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CAPITOLO 4-Sconosciuta sfottente


(Quassus)

Svegliarmi non è il mio primo desiderio.

Non voglio aprire gli occhi e ritrovarmi di fronte quella specie di obbrobrio mostruoso, pronto a sventolarmi ai quattro punti cardinali come un frullatore. Se proprio devo morire senza aver mai più visto casa... morirò ignorante, e con gli occhi chiusi.

Devo essere ammattito se persino in un momento così riesco a fare pensieri stupidi. Il mio primo pensiero dovrebbe essere affrontare qualsiasi blocco mi sia venuto e fuggire a gambe levate.

Ma appena aguzzo l'udito mi accorgo di non essere nello stesso luogo. Infatti tutto è molto morbido, quasi che sia su un materasso, non sento ronzii elettronici né ululati digitali. Addirittura intravedo attraverso le palpebre chiuse un alone di luce chiara, ma colorata. Sento il cinguettio degli uccelli che sembrano volermi allietare, anche se tutto in modo molto sommesso.

Avanzo la domanda: -Sono morto?

-Vivo e vegeto – risponde secca una voce femminile.

Ma allora cosa...?

Le mie palpebre indugiano ancora, non si aprono. Sono costretto ad esplorare soltanto con udito, tatto ed olfatto. Be', non che ci sia molto da annusare, se non quest'aria sterile.

-Te la sei vista brutta con quel mammut digitale – continua.

Chi cavolo è questa tizia? Come sa che sono stato sconfitto da un mastodonte di pixel e numeri che oggi aveva voglia di menare le mani a caso? E come mai tutto è scomparso?

-Chi sei...? Cosa fai qui? Cosa ci faccio io qui? Come sai tutto? In che cavolo di posto sono capitato...?

-Oh, e stai zitto. – Obbedisco immediatamente, d'istinto. –Avessi saputo che questo incontro era destinato ad iniziare con piogge di domande sparate a raffica, ti avrei lasciato alla mercé di quell'imbecille. Avrei potuto continuato il mio percorso abituale.

Capisco sempre meno. Ma ti costa esser chiara? –Il tuo percorso abituale...?

-Immagino che, per quanto lo possa volere, non sarà utile a nessuno dei due portarti fuori e sbattere quella tua zucca bacata che ti ritrovi contro un terminale elettrico, con tutta la forza delle braccia. E, credimi, dopo tutti questi anni della Datospiana si sono ben irrobustite. Hai un assoluto bisogno d'aiuto se sei stato appena sventrato, scartavetrato e sbrindellato come uno straccio da quel mammut. Ti ricordo che senza di me ora saresti bellamente andato in game over.

Questa tizia argomenta colloqui senza capo né coda, ma non voglio che mi insulti ulteriormente, per cui mi calmo, e, per prima cosa, vinco il piombo che mi vela le palpebre ed apro gli occhi.

E finalmente riesco a vedere tutto.

Sono in un'altra baita, probabilmente quella della tizia, anch'essa carica di scaffali pieni di frutta. Oserei dire che è quasi identica alla mia, salvo piccoli dettagli nella disposizione. Ma per il resto è uguale.

Lei è ritta accanto a me, ed ora ne vedo l'aspetto: una semplice camicia bianca (be', biancastra, ha un aspetto chiaramente provato dal tempo), pelle olivastra e capelli di un colore strano, quasi ocra, ma dall'aspetto morbido e setoso.

Be', e non saprei come altro descriverla. Non mi salta all'occhio assolutamente nulla.

-Be', mister Quizzettone? – si rimette a parlare – stavolta taci?

Mi ha insultato già troppo, ma non voglio uscire così di colpo. Sia perché sono ancora un po' frastornato, sia perché non intendo fuggire con così tanta confusione mentale e disordine.

Quindi prendo la decisione più semplice. –Be' – insomma, incomincio sempre con la stessa parola – allora direi di cominciare con le presentazioni.

Lei si stava già avvicinando, ma ora mi ha raggiunto, ed abbassatasi ginocchioni mi accarezza la guancia come se fossi un gattino. Nel mentre si disegna un sorriso strafottente sulle labbra. –Bravo, Quizzettaro. Finalmente hai disposto sette parole che abbiano un senso compiuto.

Spero tanto che non ci metteremo ad insultarci per tutta la giornata. Per vari motivi: primo, non è che sia chissà qual sommo gaudio essere chiamato "Quizzettaro" solo per aver fatto seimila domande, in un modo abbastanza ovvio data la mia confusione; secondo, ho assolutamente bisogno di mettere ordine nella mia mente; terzo, i miei insulti sono di tutto rispetto. Modestamente, non è proprio da galantuomini ferire una gentildonna. Be', chiamala gentildonna...

Quarto, ancora non so chi cazzo tu sia e mi tratti come se fossi tuo amico? Ma dare spiegazioni?

-Allora, io sono Yeela. Veterana datospianese, soggetto 480. Piacere – e mi dà la mano, che io stringo debolmente.

