38.
"Non è male. Siamo a buon punto, tu che ne dici?" Mi chiese Monica, mentre continuava a guardare con estrema attenzione il video dell'allenamento cheerleader appena finito.
Eravamo in camera sua, davanti al computer, armate di carta e penna per annotare ogni minima sbavatura sulla quale avremmo dovuto lavorare durante gli allenamenti successivi. Quella seduta così estenuante era stata per me un toccasana, dopo l'incontro ravvicinato con i due Tigers: per due ore non avevo pensato a nulla che non fossero coreografie, musica, passi. Mi sentivo rinata.
"Hai ragione. Non è male per niente, nonostante le due sostituzioni." Confermai. "Sono andate bene anche le prese più difficili. Dovremmo riuscire a essere pronte per la gara."
Monica si appoggiò di scatto allo schienale della sedia e si spinse in mezzo alla stanza, sollevò in aria le braccia in segno di vittoria e si mise a fare una serie di gridolini liberatori.
"Monica! Datti un contegno!" Le diedi un buffetto sul braccio per farla tacere, ma lei mi fece una linguaccia e si alzò per scatenarsi in un balletto forsennato per tutta la camera, cantando a squarciagola 'We are the champions'.
Mi misi a ridere, quella ragazza era completamente fuori. Alta, con un fisico da capogiro e lunghi capelli castani, aveva una tale carica vitale da far scomparire il fatto che il viso non fosse niente di speciale. Era una vera forza della natura, determinata a raggiungere gli obiettivi che si era prefissati e indifferente a ciò che il mondo intero pensava di lei. La guardavo ballare e per la prima volta mi ritenni fortunata a conoscerla e a poterla considerare, quasi, un'amica. Forse avrei potuto raccontarle quello che mi era appena capitato e, magari, mi avrebbe potuto dare una mano. Scossi la testa: quando mai, fino a pochi mesi prima, avrei mai formulato un pensiero del genere?
"Amica, ti ricordo che la gara ancora non c'è stata!" Dissi, cercando di frenarla un pochino. "Non portare sfiga, ti prego!"
Si fermò all'istante. "Ero solo contenta che l'allenamento fosse andato bene. Finalmente si vede la luce in fondo al tunnel, questo non ti dà una gran iniezione di ottimismo?"
"Certo. Ma c'è ancora tanto lavoro da fare, se vogliamo puntare alle finali di Giugno..."
"Disfattista." Mi guardò piegando la testa, come se fossi un'esemplare da laboratorio. "Tu hai qualcosa, in questo periodo. Non so cos'è, ma sei diversa. Meno..."
La interruppi. "Non ho niente, solo un po' di stanchezza arretrata." Non ero pronta ad affrontare certi discorsi.
"...meno stronza, intendevo!" scoppiò a ridere e si buttò sul letto per evitare il cuscino che le avevo tirato. "Lo vedi? Non ti sei arrabbiata e non hai fatto la tua solita faccia da regina offesa. Sta succedendo qualcosa e io scoprirò cosa..." canticchiò. Cosa potevo dirle? Che aveva ragione? Che non mi sentivo più la stessa da un po' di giorni a questa parte? Dirlo ad alta voce sarebbe stato come ammetterlo anche con me stessa e questo non ero pronta a farlo. Non ancora, almeno.
Monica non attese una mia risposta. Si sollevò dal letto e mi tirò il cuscino indietro. "Ora vai, Queen Anna, voglio rendermi presentabile prima di cena. Puzzo come una capra."
"Sei senza speranza, Kowalski. Vado anch'io... seduta di allenamento straordinaria." Recuperai la borsa e uscii con il sorriso sulle labbra.
A causa di Jackson e Stuart non avevo chiamato in tempo le ragazze del Federal Contest , così non era stato possibile organizzare un allenamento straordinario per quel pomeriggio. Perciò ero tornata all'idea originaria: andare un po' in palestra a provare i miei passi in santa pace, da sola come piaceva a me. Sapevo che, a quell'ora, non ci sarebbe stato nessuno: avrei avuto un bel po' di tempo tutta per me.
Mi rendevo conto di essere stanca a causa delle poche ore di sonno e dell'allenamento appena fatto, ma non avrei rinunciato per niente al mondo a quella piccola parentesi privatissima: ero certa che, come al solito, mi avrebbe aiutata a rimettere in ordine pensieri altrimenti piuttosto in confusione.
