45.
Entrai nella Cheers Hall e mi diressi verso la scala senza perdere tempo, grata del fatto che le altre fossero in cucina, impegnate in un'animata discussione sull'allenamento appena finito, e che quindi non mi avessero vista entrare. Sennò sicuramente mi avrebbero fatto tantissime domande su cosa ne pensassi delle coreografie, delle possibilità di arrivare in finale eccetera. Soliti discorsi che, in quel momento, non ero proprio in animo di fare.
Il senso di vittoria che mi aveva pervasa negli istanti successivi alla conclusione del mio colloquio con Nathan, stava lentamente svanendo per lasciare il posto a uno strisciante senso di insicurezza e, quasi, di panico, di incertezza assoluta circa quale sarebbe stato il mio futuro di lì a pochi mesi. Sarei ancora stata lì alla Dartmouth? Cos' avrei fatto, una volta che fossi stata privata delle entrate che arrivavano dalla mia famiglia? L'unica soluzione possibile sarebbe stata trovare un lavoro, che però mi consentisse di continuare gli studi. E come avrei fatto a giustificare la cosa con gli altri? Sarei riuscita a mantenere la mia leadership? E se non fossi stata in grado di trovare qualcosa di adatto, come averi fatto a pagare la retta?
Tutte queste domande mi vorticavano nella testa senza che riuscissi a mettervi ordine né a trovare una risposta adeguata. Ogni gradino, superato lentamente anche a causa delle stampelle, portava una possibile risposta e altre mille domande che ne erano prive. Aleggiava su tutte il pensiero latente che, se avessi accettato di fare quanto mi aveva chiesto Nathan, non avrei avuto neppure uno dei problemi che mi stavano quasi soffocando. Quando arrivai sul pianerottolo che dava alle camere da letto, quel pensiero sovrastò tutti gli altri, tanto che mi fermai.
'Perché non fare quanto mi ha chiesto Nathan? È vero che in auto gli ho detto che non avrei mai fatto una cosa del genere ma... In fondo, se Matthew si è risollevato una volta, qualsiasi cosa fosse successa allora, potrà farlo anche ora. No? E io avrei eliminato questo problema e potrei continuare con la mia solita vita, che mi piace tanto...'
Mi fermai per il senso di nausea che mi aveva attanagliato lo stomaco a quel pensiero. Per quanto ci tenessi al mio tenore di vita e a tutti i privilegi che comportava, capii non avrei potuto cercare di mantenerlo a scapito della vita di un'altra persona. Di quella persona, in particolare. Era la prima volta che mettevo l'interesse di un altro davanti al mio e la cosa mi suonava strana. Ma non avrebbe potuto essere altrimenti. Il mio stesso corpo me lo stava dicendo, con quel senso di malessere che mi partiva dalla bocca dello stomaco per irradiarsi in ogni cellula, fino alla punta dei piedi e delle mani. Anche il respiro mi si era fato pesante, a quel pensiero. Matthew non avrebbe dovuto risentire dei criminosi disegni di vendetta del mio patrigno nei confronti del senatore Hawthorne. Mai. A qualsiasi costo. Non appena formulai quel pensiero, l'oppressione e la nausea che sentivo cessarono di colpo e mi sentii in pace.Risollevai la testa, che avevo chinato per cercare di contrastare quelle spiacevoli sensazioni, e sospirai. Il mio stesso corpo mi aveva indicato la strada da percorrere, ora non mi restava che seguire le indicazioni, ovunque mi avrebbero portata.
Aprii la porta, con la mente lontana mille miglia da quel luogo, e trasalii dalla sorpresa nel vedere Monica seduta sul mio letto, evidentemente in attesa del mio rientro.
"Finalmente, donna. Stavo iniziando a preoccuparmi" esordì, senza badare al mio grido sorpreso. "Dunque? Che genere di fantasma hai visto, laggiù sulla strada?"
"Non adesso Monica" sussurrai. "Per favore, non adesso".
Lei piegò la testa e mi squadrò, nel suo solito modo da scienziata di fronte a un esemplare di insetto particolarmente raro. "Tu non stai bene, Anna" Sentenziò. "Se non hai voglia di parlarmi va bene. Ma adesso ti stendi e ti riposi. Hai un'aria devastata e io non sono abituata a vederti così. Delle due di solito sono io quella che sembra perennemente passata sotto un rullo compressore, soprattutto dopo un allenamento".
