CAPITOLO 42-Avere un'identità
(Yeela)
-Yeela!
Una voce mi sveglia dallo stato di apatia sofferente in cui verso.
Dopo esser stata a fissare il vuoto per un tempo indefinito, lasciando che il dolore mi soggiogasse e si impossessasse del mio corpo, quella sorta di sonno che velava la mia mente generale svanisce di colpo. Mi ero come assuefatta.
Così quello stesso dolore ritorna con la stessa allucinante intensità di prima: stringo i denti e chiudo gli occhi. Ma poi il ricordo della voce mi spinge a riaprirli.
Per qualche strano motivo, nel quadrato scuro che dà sullo spazio aperto, vedo, rovesciata rispetto ai miei occhi, la faccia di Quassus.
Cosa potrei dire? -Salvami...! - Piegata dal dolore, però, non riesco a farla suonare come una vera richiesta d'aiuto. Sembro essere in punto di morte.
-Aspetta un attimo! - mi grida. -C'è un dissipatore di codici! Lasciamelo neutralizzare!
Datti una cazzo di mossa, dico io.
Adesso vedo un rettangolo grigio di fronte alla sua faccia, che dev'essere il computer.
-È invulnerabile! - mi grida.
-Che minchia vuol dire? - riesco ad articolare con la poca voce di cui sono capace in quest'istante.
-Non posso oltrepassarlo! Dammi un attimo per trovare un'altra via! - risponde, forse senza neanche avermi sentito.
-Fai come ti pare, ma tirami fuori da questo posto del cazzo! - riesco ad urlare. Il dolore mi rende più barbara di quanto non sia già normalmente.
Sembra sussurrare qualche lamento, ma io non ho più voglia di rispondere.
Aspetto in questa posizione, sempre distesa ed incatenata, ad aspettare. Nel frattempo, il dolore continua il suo lavoro, riportandomi dopo un minuto a quello stato di apatia totale. La mente è di nuovo appannata, e la testa crolla di lato, afflitta.
Se fossi in uno stato migliore, e soprattutto se vedessi ancora Quassus, gli chiederei che minchia stia combinando. Ma, anche con questi occhi semi-dormienti, vedo che non si affaccia più dal quadrato.
Che quello stronzo mi abbia piantata in asso?
Un rumore di caduta di mattoni, di demolizione, di un muro abbattuto da un martello.
-Yeela?
Eh? Dov'è?
La mia mente viene nuovamente destata, così la sua sagoma mi si para davanti.
È in piedi proprio di fronte a me, al mio fianco sinistro. La luce della stecca azzurra lo ricopre di un alone spettrale. Dietro, vedo una cavità. Alcuni cubi della parete sono spariti, così che vi si è formata una nicchia. Da cui lui è provenuto.
Vorrei tempestarlo di un fiume di domande, ma dopo aver fatto una smorfia di dolore riesco ad articolare soltanto: -Come hai fatto?
-Una via traversa - dice orgoglioso, mentre comincia ad armeggiare col computer. -Questo pozzo, a quanto pare, per sicurezza, ha un distruttore di codici invisibile vicino all'orlo. Se mi fossi calato sarei finito in frantumi e ciao ciao. - Mentre pronuncia queste parole, ho un'improvvisa fitta di dolore acuto, nel punto trafitto dall'asta. Emetto un gridolino dolente soffocato.
Esaminando ancora i dati, osserva: -Ti stanno dando delle scariche elettriche periodiche.
-Allora sbrigati a sciogliere le catene! - ordino, più con fretta che con rabbia.
Torna a digitare. -Stavo dicendo, semplicemente questa come tutte le celle ha una porta... mi è bastato scassinarla. - Fa un momento di pausa e poi cambia tono di voce. -Puoi dire: "piccolezze?"
-Piccolezze - pronuncio. Sento poi un formicolio alle braccia. Vengo però percorsa da un'altra scarica elettrica, che mi fa chiudere gli occhi e lanciare un breve ululato. Poi, però, vedo nuovamente.
