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59.


Scrutai Monica, mentre nella testa mi passava ogni genere di risposta possibile. Mentre mi scorrevano dentro, una dopo l'altra e una più falsa dell'altra, mi resi conto che non avevo più voglia di sotterfugi e che, probabilmente, di fronte a me avevo una persona che era davvero mia amica e con la quale potevo aprirmi senza riserve.

Così, senza parlare e senza abbassare lo sguardo, mi avvicinai a lei.

"Perché mi conosci" risposi. Emisi un lieve sospiro e continuai, prima di cambiare idea. "Quello che ho detto è vero, ma manca un dettaglio... fondamentale. Nathan vuole che io faccia una certa cosa e mi ha dato un aut aut: o lo assecondo oppure mi taglia i fondi. E io non ho intenzione di sottostare al suo volere perché questo comporterebbe rovinare una persona... Non voglio essere parte di questa porcheria".

Un sorriso distese l'espressione di Monica. "Per quello era venuto a trovarti qualche giorno fa, vero? E brava la nostra leader. Allora non mi sbagliavo, ti sta succedendo qualcosa in questo periodo. Qualcosa che ti sta cambiando... In meglio". Il sorriso aumentò e la vidi strizzarmi l'occhio. "Mi dirai chi è, prima o poi?"

Questo no, non ero pronta a raccontare di Matthew. Assunsi quella che speravo fosse un'espressione mediamente sorpresa e risposi, con un tono il più neutro possibile: "Non c'è un 'chi', Monica. Ci sono cose che non sono disposta a fare neanch'io, a nessun prezzo. Questa è una. Per cui, finché la faccenda non sarà definita, in un modo o nell'altro, non rientro in squadra. Non voglio rischiare di danneggiarvi a così poco dalla gara".

"E va bene, farai da consulente esterno..." replicò Monica annuendo. Si staccò dal muro a cui era stata appoggiata durante tutto il nostro scambio e mi si avvicinò tanto da sussurrarmi all'orecchio "ma un giorno me lo presenterai, garantito" e, senza degnarmi di un'altra occhiata, si diresse ridacchiando verso il soggiorno. Mi conosceva bene, senza dubbio. Decisi di non replicare, tanto non sarei riuscita a toglierle quella convinzione dalla testa.

Ero ancora immobile a pensare allo scambio appena avuto, quando udii alcune voci provenire dal soggiorno. Vic e Amber si erano alzate. Non avevo voglia di sistemare quella faccenda, perché litigare di prima mattina era una cosa che trovavo estremamente fastidiosa, ma almeno poi non avrei dovuto più pensarci.

"E quella stronza che ci ha costrette ad andare via..."

"...sul più bello! Ma me la paga, oh se me la paga!" Quando era arrabbiata, Amber aveva una voce stridula più irritante del solito.

Sorrisi fra me e me, appoggiandomi al muro della cucina. Ci stavo prendendo gusto, ad ascoltare quello che dicevano quando pensavano che non le stessi ascoltando.

"Che poi, cosa stavamo mai facendo di male?" piagnucolava Vic "Ballavamo con alcuni amici, come abbiamo sempre fatto! Solo perché non era lei al centro dell'attenzione, questo è stato il problema! Te lo dico io, Amber. Ha capito che siamo trecento volte meglio di lei e che piacciamo molto di più, così ha voluto toglierci di mezzo!"

"Di tutte le stronzate che ho sentito finora, questa è indubbiamente la più grossa!" Risposi mentre facevo il mio ingresso trionfale, assaporando l'espressione sbigottita che si era dipinta sui loro volti. Al mio apparire erano sbiancate e avevano sbarrato gli occhi per il panico, prima di riuscire a darsi un contegno e a fingere indifferenza.

"Ma guardatevi, mie care" ghignai "in quale mondo potrete mai anche solo lontanamente avvicinarvi a me? Se vi piace crogiolarvi nell'idea fate pure, ma dai sogni prima o poi ci si sveglia... Comunque, visto che ci siamo, affrontiamo subito l'argomento. Sedetevi, sarà meglio." Con la coda dell'occhio notai che Monica stava lentamente scendendo le scale appena salite, fissando alternativamente me e le altre due. Aveva udito lo scambio e aveva deciso che fosse meglio essere presente allo scontro. Non potei che essere soddisfatta della cosa. Scambiammo un'occhiata piuttosto eloquente e accennai un assenso con il capo. Averla dalla mia parte in quel momento non era cosa da poco.