Mi sedetti sul letto accanto a lei e rimasi in silenzio a fissare nel vuoto. Monica mi mise un braccio intorno alle spalle.
"Senti, Anna. Ci conosciamo da anni e ormai penso tu sappia che a me non frega un cazzo delle tue arie da diva, né mi toccano i tuoi modi da'sono la migliore e voi siete feccia'. Mi sono affezionata a te perché so che, sotto questa facciata che mostri a tutti, c'è un'altra Anna che non viene mai fuori e che penso tu stessa conosca poco, ma io l'ho intravista, ogni tanto. Questo per dirti che, con me, non ti serve fingere e che se hai qualche problema di cui hai voglia di parlare, io ci sono. Non so cosa ti sia successo là fuori, né cosa ti stia preoccupando in questi giorni, ma siccome sono sicura che qualcosa ci sia, vorrei che tu sapessi che, se mai vorrai sfogarti con qualcuno, io ci sono. Su di me puoi contare. Per qualsiasi cosa. Va bene?"
Alle sue parole seguì un lungo silenzio. Lei continuava a guardarmi e io, invece, non staccavo gli occhi da terra. Sapevo che, se avessi ricambiato il suo sguardo, avrei mostrato troppo di me e non ero pronta, per quanto le sue parole mi avessero toccata. Dopo un po' mi limitai ad annuire. Le bastò.
"Bene, ti lascio. Quando vuoi, sai dove trovarmi". Si alzò dal letto e, pochi istanti dopo, udii la porta che si richiudeva. Mi gettai sul letto con gli occhi chiusi e le braccia aperte, e rimasi lì finché il rumore del cellulare non mi riscosse.
"Accidenti, le ragazze!" esclamai, sollevandomi di scatto. Dovevo ancora cambiarmi e loro erano già arrivate a prendermi!
Afferrai il cellulare e presi la chiamata.
'Ciao Anna! Ci sei? Siamo qui fuori' disse Diana.
"Ciao Diana. Cinque minuti e scendo". Non le diedi il tempo di replicare o di lamentarsi, chiusi la chiamata e buttai il cellulare nella borsa di Vuitton che avevo deciso di usare per la serata.
Con buona pace della mia caviglia, un po' saltellando e un po' zoppicando andai in bagno a rinfrescarmi e a mettere a posto trucco e capelli, che raccolsi semplicemente in una coda, poi mi spogliai in fretta e, arrivata con qualche difficoltà davanti all'armadio, afferrai un completo sportivo di Armani e lo infilai senza perdere tempo. Mi osservai allo specchio con occhio critico e annuii. Non avevo certo l'aria di chi va a un gran gala, le ragazze non avrebbero potuto avere niente a che ridire. Guardai l'orologio. Erano passati un po' più di dieci minuti. Ero in ritardo, ma pazienza. Mi infilai una giacchina corta che stava benissimo con il completo che avevo scelto, misi a tracolla la borsa e, con la solita smorfia di disgusto, afferrai le stampelle.
Qualche minuto dopo ero alla base delle scale. Le ragazze erano ancora in cucina, così mi affrettai a uscire cercando di fare meno rumore possibile. Incredibilmente, riuscii a uscire senza essere vista. Parcheggiata qualche metro più in là c'era l'auto di Helen. Non appena aprii la portiera, fui sommersa da saluti, risate e mezzi insulti per il ritardo. Notai che mancava Sylvia, ma non ebbi il tempo di chiederne notizie.
"Dai, sali che andiamo" disse Diana. La vidi scambiare uno sguardo con Abby e poi fissare di nuovo me. "Anna" esordì, incerta, non appena l'auto si mosse "che ne dici se cambiamo programma?"
"Dipende... cosa proponete?"
"Ci ha telefonato una vecchia amica di Sylvia invitandoci al Morgan's Pub per ascoltare un po' di buona musica e ballare... che ne dici? Certo... magari ballare no, data la tua caviglia, però i gruppi che suonano di solito sono molto bravi, per cui dovrebbe essere piacevole. Lei è già lì e ci ha chiesto di raggiungerla. Ci sono solo alcune sue amiche. Se non hai voglia possiamo dirle di no,oppure raggiungerle più tardi, gelato e film li abbiamo" Diana tacque, scrutandomi per vedere che effetto mi avesse fatto la proposta, se fosse stata sufficientemente convincente. Era evidente che lei ci teneva moltissimo ad andare, ma sapeva anche che era stata organizzata un'altra cosa per cui avrebbe lasciato decidere me.
