39.
"... per cui direi che, se seguirai alla lettera i miei suggerimenti, potrai tornare ad allenarti già la settimana prossima. Senza strafare, ovviamente. E' tutto chiaro, Walker?"
La dottoressa mi osservò con attenzione, come se volesse leggermi nella mente.
"Certo, ho capito. Pomata, pastiglie e riposo." Ripetei diligentemente. Non vedevo l'ora di uscire dall'infermeria, quella donna aveva la delicatezza di un rinoceronte: per controllare e medicare la mia povera caviglia me l'aveva massacrata per almeno un quarto d'ora e, nel frattempo, non aveva smesso neppure per un attimo di parlare. Mi aveva fatto venire mal di testa e non ero riuscita a riflettere su quanto avevo sentito dopo che Matthew era andato via da lì.
Il mio sguardo cadde sconsolato sulla vistosa fasciatura che chiudeva tutto il piede.Addio scarpe per qualche giorno: l'arpia si era raccomandata di tenere la medicazione per tutta la settimana successiva e,addirittura, di non appoggiare il piede per almeno un paio di giorni.Sarebbe stato noioso seguire le sue indicazioni e cercare di proseguire nella vita di tutti i giorni del College. Mi immaginavo già la faccia delle ragazze quando mi avrebbero visto in quello stato: alcune si sarebbero disperate ma altre, Amber ad esempio,avrebbero fatto salti di gioia. Non avrei mai dato loro la soddisfazione né il tempo di pensare di buttarmi fuori squadra. Avrei seguito scrupolosamente le indicazioni della dottoressa e nel giro di una settimana sarei stata operativa di nuovo.
"Naturalmente voglio vederti, prima che tu riprenda l'attività. Ricominciare troppo presto potrebbe causarti un allunamento dei tempi di recupero.Intesi?"
"Sì, dottoressa." annuii. Più accondiscendente di così...
"Ultima cosa, prima di lasciarti andare. Per i prossimi due giorni non voglio che appoggi il piede. Userai queste."
Guardai le stampelle che mi porgeva come se si trattasse di serpenti.
"Sta scherzando, vero? Io non vado in giro appoggiata a quegli affari. Escluso." Non se ne parlava proprio, non avrei permesso a mezza università di ridermi dietro.
La dottoressa scosse la testa. "Non sto scherzando affatto. Tu da qui non esci senza queste. E te ne dico un'altra. Se vuoi sperare che, alla prossima visita, ti dia il permesso di riprendere con le Cheerleaders, sarà bene che le usi davvero per tutti e due i giorni. Chiaro?"
Fissavo alternativamente lei e quegli oggetti infernali. Non poteva essere vero. Oltre all'orrenda fasciatura, avrei dovuto farmi vedere in giro come una sciancata? Mi sarei chiusa nella Cheers Hall fino alla scadenza dei due giorni, come minimo.
"Chiaro" replicai alla fine. "Ma sono così brutte..."
"Sono stampelle, benedetta ragazza. Nessuno si aspetta che siano diverse da così. A parte te, a quanto pare." sospirò e mi guardò con aria rassegnata. "Ora vai. Ricordati quello che ti ho detto. Tieni il foglio con la prescrizione delle medicazioni da fare e delle medicine da prendere se, in questi primi giorni, il dolore fosse troppo forte." Mi porse un foglio, che riposi nella borsa senza guardare, troppo presa a pensare come rientrare alla Residenza senza farmi notare da nessuno. "Il tuo ragazzo può venire a prenderti? Sarebbe meglio che non facessi altri sforzi, oggi."
"Il mio ragazzo?" Cosa stava dicendo?
"Quello che ti ha portata qui. Non era il tuo ragazzo?" Mi guardò stupita. "Scusami, lo davo per scontato, visto come ti guardava e con che cura ti ha deposta sul lettino."
La fissai, stralunata. "Certo che non è il mio ragazzo. Era in palestra per un caso e mi ha portata qui. Direi che si è sbagliata alla grande, fra me e quel tipo non c'è niente."
