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Prologo

-Sei davvero sicuro di volerlo fare?

-Sai bene quanto me che è necessario. Non posso restare a guardare, mamma.

La guardava con occhi lucidi, ma con un solo pensiero: varcare quel portone di vetro, oltre cui sapeva celarsi tutto ciò che desiderava. Non solo per qualche motivo personale, ma per molto di più.

-Mamma, lo faccio anche per te - affermò. Ma la madre lo guardava ancora con uno sguardo per così dire multicolore, da cui era impossibile dedurre se fosse fiera o preoccupata. Entrambi conoscevano bene ciò che succedeva a chiunque varcasse quel portone, dove arrivasse, ed a quale prezzo.

Un prezzo che in pochi avevano il fegato di pagare, pur di terminare tutto quello che stava accadendo.

-Lo so benissimo - concordò la madre - ma perché proprio tu?

-Mamma, da quando tutto è cominciato ho praticamente dedicato la mia vita a questo. Ho fatto maratone incredibili davanti a quelle stramaledette schede di numeri e lettere demoniaci. Forse nessuno le conosce meglio di me - e dopo essersi vantato arrossendo, seppure con un fondo di sincerità: - ed a quella gente serve qualcuno in grado di fare questo. Se c'è qualcuno che può farlo, sono io.

-Ma come potrò andare avanti? Sarai bloccato in quel posto orribile, per di più senza che tu abbia il tuo controllo.

-Mamma, avrò benissimo il controllo. Tornerò da quel posto infernale, e quel giorno ti getterai alle mie braccia. Ti pentirai di aver insistito perché rimanessi.

-Come puoi essere così sicuro?

La guardò negli occhi, che emanavano un'aura di sicurezza. -Solo... allora, ho capito che questo è il mio destino. - Parlando di ciò, le sue retine scintillarono. Sua madre sapeva bene che non l'avrebbe mai tirato indietro, perché lui voleva davvero varcare il portone, cosa per cui per metà della vita si era preparato. Ma questo non era sufficiente a strapparle di dosso quell'alone di tristezza.

-D'accordo... - e pianse pronunciando il suo nome in un incomprensibile e confuso mugolio.

Si abbracciarono, ma dopo questo nessuno disse più una parola: si limitarono ad un saluto colmo di sensazioni contrastanti. Mentre lui dopo era rimasto con occhi fissi, quasi che lo venerasse, davanti al portone, sua madre si era allontanata, attraversando il marciapiede a passi strascicati, verso la strada per rincasare.

Oltre il vetro non si intravedeva assolutamente nulla, ma una debole luce sembrava essere emanata direttamente dalle maniglie: fioca e dorata, l'unico lume in quella notte fonda. In cui aveva deciso di compiere forse il suo ultimo sonno.

Finalmente si decise a varcarlo, spalancandosi di fronte un corridoio bluastro dalle mura a schermi. Vi scorrevano quintali di numeri, zeri ed uno, che ronzavano e correvano fuggendo all'infinito nei meandri di quel vuoto informatico, che sembrava non avere fine.

Sin da piccolo aveva dovuto affrontare il codice binario. Per lui non aveva praticamente segreti: una semplice fila di zeri e di uno, che alla maggior parte del mondo sarebbero sembrati soltanto astrusissimi numeri in fila disposti per la gioia dei tecnici informatici, per lui erano come la sua lingua. Due numeri erano in grado di parlare, di raccontare storie. Per esempio, quei numeri narravano tutto quello che succedeva dentro a quel luogo, intuì, ed alla gente che ci viveva: cose che già conosceva, ma al cui solo pensiero fremeva di terrore. Al pensiero di ciò a cui lui stesso stava in realtà effettivamente andando incontro.

