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55


Non ero una verginella alla prima esperienza. Ce n'erano stati di uomini nella mia vita, tanti, probabilmente troppi. La maggior parte di loro talmente insignificante da non poter essere ricordata.

Non avevo mai avuto problemi con il mio corpo, anzi. Sapevo perfettamente di essere bella e ben fatta e mi piaceva mostrarmi, sia con che senza vestiti. Avevo sempre adorato gli sguardi di ammirazione dei ragazzi, fuori e dentro il letto.

Eppure tremai. Quando le mani di Matthew iniziarono a muoversi su di me, ebbi la tentazione fortissima di fermarlo. I baci che mi stava dando sul collo e sotto i lobi delle orecchie mi provocavano continui brividi di piacere, ma non appena sentii che aveva iniziato a spogliarmi mi irrigidii. Lui se ne accorse e mi guardò, incerto e un po' stupito, sollevando appena il viso per cercare i miei occhi, in attesa della conferma di poter andare avanti.

Non mi sentivo più io, ero un fascio di nervi, terrorizzata per la prima volta in vita mia dalla possibilità di non essere all'altezza, che per qualche motivo per lui fossi una delusione. Abbassai la testa per allontanare da me quello sguardo così dolce e spiazzante, non volevo che si accorgesse di quello che mi stava capitando, ma nel contempo non riuscivo a rilassarmi.

Un dito di Matthew sfiorò il mio viso e scese fino al mento per sollevarlo. Non potei fare altro che assecondare quel movimento, così mi trovai di nuovo a perdermi nei suoi occhi che mi scrutavano fino in fondo all'anima, interrogativi.

Sopirai. Non ero in grado di spiegargli cosa mi stesse capitando in quel momento, avevo paura anche che potesse ridere di me.

Non parlai, ma lui capì lo stesso, gli bastò guardarmi negli occhi. Vidi la sua espressione cambiare, divenne se possibile ancora più dolce. Riprese a baciarmi ancora e ancora, mentre le sue mani mi accarezzavano lievemente attraverso i vestiti senza tuttavia provare a sfilarli. Capii che stava cercando di dimostrarmi che per lui andavo bene così, che non c'era nulla che non gli piacesse, che dovevo dimenticare tutti gli screzi e le parole dure che c'erano state fra di noi. Piano piano sentii svanire ogni mia paura. Mi allontanai un poco per poterlo guardare negli occhi e gli presi le mani e le guidai verso i bottoni della camicia, per poi io stessa liberarlo degli indumenti.

Il resto si perse in un vortice di emozioni e sensazioni squisite che non avevo mai provato in vita mia. Ero affamata di lui, volevo conoscere ogni centimetro del suo bellissimo corpo, mi mandava in estasi vederlo chiudere gli occhi per il piacere che gli causavano le mie carezze e i miei baci. La mia pelle a contatto con la sua si infuocava, le sue mani e la sua bocca su di me mi facevano impazzire. Il tempo si dilatò fino a svanire, non sapevo più se fossero passate ore o solo pochi minuti, ma non mi importava. In quel letto c'eravamo solo lui e io, fuori i pensieri, le domande, i dubbi, i problemi. I nostri corpi e le nostre menti erano fuse in una sola. Travolta da ondate di piacere sempre più intenso, seppi con certezza assoluta che mai più mi sarei potuta trovare in connessione così profonda e totale con qualcun altro, un'unione che travalicava quella fisica. In lui avevo trovato la parte mancante, e migliore, di me stessa, e in qualche modo sapevo che quelle stesse certezze erano condivise da lui. Dopo questo non sarei più potuta tornare indietro, a meno di rinnegare ciò che ero e che stavo diventando.

Sentire il suo corpo muoversi all'unisono con il mio, tremare ed esplodere insieme a me al raggiungimento dell'acme del piacere, e poi rimanere così, profondamente uniti, abbracciati, a scambiarci baci e carezze lievi e dolci, mi fece provare per la prima volta in via mia cosa fosse la felicità.

