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7.

[revisionato]

Per fortuna i corridoi erano quasi deserti e quei pochi studenti che incrociai, mentre seguivo Mr Smith, erano troppo indaffarati per fare caso a me. Il fatto che passare inosservata mi facesse quasi piacere la diceva lunga sul mio stato d'animo  in quel momento.

Io, Anna Walker, costretta a subire una reprimenda da parte del Responsabile Disciplinare. La cosa rasentava la follia. E tutto per colpa di quel decerebrato prova vivente della discendenza dell'uomo dalla scimmia. Senza alcuna offesa per le scimmie, ovviamente.

A farci caso, era dal suo arrivo che le cose avevano smesso di andare per il verso giusto. Perché proprio alla Dartmouth? Non poteva scegliere un'altra università per terminare i suoi studi? O, meglio ancora... Non poteva restare in Africa? Con un oceano a separarlo da qui, la sua influenza molesta sarebbe stata inesistente.

"Miss Walker. Siamo arrivati" disse secco Mr Smith, facendomi riemergere dai cupi pensieri che stavano intasando la mente.

Osservai il luogo: attraversato la zona riservata alle aule ed eravamo arrivati nel gotha del campus, ovvero l'ala riservata ai professori e ai dirigenti. Mi guardai intorno incuriosita, dimenticando per un attimo il motivo per cui ero lì.

Mi trovavo in una grande sala rettangolare con le pareti completamente rivestite di mogano sulle quali spiccavano, qua e là, ritratti maschili appartenenti a varie epoche: probabilmente professori che avevano lasciato un segno particolare nella storia dell'università. Quattro grandi finestre a ogiva, posizionate a due a due sulle pareti più corte, facevano filtrare la luce dall'esterno rischiarando l'ambiente, altrimenti piuttosto cupo. Ai quattro angoli della sala c'erano degli enormi vasi contenenti piante alte fino quasi al soffitto a cassettoni e il pavimento era composto da listelli di legno chiaro e scuro che, grazie ad un sapiente gioco di colori, al centro di essa formavano lo stemma della Dartmouth.

Ci eravamo fermati davanti a una porta di legno scurissimo. La targa di ottone posta su di essa recava la scritta "Mrs Mary Davenport. Responsabile Disciplinare" e questo mi fece tornare subito con i piedi per terra. Per il campus giravano tante leggende su quella donna, tutte piuttosto spiacevoli. Fra poco avrei avuto modo di verificarne la veridicità, mio malgrado.

Mr Smith bussò e dall'interno si udì una voce femminile, attutita dal pesante battente, dire "Avanti."

"Aspetti qui, la chiamo io", mi disse lui prima di entrare.

Non appena fu sparito oltre l'uscio, sbuffai e mi sedetti sull'alto scranno che si trovava fra la porta di Mrs Davenport e quella di Mr Firth, il mio professore di diritto penale.

Lisciai la gonna del mio Dior guardandola corrucciata: questa volta l'abito non era servito a nulla, anzi. Avrei poi riflettuto sulla possibilità di eliminarlo dal guardaroba.

Dalla borsa che avevo con me presi la pochette porta trucchi e tirai fuori uno specchietto per controllare di essere in ordine, cosa peraltro superflua: io lo ero sempre . Sistemai un po' i capelli e mi misi del lucidalabbra, tanto per far passare il tempo.

"Non mi risulta che in quello studio ci sia qualcuno che possa soccombere al tuo fascino."

Quella voce. Ancora lui. Anche qui.

Alzai lo sguardo e lo posai su quello divertito di Matthew Hawthorne che mi fissava appoggiato al muro di fianco alla porta di Mr Firth. Quando era arrivato?

"Non mi risulta di averti chiesto qualcosa", replicai acida. Poi tornai a occuparmi delle mie cose, cercando di annullare la sua presenza molesta.

"Mi togli una curiosità?" disse ancora. Chiusi gli occhi e sbuffai:  possibile che non fosse chiaro che non avevo intenzione né voglia di chiacchierare con lui?

Riaprii gli occhi e lo guardai con le sopracciglia alzate. "No." risposi semplicemente, tornando poi subito a sistemare i trucchi dentro alla pochette.

"Come fai a pensare che esista anche solo una persona che ti trovi simpatica e gradevole?"

Questo era troppo. Chiusi di scatto la zip della pochette e la gettai nella borsa con un rapido gesto. Dopo un istante ero in piedi di fronte a lui, che continuava a guardarmi con aria piuttosto divertita. Fugacemente pensai che degli occhi così belli erano sprecati addosso a un essere del genere, poi cancellai il pensiero, stupita e infastidita di averlo formulato.

Mi passai la mano fra i capelli per calmarmi e feci un respiro profondo. Lui non si meritava neppure la mia rabbia.

"Tanto perché tu lo sappia, io ho un sacco di amici e di persone che mi apprezzano, più di quante tu ne avrai mai in tutta la tua vita."

"...che ti apprezzano e che pensano di te le belle cose che ti ha detto la tua amica Sandra?"

Ammutolii per un attimo, mentre mi risuonavano nella mente le parole che lei mi aveva gettato addosso poco prima. Poi scossi la testa con aria di sufficienza.

"Tu non sai niente. Ti permetti di giudicarmi praticamente senza conoscermi e solo per aver sentito alcuni pezzi di conversazione. La verità è che tu di me non sai nulla, ma che sei talmente arrogante e saccente da pensare di poterti permettere di giudicarmi. Non so neppure perché sto qui a perdere il mio tempo con te." Mi girai e tornai a sedermi.

"Perché in cuor tuo sai che ho ragione. Tu sei la classica ragazzina viziata che, solo perché è bella e piena di soldi, pensa di potersi permettere di trattare gli altri come pezze da piedi perché tanto tutti ambiscono comunque a starle vicino. E non si pone la domanda fondamentale: qualcuno mi sarebbe amico se non avessi questa faccia e questo conto in banca? Domandatelo e poi abbi il coraggio di darti una risposta... e di accettarla."

Queste parole, quasi sussurrate, fluttuarono fra me e lui per i pochi istanti in cui ci guardammo negli occhi dopo che le aveva pronunciate.

Ma, prima che potessi replicare a dovere per rimetterlo al suo posto, la porta di Mrs Davenport si socchiuse e Mr Smith fece capolino.

"Miss Walker. Si accomodi" mi disse, accompagnando le parole con uno sguardo severo.

Con un movimento secco voltai le spalle a Matthew, sempre appoggiato negligentemente alla parete, e a passo deciso mi diressi verso Mr Smith.

Nel tragitto raccolsi la borsa poi, continuando a sentire lo sguardo di Hawthorne bruciarmi la schiena, entrai senza ulteriori indugi nello studio della Responsabile Disciplinare maledicendo in cuor mio quel ragazzo perché, rovesciandomi addosso tutte quelle cattiverie, mi aveva impedito di concentrarmi a dovere per quel colloquio e di affrontarlo con animo sereno e privo di altri pensieri.

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