Alzò le mani in segno di resa. "Calmati, va bene! Mi sono sbagliata. Ma il concetto è lo stesso: lui o un altro ti può portare alla Residenza?"
"No, mi arrangio. E' qui vicino, in cinque minuti ci arrivo. Non ho bisogno di aiuto." Ci mancava solo questo. Per carità. Anzi, se mi fossi sbrigata forse nessuno mi avrebbe vista arrancare con quelle cose: era ora di cena e fuori era già buio, ci sarebbe stata poca gente in giro per le strade. Avrei fatto bene a sbrigarmi per sfruttare la cosa.
La dottoressa mi guardava con un sorrisetto da schiaffi ma non aggiunse altro. Si limitò ad aiutarmi a scendere dal lettino e a porgermi prima la borsa, che mi misi sulle spalle come aveva fatto Matthew poco prima, e poi le stampelle. In un minuto ero pronta a uscire.
"Vai lentamente, mi raccomando. E ricorda di non appoggiare il piede. Se nei prossimi giorni dovessi avere bisogno, vieni pure. D'accordo?"
"Sì. Grazie." Risposi a denti stretti. "Arrivederci, dottoressa."
Pochi istanti dopo ero fuori dall'infermeria. Il buio avvolgeva ogni cosa e la temperatura era calata, si sentiva che eravamo in autunno. Avrei fatto bene a prendere la giacca più pesante, quando ero uscita quel pomeriggio. Ma chi si aspettava un contrattempo del genere. Respirai a fondo, poi iniziai a muovermi lentamente lungo il sentiero che, attraverso gli alberi, conduceva alla strada poco distante. Se avessi potuto raggiungere la Cheers Hall per qualche stradina secondaria lo avrei fatto, ma purtroppo non era possibile. Fra l'altro, ero abbastanza impacciata nei movimenti e sfruttare l'illuminazione dei lampioni che fiancheggiavano il marciapiede mi avrebbe fatto comodo. Osservai i dintorni: per fortuna la mia previsione era stata corretta: sembrava non ci fosse nessuno in giro, data l'ora. Forse avrei avuto fortuna e sarei riuscita a non farmi vedere in quello stato. Non potevo dimenticare che, oltre all'enorme fasciatura al piede e a quelle maledette stampelle, dovevo avere una faccia spaventosa, fra il sonno e il pianto di poco prima. Quel pensiero mi fece ricordare che, fra tutti i ragazzi possibili presenti al Campus, proprio Matthew mi aveva visto in quello stato pietoso. Di nuovo. Avvampai al pensiero. Detestavo farmi vedere non in ordine; e proprio lui, per ben due volte, prima la notte della rissa e poi poco prima, mi aveva colta ai limiti dell'inguardabile. Perché il destino si accaniva a farmi incrociare quel ragazzo nei momenti peggiori?
In sottofondo a questi pensieri molesti, udii una voce. Ero arrivata sul marciapiede e, con calma, avevo iniziato a caracollare in direzione della Cheers Hall. Ero stata talmente assorta che immaginai di avere sentito male, anche perché non avevo visto nessuno lì intorno. Proseguii ma, qualche istante dopo, udii pronunciare il mio nome. Stavolta non mi ero sbagliata. Mi fermai e mi guardai intorno. A pochi metri da me, fra le auto parcheggiate, vidi una moto. Sopra c'era un'ombra, non illuminata dal lampione.
'No, per favore. Non lui di nuovo.'
"Vuoi un passaggio?" Non potevo vedere la sua espressione, ma il tono della voce era neutro, non lasciava trasparire alcuna emozione. Dannazione a lui. Ma che voleva, ancora?
"Perché sei ancora qui? Non eri andato via?" domandai di rimando, irritata oltre il lecito dalla sua presenza e dal fatto che, per l'ennesima volta, mi vedesse in condizioni pessime.
"Perché in giro non c'è nessuno e ho immaginato che avresti avuto bisogno di aiuto per tornare alla tua Residenza. Non mi pare di aver sbagliato."
