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Chapter 18

Riaprii gli occhi rendendomi un secondo conto di cosa stava accadendo intorno a me. Sarei dovuta scendere a mangiare. Questo era tutto.

"Andiamo?" Mi disse Shawn senza lasciarmi la mano.

"Si, si." Annuii e tornammo al piano di sotto, spostandoci nella sala da pranzo. La tavola era bellissima, molto curata, con un enorme tacchino nel mezzo. Aveva un bell'aspetto. Doveva essere decisamente buonissimo.

"Sedetevi." Annunciò Vivianne mettendosi anche lei a posto. A capotavola era seduto il padre di Shawn, alla sua destra Vivianne, seguita dal Capitano Kirk, e alla sua sinistra Julia. Il resto di noi si sistemò come capitava, io mi sedetti vicino a Shawn e a sua sorella Anna.

"Bene." Disse il capotavola alzandosi in piedi "come ogni anno siamo tutti qui insieme, a riprova del fatto che non c'è niente che possa separare questa famiglia allargata. Neanche la lontananza." Annunciò e i suoi occhi si spostarono impercettibilmente sulla sua ex moglie. "Vivianne, che nome abbiamo dato al tacchino quest'anno?" Chiese.
Shawn mi aveva spiegato che davano al tacchino un nome che sceglievano loro, senza curarsi di quelli scelti dalla Casa Bianca. La tradizione americana di dare il nome al tacchino a me piaceva un sacco. Dava man forte al mio spirito patriottico.

"Beh, visto che quest'anno abbiamo un ospite nuovo, come per suo fratello, lo chiameremo Johnson!" Disse, prendendo in mano il calice di vino, con un gran sorriso, Vivianne e io mi sentii lusingata. Presi anche io il mio bicchiere e seguii il loro brindisi: "Ad Abigail!"
Mi feci rossa come un pomodoro, alzai il bicchiere e poi bevvi un sorso di vino bianco, fresco e frizzante, come piaceva a me.

"Grazie a tutti." Dissi sorridendo. Poi iniziammo a mangiare. Era tutto buonissimo, il tacchino era saporito e con la salsa di zucca era spettacolare. "È buonissimo."

"Si, chi l'ha cucinato deve essere proprio bravo. Mia madre si è superata per sceglierlo quest'anno." Ridacchiò Anna.

"In che senso?" Chiesi voltandomi verso di lei.

"Oh, nel senso che non ha cucinato lei. È brava con l'idraulica, con le navi, con le carte di navigazione ma con la cucina è una frana. Compra tutto già pronto." Disse ridendo per la mia sorpresa.

"Ah, capisco." Sorrisi anche io.

"Ehi Shawn! Come va a Manhattan?" Chiese il fratello.

"Tutto bene." Si limitò a dire. Era piuttosto taciturno quel giorno in realtà.

"Hai deciso finalmente a quale college iscriverti o entrerai anche tu in marina?" Chiese il Capitano Kirk, non ricordavo neanche quasi più che si chiamasse John. Marina? Shawn voleva diventare un dottore. Mi sembrava convinto di questo, ma non parlai senza sapere come stavano effettivamente le cose in quella situazione. Non è semplice, alcune volte, far accettare ai propri genitori una decisione sul futuro.

"Ci sto lavorando." Asserì.

"Ma dovresti già saperlo. Sai già quando scadono i termini per le domande di iscrizione?" Continuò il padre.

"Papà, sai già che non devi mettermi pressione su questa questione." Cercò di fermarlo Shawn ma quello non ne aveva la minima intenzione.

"Si, ma so anche che se non ti metto pressione tu rimanderai la tua decisione abbastanza da perdere occasioni. Dovrai decidere prima o poi, io cerco solo di spingerti a farlo."

"Lo so. Ma è complicato." Continuò invece Shawn.

"E tu Abigail? Abbiamo saputo di tuo fratello. Cosa farai invece tu?" Mi chiese Vivianne per cacciare la pressione da suo figlio. E cosa volevo fare invece io? E chi lo sapeva?

