentre passo una mano sullo schienale.
Lo faccio con un tocco leggero, quasi potessi tagliarmi con la consapevolezza.
«Ma non è vernice, Ugo. È filo rosso. È soltanto stata ricoperta di filo rosso.»
Inizio a giocherellare col bracciale che porto ancora legato al polso, chiedendomi se esista, sulla faccia della terra, una persona più codarda e testarda di me.
No. Decisamente no.
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