Girando la testa, vedo che i polsi mi si sono ristretti. L'avambraccio ora ha la forma di un cono e la mano sembra compressa, così che potrebbe tranquillamente eludere l'anello delle catene.
-Ovviamente, visto che era la tua cella, non potevo spezzare le catene così facilmente - dice Quassus - ma non serviva. Quando non puoi cambiare la Datospiana, devi cambiare te stesso.
Sorrido alla citazione. Ma il mio sorriso viene cancellato dalla scarica elettrica successiva, ancora più forte, che mi strappa un grido da doglia. Le mie parole che ne risultano non potrebbero essere diverse: -Cazzo, liberami!
-Dammi un momento! - grida in risposta. Sento una pressione sulle braccia infastidite, mentre vengono sfilate dagli anelli delle catene e liberate. Lo vedo, mentre traffica con la mia pelle. Il che, vista la situazione, non è una sensazione piacevole, anche se non posso ignorare il calore che le sue dita mi diffondono tra i nervi.
La stessa cosa fa alle gambe, che evidentemente aveva rimpicciolito assieme alle mani. Assaporo il suo contatto mentre i ferri fluiscono via, scivolando sul sebo.
Ma appena i suoi polpastrelli lasciano la mia pelle arriva un'altra scarica. Vagisco.
-Adesso viene la parte più delicata... - sussurra. -Intanto, pronuncia "ritorno".
-Ritorno - dico. Quella parola, detta con tono definitivo, viene seguita da un altro formicolio agli arti, a notificarmi che tutto è di nuovo normale.
Nel frattempo continuo a fissare il quadrato scuro come stavo facendo prima. Non riesco però ad elaborare neppure una riflessione, perché avverto un contatto, prima sui fianchi e poi sulla schiena, che mi causa un brivido istintivo. Il che, essendo perforata da un'asta, non mi fa affatto bene.
Mi sta sollevando, per sfilarmi dalla stanga, tenendomi per la schiena, come fossi un tramezzino a cui si debba togliere lo stuzzicadenti.
Ovviamente non potrà sradicare l'asta, che gli avrebbe impedito di alzarmi finché ci fosse stata, quindi userà le sue forze.
Comunque non è una bellissima esperienza venire estratti da un palo. Non solo è un po' doloroso, ma fa parecchia impressione.
Ma quando le sue braccia mi ribaltano, così che cado in ginocchio sui mattoni azzurri, mi sembra di essermi risvegliata da una tortura.
E nei fatti lo era. Dolore continuo senza un momento di tregua. Per un giorno intero.
Lui... mi ha salvata... ed ora si è abbassato in ginocchio... accanto a me...
Non posso esprimere tutto con le parole.
Meglio un abbraccio.
Il movimento è praticamente istantaneo. Dopo un secondo il mio naso già gli sta affondando nella guancia, mentre l'anello delle mie braccia lo imprigiona. Fa un effetto diverso, così: so che dietro questa stretta c'è una montagna di sentimenti, non solo di gratitudine, che qualche verso fatto con la lingua non può rendere con efficacia.
Resto così, con gli occhi chiusi, con la mente che si concentra solo sulla sua consistenza, sul suo calore.
-Yeela, so che mi vuoi bene - ammette con una franchezza velata da sufficienza, -ma ora lasciami, così ti rimargino la ferita.
Sai che ti dico? -Ma vaffanculo. - E stringo più forte. Quassus, questa sono io. Smettila di fare la calcolatrice meccanica e sciogliti come farebbe qualsiasi altro uomo, cazzo.
-Yeela! - dice, sfondando la mia presa ed ergendosi in piedi. Lascia sulla mia bocca una faccia sconvolta dalla delusione, e nella pancia il ritorno del dolore per il foro dell'asta. -Seria!
Solo allora vedo che la sua maglia è macchiata a strisce di sangue, e ricordo che praticamente tutto il corpo mi è stato aperto e sbrindellato come una bandiera vilipesa.
Non dice altro, anche se continua a tenere il broncio. Digita qualche stringa, probabilmente del mio avatar. Dopo qualche secondo vedo le braccia curarsi magicamente. Da un momento all'altro l'apertura è scomparsa, senza lasciare neppure una cicatrice, e così per gambe e ventre.