Mi fermai in camera a mettere qualcosa di pulito e a prendere la musica, poi uscii in fretta prima che a qualcuna delle ragazze venisse in mente di fermarmi con qualche improbabile pettegolezzo.
Come previsto, la palestra era vuota. Dopo aver appoggiato la borsa a terra, preparai l'occorrente per segnarmi le cose da rivedere o modificare nelle coreografie, poi attaccai la musica e il resto del mondo sparì.
Forse, se fossi stata meno presa dal ballo e dalla frenesia di cancellare con la fatica tutto ciò che mi era capitato negli ultimi giorni, mi sarei resa conto che stavo chiedendo troppo al mio fisico. Ma non successe.
Stavo compiendo l'ultima piroetta della coreografia, quando misi male il piede e ci crollai sopra con tutto il peso. Mentre cadevo a terra, sentii un dolore lancinante alla caviglia che mi fece mancare il fiato e un solo pensiero mi attraversò la mente: addio gara.
"No!" Il mio grido rimbombò nella palestra vuota.
Era troppo, l'ultimo tassello della serie di cose negative che mi erano successe ultimamente. Presi fra le mani la caviglia dolorante e scoppiai a piangere, incapace di trattenermi. Da giorni mi stava crollando il mondo addosso e ora, con questo infortunio, avrei con ogni probabilità saltato la gara dell'anno e, forse, detto addio al mio posto in squadra. Erano in troppe a volermi fuori, non ci avrebbero pensato due volte, ora che avrei servito loro la scusa perfetta su un piatto d'argento.
Rimasi stesa per terra per un tempo indefinito, senza riuscire a calmarmi, come se il mio corpo non avesse aspettato altro che una scusa plausibile per buttare fuori tutto lo stress accumulato. Per quanto cercassi di trattenerli, i singhiozzi rimbombavano in quel grande ambiente vuoto e sentirli acuiva ancora di più il mio malessere.
Lasciai la caviglia dolorante e avvolsi le braccia intorno al busto, per cercare di infondermi un po' di forza. Non ero in grado di fermare le lacrime, ma neppure cercavo di farlo, tanto sapevo che non sarebbe servito a niente. La verità era che non stavo piangendo per la caviglia o per il rischio di essere buttata fuori squadra. Non solo, per lo meno. Era per tutte le parole, i gesti e ogni singolo evento che, nelle ultime settimane, stavano lentamente smantellando quella che ero sempre stata, cancellando ogni certezza e lasciandomi come un guscio vuoto, buono solo per il cestino della spazzatura.
Un rumore diverso da quelli che mi stavano riempiendo le orecchie mi fece aprire gli occhi e sollevare la testa. Passi affrettati che si stavano avvicinando a me. Le lacrime mi impedirono di vedere chi fosse in arrivo, ma non ebbi né la forza né la prontezza di spirito di toglierle dal viso per guardare, così mi limitai a rimanere immobile, in attesa.
L'ombra arrivò di fianco a me e poi divenne più bassa: si era accucciata al mio fianco e ora mi aveva preso gentilmente per una spalla.
"Cosa ti è successo? Stai bene?"
Mi sollevai di scatto a sedere e passai rapida una mano sugli occhi per liberare la vista.
Matthew.
Da qualche parte il mio cervello registrò il tono preoccupato, ma l'ira cancellò immediatamente l'informazione.
"Ma mi stai seguendo? Che vuoi? Ti ho detto poco fa che non voglio più avere a che fare con te! Cos'è, sei uno stalker? O sei venuto a gioire che mi sono fatta male? O a ridere perché sono caduta come un sacco di..."
Mi interruppe con una stretta alla spalla, dove la sua mano era ancora appoggiata. "Sei caduta mentre ti allenavi? Non c'era nessuno con te?"
Mi scrutava il viso come a volermi leggere nella mente. Sembrava fuori di sé.
Con un movimento secco mi liberai dalla sua presa e passai di nuovo velocemente una mano sul viso per tirare via le ultime lacrime, innervosita dalla situazione in cui mi aveva colta.
"Certo che ero sola, è ovvio. Nessuno entra qui dentro, durante i miei allenamenti. Ho solo messo male la caviglia." Mi fermai, stupita di vedere la sua espressione cambiare rapidamente, da preoccupata a sollevata. Avevo le traveggole?
Mi guardò un istante negli occhi, poi lo sguardo si posò sulla caviglia destra, ora evidentemente più gonfia dell'altra, e cominciò a toccarla con delicatezza, senza dire una parola.