"Sì, invece. E' qui vicino, in pochi minuti arriverò. Non ho bisogno di aiuto. Grazie." Gli voltai le spalle e ripresi a muovermi.
Avvertii un fruscio dietro di me e, dopo un paio di secondi, una mano mi sfiorò il braccio. Non potei fare altro che voltarmi.
"Perché sei così maledettamente testarda?" Ancora quello sguardo. Se avesse potuto, mi avrebbe incenerita. "Prima arrivi e metti a riposo quella gamba, meglio è. Fai conto che non te l'abbia chiesto io e sali su quella moto. Per una volta in vita tua sii ragionevole."
Rimanemmo a fissarci per alcuni istanti. Il mio cervello era in acqua, cercavo disperatamente di trovare un motivo valido per rifiutare, ma non ero capace di trovarne. La caviglia mi faceva male e non vedevo l'ora distendermi e prendere un antidolorifico. Ma accettare quel passaggio avrebbe significato sedermi dietro di lui, stargli tanto, troppo vicino e dare credito a quella sensazione che mi aveva attanagliato il cuore quando era uscito dall'infermeria...
Prima che la mia parte razionale prendesse il sopravvento e rifiutasse, udii la mia voce dire un flebile "ok". Mi parve di vederlo sgranare gli occhi, probabilmente non si aspettava che avrei accettato. Deglutii. Mi toglievano la capacità di pensare lucidamente, lui e tutta la situazione assurda che si era creata fra di noi. Forse stargli di nuovo così vicino sarebbe servito a ridimensionare quello che avevo provato poco prima. Doveva servire, sennò non avevo idea di cosa avrei potuto fare per riportare la situazione in un ambito più normale.
Matthew mi seguì mentre mi avvicinavo alla moto poi, in silenzio, mi porse la mano per aiutarmi a salire. Sembrava avesse paura di toccarmi. Non lo feci. In qualche modo, anche grazie alle stampelle, riuscii a sedermi sul sellino della Harley Davidson senza neppure sfiorarlo. Mi complimentai con me stessa e feci finta di non sentire una vocina dentro di me che protestava furiosamente.
Nessuno dei due parlava. Matthew mi porse il suo casco, sistemò alla meno peggio le stampelle poi, con un movimento fluido, salì a sua volta.
"Attaccati da qualche parte. Andrò piano, ma è più prudente se lo fai" disse solamente, girando appena la testa. Poi mise in moto.
Era davanti a me, a pochissimi centimetri. Non fui in grado di resistere, appoggiai le mani sui suoi fianchi con una leggera pressione. Sentii sotto le palme il suo corpo tonico irrigidirsi al mio tocco inaspettato e avvertii, immediata, la risposta del mio... perché doveva sempre farmi quell'effetto, accidenti? Perché bastava averlo vicino per sentire dentro di me la voglia di avvicinarmi ancora di più? Improvvisamente mi tornò alla mente il ballo e il bacio durante la festa a cui avevo partecipato in incognito. Era un pensiero che avevo sempre accuratamente evitato perché troppo pericoloso, ma ora, a così poca distanza da lui, si ripresentò senza che avessi fatto nulla.
Serrai gli occhi e staccai le mani, come se fossero state appoggiate su braci incandescenti. Dovevo scendere, mettere un po' di metri fra me e quel ragazzo: non ero in grado di controllare l'effetto che mi faceva. Lo vidi girare appena la testa, visibilmente stupito. Ma non disse niente, né io gli diedi spiegazioni.
Dopo neanche un minuto, accostò la moto al marciapiede e si fermò. Davanti a noi riconobbi la sagoma famigliare della Cheers Hall. Senza una parola Matthew scese e, nuovamente, mi porse la mano per aiutarmi a fare lo stesso senza che il piede avesse a risentirne. Nell'operazione nessuno dei due parlò, gli sguardi girati ovunque fuorché sulla persona che avevamo di fronte.
"Grazie. Buona serata." sussurrai. Dovevo allontanarmi, perché entro poco non ne sarei più stata in grado.