Digita un po' di altre cose. Quando chiude il computer col solito "eclissati", gli è ritornato il sorriso. -Ecco, oltre a curarti - esplica - ho rinforzato il tuo corpo, rinnovato la spada ed i firewall, e fornito un nuovo drone. Per la spada, ti basterà dire "attacca".
Non appena lo menziona avverto il suo tipico squittio, così che mi giro verso sinistra. Questo drone è uguale agli altri, ma stavolta è rosa. E le scanalature dorate.
-Ma è magnifico... - articolo io.
-Già - liquida - ma adesso dobbiamo fuggire. - Mi guarda negli occhi, scavando nei miei in profondità. -Ti spiegherò tutto andando. Ma è il momento di uscire.
Non perde neanche un momento: mi trascina verso la nicchia.
-Come l'hai aperta? - gli chiedo.
-Semplicemente, questa era la porta della cella, un altro pozzo più stretto collegato - dice aprendo il computer. -Solo che aveva una misura di sicurezza, per di più invisibile e crittata, così che solo un addetto sarebbe potuto entrare. Ma io, non fidandomi, ho provato a saggiare il passaggio gettando una pallina di carta. Che è bella finita in fiamme. - Probabilmente non l'ho sentita perché già ero ripiombata nello stato apatico. -Ma adesso non preoccuparti. Sei invunerabile al fuoco, e...
Appena pronuncia "eclissati", sento come un vento salirmi da sotto, sconquassandomi i pantaloni, e rapidamente risaliamo volando verso l'alto. Mi percorre una scarica d'adrenalina mentre, durante l'ascesa, il vento si estende a tutto il corpo e per un momento la mia vista viene coperta da un colore rosso. Le fiamme.
Poi però risaliamo, ed atterro dolcemente su un pavimento uguale a quello precedente. Ma fuori è tutto diverso.
Intanto, il foro da cui sono entrata si è già richiuso.
Sulla volta c'è solo il cielo scuro che prima vedevo da lontano. Il pavimento, invece, forma una sorta di sistema a griglia di passerelle. Probabilmente, se potessi osservare dall'alto, vedrei la sagoma di una griglia azzurra intervallata da quadrati più profondi. Nel suo complesso è illuminata da una luce normale, di cui però non individuo la fonte.
Non c'è null'altro che potrei descrivere, e comunque Quassus, che già mi stava tenendo per il polso, mi strattona, incitandomi: -Andiamo, non perdiamo troppo tempo.
Mentre prendiamo a camminare sempre dritto, mi spiega: -Questa è la prigione informatica, Yeela.
La prigione? Il luogo dove vennero portati, anni or sono, tutti i primi ribelli?
Ricordo davvero ancora questa notizia? Sembrava fossero stati dimenticati dal mondo. Allora, si annunciò solo ci fosse stata una grande retata, e tutti quei tizi mai più si videro.
Di certo non ci sono solo loro, eppure ora posso constatare quanto tutto sia crudele. Io sarei morta forse domani, e loro patiscono tutto questo da anni.
E lo vedo appena mi affaccio su un altro pozzo, vedo in fondo la sagoma immobile di un uomo. Non posso non provare pietà. -Quassus, dobbiamo...
-Yeela, non farti idee strane - sbotta. -Ogni secondo che passiamo qui in più è una probabilità di morte aggiuntiva. No, no, e no.
Non riesco a ribattere, e resto in silenzio. Così riprende a spiegare: -Comunque, a parte questo, ho trovato i nostri documenti. Ed ora so come fare.
Volgo le orecchie verso di lui. Tanto le mie gambe stanno camminando automaticamente.
-Uno di noi dovrà andare alla plancia di comando e sbloccare la stanza di controllo degli avatar, l'altro passarci e tirarci fuori. Semplice. Ovviamente io farò la seconda cosa. Tu, forte del tuo drone, metterai fuori uso chiunque sia sulla plancia e mi aprirai la via. Senza un'autorizzazione della plancia non si può accedere a quella stanza.
-Come ci arriverò?