"Chi ti ha chiesto di aiutarmi? Non ne ho bisogno, non sono moribonda! Posso andare da sola a farmi medicare! Non voglio che..."
"Taci, perdio." sibilò a denti stretti. "Taci, se non per dirmi quando ti fa male."
Un silenzio assoluto calò sulla palestra. Senza dire una parola e senza alzare lo sguardo verso di me, Matthew mi porse un fazzoletto per asciugarmi il viso, poi mi tolse scarpa e calzino con estrema delicatezza, iniziò a toccare vicino ai malleoli e a far fare al piede movimenti microscopici per vedere le mie reazioni. In automatico, ringraziai la mia mania di essere sempre in ordine; avevo il viso sicuramente devastato dal pianto di poco prima, e avrei avuto modo più tardi di vergognarmi per come ero stata colta in un momento di debolezza, ma almeno i piedi erano perfettamente curati e lo smalto rosso cupo era senza sbavature.
Non volevo lamentarmi di fronte a lui, così strinsi i denti per cercare di rimanere impassibile, ma quando toccò la parte esterna del piede non potei fare a meno di trasalire. I suoi occhi corsero subito ai miei e fui stupita di non trovarvi dentro il solito astio. Mi guardava come se non fossi io, come se di fronte avesse una qualsiasi altra persona a cui stava dando una mano. Era uno sguardo gentile, e mi ci persi dentro.
"Qui?" chiese sottovoce. Annuii, incapace di distogliere gli occhi. "Ok" disse allora, ma rimase a fissarmi ancora per qualche momento, prima di riportare la sua attenzione alla mia caviglia.
Respiravo appena, ma non per la paura del dolore. Guardavo ipnotizzata le sue mani muoversi piano sulla mia pelle e mi resi conto che il mio corpo anelava di sentirle in ben altri posti che la caviglia. Cercai di scacciare quei pensieri molesti e inopportuni, ma non potei allontanare lo sguardo dal suo viso chino e concentrato. Strinsi i pugni: avrei voluto affondare le mani fra i suoi capelli e sfiorargli la fronte e le guance per cercare di rilassarlo.
Scossi la testa per riportarmi sulla terra e quel movimento improvviso lo fece fermare immediatamente.
"Ti ho fatto male?" Sembrava preoccupato sul serio. Per me. Stentavo a crederci.
"No, tutto ok. Grazie. Non è niente, vado in infermeria a farmi medicare."
Dovevo allontanarmi da lui, la sua vicinanza mi mandava il cervello in acqua, che lo volessi o no.
Mi fermò, impedendomi di alzarmi. "Tu da lì non ti muovi, ti ci porto io." Si alzò in fretta e lo vidi andare a prendere le mie cose. Continuai a guardarlo mentre raccoglieva tutto per metterlo nella mia borsa: aveva una perfetta padronanza del proprio corpo e un modo di muoversi così rilassato e sensuale, anche nei movimenti più semplici, come raramente mi era capitato di vedere. Girai la testa e mi imposi di concentrarmi sull'atto di rimettermi calzino e scarpa. Quel ragazzo era uno spettacolo che, in quel momento, non ero in grado di sostenere.
Tornò da me e, senza parlare, mi tolse dalle mani la scarpa. "Non metterla, ti farebbe male." La mise nella borsa, che in qualche modo si mise a mo' di zaino e poi, prima che potessi impedirglielo, mi prese in braccio e mi sollevò da terra, apparentemente senza sforzo.
"Mettimi giù! Ti ho detto che mi arrangio!" Esclamai.
Mi guardò tranquillo. "E' una distorsione di poco conto ma, se ci cammini sopra, rischi che peggiori e ti faccia smettere per un bel po' ogni genere di attività sportiva. Allora, ti metto giù?" Non potei replicare alla logica del suo discorso. Sbuffai e mi appoggiai a lui, lasciandolo fare.
Sembrava non fare la minima fatica a portarmi in braccio. Appoggiata al suo petto e alla sua spalla, avvolta dalle sue braccia, mi sentii al sicuro, protetta. Avvertivo ogni suo movimento e ogni suo respiro e avrei voluto che quell'istante si potesse prolungare all'infinito. Era inutile fare finta di niente o negare a me stessa cosa stavo provando in quel momento, così vicina a lui. Alzai lo sguardo e studiai il suo profilo. Aveva il viso disteso, non corrucciato come prima, ed era perso in chissà quali pensieri. Mi venne in mente l'espressione preoccupata che aveva nel momento in cui mi si era avvicinato, e come poi era parso visibilmente più tranquillo, quando gli avevo detto di essermi fatta male da sola. Strano.