Scrutando altre catene di binari che non si prendeva la briga di leggere sulle pareti del corridoio, lo attraversò, fino a raggiungere una sala... ettagonale, con ciascuna parete marchiata da differenti sagome di circuiti. Altri codici vi scorrevano ancora più velocemente, tanto che si faticava a leggerli; ma lui, che aveva letto stringhe per una buona fetta della sua vita, intuiva che dietro a quelle c'era forse qualcosa di diverso: erano pensieri. Emozioni, piani ed altre cose astruse che non riusciva a decifrare nei dettagli. Si diresse verso il bancone centrale, l'unica cosa dell'edificio non fatta di schermi che finora avesse visto: era infatti di pietra, finemente levigata. Porfido rosso, mischiato a marmo. Un materiale di lusso, insomma.

Dietro sedeva una donna, con gli occhi fissi sul computer, alla cui vista lui provò un impeto di rabbia: non poteva credere che anche in quel posto si usassero quegli affari distruttori.

Ma si limitò ad attirare il suo sguardo con un sorriso, e lei semplicemente disse: -Cosa desidera?

Sembrava avesse imparato un ordine a memoria: -Offrirmi volontario - rispose prontamente.

Lei lo guardò con aria stralunata, quasi sorpresa, ma ribatté semplicemente: -Se proprio lo vuole.... posso inoltrare al Selezionatore una richiesta. Ovviamente previa compilazione delle necessarie scartoffie burocratiche.

-Non aspetto altro. - rispose lui. La donna sembrava ancora abbastanza stupita dalle sue parole, dal suo volere ed ancor di più dalla sua determinazione, ma non si oppose: -D'accordo. Solo aspetti un momento, non tiro fuori da parecchio quei moduli, ed è probabile che ci metterò un po' a trovarli. - Stranamente, lui si chiese se fosse sincera. Ed in effetti lo sembrava. Perché mai avrebbe dovuto mentirgli?

Tuttavia le leggeva negli occhi una sorta di senso di colpa, mentre si dirigeva all'archivio. Ma non avrebbe saputo dire come avesse fatto.

Forse era stufa di permettere che della gente venisse caricata di questo compito? Che, come diceva sua madre, od almeno come pensava sua madre, poteva essere senza ritorno? La capiva piuttosto bene: ma lui era determinato a continuare. Probabilmente anche tutti gli altri lo erano, ma lui lo era ancora di più. Come aveva pensato forse per la settantesima volta da quando era uscito di casa, si era addestrato per tutta la vita, o quasi, a questo.

Dopo un minuto lei ritornò, con una faccia impassibile, porgendogli due schermetti ed una tastiera universale. -Ecco, sono questi. Le basterà premere il pulsante e potrà essere inviato il tutto, previa una mia conferma. Ora che ci penso, la duemila e duecentunesima da quando sono rinchiusa in questo gabbiotto.

-Sono duemila e duecento?! - chiese lui sorpreso. -Ebbene sì - rispose. -Tutti questi, non è strano? Ho praticamente passato gli ultimi dodici anni della mia vita dietro a quella scrivania, escludendo quei brevi ritorni a casa (insomma, anch'io devo stare un pochino con mio marito, no?) - Mentre prendeva confidenza sfoderò un lieve sorriso, che contagiò anche lui, ma si indebolì rapidamente alle parole successive: -Ed ho quindi dovuto dare quattromila e quattrocento di quegli schermi del cazzo. Che, tra l'altro, finora non sono serviti proprio a nulla. Tutto fuori rimane stabile, ed io devo affrontare la cruda realtà di dover continuare ad usare uno di quei pochi computer sottosviluppati ed imbecilli, che a malapena ti fanno giocare a Prato Fiorito. Pensa che bella vita devo avere.

Non capiva bene perché avesse raccontato tutto ciò, ma in fondo alla luce di ciò che aveva detto la capiva: in fondo, in quell'ettagono forse non passava mai nessuno. Quella povera donna, escludendo quei brevi ritrovi giornalieri (o settimanali? O chissà?) col marito, passava probabilmente la vita da sola. Do certo aveva bisogno di sfogare su qualcuno la sua parlantina femminile, e di spettegolare, anche se con uno sconosciuto tra i tanti che non sapeva se mai avrebbe più rivisto.