Amber e Vic, intanto, si erano sedute e avevano assunto un'aria da regine offese piuttosto ridicola. Era chiaro che rifiutavano di rendersi conto del guaio in cui si erano cacciate.

Incrociai le braccia e mi appoggiai al muro di fronte a loro, senza smettere di guardarle.

"Ieri sera vi siete comportate in modo inqualificabile, infrangendo una delle regole auree di questo gruppo: avete ballato come due sgualdrine di fronte a tutti e sapete perfettamente che questo non è tollerabile. In più, stavate indossando due degli abiti che ci sono stati gentilmente prestati dal Mr Donovan e che dobbiamo restituire in perfetto stato. Il vostro comportamento ha messo a rischio il fatto che rimanessero come ci erano stati consegnati. Verifichiamo subito se sono ancora perfetti. Andate a prenderli".
Non aggiunsi altro ma non smisi di spostare lo sguardo da una all'altra. Entrambe sembravano essere diventate di gesso. Erano immobili, le espressioni congelate in una smorfia mista di paura e rabbia. Capii che sapevano che i loro abiti e erano ben lungi dall'essere in ordine.

"Ebbene? Sto aspettando e non ho tutta la mattina da sprecare con voi" sputai.

A quel punto si riscossero e si alzarono, senza parlare e con gli occhi bassi. L'avvertimento che avevo dato il giorno prima sembrava aleggiare ancora nella stanza e loro, memori di quelle parole, sembravano essersi sgonfiate.
Monica, nel frattempo, aveva terminato la sua discesa ed era ancora ai piedi della scalinata quando le due le passarono di fianco per salire. Amber tirò dritta come se lei non ci fosse, ma Vic le lanciò un'occhiata speranzosa, che però cadde tristemente nel vuoto perché Monica in quel momento stava osservano con grande attenzione le proprie unghie. Non riuscii a trattenere un sorriso: la cosa si stava rivelando piuttosto divertente.

Quando anche Vic scomparve nel corridoio in cima alle scale, Monica finalmente si mosse e arrivò da me. "Dunque?"

"Dunque... Ieri sera ci hanno messe tutte in ridicolo. Quanto ci vorrà per far tacere tutti i pettegolezzi?" sospirai, stanca di quella situazione. L'unica cosa che avevo voglia di fare era chiudermi in camera a ripensare alle meraviglie della notte appena trascorsa, altro che dover gestire i casini di quelle gattemorte. "Sono due galline con la testa vuota e che ragionano con le loro parti basse. Se i vestiti sono rovinati io le sbatto fuori, una volta fatta la gara. Le avevo avvertite".

"Il gruppo ci guadagnerebbe" confermò Monica "però, al posto tuo, inizierei a guardarmi le spalle..."

Aveva probabilmente ragione, erano due tipe vendicative. Feci spallucce, non ero meno forte di loro, anzi. Sarei andata dritta per la mia strada e avrei saputo come difendermi, nel caso.

"Momento della verità..." canticchio a bassa voce Monica mentre girava lo sguardo verso le scale. Seguii il suo esempio e osservai Amber e Vic scendere le scale tenendo fra le braccia un fagotto scuro a testa come se fosse una sacra reliquia. Avessero avuto la stessa cura mentre li indossavano, non saremmo state in quella situazione difficile.

Allungai un braccio e attesi in silenzio. Una dopo l'altra arrivarono di fronte a me e mi consegnarono il fagotto, poi tornarono a sedersi sul divano. Nessuna delle due faceva la sbruffona, ora.

Con calma mi avvicinai a una delle finestre vicino all'ingresso, appesi un portabiti e aprii l'altro. Non fu necessario spostarlo verso la luce, lo strappo attraversava tutto il corpino. Deglutii, era peggio di quanto pensassi. Ora avevo quasi paura di controllare l'altro costume.

Fu Monica a farlo per me. Era arrivata alle mie spalle e aveva visto l'entità della rottura. Andò allora a prendere l'altro e lo aprì per controllare, poi me lo portò. Non feci a tempo a sospirare di sollievo nel vedere che, almeno all'apparenza, sembrava integro: sulla gonna nera c'erano fili tirati e addirittura, in alcuni punti, piccoli buchini dove la stoffa non aveva retto.