Fra le sue braccia mi appisolai, in pace con me stessa e con il mondo, mentre la sua mano mi accarezzava i capelli, sentendo che quello era il mio posto e lo sarebbe stato sempre, qualunque futuro ci fosse riservato.

Non so per quanto dormii. Quando riaprii gli occhi era ancora notte fonda. La stanza era avvolta in una morbida penombra causata dalle luci della strada che filtravano dalla finestra lasciata con gli scuri semi aperti. Sbattei le palpebre un paio di volte, assaporando la sensazione di appagamento e gioia che mi avvolgeva come una coperta morbida, poi mi sollevai su un fianco e girai lo sguardo verso la figura dormiente stesa al mio fianco. Il mio cuore mancò ben più di un battito. Il viso di Matthew era rilassato e rischiarato da un lieve sorriso, il corpo abbandonato e semi scoperto era di una bellezza da togliere il fiato. La sua mano era ancora appoggiata su di me, quasi volesse accertarsi che non me ne sarei andata. Mentre lo osservavo, mi domandai come avessi potuto dubitare o non capire cosa provassi per quel ragazzo. L'odio e il fastidio erano solo una facciata che mi ero costruita per cercare di arginare l'attrazione dapprima solo fisica ma poi anche "mentale" che avevo iniziato a provare per lui. Sorrisi e gli sfiorai il viso con una carezza, facendo attenzione a non svegliarlo, e spostai un ciuffo di capelli che gli era finito sugli occhi. Mi sembrava ancora impossibile di essere lì, con lui, e di sentirmi così felice. Sorrisi fra me e me. Se non avessi bevuto quel sorso di vodka avrei mai avuto il coraggio di dirgli ciò che gli avevo detto? Se non fosse stato per quelle parole non saremmo stati lì, in quel momento. Archiviai il pensiero. Non sarei tornata indietro per niente al mondo e avrei difeso questa storia appena nata con le unghie e con i denti, a tutti i costi e contro chiunque.

Matthew fece un movimento e si girò nel sonno, dandomi la schiena. Come la notte della tempesta, non potei fare a meno di ammirarne ogni muscolo, solo che stavolta potevo accarezzarla e toccarla. Non volevo svegliarlo, ma non potei resistere alla tentazione di tutto quel bendidio addormentato di fianco a me, così presi a sfiorarne lievemente con le dita ogni centimetro. Così le sentii di nuovo, e di nuovo le vidi, quelle sottilissime cicatrici che la attraversavano da parte a parte e di cui mi ero accorta quella notte a casa di Mrs Gray. Le seguii con un polpastrello e le vidi, grazie a quella strana luce soffusa. Avrei voluto tanto sapere da cosa fossero state causate, ma ricordavo ancora la reazione che aveva avuto Matthew quando glielo avevo chiesto. Avrei dovuto aspettare che fosse lui a volersi aprire con me e raccontarmi quel segreto.

Forse avevo fatto qualche carezza di troppo, o forse quelle antiche ferite gli dolevano ancora, ma lo vidi irrigidirsi e trattenere il respiro, segno inequivocabile che si era svegliato. E che io avevo sbagliato a toccarlo in quel punto facendogli capire che le avevo notate.

Nessuno dei due parlò, nella stanza silenziosa si udivano solo i nostri respiri. Avevo allontanato la mano da lui, ma mi sembrava di stare andando alla deriva. Dovevo dire qualcosa, sentivo che sarei soffocata, altrimenti.

"Perdonami" sussurrai "non avrei dovuto..."

Non fui in grado di continuare, non avevo scuse. Mi ero impicciata di cose che non mi riguardavano. Avevamo appena condiviso qualcosa di importante e unico, ma niente mi dava il diritto di invadere una sua sfera così privata. Sperai che non mi volesse chiudere fuori, come aveva già fatto in passato. Ma non potevo dire niente, solo aspettare.

