39
C'è qualcosa di estremamente poetico nel togliere jeans e top e potersi finalmente infilare il pigiama, abbandonare i tacchi e camminare scalzi.
«Dov'è la mia maglietta?»
Salto sul posto rischiando l'infarto non appena sento la voce di Giò alle mie spalle. Si è di nuovo infilato in camera mia passando dal terrazzino.
I miei abitano al quarto piano, è stato saggio andare a vivere per conto mio qualche un anno fa.
«Cazzo, Giò, mi farai venire un colpo prima o poi!» porto la mano sul cuore nella speranza di riuscire a rallentare i battiti. Per tutta risposta lui fa un vago cenno con la mano, come a minimizzare, e resta in attesa. Alzando pure un sopracciglio.
«Ma che maglietta stai cercando?» Mi ha scambiata per una ladra per caso?
«Di quella che hai usato fino a ieri come pigiama. Perché non la indossi?»
Sta facendo l'offeso? Seriamente?
«Perché l'ho messa nel sacchetto dei panni da buttare in lavatrice. Appena sarà pulita e profumata te la restituirò.»
Scuote la testa ed esce dal mio appartamento a passo spedito, lasciandomi letteralmente a bocca aperta. Mi domando cosa gli sia passato per la testa, ma appena muovo un passo per seguirlo e domandarglielo, lui mi anticipa tornando dentro, con un'altra maglietta in mano.
«Tieni.» dice lanciandomela.
La rigiro tra le mani e lo guardo confusa.
«Ho già la canotta del pigiama, ti sembravo nuda per caso?»
«Oh, credimi Becky, me ne sarei accorto se fossi stata nuda. Ma voglio che indossi quella.»
«Perché?»
«Perché così mi rimarrà il tuo profumo.» Alza le spalle come se avesse detto una cosa scontata.
Sbuffo e infilo la sua cazzo di maglietta. Cosa cambierà mai, poi? Dovrà lavarla prima o poi, no? Mi guarda soddisfatto e la stronza che è in me scatta sull'attenti. C'è sempre stata una sorta di sfida tra noi, e anche adesso che stiamo insieme, la parte orgogliosa di me non ne vuole sapere di dargliela vinta così facilmente. Ecco perché gli lancio la mia canotta, che prontamente lui ripiega e appoggia sul tavolino della zona giorno.
Che cucciolo.
«Eh no, bello! Tu ci dormi con quella, se vuoi che io dorma con questa.» e mi indico la sua adorata magliettina nera.
«Cosa?»
Alzo le spalle con noncuranza.
«Prendere o lasciare.»
Lo guardo sbuffare mentre alza gli occhi al cielo e inizia a sfilarsi la camicia che ha indossato per tutta la sera. Prende la mia canottiera, la rigira un paio di volte tra le mani e la indossa.
Devo dire che il tessuto rosa con i fiorellini gli sta un amore! Il pizzo bianco del bordo gli arriva appena sopra l'ombelico, e le spalline strette mettono in risalto i suoi muscoli. Per non parlare dello scollo a V, che lascia intravedere i suoi pettorali sodi.
Stringo le labbra per non scoppiare a ridergli in faccia e annuisco soddisfatta. Lui scuote la testa, ormai arreso all'idea che non lo risparmierò di certo solo perché sembra meno mascolino di Malgioglio conciato così.
«Ah, tieni anche questo.» Mette le mani dietro la schiena, e mi lancia qualcosa. Afferro al volo l'oggetto non meglio identificato, e lo guardo leggermente perplessa.
«È un maialino di peluche?»
«Sì.» dice portandosi una mano sul mento e annuendo.
«E ce l'avevi nelle mutande?»
«Sì.»
«E... cosa dovrei farne io?»
«Tenerlo.» risponde, di nuovo con quel tono ovvio.
Strizzo appena gli occhi per cercare nella sua espressione qualcosa che mi faccia capire se è serio, o mi sta prendendo in giro.
Sembra serio.
Ha veramente tirato fuori un maialino dal suo culo, e si aspetta che io lo tenga per fare... cosa? Che ci faccio con questo? Non che non apprezzi il gesto... è che di solito i suoi regali hanno un significato preciso, ma stavolta proprio non riesco a trovarlo.