-Questa prigione è collegata col palazzone, pare. Andremo ad un ascensore, ed ognuno per la sua via. Tu andrai fino in fondo e cercherai il comando. Mi darai via libera e rapidamente interromperò la connessione tra i nostri corpi e gli avatar.
-D'accordo... - sembra così semplice, e per questo la cosa non mi convince. Eppure, se dice il vero, la nostra uscita dipende davvero solo da quell'ordine che manderò.
-Poi, ho trovato i nostri documenti - dice estraendo dalla tasca un foglio arrotolato, che prima non avevo notato, porgendomelo senza batter ciglio. Io, continuando a camminare, lo srotolo e mi metto a leggerlo. Ignoro il numero del documento.
"SOGGETTO 480.
SOGGETTO RICERCATO.
Nome fittizio: Yeela.
Nome reale: Claudia Tigli
Avatar numero: 3888 (informazioni nel documento 10)
Password: Lajq9we
Età: 18
Data di nascita: 7 maggio 2038
Sesso: donna
Indirizzo precedente: Roma, Via della Paglia 4
Professione: Studentessa
Istanza presentata alla sede di: Roma
Ragioni di venuta: Voglio tornare libera."
Da quanto tempo non ricordavo queste informazioni?
Davvero per sei anni io stessa mi sono chiamata con un nome fittizio? Ho dimenticato il mio vero nome? Quella era la mia data di nascita? Quella era la mia vecchia casa, di cui non ricordavo mai l'indirizzo esatto? Non nego di esser stata solo una studentessa, ma perché "sede di Roma"? Davvero ero romana? Ed esistono altre Datospiane? O solo diverse sedi o punti di raccolta? E davvero scrissi quelle righe per venire qui?
E se ci fossero ricordi che siamo programmati per non recuperare?
-È uno shock? - mi chiede Quassus, riprendendolo. -Be', guarda anche il mio. Io ho già letto il tuo, comunque.
Non mi offendo. Non avrebbe senso. È bene che sappia qualcosa su di me.
Srotolo anche la sua... pergamena. Sì, sono pergamene. Strano, per il contesto. Ma non mi faccio distrarre.
"SOGGETTO 2201.
SOGGETTO RICERCATO.
Nome fittizio: Quassus
Nome reale: Stefano Dittali
Avatar numero: 10393 (informazioni nel documento 10)
Password: AA4943
Età: 18
Data di nascita: 8 maggio 2038
Sesso: uomo
Indirizzo precedente: Roma, Via della Paglia 7
Professione: Studente
Istanza presentata alla sede di: Roma"
Di certo deve aver trovato le istruzioni in quel documento 10.
Nella ragioni di venuta c'è un testo chilometrico che non mi appresto a leggere. Tuttavia, scoprire contemporaneamente come veramente si chiami, che siamo nati ad un giorno di distanza e che vivevamo lontani solo tre numeri civici mi dà quasi un infarto.
-Ehm... Claudia. - anche se mi chiama col mio... vero nome (che strano chiamarlo così), reagisco immediatamente.
-Sì... Stefano?
-Siamo arrivati.
Davvero?
Ero tanto impegnata a leggere i documenti che non mi ero resa conto di dove fossimo arrivati.
Davanti a me c'è una pedana circolare azzurra, che fa da punta ad un sentiero. Insomma, una linea della griglia va oltre il bordo, culminando proprio in essa.
-Ecco l'ascensore.
Ci lasciamo lentamente le mani.
Avanziamo a piè pari finché non vi poggiamo sopra i piedi, lui da una parte, io dall'altra.
Neppure una parola.
-Quattrocentosettantacinque - pronuncia Quas... Stefano, ed uno schermo verticale di luce bianca, con sopra una lista, compare. Lui fa un passo avanti, ponendovisi davanti.
Di profilo rispetto a me, legge scorrendo con gli occhi, che vedo muoversi dalla mia posizione. Nel mentre sussurra parole che non afferro, ma poi pronuncia, col tono di chi ha trovato qualcosa: -Plancia. - E preme una delle righe.
E lì una luce bianca avvolge tutto.
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