"Oh beh, io... io credo che prenderò lettere moderne probabilmente. Non sono una grande amica dei numeri, ma non ne sono ancora certa. Credo di voler aspettare ancora un po' per decidere definitivamente." Dissi buttando, ogni tanto, lo sguardo sul mio piatto. Probabilmente non avrei mai preso lettere, ma non ero sicura di ciò che avrei voluto prendere al college. Non mi sentivo mai abbastanza pronta per decidere. Avessi potuto, avrei scelto di restare adolescente per il resto della vita.

"Dev'essere un bel percorso. Anche se qui nessuno di noi ha preso percorsi letterari. Abbiamo biologi, militari, laureati in economia, ma lettere nessuno." Disse con un sorriso Vivianne, che non abbassava le spalle neanche mentre mangiava.

"E lei? Come ha saputo che lavorare in marina era la cosa giusta per lei?" Chiesi curiosa.

"Vedi, da ragazza, avevo un amore profondo per il mare. Andavo al mare e mi sedevo sulla spiaggia ascoltando il rumore delle onde. Mi rilassavano più di ogni altra cosa al mondo. Tutt'ora lo fanno. E poi mi piacevano le navi, mi piaceva l'idraulica e navigare. Decisi di unire questo all'idea del voler servire lo Stato. Finii in accademia senza neanche rendermene conto." Disse.

"Dovresti vederla mentre è in servizio. Si trasforma." Disse sogghignando il figlio Miles.

"Io non riesco a trovarla invece. Non riesco a trovare quella passione, quell'amore per qualcosa che mi faccia dire: questo è quello che voglio fare per il resto della mia vita. È proprio il fatto che condizioni il resto della mia esistenza che mi spaventa." Sentenziai.

"Dovresti provare. Fai delle prove con le cose che ti attirano di più. Quella che ti farà sentire meglio sarà la strada giusta." Mi consigliò il padre di Shawn.

"Non credere che qui siamo tutti filosofi o persone altolocate. Siamo persone semplici a cui piace rilassarsi." Ammise Anna.

Capii solo dopo cosa intendevano tutti, sostenendo che fossero una famiglia particolare. Sebbene fossero separati da un divorzio, quelle erano le persone più unite che io avessi mai visto. E non erano convenzionali. La tradizione più convenzionale che li avevo visti portare avanti era, probabilmente, la tradizione del tacchino. Per loro non esistevano giochi tradizionali per l'inizio del periodo natalizio, come la tombola. No, dopo un pranzo buonissimo ed eccezionale, con tanto di dolci e gelato, tutta la famiglia si armò per sparecchiare la lunga tavola. Anna prese del nastro isolante bianco e lo attaccò sul tavolo, creando, niente di meno che, un tavolo da beer-pong.

Si, la famiglia Anderson, il giorno del Ringraziamento, giocava a beer-pong. "...ma con il Brandy." Mi aiutò Miles. "dopo i dolci la birra è fuori luogo, quindi noi utilizziamo il Brandy. Si gioca in squadre da due."

"Sappiate che non la ho portata con me per niente. Abigail gioca con me. È una fuoriclasse." Disse Shawn alla famiglia mettendomi una mano intorno alle spalle. "Non farmi fare brutta figura, voglio vincere contro mio padre. Sappilo." Mi sussurrò all'orecchio e mi venne da ridere. Era il ringraziamento più strano che avessi mai passato.

"Le squadre sono le solite?" Chiese il padre. Era un bell'uomo. Shawn da qualcuno doveva pur aver preso.

"Si. Tu e John, la mamma ed io, Miles ed Elizabeth e Shawn e Abigail." Disse Anna. La compagna del padre non giocava perchè era astemia.

"Ancora non capisco come faccia a stare insieme a te." disse sogghignando Vivianne all'ex marito, il quale alzò gli occhi al cielo. Era strano vedere quest'ultimo giocare con il nuovo compagno dell'ex moglie.