Per parte mia, avevo assunto un'espressione neutra, mentre riflettevo sul da farsi. Il Morgan's Pub. Fra tutti i locali della zona, proprio in quel postaccio dovevano propormi di andare. Situato poco lontano dal Campus, era frequentato da tutti giovani della zona, studenti e non. Sapevo che c'era musica dal vivo, che si ballava sui tavoli e che alcool di ogni tipo scorreva a fiumi. Una bettola da quattro soldi che, se fosse stato per me, non avrei mai visto neppure in lontananza. Fra l'altro, non ero certo vestita per una serata fuori. Ma come facevo a dire di no, quando tutte e tre mi guardavano con occhi supplichevoli? Mi consolai pensando che, per certo, nessuno dei miei amici avrebbe mai messo piede lì dentro, per cui probabilmente la mia presenza sarebbe passata inosservata o quasi.
"Va bene... andiamo" concessi "però se la serata degenera per qualsiasi motivo andiamo via, va bene?"
Cori entusiastici accolsero le mie parole. Cosa ci trovassero di interessante nell'idea di passare una serata in un buco del genere era un mistero. Sperai che, almeno, le amiche di Sylvia fossero passabili per poterci fare quattro chiacchiere. 'Se la serata sarà pessima come immagino, fingerò di avere male alla caviglia e mi farò accompagnare a casa' pensai fra me e me, vedendo in lontananza l'insegna al neon del locale. In che postaccio stavo per andare, sospirai.
Quando entrammo, fummo quasi travolte da rumore, luci, schiamazzi e profumi di ogni genere di cibo e bevanda. Un enorme bancone sul lato destro del locale era preso d'assalto da decine di avventori che chiedevano cocktail o birre, mentre tavoli e sedie di ogni forma e colore riempivano la sala fino al palco, in fondo, dove una band stava suonando alcune cover degli U2. Era impossibile vederli a causa del fatto che decine di ragazzi si stavano scatenando in balli frenetici sui tavoloni al centro della sala. Era il caos. Più a gesti che a parole, Diana ci fece segno di seguirla e, facendosi largo fra la folla delirante, raggiunse un grande tavolo sulla sinistra,abbastanza vicino al palco, dove erano sedute Sylvia e alcune ragazze. Dopo saluti e presentazioni del tutto inutili per via del frastuono, ci sedemmo anche noi e ordinammo da bere. Mentre sorseggiavo il mio cocktail analcolico, studiai le ragazze intorno al tavolo. Erano tutte semplici e naturali, come Sylvia e le altre, completamente prive di affettazione o atteggiamenti studiati, diverse dalle solite pin-up di cui ero circondata di solito. La cosa mi fece piacere, forse la serata sarebbe andata meglio del previsto. Non potevo seguirne i discorsi a causa del rumore, così mi rilassai sulla sedia per ascoltare la musica che, dovevo ammettere, non era niente male.
L'eco delle ultime note di 'Sunday bloody sunday' aveva appena finito di risuonare, e finalmente le mie orecchie assaporavano un istante di pace e quasi silenzio, che una voce femminile proveniente dal tavolo di fianco al nostro gridò:
"Matt, hai promesso di cantare 'Halleluja'!"
Mi girai di scatto, per trovarmi a pochi metri dalla ragazza mora fidanzata di quel Jude che avevo incontrato in varie occasioni. Un senso di gelo mi pervase. Quasi a rallentatore, puntai lo sguardo sul palco e, per la prima volta da quando eravamo entrate al Morgan's, osservai i musicisti, ora in penombra e quindi non riconoscibili. Come in un sogno, vidi il chitarrista avvicinarsi al microfono in centro al palco, che il cantante gli aveva lasciato, e iniziare a suonare i primi accordi di quella canzone meravigliosa mentre le luci si affievolivano e un unico faro lo illuminava.
Mio malgrado, il cuore perse un battito e sentii una scarica elettrica attraversarmi il costato da parte a parte.
Matthew. Quel Matthew.