-Ed io... sono... Quassus. – annaspo un pochino cercando di ricordare il numero del mio cartello – Soggetto 2201. Tizio che non ha una minchia d'idea di cosa succeda o di dove si trovi – esordisco.

Lei scoppia a ridere, quasi cadendo all'indietro, ma poi ristabilisce l'equilibrio e si protende in avanti, piuttosto vicina alla mia faccia. Mi sovrappone un braccio al corpo, appesantendo così i miei respiri. E dire che come battuta non mi avrebbe fatto ridere. –Quindi sei tu il nuovo soggetto. Il novellino. Non ne vedevo uno da parecchie settimane.

Non capisco di cosa parli esattamente: ma ho due domande in testa, ed una sola può avere la priorità. A meno che non voglia che volino altri nove o dieci insulti compressi in un solo periodo.

-Come mai sono a... casa tua?

Lei, ancora con un alone di sorriso sulle labbra, comincia a rispondermi: -Partendo dall'inizio... sei stato aggredito da un mammut digitale. Quell'essere enorme che ti ha sbatacchiato ai quattro venti. Stavi per svenire, ma io mentre correvo mi sono per caso imbattuta in voi, e vedendo che ti tormentava mi sono sentita in dovere di aiutarti. È raro incontrare qualcuno, qui nella Datospiana. Così, sono riuscita a direzionarlo perché si schiantasse contro un'Agotorre (è un torrione che vaga da queste parti) e poi sono tornata per portarti a casa e darti un primo soccorso. Per fortuna in queste baita c'è una piccola scorta di strumenti soccorritori.

Be', mi ha soddisfatto. Ma ora arriva la domanda che in effetti temo di più: -Che cavolo di posto è... questa baita, là fuori, tutto, e perché ci sono finito?

Mi lascia di stucco che lei risponda così rapidamente: -Probabilmente per lo stesso motivo per cui ci sono io.

Mi fissa con occhi vitrei, neutri, totalmente impassibili.

-Quassus, questa è la Datospiana. Attualmente ci vivono 2201 persone, e se questo è accaduto è a causa del passato che non ricordi, ma di cui io ho già recuperato la memoria.

-Come?! – Le chiedo ansioso. –Te lo dirò più tardi. – dice senza toni rimproveranti. –Tu hai me come fonte d'informazioni. Stavo dicendo... Quassus, questo non è il mondo abituale. Non quello reale. Non ho idea di come siamo finiti esattamente qui, né perché "qui" esista; ma so che fuori, nel mondo reale, il mondo è... governato da una dittatura informatica.

Dittatura informatica. Ma che cazzo...?

Vorrei chiederle di spiegarmi meglio, ma improvvisamente mi accorgo di saperlo, di averlo sempre saputo. Nella mia memoria sono impressi i ricordi che documentano tutto chiaramente.

Lei però sembra voler parlare al suo posto. -Un timore che già da tempo avevano avanzato gli scienziati si è avverato. Quassus, abbiamo reso i computer tanto intelligenti che ora sono loro a comandare noi. Ci hanno sottomesso. L'incubo dell'umanità dagli anni 1950 è divenuto reale. Vivevamo (anzi, viviamo) in un mondo in cui i computer governano e controllano ogni aspetto della nostra vita. Sono esattamente come i vecchi politici: si fanno propaganda, convincendoci della giustizia del loro governo e della pericolosità dell'autonomia mentale, e ci facevano un continuo lavaggio del cervello, indicandoci cosa fare, che amici avere, che carriera intraprendere, insomma siamo divenuti a tutti gli effetti i loro servitori, come loro lo erano una volta, svolgiamo tutte le mansioni materiali per loro. Per qualche motivo che ancora non ho scoperto della gente poteva offrirsi (anzi, può, con te) per venire qui, nella Datospiana, conscia di tutto ciò che l'avrebbe aspettata, ma previo azzeramento selettivo della memoria, così che dimentichino tutto ciò che si correli alla missione. Ricordando esattamente chi siano e come funzioni il mondo, ma senza una magnifica cavolo d'idea di perché siano qui e dove si trovino. Come ti ho già detto, non so perché sia presente tutto; non so altro, ma è quello che cerco di capire da anni completando i livelli della Datospiana, che ricordano tanto quelli di un videogioco. Che venivano, come sempre, imposti dai nostri carissimi computer.

Ho bisogno di un pochino di tempo per digerire tutte le informazioni, anche se già ne conoscevo la maggior parte. Non ci posso credere: davvero mi sono offerto per venire qui? –Ma tu come sai questo?

-Be', ci sono varie fonti qui in giro, ma sarebbe complicato da spiegare.

Sono semplicemente scioccato. Ma non mi scoraggio, e continuo a cercare risposte. –È davvero tutto quello che sai? E come potrei aiutarti?