Prese quegli schermetti. Spinse lo sguardo tra i debolissimi numeri che scorrevano sotto al testo: sembravano innocui. Sapeva fare anche quello: pensandolo si convinse ancora di più di poter riuscire ad affrontare ciò che avrebbe incontrato. Anche se non aveva fatto nulla di tanto complesso.

Si chiedevano il nome, il cognome, altre robettuole anagrafiche, una firma, e, solo sul secondo schermo, di esporre dettagliatamente il motivo che spingeva il compilante ad intraprendere quella missione.

Si sbarazzò subito, spazientito, della spazzatura anagrafica: digitò alla sua solita velocità supersonica su quella tastiera quelle sciocchezzuole richieste e sussurrò la firma vocale. Lo schermetto si illuminò di verde, e lui premette il pulsante: "Ho riempito". Ora era comparsa la scritta: "Confermi l'addetta", in caratteri biancastri. Come tutti i testi, i numeri ed i codici lì dentro.

Poi si gettò sul secondo schermo. Non sapeva esattamente come cominciare, ma semplicemente attaccò la tastiera e si diede ad una folle scrittura: buttò giù qualsiasi cosa avesse in testa, perché sapeva di avere la testa piena di cosa da raccontare, ed era certo dentro di sé che avrebbe scritto le cose giuste. "Voglio unirmi alla vostra causa perché da quando tutto è cominciato," stava scrivendo, praticamente ricopiando inconsciamente le parole dette a sua madre, "non ne ho potuto più di questa dittatura. Ho deciso di dedicare la mia vita a combatterla, e mi sono dato allo studio di qualsiasi cosa che potesse essere utile per questo: mi sono bruciato gli occhi sugli schermi studiando codici e simili, fino a non poterne più, motivato dalla sola voglia di unirmi a voi per fermare questa situazione inaccettabile, di cui dobbiamo necessariamente riprendere il controllo. Neanch'io sopporto che quegli infami ci tengano sotto controllo: abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile: ed insomma, io sento di poter uscire da quel posto ed ottenere qualsiasi cosa vi serva. Queste sono le mie motivazioni." E premette il pulsante di conferma, al cui tocco si illuminò anch'esso di verde esibendo la scritta "Confermi l'addetta".

Sapeva di essere stato un po' vanitoso, ma in fondo lui pensava davvero quelle cose. Lui credeva di potercela fare.

Ritornò quindi dalla donna, all'angolo opposto della stanza ettagonale, seduta di nuovo alla scrivania digitando cose che lui non vedeva. Stranamente gli rivolse un sorriso, i cui motivi non trasparivano.

Lei attaccò la tastiera, mise un codice di undici cifre, che lui vedendo sbarrò gli occhi, e poi pronunciò con voce tonante: -Qui l'addetta, riconosciuta. Confermo.

Gli schermi emisero un suono e si spensero.

-Be'... non mi resta che augurarti buona fortuna nella Datospiana.

Datospiana. Lui rabbrividì ma al tempo stesso meditò e si riempì d'impazienza a quel nome. Era una sensazione piuttosto strana.

-A quella porta. Arrivederci - finì la donna sorridendo ancora.

Lui si limitò a dire: -Be'... grazie. Lo spero veramente.

E si incamminò, mentre la donna diceva alle sue spalle: -Ho visto sul viso di tutti questo timore, ed ho augurato ad ognuno di voi che le vostre speranze si avverassero. Non posso garantirti che per te sarà diverso, ma... sappi che per quanto possa esser sembrata all'inizio un po' distaccata, come tutta l'umanità, penso, faccio il tifo per tutti voi.

Lui sorrise a quelle parole mentre spalancava il portone, che dava su una rampa di scale a schermi altissima. Si fece coraggio, e cominciò a salirla, verso il suo futuro. Incerto persino per lui.

ANGOLO DELL'AUTORE:
Be', e questo è il mio prologo...
Prime impressioni? Lodi? Rimproveri?
Su, lasciate un commento! E se vi è piaciuto... premete quella stella :)

Image source: http://www.defamationremovalattorneysblog.com/2015/02/how-to-remove-false-defamatory-glassdoor-reviews/

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