"Siete tutti pronti? Iniziamo io e John contro Vivianne ed Anna." Annunciò il signor Anderson.

Si disposero ai due estremi del tavolo, posizionarono i bicchieri e li riempirono di Brandy. "I detentori del titolo di campioni sono già qualificati per la finale. Come sempre." Mi disse Shawn all'orecchio mentre mi abbracciava da dietro. Non capii quel gesto, ma mi sembrava scortese allontanarlo, anche perchè a me andava più che bene. "E i campioni sono Miles ed Elizabeth. Tuo fratello l'anno scorso mi ha fatto perdere alla fine per un singolo bicchiere."

Iniziarono a giocare e gli uomini erano in netto vantaggio ma le donne fecero un'impressionante rimonta che le fece uscire vincitrici. Riposizionati i bicchieri e il brandy, toccò a noi giocare. Io e Shawn ci avvicinammo al nostro lato del tavolo preparandoci a giocare contro Vivianne ed Anna. "Pronti?" Chiesero le donne. Annuimmò e toccò iniziare a me. Presi la pallina e la lanciai. Questa sbattè al limite della striscia che divideva il 'campo' e finì in un bicchiere delle avversarie che dovetterò bere. Riuscii a fare centro altre due volte consecutive.

"Avevi ragione. È brava." Disse Miles e Shawn ammiccò.

"Non deconcentrarla!" Lo ammonì.

Dopo aver sbagliato, Anna iniziò il suo turno riuscendo a centrare solo una volta il bicchiere e io bevvi il brandy. Poi Shawn fece fuori altri due bicchieri e vincemmo con un discreto vantaggio. A quel punto ci toccò giocare contro i campioni.

"Se mi fai perdere ti ammazzo." Dissi al mio compagno di squadra e lui sogghignò.
"Competitiva come sempre." Ammiccò.

Iniziarono Miles ed Elizabeth che andarono subito in vantaggio. Stavano già 5 a 0 al primo turno. Recuperammo in un paio di turni ma il brandy era forte e io mi sentivo un po' alticcia.

"È l'ultimo bicchiere!" Annunciò Julia che faceva da giudice mentre io mi concentravo per tirare.

Mi abbassai cercando di adocchiare il bicchiere ma mi veniva da ridere senza motivo e non riuscivo a concentrarmi. "Bambolina, se non vinci dovrai pagare pegno con me. Non mi dispiacerebbe, sia chiaro. Ma preferirei vincere contro quello sbruffone." Mi disse all'orecchio Shawn riuscendo solo a distrarmi. Senza pensarci troppo tirai la pallina e fortuna volle che fece centro nel bicchiere. Saltai urlando "Vittoria!" e saltai in braccio a Shawn attaccandomi a lui come un koala. Non era proprio diplomatico di fronte alla famiglia ma avevo la testa troppo leggera per farci attenzione.

Dopo essermi resa conto della cosa scesi da lui e mi feci rossa. Ero proprio deficiente in certi momenti.
"Complimenti! Avete vinto!" Disse Vivianne "Siete i niovi campopni!" Continuò e si mise a ridere ispiegabilmente.

"Ti toccherà tornare l'anno prossimo per mantenere il titolo." Sogghignò Elizabeth. "Ci voleva proprio una donna che facesse numero in questa famiglia."

"Certo!" Risposi, sempre senza curarmi del fatto che mi avesse invitata a tornare in quella casa per il Ringraziamento dell'anno successivo.

"Abigail, dovremmo andarcene ora. Il treno passerà tra poco. Dobbiamo andare alla stazione se non vogliamo capitare sul treno degli sbronzi. Il treno che prendono tutti quelli che si ritirano tardi dopo una sbronza colossale." Mi disse Shawn.

"Oh si si. Certo." Annuii sorridendo come una scema. In fondo era stata una bella giornata. Leggera e allegra. Erano un po' strani forse, ma erano anche una bella famiglia.

"Vi accompagno." Ci disse il padre di  Shawn.

