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Voi. non. avete. idea. di. quanta. fatica. ho. fatto. per. scrivere. questo. capitolo.
Se non vinco il premio Pulitzer quest'anno elimino la storia.
Sto a scherzaaaaaaa guarda la faccia! Non se l'aspettavah
Anche se mancano quindicimilasettecentocinquanta capitoli alla fine e ogni capitolo è un travaglio, continuerò fino alla fine per il bene di tutte voi, SHIPPATRICI FROGER, FATEVI SENTIREHHH
Enniende, spero vi piazza sto capitolo...MA CHE DOMANDE, OVVIOH buona lettura bitzisssss
Ah
Aspettate un attimo, volevo parlarvi anche di un'altra cosa.
Inzommah ultimamente mi stanno taggando un sacco di battone che chiedono di fare sesso virtuale e sinceramente sta cosa mi fa incazzare, non per il sesso eh sia mai sempre pro, come avete potuto benissimo notare nelle mie storie, ma per il fatto che questa cosa non c'entra nulla con Wattpad, sti belinoni sfracassavano ü belin già su instagram (se non mi seguite ancora bizzis, fatelo subito mi chiamo evie_matt99) non possono farlo pure qui. Queendi se vi imbattete in uno di questi belinoni fatelo sapere alla bad bitz che ghe pensu mi.
Enniendeh ora finally posso augurarvi una buona letturah❤
HMP Shepton Mallet, carcere di Cornhill, 20 novembre 1926.
Freddie
- Non ce la faccio più! - esclamo esasperato, interrompendo il silenzio nella cella.
Brian e John sussultano, per poi lanciarsi uno sguardo d'intesa.
- So che ora mi direte di calmarmi, che ho ancora davanti a me sei anni e otto mesi, che ho tutto il tempo del mondo per preparare la vendetta, per dare di matto, suicidarmi...ma io non ho tempo. Roger tra quattro giorni si sposa! -
Brian sospira.
Rimane a riflettere tra se e se per un po', per poi chiudere il libro e riporre gli occhiali sulla mensola.
- Freddie, ascolta... -
- Sì lo so, il dado è tratto, non posso fare più niente ormai...Ma sicuramente è più facile per me evadere da questa prigione che per Roger lasciare casa sua...nemmeno riesco ad immaginare le pene che il mio amore sta patendo... - lo interrompo io, anticipandolo.
Brian alza il sopracciglio.
- Se mi fai parlare te ne sarei grato... - risponde lui, in maniera pacata e posata.
Io abbasso lo sguardo, penitente, permettendogli così di continuare il discorso.
- Se vuoi scappare, non puoi farlo da solo... - sussurra lui, con sguardo vispo.
- C-che intendi dire? - chiedo, con il viso dipinto di curiosità mista a timore.
- Intende dire che ti serve un piano, e il nostro aiuto - interviene John, in tono autoritario.
- Esatto. Questo è un carcere di massima sicurezza, è difficile, se non impossibile evadere da qua. Ma io sono qui da tre anni, e conosco questa prigione come le mie tasche ormai. - a quel punto, strappa un foglietto dal suo taccuino che usa per risolvere problemi di matematica e lo butta a terra, iniziando a scarabocchiarci su.
-...In una stanza all'ultimo piano, sul soffitto c'è una grata che serve per regolare la temperatura dell'acqua per il riscaldamento, possiamo usare quel condotto per arrivare al tetto ed evadere. Ora il problema è questo qui. Siamo prigionieri d'alto rischio, e ci hanno assegnati al secondo piano proprio per timore che potessimo scavare un tunnel nel sotterraneo o scappare dal tetto, se ci avessero assegnati all'ultimo piano. Buona notizia. Quella stanza dell'ultimo piano non è una cella, ma bensì un'infermieria...risistema i prigionieri pestati. - a quel punto nella stanza, cala il gelo più profondo.
- Ehm...q-quindi c-cosa state insinuando? Devo farmi menare un'altra volta? - balbetto io, con il cuore in gola.
- Sì. Ma tranquillo, sarò io a sfigurarti - si fa avanti John, e io non posso credere ai miei occhi.
-Tu!? - esclamo isterico io. Quei due bastardi non mi hanno ancora svelato la causa della loro carcerazione, e ciò non mi permette di avere una totale fiducia in loro, anche se io fuorché loro, non ho nessuno. Sono considerati i detenuti più pericolosi del carcere più spaventoso di tutto il Regno Unito ma dall'aspetto così civile, dai tratti così angelici...Brian...con la sua passione sfrenata per le stelle...e Deacy...con quel sorriso...quel maledetto sorriso, così innocente, così tenero. Forse è per questo che sono tanto pericolosi. Hanno una capacità inaudita di nascondere le proprie emozioni dietro a un'espressione impassibile e imperscrutabile.