Lentamente Matthew si girò verso di me. Mi si strinse il cuore nel vedere che il lieve sorriso e l'espressione serena avessero lasciato il posto a un'ombra di tristezza che stava offuscando il verde intenso dei suoi occhi. Anche in quella penombra lo potevo vedere. Abbassai i miei e mi guardai le mani, maledicendo me stessa e la mia voglia di toccarlo che avevano rovinato tutto. Ero convinta che mi avrebbe mandata via e non avevo idea di come avrei fatto a superare la cosa, dopo.

Sussultai di sorpresa quando la sua mano si appoggiò sulle mie e le strinse delicatamente.

"Anna, guardami per favore." Non c'era astio nella sua voce, né fastidio o rabbia. Solo dolcezza. Sollevai lo sguardo fino ad arrivare ai suoi occhi e quello che vidi mi fece venire le lacrime agli occhi. Voleva farmi entrare nel suo mondo più privato e segreto. "Non hai nulla di cui scusarti, sono io che ti devo delle spiegazioni..."

"Non mi devi niente, Matthew... sono cose tue, non voglio essere invadente. Se un giorno me ne vorrai parlare ci sarò per ascoltarti, ma solo quando sarai pronto." A me bastava che non volesse chiudermi fuori dalla sua vita, ora che mi aveva fatta entrare, il resto avrebbe potuto aspettare fino a quando non avesse avuto voglia di condividerlo con me.

Si sollevò dal letto e recuperò boxer e maglietta, poi si alzò in silenzio e andò alla finestra. Lo seguii con lo sguardo, incerta sul da farsi. Poi decisi di aspettare, era evidente che stava lottando con sé stesso per qualcosa.

Appoggiò le mani alla base del vetro e chinò la testa sospirando. "Te lo devo, Anna. Ti devo spiegare perché ti ho sempre trattata così male, anche quando tu eri stata gentile con me..." disse con voce distante, come se stesse parlando a sé stesso. "Te lo devo" ripeté.

Non avevo il coraggio di muovermi. Mi limitai a guardarlo dal letto e attesi, sapendo che qualsiasi cosa avessi detto avrebbe rotto il precario equilibrio che c'era fra noi in quel momento.

Sospirò di nuovo. Incrociò le braccia al petto e iniziò a parlare, così sottovoce che dovevo quasi intuirle, le parole che fuoriuscivano dalla sua bocca come se non avessero atteso altro per anni.

"Eravamo un bel gruppetto, ad Harvard. Figli di alcune delle più influenti famiglie degli Stati Uniti, convinti di avere il mondo ai nostri piedi per il semplice fatto di portare un certo cognome. Nessun altro esisteva, solo noi. Il resto del mondo non veniva considerato, non ci interessava. Se qualcuno si frapponeva fra noi e un qualsiasi nostro obiettivo, lo spazzavamo via, semplicemente, incuranti degli effetti che la cosa avrebbe potuto avere sul malcapitato, o la malcapitata. Anzi, ci faceva sentire potenti il vedere come una semplice parola, detta al momento giusto alla persona giusta, potesse escludere qualcuno da ogni giro di una certa importanza. Erano più i miei amici a farlo, ma dei risultati io ridevo con loro. Eravamo... un gruppo di stronzi, con la testa infarcita di idee sul potere, sul denaro e la gloria" si fermò un istante, come a inseguire un pensiero. Mi stava sempre dando le spalle, ma dalla rigidezza della sua postura era chiaro quanto quel racconto gli stesse devastando l'anima.