Feci il giro per salutare tutti, il Capitano Kirk, Spock, Miles, Elizabeth e Vivianne. Ringraziai per avermi accolta e per avermi fatta sentire bene. Poi presi il cappotto, mi imbacuccai per il freddo e insieme a Shawn e al padre uscii fuori, attraversai il porticato ed entrai in macchina.

"Mi raccomando quando tornate a casa. Fate attenzione." ci disse il signore alla guida.

"Grazie pa', ma non ho più dieci anni da un po'." Disse Shawn con la testa poggiata al finestrino.

"Lo so. Ma mi preoccupo comunque. Abigail, tornerai a trovarci?" Chiese rivolgendosi a me.

"Oh certo. Appena ce ne sarà l'occasione." Acconsentii.

"Quando volete." Disse fermando poi l'auto davanti la stazione. "Mi raccomando figliolo. Ti voglio bene." Disse a suo figlio tirandogli una pacca sulla spalla. "Ci vediamo Abigail" salutò me con una stretta di mano.

Io e Shawn ci avviammo verso i binari con il biglietto di ritorno in mano. "Brandy-pong eh?" Gli dissi mentre eravamo entrambi sulla banchina ad aspettare il treno. Alzò lo sguardo su di me e mi sorrise.

"Non siamo convenzionali." Disse alzando le spalle e cacciando dalla tasca del giubbino un pacchetto di sigarette e offrendomene una.

"Ho notato. Hai una bella famiglia in fondo." Asserii "sono gentili."

Lui alzò un sopracciglio e mi guardò meglio mentre buttava fuori il fumo.
"Una famiglia che esiste solo nelle grandi occasioni ma non nella vita di tutti i giorni. Meravigliosa." Mi rispose.

"Sei troppo duro con loro." Sentenziai gettando via la sigaretta dopo aver fatto l'ultimo tiro.

"Abigail tu sei cresciuta con dei genitori che ti hanno accompagnata nella crescita. Quando tornavi a casa da scuola tua mamma era lì a festeggiare con te per un buon voto preso. Avevi tuo padre che ti insegnasse a guidare. Il mio è stato bravo solo a comprarmi una macchina per non farmi essere triste visto che non sarebbe stato al mio 16esimo compleanno. Sono assenti. Nella mia vita i ricordi belli che ho con loro si contano sulle dita di una mano." Disse staccandosi dalla parete a cui si era poggiato.

"Dovresti apprezzarli un po' di più invece. Non sai mai quando potresti perderli." Dissi con una nota di disappunto.

"Credimi, supererei in un tempo non troppo lungo il dolore." Sentenziò lui invece "Nei miei giorni loro non ci sono. Non li ho mai intorno. Se ho un problema non chiamo loro. Chiamo persone come Louis. Persone come James. Persone che mi sono veramente vicino. Non voglio perderli, sia chiaro. Dico solo che non starei male come sono stato male quando ho perso mia nonna."

"Forse tutto dipende da come si vivono le persone." Dissi sentendo un po' di malinconia nel cuore. "Comunque dovresti fumare di meno." Continuai cambiando discorso. Non velevo rendere brutta quella giornata che era stata così allegra.

"Hai ragione su questo. È solo che è un periodo un po' stressante." Disse

"Perchè?"

"Per un sacco di motivi, Abigail."

"Smettila di chiamarmi Abigail."

"Ma è il tuo nome!"

"Non importa. Sembri mio padre quando deve farmi una predica." Sentenziai.

"E come dovrei chiamarti?"

"Come ti pare, ma Abigail mi mette ansia."

Mentre battibeccavamo sul mio nome arrivò il treno. Aspettammo che si aprissero le porta e salimmo mettendoci in un vagone vuoto. Ci sedemmo uno di fronte all'altro, poggiando la testa al sedile.

"Vieni qui, per favore." Mi chiese.

"Dove?"

"Qui, vicino a me. Per favore." Disse battendo la mano sul sedile di fianco al suo.

"Perchè?"

"Ma vieni e basta. Non fare troppe domande come sempre." Disse spazientito.