"Ciao" rispose, anche lui a voce bassa. Senza guardarlo, mi girai e mi diressi verso la Residenza. Mentre mi avvicinavo alla casa, passarono alcune auto e udii schiamazzi e musica provenire da esse. L'ondata di rumore durò un bel po' e sovrastò ogni cosa. Mi parve di udire anche il rombo della Harley, fuso in mezzo a quel frastuono. Era andato. Di nuovo, come nell'infermeria, avvertii una inequivocabile sensazione di perdita. Rimpianto. Delusione.
Cosa mi stava capitando?
Non potevo rientrare in camera. Come la notte della rissa, solo l'idea di farlo mi faceva quasi sentire male. Volevo respirare l'aria aperta, sentire il vento sulla pelle e lasciare che il fresco della sera placasse il mio animo in subbuglio. Così, anche se avevo le stampelle, decisi di rimanere fuori ancora un po': avevo bisogno di schiarirmi le idee, di ricondurle entro confini più sicuri e conosciuti. La caviglia pulsava, avrei dovuto stendermi e tenerla un po' alta, ma quello poteva aspettare. Che differenza avrebbero fatto alcuni minuti? Era un dolore sopportabile, mentre quello che sentivo dentro di me no, non lo era.
Voltai le spalle alla casa e, lentamente, ripercorsi il vialetto che portava al marciapiede. Ricordavo che, in un prato poco distante, c'era una panchina. Sarei andata a sedermi lì per un po', così avrei anche potuto tenere alta la caviglia.
Alzai il viso e mi guardi intorno, per ricordare da che parte mi convenisse andare per arrivare a destinazione facendo meno strada possibile.
E il mio sguardo si trovò incastrato in quello di Matthew, che mi fissava dalla sua moto ancora parcheggiata con un'espressione stralunata, il casco dimenticato fra le mani.
Mi bloccai all'istante, troppo sorpresa per dire o fare alcunché.
"Dove diavolo stai andando, nelle condizioni in cui sei?" chiese.
Sollevai le spalle. "La serata è bella, ho voglia di restare fuori. A te che importa?" Mi sarei mangiata la lingua. Perché ero sempre così scontrosa con lui?
'Perché, cara mia, hai il terrore di quello che potrebbe capitare se iniziassi a essere più amichevole... tu vuoi restare a distanza di sicurezza e questo è un modo sicuro per farlo scappare a gambe levate.'
Dannata vocina. Sempre inopportuna e sempre... sincera.
"Sali. Ti porto in un posto." Evidentemente feci un'espressione piuttosto stupefatta, o schifata, perché si affrettò ad aggiungere "E' perfetto se uno ha voglia di stare un po' per i fatti suoi. Avevo già intenzione di andarci, se vuoi puoi venire con me. Poi, quando saremo lì, andrai dove vorrai e ci ritroveremo per tornare qui."
Lo fissai, soppesando le sue parole. A cosa sarei andata incontro, accettando? Era davvero possibile che ognuno avrebbe potuto stare peri fatti suoi? E se lui mi avesse proposto questa cosa per chissà che scopo?
La sua voce interruppe il corso dei miei pensieri. "A scanso equivoci, non è un appuntamento. In quel luogo io vado per allontanarmi da qui e restare un po' senza nessuno intorno. Per cui, se verrai, quando saremo lì, come ti ho già detto, ognuno andrà per la sua strada e ci ritroveremo alla moto quando sarà ora di rientrare." Si zittì per un attimo. Come mai avevo l'impressione che le sue parole stonassero con l'espressione dei suoi occhi? Ma forse stavo immaginandomi cose senza senso. "Allora?"
"Ok, verrò." Dissi. E in quell'istante seppi, con certezza assoluta, che me ne sarei pentita. Dopo quella sera la mia pace interiore se ne sarebbe andata definitivamente.
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Ciao! scusate il ritardo, ma ultimamente ho davvero poco tempo per scrivere.... spero che non sia deludente.
Un bacio
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