Dopo alcuni accordi, iniziò a cantare e la sua voce roca e profonda, quella che avevo sentito la notte della tempesta e che non ero più riuscita a dimenticare, risuonò nel locale che, come colpito da una qualche magia, era ora immerso nel silenzio: quasi tutti i presenti si erano fermati, catturati dall'incanto che stava creando, mentre cantava a occhi chiusi come se fosse del tutto dimentico di essere in pubblico. Io stessa non ero in grado di staccargli gli occhi di dosso, ipnotizzata dalle sue mani che accarezzavano le corde della chitarra e dal suo corpo, che seguiva la musica con lenti movimenti sinuosi. In qualche punto recondito del mio cervello, un campanello di allarme si era messo a suonare, ma in quel momento non ero in grado di prestarvi ascolto.
Il risveglio da quello stato di trance fu improvviso quando, verso la fine della canzone, mi resi conto che alcune delle amiche di Sylvia, accortesi della ragazza mora che aveva richiesto il pezzo, erano andate a salutarla e ora stavano procedendo con le presentazioni delle mie amiche. Toccò anche a me presentarmi a quella Claire e alle altre persone presenti vicino a lei, poi osservai inorridita che i due tavoli venivano uniti e le due compagnie si mischiavano. Questo avrebbe significato che, non appena il gruppo avesse finito di suonare, sarebbero arrivati lì, si sarebbero seduti con noi. Matthew compreso.
Il campanello di allarme ora suonava furiosamente.
Questo non sarebbe dovuto accadere, non con me lì. Una sensazione di panico iniziò ad travolgermi, mentre ricordavo le parole di Nathan. Iniziai a osservare con sospetto gli avventori del locale: sembravano tutti indifferenti a ciò che succedeva nei nostri tavoli, ma chi poteva assicurarmi che, fra esse, non ci fosse qualche scagnozzo del mio patrigno, da lui mandato a tenermi d'occhio? Se Matthew si fosse avvicinato a me cosa sarebbe successo? Dovevo assolutamente evitare la cosa, ma non potevo andare via, avrei rovinato la serata alle ragazze. Decisi di uscire per qualche minuto per riflettere, anche perché lì dentro mi sentivo mancare l'aria, così infilai la giacca e mi alzai, raccogliendo nel contempo le stampelle. Vicino a me era seduta Abby. Mi chinai verso di lei per dirle cosa volevo fare.
La frenesia di quei minuti mi aveva fatto perdere di vista ciò che succedeva sul palco. Così non mi ero resa conto che 'Halleluja' era finita e che a essa era seguito il silenzio: il gruppo si era preso una pausa. Quando mi rialzai per incamminarmi fuori, mi trovai quasi di fronte Matthew che, arrivato al tavolo insieme ai suoi compagni, stava scambiando convenevoli e sorrisi con le sue amiche e, insieme agli altri nuovi arrivati, si stava presentando alle mie. I suoi occhi passarono indifferenti su di me, salvo tornare indietro dopo un paio di secondi, sgranati dalla sorpresa. Io, per parte mia, non ero stata in grado di muovermi dal mio posto, incapace di fare alcunché. Su tutto il tornado di sensazioni che mi stava tormentando, l'unica certezza era che lui non si sarebbe dovuto avvicinare a me.
Frettolosamente mi mossi dal tavolo per uscire, ma me lo trovai di fronte con un sorrisetto ironico stampato sulla faccia.
"Non ci credo. Anna Walker che si abbassa a venire in un pub per comuni mortali. Non dirmi che quelle ragazze sono amiche tue. Sei una continua sorpresa, ragazzina", disse con un tono che era scherzoso e amichevole. E sorpreso, anche, come se fossi l'ultima persona che si sarebbe aspettato di incontrare. Piacevolmente sorpreso.
Lo guardai appena e lo scansai, senza rivolgergli la parola. Dovevo allontanarmi, evitare ogni possibile pericolo che, se ci fosse stato nel locale uno degli uomini di Nathan, avesse il tempo e l'occasione di fare foto che potessero essere compromettenti. Mi stavo volutamente comportando da stronza come il mio personaggio richiedeva, ma questa volta dovetti farmi violenza per farlo, per non fermarmi e rispondergli amichevolmente come aveva fatto lui.