Mi alzai e lo assecondai sedenomi sul sedile vicino al suo. Poi mi prese di peso e mi fece sedere sulle sue gambe, abbracciandomi e poggiando la testa sul mio petto. Chiuse gli occhi.

"Che fai?" Gli chiesi in un sussurro mentre passato le dita tra i suoi capelli corvini.

"Shhh" mi disse intimandomi a star zitta. Parlavo davvero così tanto? Forse.

Rimase fermo, stringendomi, per un po'. Poi alzò lo sguardo e mi guardò negli occhi. Si avvicinò a me. Mi guardò, come se stesse cercando qualcosa nei miei occhi. Poi si sporse un po' e poggiò le sue labbra sulle mie.

Mi scossero mille brividi. Sentivo la stomaco che faceva il giro della morte. Le sue labbra calde si schiusero leggermente e così anche le mie. Le nostre lingue entrarono in contatto. Sapeva ancora di brandy e sigaretta. E cazzo se ci sapeva fare.

Inconsciamente, mi lasciai travolgere e giocai con lui. Di tanto in tanto mi mordicchiava il labbro inferiore e poi si staccava per pochi secondi, per riprendere fiato. Mi persi in quel momento. Mi persi talmente tanto da non pensare alle conseguenze di quel gesto. Probabilmente non lo facevo mai. Prima agivo e poi mi destreggiavo tra le conseguenze che ne derivavano. Andava sempre così. Anche in quel caso. Non pensai al fatto che eravamo nel vagone di un treno, dove tutti potevano vederci. Non pensai al fatto che un altra volta quel gesto ci sarebbe potuto costare una bella dose d'imbarazzo. Non pensai neanche a cosa potesse significare tutto ciò. Mi lasciai semplicemente travolgere.

Ci fermammo solo quando, staccandoci per riprendere fiato, ci guardammo le labbra rosse e gonfie. Distogliemmo entrambi lo sguardo e lo posammo fuori dal finestrino, dove c'era una sorpresa ad attenderci: nevicava. I fiocchi di neve cadevano veloci dal cielo e si posavano sulle superfici. Nevicava molto. Ci volle poco perchè si formasse un sottile strato di neve. Sembrava una scena di un film romantico, uno di quelli che dopo che li hai visti devi guardarti un thriller, uno di quelli coi controcazzi, per riprenderti. Ma non mi spostai di un millimetro dalle sue gambe. Continuai a guardare fuori dal finestrino insieme a lui, fino a quando il treno non entrò in stazione. Scendemmo dal treno senza dire una parola e, riparandoci dalla neve sotto un tettuccio, chiamammo un taxi.

Il taxi ci portò a casa in circa dieci minuti. E tutto il viaggio lo feci senza fiatare, troppo impegnata a guardare la neve cadere e ricoprire con un manto bianco la città che non dorme mai. Poi quando aprii la porta di casa ed entrai seguita da Shawn, mi fermai all'ingresso.

"Ascoltami..." iniziai ma lui mi bloccò.

"No, ascoltami tu. Mi dispiace. Non dovevo. Non so neanche perchè l'ho fatto. È capitato." Disse le esatte parole che stavo per dire io.

"Si, non fa niente. È successo. Mettiamoci una pietra sopra e facciamo come se non fosse successo niente, va bene?" Chiesi e lui annuì senza dire nulla. Ma forse niente niente non era successo. Ci eravamo baciati di nuovo. Ma in realtà non ci eravamo mai solo baciati. Era capitato solo un'altro paio di volte, ma non era stato come in treno. In treno era stato strano ma bellissimo. Mi piace ricordarla come la bella conclusione di una bella giornata.
Ma poi, in fondo, io nemmeno volevo provarci a capire cos'era stato. Mi limitavo ad accettare che fosse successo e a cercare di dimenticarlo per quanto possibile.
Ma, ingenuamente, mi tornava sempre in mente appena vedevo riflessi i miei occhi in quei pozzi argentati.

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