Capitolo 1
Goose Creek, 10 Ottobre 2002
Una giornata come tante altre ebbe inizio o così pensai, fin quando una telefonata non cambiò tutto.
Quella mattina la sveglia mi buttò giù dal letto alle sette, come succedeva regolarmente ogni mattina.
Amavo alzarmi presto perché mi piaceva il silenzio del mattino prima dello svegliarsi della città. Mi lavai, afferrai una fetta biscottata e un succo d'arancia al volo e, preso il progetto, mi diressi al lavoro. L'ufficio distava 10 km dal mio appartamento.
Mi ero trasferita da poco a Goose Creek,Carolina del Sud, ed era stato un bel cambiamento. Ero passata dal frastuono della grande metropoli a quello di una città, comunque piena di vita, ma lontana anni luce dai 130.000 abitanti che vanta Columbia.
E' stato il mio modo di dimenticare, ma allora non sapevo che avrei guardato il parco di fronte casa, così simile al Green Ville, e avrei ricordato le nostre serate, sdraiati sull'erba, a guardare le stelle. Non avrei pensato che ad ogni Sebastian mi sarei girata cercandolo tra la folla e, solo più tardi, mi sarei resa conto che era una madre che chiamava ad alta voce il figlio di pochi anni.
Dopo un quarto d'ora arrivai a destinazione.
Janet, la segretaria del mio capo, era già dietro la scrivania e parlava al telefono, probabilmente con qualche cliente.
Mi diressi decisa nel mio ufficio: 16 metri quadrati di parquet, un appendiabiti, qualche quadro alle pareti e una scrivania era tutto ciò che c'era, ma a me bastava. In compenso una grande vetrata mi permetteva di guardare fuori e ogni tanto mi perdevo a guardare la Strawberry Chapel, in fondo alla strada.
Lasciai la giacca all'appendiabito e valigetta in mano mi diressi nella sala riunioni. Erano già tutti lì, mancavo solo io. Mi accomodai sull'unica sedia disponibile e il mio capo, Carol Norton, iniziò a parlare. A breve avrei dovuto presentare il mio progetto e non stavo più nella pelle. La Style Magazine continuamente piena di modelle magre, patinate e sempre al top aveva deciso di cambiare look. Qualcosa di nuovo.
La riunione si protrasse per parecchio, ma alla fine l'avevo spuntata. Le foto che sparpagliai, durante il mio discorso, sul tavolo e, che ritraevano giovani casalinghe e studenti dell'università, avevano colto nel segno.
Mi diressi nel mio ufficio e, stanca, mi scaraventai letteralmente sulla sedia e fu così che un'ora dopo, erano all'incirca le 19.00, mi trovò Thomas.
Eravamo colleghi anche se lui, era da tempo, che tentava di portare il rapporto ad un livello superiore.
" Andrea, ancora qui? ", mi chiese.
" Si, avevo del lavoro da ultimare. "
" Che ne dici di staccare e andare a mangiare qualcosa assieme? ", mi domandò con la sua solita aria stranita, come se fosse quasi una cena di lavoro quando invece sapevamo entrambi che per lui non era così.
" No, devo finire di mettere apposto alcuni documenti, ma grazie. "
" Quand'è che ti deciderai a darmi una possibilità? "
Il cellulare iniziò a squillare.
Salvata dallo squillo del telefono.
" Scusami Thomas, ma devo rispondere. "
" Si, certo." e seccato si voltò e uscì chiudendo con un certa veemenza la porta.
" Pronto? "
" Andrea, sono io "
Non c'era bisogno di dir altro. Avrei riconosciuto quell'accento un po' strascicato e quella voce, così simile a quella di Sebastian.
Era suo fratello.
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