Presi entrambi gli abiti uno per mano e mi girai verso quelle due. Erano anni che non mi capitava di essere così furiosa. Respirai a fondo per placare almeno un poco la mia ira.

"Voi oggi pomeriggio verrete con me da Mr Donovan e gli consegnerete queste due... cose". Parlavo lentamente e sottovoce, il desiderio di prenderle a schiaffi era così violento che strinsi gli abiti fino a sentire male. "Dopodiché non vi lamenterete per qualsiasi provvedimento il professore deciderà di prendere. Infine, quando torneremo qui, preparerete le valige e le terrete così fino a dopo la gara, quando deciderò cosa farne di voi. Perché se ne combinerete anche solo un altro casino, sarete fuori da qui e dal gruppo delle Cheerleaders prima di avere avuto il tempo di rendervene conto e anche se questo creerà danni per la competizione. Sono stata chiara?"

Vic e Amber si scambiarono uno sguardo inorridite nel sentire soprattutto l'ultima parte del discorso, ma si guardarono bene dal replicare. Fortunatamente per loro avevano compreso che una sola parola le avrebbe gettate in un baratro senza fondo.

"Andate. Non voglio vedere le vostre facce in giro fino a che non andremo nell'Antro. Vi aspetto qui dopo pranzo. Puntuali. Prendete questi e teneteli con cura. Almeno adesso".

Non attesi risposte. Tesi le braccia e le osservai arrivare a prendere gli abiti senza guardarmi in faccia. Le espressioni variavano dal preoccupato all'offeso e all'arrabbiato, ma proprio non mi interessava. Avevano fatto fare una brutta figura a me e questo non potevo tollerarlo. Ero sì cambiata negli ultimi tempi, ma non tanto da non tenere più al mio buon nome e all'immagine che di me avevano gli altri. Be', avrebbero avuto modo tutti di comprendere cosa succedeva a trasgredire i miei ordini.

Senza attendere oltre mi voltai verso Monica, rimasta silenziosamente in disparte ad osservare la scena. "Andiamo insieme a lezione?" chiesi, iniziando a muovermi verso la scala. Intanto, Vic e Amber si erano dileguate parlando fitto fitto fra loro. Mentre mi arrivava alle orecchie quel brusio inintelligibile, ebbi la certezza assoluta che, a conferma delle parole di Monica di poco prima, niente di buono sarebbe venuto da quella vicenda e un brivido gelido mi corse giù per la schiena. 'Ma smettila' mi dissi e mi concentrai su quello che mi stava dicendo Monica circa i programmi della mattinata, tuttavia la sensazione che qualcosa di sgradevole fosse andato fuori posto non cessò di infastidirmi.

Per fortuna quella ragazza era un vulcano e la sua iperattività mi travolse, impedendomi di pensare a qualsiasi cosa di diverso dalle lezioni. Ripensandoci più tardi, probabilmente fece apposta per fare sì che io non mi crogiolassi in pensieri molesti. Per qualche motivo che mi era ignoto, riusciva a percepire i miei stati d'animo e a regolarsi di conseguenza. Quella mattina io ero un concentrato di rabbia, speranza, aspettativa, fastidio per tutto ciò che mi era successo, di bello e di brutto, dalla sera prima e che ancora non avevo avuto modo di metabolizzare e Monica quasi mi costrinse a dimenticare tutto facendomi partecipare insieme a lei a un'attività organizzata dal professore di Finanza Internazionale, cosicché la mattina passò quasi senza che me ne accorgessi.

"Andiamo a pranzo, Queen Anna. Sto morendo di fame e il mio cervello è ormai una massa gelatinosa e informe" sentenziò all'ora di pranzo, chiudendo platealmente il libro ed alzandosi dal tavolo dell'aula studio in cui ci eravamo rifugiate per preparare la relazione che avremmo dovuto esporre al pomeriggio. Varie teste si girarono verso di noi, infastidite dal rumore improvviso, ma quando videro che c'ero io con Monica, tornarono immediatamente sui libri con un'espressione vagamente sorpresa. Era, in effetti, la prima volta che bazzicavo in quelle zone, ma gratificava comunque il mio orgoglio essere riconosciuta anche in quella specie di 'territorio straniero'.

"Va bene, andiamo. Anch'io sono stanca e una pausa ci vuole". Raccolsi libri e quaderni di appunti e mi incamminai verso l'uscita, cercando però di non disturbare chi stava studiando. Per una volta tanto, non volevo fare uno dei miei passaggi a effetto, mi interessava solo uscire silenziosamente.