"Come mai eri venuto in palestra?" Non riuscii a trattenermi, volevo scoprire qualcosa di ciò che gli passava per la mente.
Sbatté gli occhi e li girò verso di me. Non fui in grado di decifrare quello sguardo. "Ti cercavo" fu la sconcertante risposta.
"Cercavi... me?" Dopo tutto quello che ci eravamo detti nel corso della mattinata? "Perché?"
Sospirò.
"Oggi pomeriggio sono andato da Jackson, Stuart e Greg per far loro capire alcune cose che non sarebbero più dovute succedere, ma nel discorso sono sfuggiti loro alcuni strani riferimenti a te e ai tuoi "tirapiedi", al che ho capito che pensavano che fossi stata tu a mandarmi da loro per intimidirli. Più tardi, Jude me lo ha confermato, dicendomi di averti vista parlare con Jackson e Stuart e di avere avuto la netta impressione che non fosse stato un colloquio molto piacevole... Mi sono reso conto che, andando da quegli imbecilli, ti avevo con ogni probabilità messo in una posizione critica, così sono venuto a cercarti per avvisarti di stare attenta... quando ti ho visto a terra ho pensato..." Lo vidi deglutire a vuoto. Era in difficoltà. Quando riprese a parlare, la voce era un sussurro incerto. "... ho pensato di essere arrivato troppo tardi." Lo sentii stringermi leggermente di più a sé. Sbatté gli occhi un paio di volte, poi li girò verso di me. Lessi ancora preoccupazione in quel mare verde. "Non sei al sicuro, finché quei quattro saranno in giro. Stai attenta e avvisami, se hai l'impressione che stiano complottando qualcosa."
Avrei voluto negare, minimizzare, dirgli di lasciare stare, che non avevo bisogno del suo aiuto... ma sapere di poter contare su di lui per quel problema mi dava una tale tranquillità che non fui in grado di dire nulla di ciò che avrei voluto.
"Ok. Grazie." Fu tutto ciò che uscì dalla mia bocca. Troppo freddo, troppo impersonale, troppo distaccato per come mi sentivo in quel momento. Solo che, per l'abitudine di anni in cui avevo sempre trattato dall'alto in basso chiunque tranne pochi eletti, non trovai le parole per mitigarne un po' l'effetto negativo.
Per la prima volta si era mostrato a me con le difese abbassate e io gli avevo chiuso la porta in faccia. Glielo lessi in faccia, che si aspettava qualcosa di più amichevole: la sua espressione era tornata quella di sempre, distaccata e irraggiungibile. Annuì ma non rispose. Cos'avevo appena fatto?
Non ebbi il tempo materiale per rimediare. Eravamo davanti alla porta dell'infermeria.
"Bussa" mi disse e quella semplice parola cadde fra noi come un macigno, allargando la voragine che ci separava. Lo feci e, pochi istanti dopo, la dottoressa Jones aprì la porta e ci fece entrare.
"Ha una distorsione alla caviglia destra." Disse Matthew, depositandomi sul lettino. Non appena mi lasciò, avvertii subito una sensazione di freddo e vuoto.
Non sentii ciò che disse la dottoressa avvicinandosi al lettino. Ero imbambolata a guardare la porta dell'infermeria, chiusasi dietro Matthew che era quasi letteralmente corso via.
Capii con certezza assoluta che l'unica cosa che avrei voluto in quel momento era essere ancora fra le sue braccia e che non potevo più fare finta che non significasse nulla ciò che provavo quando ero in sua presenza.
E adesso?
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Ciao! Sorpresa... Ecco la scenda parte della "scena" iniziata nel capitolo precedente, non ero riuscita a finire tutto, così ho preferito dividere in due la pubblicazione. Fatemi sapere cosa ne pensate! ^_^
Avviso. La prossima parte, con ogni probabilità, sarà pubblicata dopo il 26 Maggio, scadenza per la terza traccia del concorso di amy_celeste (la rivisitazione in chiave moderna di una favola classica, per me Cenerentola)... portate pazienza ^_^
Un grande abbraccio e ancora e sempre GRAZIE che seguite la mia storia!
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