"Le nostre famiglie avevano già pianificato ogni cosa nella nostra vita, in modo che, una volta finito il college, potessimo prendere il nostro posto nel mondo, un posto di comando, ovviamente, che fosse consono alla famiglia a cui appartenevamo. Nessuno di noi pensava che le cose avrebbero mai potuto essere diverse da così. Nessuno. Tranne Philip". Un brivido mi scorse giù per la schiena, nel sentire il tono disperato con cui Matthew aveva pronunciato quel nome. Tacque per un paio di secondo, poi riprese. "Lui era il mio migliore amico, avevamo condiviso sempre tutto fin da quando eravamo bambini. Lui era figlio di un notissimo banchiere e, come me, aveva il futuro accuratamente programmato. Solo che non era d'accordo. E non si limitò a sbuffare e inveire contro la propria famiglia. Intraprese una strada diversa da quella che gli era stata riservata, senza rimpianti e senza voltarsi indietro. Voleva diventare avvocato per difendere i più deboli e derelitti e così fece. Rifiutò di entrare nei più prestigiosi studi legali del Paese, come la sua famiglia avrebbe voluto, e andò invece a fare alcuni stage nei buchi più polverosi e bui che aveva potuto trovare. La sua famiglia provò a convincerlo, senza esiti. Anche noi cercammo di farlo rinsavire, ma non ci fu verso. Allora suo padre e i nostri genitori ci ordinarono..." gli mancò la voce. Udii il suo respiro farsi più profondo, come se gli mancasse l'aria. Si passò una mano fra i capelli e appoggiò la fronte al vetro gelido della finestra. Poi continuò, con una voce che non sembrava più neppure la sua. "...ci ordinarono di boicottarlo, di tagliarlo fuori da tutto. Rinsavirà, dissero. Non vorrà perdere i propri amici, ci convincemmo. Così fu fatto, e da un giorno all'altro Philip ebbe il vuoto intorno. Un giorno venne da me e litigammo furiosamente. Cercai ancora una volta di convincerlo che stava facendo una cazzata, che non c'era un senso a che volesse rovinarsi la vita quando quella che aveva a disposizione sarebbe stata così ricca di soddisfazioni. Ricorderò finché vivo quello che mi disse, stravolto dalla rabbia. "Non capisci che ci stanno usando, Matt? Hanno annullato le nostre personalità per ottenere i loro scopi, per poter brillare ancora di più attraverso i nostri successi! È questo che vuoi? Be' io no. Non sono come loro, non voglio vivere la vita di qualcun altro! E tu mi deludi se ti lasci plagiare così!" Volarono parole grosse, insulti. L'ultima cosa che gli dissi fu "Sei un fallito, ti accontenti di una briciola quando potresti avere il mondo. Non so come ho fatto a poterti considerare mio amico, sei una nullità!"" Tacque e appoggiò di nuovo le mani alla base della finestra. Udii un singhiozzo a malapena trattenuto e mi si gelò il sangue nelle vene per la pena che stavo provando. Per il suo amico, per lui che lo aveva tradito. Non osai alzarmi.

Quando riprese, la voce era poco più di un sussurro spezzato. "Se ne andò sbattendo la porta, dopo avermi detto quanto avessi perso credito ai suoi occhi. Fu l'ultima volta che lo vidi. Ci dissero che aveva bevuto e che aveva perso il controllo della macchina, invadendo la carreggiata opposta. Non beveva mai. Lo aveva fatto dopo avere litigato con me, dopo che la nostra amicizia era andata in frantumi per la mia pusillanimità. Era morto a causa mia. La famiglia mise in giro la voce del suicidio per nascondere l'indegnità di quella morte, non consona al loro rango. Infangarono il suo nome anche dopo che se ne era andato e ancora una volta nessuno di noi ebbe il coraggio di difenderlo. Io andai fuori di testa. Iniziai a bere, ad assumere sostanze stupefacenti, a farmi del male. Volevo distruggermi così come avevo distrutto lui, speravo così di trovare un po' di pace. I miei mi rinchiusero in una clinica, lontano da tutti, perché quel loro figlio impazzito non avesse a disturbare le loro perfette esistenze. Ci provai in ogni modo, a uccidermi, ma non ci riuscii. Anzi, piano piano, non so come, ne venni fuori. Rimanevano sul mio corpo le cicatrici che hai visto, e nella mia anima un vuoto incolmabile. Una notte me ne andai, senza avvisare nessuno. Scappai, semplicemente. Andai in Africa, dove nessuno mi conosceva, ad aiutare le popolazioni in difficoltà insieme a qualsiasi organizzazione umanitaria mi capitasse di incontrare. Volevo rendermi degno di ciò che aveva iniziato a fare Philip. Giurai che avrei portato avanti la sua battaglia e che avrei aiutato chiunque ne avesse avuto bisogno..."