Nel tragitto fino al caseggiato della mensa Monica mi raccontò vari aneddoti riguardanti la festa della sera precedente e mi fece un fuoco di fila di domande per cercare di scoprire dove fossi andata per quella mezz'ora, in mezzo alla pioggia e al vento.

"Avevo caldo, te l'ho detto" tagliai corto, ma lo stomaco mi si strinse al pensiero di dov'ero stata in realtà... e con chi. Mi mancava, come averi fatto ad aspettare fino a sera per vederlo di nuovo?

"Anna, mi copi?" mi gridò nelle orecchie quella pazza.

"Ma sei impazzita?" esclamai con il cuore in gola dallo spavento. "Vuoi perforarmi i timpani e farmi venire un infarto?"

"Eri lontana mille miglia, donna. Tu ieri sera hai combinato qualcosa... oh sì."

Per fortuna in quel momento fummo raggiunte da una Sandra particolarmente radiosa.

"Ciao ragazze" disse con un sorriso che, a guardarla bene, doveva avere molto poco a che fare con noi e, invece, molto con il prestante capitano dei Tigers che la stava ancora spogliando con gli occhi dal fondo del corridoio. Non l'avrei mai detto, ma mi piacevano insieme e, soprattutto, mi piaceva molto vedere Stefan così preso da lei. Nonostante le tante parole dure che le avevo detto in passato, e delle quali ormai mi dispiaceva, la reputavo una ragazza in gamba e che si meritava di avere per sé l'interesse, per non dire proprio l'amore, di uno come lui. Non pensavo più che facesse parte del gruppetto delle "traditrici", per cui le avevo concesso la mia quasi totale fiducia.

"Ciao Sandra" sorrisi e feci un cenno con la testa in direzione di Stefan. "Cos'hai fatto stanotte al nostro capitano, per ridurlo all'ombra di sé stesso?"

Sandra divenne rossa fino alla radice dei capelli e abbassò il capo, incapace di rispondere. Su argomenti del genere non era mai stata molto spigliata, non certo come me o Monica, comunque.

Scoppiammo a ridere entrambe e la prendemmo a braccetto una per parte, dirigendoci verso la porta della mensa.

"Saluta il tuo bello, ora tu vieni con noi e risponderai a molte domande, cara mia" affermò Monica con un tono che non ammetteva repliche, "e saranno tutte assolutamente sconvenienti, sono in grado di assicurartelo. Vero, Queen Anna?"

Facemmo il nostro ingresso in sala mensa ridendo e scherzando come ragazzine, continuando a prendere in giro affettuosamente Sandra e fregandocene di quanti ci guardavano e di quello che stavano dicendo vedendoci.

Finché il mio sguardo rimase inchiodato su quello verde intenso di Matthew.

Per un istante mi bloccai e smisi di respirare. Cosa ci faceva lì, a quell'ora? Non doveva essere impegnato per tutto il giorno con il suo professore?

Il resto accadde quasi a rallentatore, ma troppo in fretta per evitarlo.

Quando lui mi vide cambiò espressione, fece un sorriso e accennò ad alzarsi e a venire verso di me.

Solo che io non ero pronta a fare vedere al mondo cosa stavamo diventando. Così distolsi lo sguardo e, quasi gli diedi le spalle per dirigermi, insieme a Monica e Sandra, al nostro solito tavolo. Come se non lo avessi visto, come se lui per me non fosse nessuno.

Respiravo a malapena e avevo il cuore che batteva all'impazzata, mi stavo per sentire male.

Quando mi sedetti, azzardai a lanciare uno sguardo in direzione del tavolo in cui era seduto. Speravo di incrociare di nuovo il suo sguardo e di riuscire a fargli un cenno che spiegasse qualcosa.

Ma il suo posto era vuoto. Lo vidi di spalle che si dirigeva a grandi passi verso l'uscita della mensa, mentre Jude aveva piantato su di me uno sguardo torvo che non lasciava presagire niente di buono.

Cos'avevo appena fatto?

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...scusate l'enorme ritardo, non so che altro dire. Spero di tornare ai soliti aggiornamenti settimanali, d'ora in avanti. E spero che questo capitolo non deluda troppo la lunga attesa.

Un abbraccio.

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