- Già io. In mensa. Ci sono un sacco di ragioni per farlo. In modo da essere visti dalla maggior parte delle guardie possibili, per non destare sospetti. Le amicizie qui sono pericolose, soprattutto tra noi, prigionieri ad alta sorveglianza, alla vigilia di un'evasione. Noi ci azzuffiamo raramente, e quando lo facciamo, è per un motivo serio. È solo quando attacchiamo noi, che le guardie intervengono, e decidono di portare i detenuti colpiti in infermeria. Non aver paura, so come colpire un amico... - sibila John, accompagnato da un sorrisetto sadico.
- O-ok...ma...dopo...che succede? - domando ansioso io, e i due delinquenti spietati si scambiano uno sguardo, capendosi all'istante.
Il pugno di Deacy sbatte sul tavolo con forza, facendo rovesciare la mia minestra.
Mi alzo a guardarlo, cercando di assumere un'espressione somigliante al terrore.
Non ho buone doti attoriali.
- Smamma. Questo è il mio posto - mi ordina in tono fermo e intollerante.
- Non mi sembra ci sia scritto il tuo nome sopra - lo sfido io, con sguardo un poco intimorito da quello che dovrà succedere a questa intrigante scenetta.
A quel punto, già una schiera di detenuti giunge verso di noi per godersi lo spettacolo ormai prossimo.
- Ho detto smamma! - e a quel punto il pugno di Deacy colpisce il mio viso, facendomi perdere l'equilibrio.
Il mio corpo sbatte a terra, e sento il sangue sgorgare dal mio naso bagnarmi il colletto della divisa da detenuto.
Ad un tratto, le guardie si accorgono di quello che sta succedendo, e poiché, come mi aveva avvisato Deacy, chi mi ha colpito, è un prigioniero pericoloso, decidono di soccorrermi. Mi alzano in malo modo e mi danno dei leggeri schiaffetti per farmi riprendere.
- Ahh! Sono la regina d'Inghilterra! Congiura! Stanno cospirando contro di me! Mi vogliono mandare al patibolo! - inizio a delirare io, seguendo il copione ideato da Brian.
- Portatelo in infermieria...Dategli qualcosa di pesante per alleviare la tensione... - conviene una guardia, scuotendo la testa.
Mentre mi portano via, vedo Deacy che inizia a menare a destra e a manca.
- Non osare toccarmi! - interviene Brian, stendendo un palestrato robusto e pieno di tatuaggi.
Con due bad boys al tuo fianco eccome se puoi andare lontano.
- Buongiorno medico di corte, mi dia qualcosa di forte. Devo riprendermi dallo shock, ma lo sa che un mio suddito ha tentato di detronizzarmi? Io!? La regina d'Inghilterra! - esordisco io, facendo ciondolare le gambe giù dal lettino dell'infermeria.
Alzo gli occhi al soffitto.
Proprio sopra la mia testa, scorgo lei, la mia salvezza.
È quella la grata.
Deglutisco.
- Oh, vostra altezza, ma come hanno potuto? Comunque non vi preoccupate, siete in buone mani. Ho giusto qualcosa che fa al caso vostro... - mi risponde l'infermiere, sghignazzando convinto di cantare già vittoria.
Mentre carica una siringa con un liquido giallo contenuto da una boccettina di vetro, io mi alzo dal lettino senza far rumore, e mi muovo a carponi verso di lui, con il cuore a mille.
Mi mordo il labbro fino a tagliarmelo, come se sentissi nostalgia di assaporare sangue, e gli salto addosso, stringendogli un braccio al collo.
L'uomo inizia ad ansimare, e così per far prima piego il ginocchio, sferrandogli un calcio nei gioielli della regina.
Gli prendo la siringa di mano e gliela inietto nel collo, con un colpo netto e deciso.
- Mai voltare le spalle ad una regina... - e detto questo, lo lascio cadere a terra, privo di sensi.
Deacy
Sferro pugni a destra e a manca, non importa chi prendo.
Sto sistemando detenuti, guardie, pesterei a sangue anche Brian, in questo momento di pura adrenalina.
Non ragiono più, non vedo più, tutto quello che riesco a fare è colpire ciò che mi trovo davanti.
Ad un certo punto, sento delle urla non tanto lontane da me.
Mi volto nella loro direzione.
Sono altre guardie che giungono in soccorso di quelle che io e Brian abbiamo appena steso.
Solo allora spendo un istante del mio prezioso tempo per ammirare lo scempio che avevamo appena combinato.
Decine e decine di corpi tramortiti ci circondano, e sono talmente tanti che siamo costretti a camminare sopra ad alcuni di essi.