Mentre mi allontanavo, sentii sulla schiena il suo sguardo, di sicuro irritato e offeso. Pregai che quell'espediente fosse stato sufficiente per allontanarlo da me e dal pericolo della rovina. Respiravo a fatica e mi sentivo male per ciò che gli avevo appena fatto, così accolsi con sollievo la sferzata di aria fredda che mi accarezzò il viso non appena varcai le porte del Morgan's. Mi allontanai di qualche metro dall'entrata caotica del pub e mi appoggiai al muro, chiudendo gli occhi e respirando profondamente per cercare di riacquistare un minimo di serenità.
"Senti un po'. Non mi pare di averti insultata, si può sapere perché non mi hai neanche risposto? Possibile che tu sia così... così... maledettamente stronza?"
Aprii gli occhi e lo vidi di fronte a me, furioso come non lo avevo mai visto. Dovevo fare sì che si allontanasse. Definitivamente, questa volta. Rimasi appoggiata al muro sperando che mi sostenesse, perché le forze stavano per abbandonarmi. Strinsi le stampelle fino quasi a sentire male e sollevai il mento, piantandogli sul viso uno sguardo che speravo fosse gelido.
"Gradirei rimanere da sola. Vattene. La tua presenza mi disturba", dissi a voce bassa, il respiro affrettato. Se lo avessi schiaffeggiato probabilmente non avrei ottenuto un effetto così devastante. Vidi passare nei suoi occhi sorpresa, delusione, rabbia, ira. Rimase immobile a guardarmi, poi lo vidi scuotere la testa e, mentre si girava per rientrare nel locale, lanciarmi un ultimo sguardo carico di disprezzo e lo udii sussurrare fra sé "Ogni volta che penso di essermi sbagliato su di te mi smentisci... sei una brutta persona, Anna Walker". Diede una violenta manata sul muro e si allontanò a grandi passi, sparendo in mezzo alla folla che entrava.
Non mi mossi per alcuni minuti. Continuavo a ripetermi ossessivamente 'Va bene così... Va bene così... Va bene così...', sicura che, da quel momento in poi, mi sarebbe stato alla larga garantendo così la propria salvezza. Ormai il suo disprezzo per me era senza rimedio. Avevo salvato lui e perso me stessa.
Avrei voluto urlare, ma ero come svuotata. Il male che sentivo in mezzo al petto, come se mi avessero piantato un coltello e lo stessero rigirando, non accennava a diminuire. Respiravo a fatica e mi sentivo priva di forze. Dovevo rientrare e farmi portare a casa, non avrei mai potuto sostenere una serata in quelle condizioni. Con fatica mi spostai dal muro e, ringraziando per la prima volta le stampelle che mi aiutavano a stare in piedi, rientrai con estrema lentezza e mi diressi al nostro tavolo dove tutti, Matthew compreso, erano seduti e si stavano divertendo. Lo vidi guardarmi per un istante e poi rivolgersi di nuovo a una ragazza seduta di fianco a lui, il viso per un attimo oscurato da un'espressione di fastidio che mi arrivò addosso come un macigno. Ma del resto questo avevo cercato e questo avevo ottenuto. Con un sorriso amaro che era spuntato senza che potessi fare nulla per fermarlo, arrivai da Helen e le sedetti a fianco.
"Anna, sei pallidissima. Sicura di stare bene?" chiese lei, preoccupata.
"In effetti la caviglia stasera mi dà noia. Potresti accompagnarmi a casa?"
"Ma certo, andiamo subito. Le altre saranno dispiaciute..."
"Ripeteremo al vostro ritorno, non preoccuparti. Comunque, domattina vorrei che ci vedessimo lo stesso, così ci salutiamo con calma. Va bene?"
"Certo, ci saremo. Ora andiamo, tu non stai bene per niente".
Cercai con gli occhi Diana e Abby, ma vidi che erano andate a ballare insieme a Sylvia e ad altre due ragazze. Non sarei stata in grado di arrivare fin lì.
"Te le saluto io, non preoccuparti" mi disse Helen, poi ci muovemmo verso l'uscita, non senza aver genericamente salutato gli altri seduti al tavolo.
Mentre mi dirigevo alla macchina insieme a Helen, pensai che non avrei mai potuto dimenticare quel locale, quei rumori, quei profumi... e la voce sarcastica di Matthew, che diceva a Jude mentre gli passavo accanto per andare via: 'Cosa vuoi farci, non siamo degni della sua compagnia, lei è troppo al di sopra di noi comuni mortali'.
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