Correva, correva.
La ragazza correva, correva.
Era arrabbiata.
Doveva arrivare a scuola in tempo, ma tutto era andato storto: la sveglia non aveva suonato, il latte bollente le si era rovesciato sui pantaloni, sua sorella si era chiusa in bagno per un'eternità e lei non era potuta entrare, la sua faccia stropicciata dal risveglio le pareva più orribile del solito, profonde occhiaie le segnavano viso. Mentre si pettinava con furia i capelli marroni, pieni di nodi, si era strappata una piccola ciocca.
Ma non era finita qui: era uscita senza ombrello e la pioggia la bagnava tutta: il viso, i capelli, i vestiti, le scarpe, lo zaino.
Correva, correva, senza fermarsi.
Era una mattinata storta, sarebbe potuto capitare a chiunque di voi.
A chiunque di voi sarebbe potuto capitare di essere distratti dalla frustrazione e attraversare una strada col semaforo rosso. A chiunque di voi sarebbe potuto capitare di non vedere una ragazza giovane e minuta che attraversa la strada senza guardare. A chiunque di voi sarebbe potuto capitare, per errore o per distrazione, di urtare la ragazzina con la macchina.
Lei non si rese conto di quello che stava succedendo: un attimo prima odiava la scuola, odiava la pioggia e il lunedì mattina, e l'attimo dopo era distesa a terra, sull'asfalto bagnato. Riusciva a percepire le voci lontane dei passati spaventati, che si erano radunati attorno a lei, e dell'autista preoccupato che chiamava l'ambulanza. Poteva sentire il vocìo delle persone che cercavano di proteggerla dall'acqua, riparandola come potevano con ombrelli e giubbotti, riusciva ad avvertire l'odore piacevole della pioggia e dell'aria umida, e il suono di alcune sirene in lontananza.
La ragazza chiuse gli occhi.
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