Una catastrofe annunciata
Emma guardava l'allenamento ma non vedeva niente e nessuno se non lui, Brahim Diaz. Quanto era bello con i capelli castani scompigliati dalla corsa e gli occhi nocciola che saettavano da una parte all'altra del campo. Di tanto in tanto, quando uno dei bambini faceva qualche bel palleggio o si lanciava in qualche azione degna di nota, le labbra del campione spagnolo si aprivano in un sorriso che sembrava illuminare tutto il campo. Emma si ritrovò a pensare che se uno di quei sorrisi lo avesse regalato a lei sarebbe morta sul colpo. Ma lei non era un piccolo calciatore in erba e quindi non ce ne sarebbe mai stata l'occasione.
Impegnata com'era a divorarsi con gli occhi il bel numero 10, la ragazza non si era ancora accorta che tra i bambini presenti in campo mancava suo fratello. Lo realizzò solo alla fine dell'allenamento, quando i compagni di squadra di Ricky si misero in fila per salutare i grandi. Un'ondata di panico la investì immediatamente: dove accidenti poteva essersi cacciato?
Emma si maledisse mentalmente per non averci fatto caso prima, per essere stata così distratta, già si immaginava di essere richiamata con un megafono per tutta Milanello e additata come l'accompagnatrice più inadeguata mai esistita. Quel pensiero la fece immediatamente morire di vergogna; così, senza dire nulla a nessuno, decise di allontanarsi dal campo per andare in cerca del fratello, seppure a malincuore. La partitella di fine allenamento stava per cominciare, e lei si sarebbe persa le corse in volata di Brahim. Gli lanciò un'ultima occhiata che venne intercettata da Theo Hernandez che le fece l'occhiolino mentre si avvicinava allo spagnolo e gli sussurrava qualcosa all'orecchio. Emma desiderò per un istante che una voragine si aprisse sotto i suoi piedi e la inghiottisse: non soltanto aveva perso suo fratello ma era pure stata beccata mentre sbavava senza ritegno dietro al numero 10.
Si allontanò in fretta, desiderosa di ritrovare Riccardo e di andarsene da lì il prima possibile. Era certa che il terzino francese avesse detto allo spagnolo qualcosa su di lei, magari in quel momento la stavano anche prendendo in giro. Mentre si dirigeva nel punto in cui aveva visto sparire suo fratello poco più di un'ora prima, sentiva solo il desiderio di essere a casa propria e di dimenticare per sempre quella giornata catastrofica.
Seguendo il punto in cui aveva visto sparire Riccardo, Emma passò attraverso una porta a vetri e si ritrovò in un'enorme palestra, modernamente attrezzata ma deserta, ai lati della quale si aprivano due lunghi corridoi. Non sapeva nemmeno dove fossero gli spogliatoi che erano stati assegnati ai bambini e si maledisse di nuovo per non aver chiesto aiuto a qualche responsabile. Mentre si guardava intorno in cerca di indicazioni, vide un uomo alto, biondo e atletico venirle incontro.
"Mi scusi signorina, devo chiederle di uscire. Immagino lei sappia che non si può stare qui" disse l'uomo in tono gentile ma fermo.
"Certo, è solo che io... stavo cercando mio fratello, è un bambino delle giovanili. Magro, biondino, occhi verdi. L'ho visto entrare da qui per andare a cambiarsi con gli altri compagni ma non l'ho visto uscire, magari si è sentito male... non è che potrebbe mostrami dove sono gli spogliatoi? Darò solo un'occhiata lì e poi andrò via subito" chiese gentilmente a quello che, probabilmente, era un addetto alla sicurezza del Centro Sportivo.
"Va bene ma faccia in fretta. Gli spogliatoi per gli ospiti sono all'inizio di quel corridoio, la prima porta sulla destra" rispose l'uomo.
"Grazie" farfugliò la ragazza allontanandosi in tutta fretta. Aprì la porta che le era stata indicata, ma la stanza era deserta, così come i bagni. Notò il borsone di suo fratello ma di lui non c'era traccia.