«È mio...» aggiunge poi, come se questo potesse farmi avere l'illuminazione. Mi sto sentendo veramente stupida. Lui è di fronte a me, con addosso la mia canottierina da intimo di tre taglie più piccola, si è tirato fuori un pupazzetto dalle mutande, ed io mi sento stupida. Questa cosa la dice parecchio lunga.
«Vuoi che te lo restituisca, quindi?»
«N-no.»
Oh cielo, dategli una vocale! Fatelo chiamare a casa! Lasciategli chiedere l'aiuto del pubblico!!!
«Lascia stare, è una storia lunga.» E muove la mano davanti al viso, come a voler scacciare una mosca, o un pensiero che sembra sciocco.
«Beh, e raccontamela!» Ora sono curiosa!
Giò apre e richiude la bocca un paio di volte, come se stesse cercando le parole adatte per esprimere chissà quale concetto. Deve solo dirmi il perché si era nascosto un maialino nelle mutande, non serviranno chissà quali paroloni, per Dio!
Eppure sembra proprio in difficoltà! Non sono abituata a vederlo così, solitamente tra i due sono io ad avere problemi nel parlare.
Finalmente Giordano decide di rompere il silenzio e inizia questa spiegazione, che mi sta rendendo anche un po' nervosa se devo dirla tutta.
«Siamo andati a fare un giro col motorino oggi...»
«Lo so, c'ero anch'io, ricordi? Ero seduta proprio dietro di te.»
«Giusto. E quello è mio.» Dice, indicando il peluche che è ancora nelle mie mani «L'ho vinto l'estate che ci siamo conosciuti, in una macchinetta di quella sala giochi che era sul lungomare. E ho cercato su internet, ma non ho trovato locali che facessero karaoke, e allora stasera ne ho approfittato per cantare una canzone lì al falò, che non è la stessa cosa, ma altro non mi era venuto in mente...»
Oh mio dio.
«Ed è una cosa stupida ma, quell'estate, una sera ci eravamo fermati sotto il monumento della piazzetta, ed eravamo un po' brilli -un bel po' visto che Gianlu aveva deciso che nella sua vita voleva fare il ballerino e si era messo a provare Plié e Grand Jeté slogandosi una caviglia- comunque, ecco, sì stavamo parlando e avevamo iniziato un discorso su cosa avrebbe dovuto fare la pers-»
Non gli lascio finire la frase.
Gli occhi hanno iniziato a pizzicarmi quando ha nominato la sala giochi e le macchinette, quando il mio piccolo cervellino ha iniziato ad unire i puntini.
Mi butto tra le sue braccia, con un sorriso che arriva da un orecchio all'altro. Non posso credere che se ne sia ricordato. Non riesco a credere che anche da ubriachi, fossimo così attenti uno all'altra.
«Allora te lo ricordi» gli dico, cercando di mandare giù il nodo che mi si è formato in gola per l'emozione.
«Ricordo tutto quello che ha a che fare con noi due, Becky.» Mi tiene stretta ancora un po', poi si tira indietro piano, e mette su un'espressione indagatoria mentre mi guarda.
«Tu piuttosto? Hai dimenticato quali erano le mie cinque richieste?» chiede quasi gongolando. Sicuramente pensa che fossi troppo ubriaca per ricordarmene.
«Non barare!» gli punto il dito contro. «Tu non hai fatto cinque richieste, ma solo una: hai detto che avresti barattato qualsiasi cosa sciocca, a patto di essere assolto da un errore considerato imperdonabile, escludendo il tradimento. Avevi poco più di vent'anni ma eri già un gran paraculo, devo dire.»
Fa spallucce e sfodera la sua faccetta angelica.
«Forse. O forse ti amavo già da impazzire e sapevo che prima o poi mi sarebbe tornata utile questa furbata!»
Sorride e si avvicina, fa strofinare appena il suo naso col mio e mi regala un bacio. Uno di quelli che sembra dire: "hai ancora dei dubbi su quello che provo? Sentilo da come ti bacio, allora, da come ti tocco, che tutto quello che ti dico è vero".
Ed io non posso fare a meno di credergli, di credere che tutte le morse allo stomaco che sento quando lui è così vicino a me, non possano che essere il segno chiaro ed evidente che siamo esattamente dove dovremmo essere: persi nei nostri abbracci e tra le nostre labbra. Felici, semplicemente.
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