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Capitolo 2

Quattro anni prima

Eccomi a una festa.
Mi ero ripromessa di star lontana da cose del genere, ma Antonia, conosciuta da tutti come Tonia, aveva insistito, e non ero riuscita a dirle di no.
Antonia era la mia compagna di stanza.
Anche lei, come me, vantava origini italiane. L'avevo conosciuta ancora prima di sapere che avremo diviso la stanza all'Università della Carolina del Sud.
Quando la conobbi era il 2 settembre del 1998 e, con la mia eleganza, quel giorno riuscii a far cascare la valigia che ruzzolò giù dalle scale e finì per aprirsi, svuotando il proprio contenuto. Era il mio primo giorno di università.
Quando succedono certe cose difficilmente non c'è nessuno a riderne. Fu così che un gruppo di ragazzi, in fondo alle scale, iniziò a sghignazzare rumorosamente.
Io, mortificata, scesi di corsa le scale e iniziai a raccogliere tutto. Volevo sprofondare. Poi una mano che reggeva un calzino sporse da sotto il mio naso, alzai gli occhi e lei era lì. 

"Ehi, tutto bene? Io sono Antonia, e tu?" e all' indirizzo degli altri, con voce elevata, strizzandomi l'occhio disse: " Certo che non ci sono più i gentiluomini di un tempo!".

Era passato un anno da allora, e alla fine Tonia era riuscita a trascinarmi via dalla nostra stanza per portarmi nel caos più totale.
Tonia si era già buttata nella mischia, e si strusciava contro Charlie Thoms, il quaterback della squadra di football, che continuava a bere una lattina di birra dopo l'altra. Inutile dire che fosse il ragazzo più popolare della scuola. Quella sera Tonia aveva dato il meglio di sé. Ero abituata a vederla, come tutti del resto, sempre dentro jeans e felpe informi.
A un certo punto non ne potei più di tutto quel frastuono, così decisi di uscir fuori a prendere una bocca d'aria. Cercai di attirare la sua attenzione ma fu del tutto inutile.
Era troppo presa da Charlie, più impegnato a prendersi una sbronza che a pensare a lei, e alla sua minigonna vertiginosa.
Così uscii. L'aria era fresca, era un toccasana dopo l'aria viziata che si respirava dentro. Chiusi la porta che dava sul patio, interamente in legno.
Tonia aveva detto che la casa era di un certo Val, il tipo che aveva organizzato la festa, come se io sapessi chi fosse. Non avevo stretto chissà quante amicizie. Con questi pensieri presi posto sul primo scalino, e col naso all'insù mi ritrovai a guardare il cielo, pieno di stelle. 

"E' un peccato lasciare una ragazza così carina da sola."
Una voce ruppe il silenzio. Mi girai di scatto.
Sebastian Moore era appoggiato con un piede alla parete vicino alla porta d'ingresso. Tirò fuori un pacchetto di sigarette, da lì non riuscii a vedere di che marca fossero, si mise una sigaretta fra le labbra, e la accese.
E pensare che mi ero presa una cotta per lui fin dal primo giorno in cui lo vidi.
Era alto, slanciato, aveva due grandi e profondi occhi neri, e i capelli, anch'essi neri, gli scendevano in morbide onde sulle spalle. Era un ragazzo solitario, una testa calda. Erano più le ore che passava nello studio del preside che quelle trascorse in aula.
Non ricevendo risposta si avvicinò, e si accomodò accanto a me sul gradino. Eravamo così vicini, potevo sentire il suo respiro. Non poteva esser vero che Sebastian Moore, il popolare Sebastian Moore, cantante in un noto gruppo rock locale, mi stesse rivolgendo la parola.


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