Beh, era tanto che io e Brian non facevamo qualche esercizio.
- Che state facendo? Smettetela ora, è un'ordine! - urla una di loro.
Io e Brian ci scambiamo un'occhiata complice.
Dozzine di guardie ci raggiungono, e io abbasso lo sguardo, alzando leggermente un sopracciglio.
Ormai rassegnato, alzo le mani, in segno di resa, e lo stesso fa Brian.
A quel punto però, nonostante il nostro segnale, qualcuno mi da un colpo in testa, e mi sbriciolo a terra, mentre il mio mondo inizia a farsi nero.
Freddie
Alzo lo sguardo sulla grata.
Devo fare veloce, il tempo a disposizione è poco.
Corro di nuovo verso il lettino e salgo su con i piedi, in modo da arrivare alla grata arrugginita.
Dopo aver tentato invano svariate volte, il sudore inizia a imperlarmi la fronte, così decido di staccare i piedi dal lettino e appendermi alla grata con le sole mani, e questa trovata porta i suoi risultati, perché grazie a quest'azione il riquadro di metallo scivola via.
Ora viene la parte più difficile.
Riuscire a entrare nel condotto.
E se non fosse abbastanza largo?
Se arrivato ad un certo punto mi incastrassi?
Beh, ormai non ho niente da perdere.
Questa è l'unica via che mi possa portare da Roger.
Mosso da questa ondata di motivazione, noto che nell'oscurità del condotto spunta l'estremità di un tubo di plastica, così con un balzo riesco ad aggrapparmici.
Faccio leva con le mani e mi tiro su.
Ora le punte dei miei piedi premono all'estremità del condotto.
Tiro su il ginocchio e mi arrampico più su, puntando il piede opposto in modo da fermarmi un attimo per riprendere fiato.
È molto stretto, non vedo nulla, e il mio respiro aumenta, tanto da trasformarsi in vapore acqueo bagnandomi il volto.
Ho paura, tanta paura.
Ma ora, non si torna più indietro.
Brian e Deacy stanno rischiando la vita per me.
E io devo fare in modo che il loro sacrificio non sia vano.
Già dopo pochi passaggi, mi incastro nel condotto, potendo continuare solo con l'aiuto dei movimenti quasi impercettibili delle mani e dei piedi.
Le mie braccia si stringono sempre di più, le mie scapole premono sulla superficie del condotto e ad ogni passo che faccio più avanti mi manca sempre più il respiro.
Mi sento soffocare, il mio corpo è stanco, mi chiede pietà, delle silenziose lacrime scendono ai lati dei miei occhi, ma tutto quello a cui riesco a pensare è Roger.
La strada è ancora lunga, ne avrò almeno per un'ora se voglio raggiungere il tetto.
Una, insignificante ora, per una vita intera d'amore.
Questo è il prezzo da pagare.
E devo farcela.
Non posso mollare.
A quel punto però, avverto la presenza di uno spuntone sulla parte destra del condotto.
Mi mordo il labbro inferiore.
È molto affilato.
E non posso evitarlo.
Inizia a graffiarmi il polpaccio, per poi iniziare a scavare sempre più in profondità.
Urlo di dolore, sprecando inutilmente il poco ossigeno che ho a disposizione.
Lo spuntone scende alla caviglia, mi graffia l'osso, per poi arrivare alla scarpa, ed è in quel momento che riesco a lasciarmelo alle spalle.
Il polpaccio brucia, ma ora non ho tempo di pensare a quello.
C'è la mia vita in gioco.
Non ho idea di quanto tempo è passato.
Ho perso completamente la cognizione del tempo.
Ma nonostante i tagli, il dolore, le lacrime e la fatica, sono andato avanti, imperterrito, fino ad arrivare alla luce.
Prima altro non è che un semplice puntino, per poi allargarsi sempre di più, fino a quando non mi ci tuffo dentro.
Afferro il pavimento intorno ad esso e mi tiro su con molta, molta fatica.
Una volta fuori da quell'inferno, mi stendo a terra, distrutto.
Ma non per molto, per timore che le guardie mi raggiungessero.
Do un'occhiata sbrigativa al mio corpo.
Sono sporco, pieno di sangue, la ferita sul polpaccio è tanto profonda, ma alzo immediatamente lo sguardo per ammirare quello che avevo conquistato.
Sono su una specie di soppalco tutto impolverato tra il soffitto e il tetto.
Mi alzo, ma scopro amareggiato che per accedere al tetto, devo passare una porta d'acciaio, chiusa a chiave.
A quel punto, preso da uno scatto d'ira, colpisco la porta con un pugno.
Non ci posso credere.
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