Dopo pochi minuti, Emma si ritrovò fuori dalla stanza e in un momento di sconforto si appoggiò con la fronte alla porta da cui era appena uscita. Aveva voglia di sbatterci la testa contro, ma dove accidenti si poteva essere cacciato Ricky? Ora non le restava altro da fare che farlo chiamare ed era proprio ciò che avrebbe voluto evitare con tutte le sue forze.
"Io lo so dove può essere".
La voce che raggiunse i padiglioni auricolari di Emma in quel momento aveva un marcato accento spagnolo e dalle orecchie le rimbalzò dritta nello stomaco. Con il cuore che batteva come se volesse schizzarle fuori dalla cassa toracica, la ragazza voltò leggermente la testa e sentì le gambe diventare morbide come burro, tanto che afferrò saldamente la maniglia della porta per essere certa di non schiantarsi a terra. Brahim Diaz, con i capelli ancora madidi di sudore e un sorrisetto beffardo stampato in viso, era a pochi metri da lei; se avesse mosso un passo e allungato un braccio avrebbe potuto toccarlo. Già solo quel pensiero le fece salire un flusso di calore incontrollato alle guance che le sembrarono sul punto di prendere fuoco da un momento all'altro. Passato lo choc iniziale, però, Emma si concentrò sulle parole pronunciate dal ragazzo. Come accidenti faceva lui a sapere dove fosse suo fratello, se non lo aveva nemmeno mai visto in faccia?
Come se sapesse leggerle nel pensiero, lui riprese: "Uno del los niños ha detto che un altro niño era dispiaciuto per non aver visto Ante in campo e che erano giorni che esto niño parlava solo di quando avrebbe incontrato Ante qui a Milanello" disse nel suo italiano piuttosto stentato misto a spagnolo che Emma già conosceva dalle sue interviste più recenti.
"Oh mamma e io che pensavo che ammorbasse solo noi a casa!" proruppe d'istinto la ragazza alzando gli occhi al cielo. Lo spagnolo le lanciò un'occhiata confusa, ed Emma ipotizzò che forse non avesse capito cosa lei intendesse dire con quella frase.
"Voglio dire, non pensavo che avrebbe parlato così tanto di Rebic anche ai compagni di squadra" si affrettò a spiegare. "È il suo idolo, non vedeva l'ora di incontrarlo, ma in effetti prima non l'ho visto sul campo. Non c'è?" Per un attimo, Emma si stupì della naturalezza con cui stava parlando con il ragazzo dei suoi sogni, ma probabilmente il pensiero di Ricky l'aveva in qualche modo costretta a non soffermarsi troppo su questo dettaglio non certo insignificante.
"Sì, lui è qui ma riprenderà ad allenarsi con noi mañana" rispose lo spagnolo.
"Pensi che mio fratello sia con lui?" domandò Emma guardandosi attorno per evitare di riportare gli occhi sul ragazzo che aveva di fronte e avvampare di nuovo.
Il numero 10 annuì. "Ante è un blandengue con i bambini" commentò con un luccichio divertito nello sguardo che Emma vide solo con la coda dell'occhio.
Proprio in quel momento, da una delle porte in fondo al corridoio uscirono due figure, una molto alta e l'altra decisamente più minuta. Ante e Ricky. Ridevano e chiacchieravano amabilmente, come se si conoscessero da sempre. L'espressione gioiosa del bambino però mutò all'istante quando incontrò lo sguardo furioso della sorella che, voltando le spalle allo spagnolo, iniziò ad avanzare minacciosamente verso di lui
"RICCARDO!!! LA VUOI SMETTERE DI FARE SEMPRE QUEL CAVOLO CHE TI PARE??? SONO STUFA MARCIA DEI TUOI COLPI DI TESTA!!!" sbottò Emma furibonda.
Il corridoio piombò in un silenzio tombale dopo la sfuriata della ragazza. Ad Emma sembrò che Ante stesse per aprire bocca, forse per cercare in qualche modo di giustificare il comportamento di Ricky, quando una risata fragorosa esplose letteralmente alle sue spalle. Si voltò di scatto fulminando con gli occhi Brahim Diaz che sghignazzava senza ritegno appoggiato alla parete.
Emma sentì il sangue ribollirle nelle vene. Sarà anche un gran bel pezzo di figo - pensò tra sé e sé - ma è proprio un maledetto stronzo a prendersi gioco di me in questo modo.
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