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Londra, 13 gennaio 1926.

Roger

Dopo essere rimasto per alcuni minuti fermo immobile ad ascoltare incantato quel pezzo stupendo, decido di alzarmi istintivamente e di avvicinarmi, ma senza esagerare. Non voglio che notandomi si sconcentri e smetta di suonare, ma voglio avvicinarmi solo perché quella dolce musica possa arrivare prima a me, in modo da potermela gustare quando è ancora nuova, fresca, limpida.
Purtroppo, non riesco nel mio intento, perché quel ragazzo misterioso si accorge subito di me.

- Perché te ne stai lì impalato a fissarmi? Non hai mai visto nessuno che suona un pianoforte prima d'ora? - mi domanda, senza alzare lo sguardo verso di me.

- Oh, beh...no...ne ho visti tanti. Ma nessuno bravo quanto te... - alle mie parole, Farrokh aggrotta le sopracciglia, per poi alzare finalmente lo sguardo su di me.

- Tu? Come osi?! - esclama il ragazzo, smettendo di suonare e alzandosi furioso.

- Non avvicinarti a me, hai capito? Io questo lavoro me lo sono guadagnato, non intendo venir licenziato un'altra volta a causa di un vostro capriccio da riccone, tuo e di tua madre! - io lo guardo allibito.

- M-ma...di cosa stai parlando...? Se ti riferisci a lunedì mi dispiace, ma non era mia intenzione farti licenziare, del resto ti ho anche difeso, se ricordi bene... - provo a difendermi io, mormorando con voce sommessa.

-  Ah, e quindi vuoi insinuare che sia stata tutta colpa mia, eh? Che razza di ragazzino capriccioso impertinente riccone ed egoista che sei! Siete tutti uguali, tu e tutti gli altri ricconi con la puzza sotto il naso! - a quel punto, veniamo raggiunti da un uomo alto con indosso uno smoking bianco.

- Si può sapere che cosa sta succedendo? Perche stai importunando questo giovanotto? - chiede a Farrokh, probabilmente dopo aver sentito le sue grida.

- Io non lo sto importunando, è lui che è venuto da me a disturbarmi! - risponde il ragazzo, in preda all'ira più profonda.

- Io non sono venuto a disturbarti, Farrokh! Volevo solamente ammirare la tua musica da più vicino! - protesto io, alzando la voce a mia volta.

- Non provare a chiamarmi così! - urla il ragazzo, per tutta risposta.

A quel punto, anche Rosie sopraggiunge sul posto, cogliendomi di sorpresa arrivando da dietro e prendendomi a braccetto.

- Roger...qualcosa non va? Ci sta guardando tutto il locale... - chiede lei, impaurita.

- Coraggio, Roger...vai via di qui con la tua fidanzatina, avete sicuramente di meglio da fare piuttosto che tentare in tutti i modi di far licenziare un poveretto che non ha che il suo lavoro... - detto questo, io lo fulmino con lo sguardo.

- Bene...infatti noi ce ne stavamo andando! - esclamo io, iracondo. Avvolgo Rosie stringendo un braccio intorno a lei, rassicurandola con un bacio sulla guancia, per poi lasciare il locale impettito.

Che persona spregevole, che maleducato, ha ragione mia mamma, è proprio un immigrato! Ah, persone così bisogna proprio lasciarle stare. Non bisogna nemmeno avvicinarsi, per non rischiare di essere infettati dalla loro ignoranza!

Farrokh

- Sei impazzito per caso, Farrokh? - mi chiede il proprietario del ristorante, allibito.

- Mi scusi, ho perso il controllo, non era mia intenzione... - convengo io, ritornando in me e pentendomi dell'errore che avevo appena commesso.

Il proprietario mi guarda a lungo, per poi sospirare.

- Mi dispiace, Farrokh...tu sei bravo, a me piaci molto anche come persona, ma purtroppo non posso ammettere un comportamento di questo tipo nel mio locale... - mormora, affranto.

- mi dispiace tanto, ma sei licenziato - dopo questa frase, capisco che mi sono complicato la vita per una seconda volta...ma questa, è la peggiore perche l'ho fatto da solo, e non posso dare la colpa a nessuno.

Londra, 14 gennaio 1926.

- Roger! Vieni giù! - grida mia mamma, in fondo alle scale del piano terra. Appena sento la sua voce stridula invadere le mie orecchie, scendo le scale immediatamente.

- Oh, finalmente! Ma sei sordo? Mi sto sgolando da non so quanto tempo! - squittisce lei.

- Mi dispiace mamma, la prossima volta starò più attento... - prometto io, sospirando.

- Comunque...qual è il motivo della tua chiamata? - chiedo io, curioso, e mia mamma mi sorride, tutta contenta.

- Beh, tuo padre è tornato! - a quell'esclamazione, io sorrido, contento. È tanto tempo che non vedo mio padre, è un banchiere, ed è sempre fuori casa per lavoro.
Ogni anno si assenta sempre di più, e a casa rimane sempre di meno, per questo ci sono periodi in cui sento tanto la sua mancanza.

- Davvero? E dov'è? - chiedo io, entusiasta.

- È in biblioteca, ma fai piano, sii educato, rispetta l'etichetta e abbi un certo contegno! È tuo padre, ricordatelo - si raccomanda mia madre, e io annuisco sorridendole, per poi girarmi e commentare

- Appunto, è mio padre, non il papa... - mormoro a bassa voce, per non farmi sentire da mia madre.

Detto questo, mi incammino in biblioteca e apro la porta, dopo aver bussato tre volte e aver aspettato che mio padre mi dicesse avanti.

Ed eccolo lì, seduto sulla sua poltrona di pelle, con indosso una pelliccia sopra a un completo di velluto rosso, anelli a ogni dito, le gambe incrociate in un modo da poter intravedere le sue pantofole leopardate preferite, le più belle di una grande collezione.
Si è tagliato la barba, e i suoi capelli sono più bianchi rispetto all'anno scorso.

- Buongiorno, mio caro Roger... - mi saluta, facendo un tiro di sigaro.

- B-buongiorno, padre... - balbetto io.

Con un gesto della mano, mi fa cenno di avvicinarmi a lui, e io eseguo contento, speranzoso di poter ricevere un abbraccio, o una carezza, ma mi porge la mano e io, triste, gliela bacio, ritornando alla realtà.
Butta fuori il fumo e io vengo intossicato da una nube di fetore.

- Se cresciuto, dall'ultima volta che ti ho visto... - commenta, ammirandomi dalla testa ai piedi, e io mi limito a sorridergli.

- Coraggio, siediti- e io mi siedo sul divano davanti a lui.

- Allora, come vanno gli studi? - chiede, speranzoso di poter iniziare una conversazione.

- Non c'è male... - lo informo io.

Rimaniamo in un silenzio agghiacciato  per un po', fino a quando mi viene in mente una domanda da porgli.

- E invece..il lavoro? - chiedo, sollevato da aver trovato un punto di partenza dalla nostra conversazione.

- Non c'è male... - mi informa lui.

Ancora un silenzio attonito, per poi venire interrotto dalla voce di mio padre.

- Dato che sono stato via per molto tempo, voglio dare un ballo... -

- Sarebbe fantastico - commento io, privo d'entusiasmo.

- Mi servirebbe un pianista bravo, sai, per la festa, ma che suoni in modo diverso, non come quelli che si sentono sempre in giro...tu ne conosci qualcuno? - chiede poi, facendo scattare in me una scintilla.

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