La voce gli mancò del tutto e rimase lì, immobile, perso fra i suoi fantasmi. Stava piangendo silenziosamente, forse dimentico che ci fosse qualcun altro nella stanza con lui. Quel racconto terribile mi aveva fatto capire tante cose del suo comportamento nei miei confronti. Una, soprattutto. Non ero la persona giusta per lui, se l'essere quello che ero gli riapriva ferite così profonde... Mi alzai e andai alle sue spalle. Lo vidi trattenere il fiato, nel sentire la mia presenza dietro di sé, ma non si girò.

Appoggiai le mani sulla sua schiena e gli diedi un piccolo bacio. Stavo male nel sentire quanto lui stesse soffrendo. Su due piedi, presi una decisione e la misi in atto, prima di ripensarci.

"Io rappresento tutto ciò che ora detesti e che ti ha fatto perdere il tuo amico..." sussurrai "hai sofferto già tanto per ciò che è successo, non è giusto che la mia presenza ti faccia riaprire ferite che piano piano si stavano rimarginando..."

Avrei voluto dire altre cose, ma me ne mancava la forza. Dovevo lasciarlo perché potesse proseguire con il percorso che aveva intrapreso, ma mi faceva così male la sola idea che quasi non riuscivo a respirare. Mi allontanai velocemente e altrettanto velocemente mi rivestii. Quando fui pronta mi voltai a guardarlo per un'ultima volta, pensando di vederlo ancora girato verso la finestra.

Invece si era girato e mi fissava, gli occhi ancora colmi di tristezza e di lacrime non versate.

"Te ne vai?" chiese piano. Si passò una mano fra i capelli, in evidente difficoltà. "È per quello che ti ho raccontato? Io... mi dispiace, mi rendo conto di non uscirne molto bene, ma sto cercando di migliorare e forse con il tempo..."

Non aveva capito ciò che avevo cercato di dirgli. Credeva che me ne stessi andando perché disgustata da lui e dal suo passato. Dovevo fargli capire. Mi avvicinai un pochino.

"No Matthew, non è per questo... Io non... tu non potresti essere migliore di così ai miei occhi. Sono io che non vado bene per te. Io sono l'incarnazione di tutto quello che odi e che hai voluto eliminare dalla tua vita. Non posso... Ti farei del male se restassi ed è l'ultima cosa che voglio" mio malgrado, due lacrime scesero lungo le guance. Dovevo andarmene prima di diventare una fontana, o che la mia determinazione crollasse come un castello di carte "Non vado bene per te..."

Mi bloccai. Aveva azzerato le distanze ed era di fronte a me, con un'espressione che non era più triste come prima. "So perfettamente chi sei, Anna Walker, come lo sapevo quando ti ho baciata al campo di atletica. Non azzardarti a dire che non vai bene per me, lascialo decidere a me, quello... Se te ne vuoi andare perché ti faccio schifo dopo ciò che ti ho raccontato non posso trattenerti, ma solo biasimare me stesso per essere ciò che sono... ma se te ne vuoi andare perché mi faresti del male rimanendo... non ti lascio andare via, non dopo che ti ho trovata. Io non so perché, ma per qualche imperdonabile motivo mi sei entrata nel sangue, Anna Walker, e del sangue ho bisogno per vivere..." tacque e mi accarezzò il viso dolcemente. "Se vuoi fare qualcosa per me... resta."

Il castello di carte crollò.

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