Sospira. –Sì, penso di non avere proprio null'altro da dirti. Non ho idea del perché né del come, né da dove sia sorta la Datospiana. Fatto sta che io ho esplorato questo posto in lungo e in largo, ed a quanto pare ha dei confini. Se corri in linea retta, come feci io qualche anno fa (sono da sei anni qui dentro), arrivi ad un punto in cui sale una parete pressoché invisibile, come se fossimo bloccati in una scatola. Forse nessuno tranne... loro, sa cosa vi sia al di là. I livelli sono normalmente sconnessi tra loro. Ad ogni modo, - e qui sorride – mi puoi aiutare in due modi: aiutandomi ad affrontare i livelli per aiutare ad indagare fino in fondo e scoprire la verità, come ho fatto io pervenendo fino all'ottavo (ce ne sono dieci in tutto). Non penso sarebbe un fardello viaggiare in due, anzi... in molte cose, ho notato, sarebbe utile un lavoretto di coppia. Secondo, sempre a proposito di coppia – e qui sfodera un ghigno – mi piacerebbe che rimanessi qui, potremmo vivere assieme. Ed affrontare tutto in due: è rarissimo incontrare gli altri soggetti della Datospiana (anzi, a dire la verità non ne ho mai incontrati) e non ho da tanto contatti umani. Ho bisogno di compagnia ormai, quindi non mi dispiacerebbe stare in coppia. Il tutto ovviamente da amici – conclude con una maleficentissima risata.

Mi ha appena friendzonato?

Be', ad ogni modo non vedo perché dovrei aspettare. Sono in uno posto di cui so più o meno zero, anzi, meno di zero, e quindi un alleato sarà più che utile. Be', ammesso che si comporti da alleata.

-D'accordo. – annuisco convinto, e lei mi dà un'occhiata d'intesa.

Va ad accendere un tablet, e spentolo afferma: -Va calando la sera ormai. – E poi, con sguardo complice: -Vogliamo suggellare l'alleanza con un brindisi... di vino? A me non dispiacerebbe, dopo tutta questa giornata. – E con occhi ammonitori: -Trascorsa soltanto per te.

Io per tutta risposta con sguardo innocente vado lì e la abbraccio come per dire "ti voglio bene anch'io", ma lei non reagisce. Resta immobile, così le rispondo con voce decisa: -D'accordo.

E mentre esco per andare verso la cantina, che ovviamente sarà sul retro (dove altro potrà mai essere?!), la vedo farmi un pollice alzato.

Vedo che su questo posto sta già davvero calando la sera: le linee dei circuiti stanno cominciando ad accrescere i propri lumi. Inoltre, i cinguetti degli uccelli vengono sostituiti da versi di gufi e friniti di cicale. Il cielo stesso diventa più scuro, blu notturno, in cui vedo addirittura comparire delle stelle. È difficile credere che tutto questo sia racchiuso in un cubicolo di cinquanta metri quadri.

Scendo nella cantina, illuminata da una lampada tale e quale a quella della mia baita (sì, alla fine quella dev'essere davvero mia). Lì, vedo che già una buona metà della dispensa è stata svuotata. Ma beve così tanto vino? Poteva avere un'aria altruista all'inizio, ma a quanto pare ho dovuto scoprire subito il suo lato strafottente e trasgressivo.

Non so se mi convenga permetterle di bere tanto. Mi insulterebbe ancora di più.

Ma in fondo... so già che non sarebbero insulti detti col cuore, anche se non me frega più di tanto. Né degli insulti, né della sua cattiveria.

Ghigno, e sgraffigno dallo scaffale una damigiana di vino.

Una volta tornato sopra, la trovo sdraiata sul letto. Quella massa di capelli setosi ed aurei si sono sparsi sul cuscino, aprendosi a ventaglio, quasi ad incorniciarle la testa. È consumato dal tempo, come esibiscono orgogliosi i numerosi buchi, strappi e macchie pallide. Vedo la pelle della faccia olivastra tendersi a formare le parole: -Perfetto. – E sorride.

Poi si alza e va a prendere un paio di bicchieri su uno dei seimila scaffali ricolmi di frutta di questa baita. Sembrano essercene a non finire. Ed ora che ci penso anche l'altra mia baita non sembrava piccola.

Ritorna con due piccoli bicchierini da shot da me, il che già mi trasmette dei brividi. Finora non si è dimostrata affatto un'ottima persona.

-Io sono stata la salvatrice – quindi comincio io.

E con un'aria di sfida dipinta sugli occhi trangugia di colpo l'intero bicchierino, in un solo sorso.

-Doveva essere un brindisi – le ricordo, e lei replica con un'occhiata d'intesa, riempendosi poi di nuovo il bicchierino. Ha l'aria di volerci andare giù pesante, e la cosa mi incute un certo terrore.

Facendo un "cin cin" abbastanza patetico buttiamo giù i bicchieri contemporaneamente.

Non ho mai amato molto l'alcool, ma lei stranamente mi ha convinto a fare questa piccola trasgressione. Eppure, mi ha insultato svariate volte e non la conosco neppure.

Cosa vorrà dire? Stiamo probabilmente diventando una sorta di amici: alleati, per superare questa Datospiana e qualunque cosa nasconda. Forse più per desiderio (e confusione) mio che suo. Normalmente non mi faccio sedurre dal fascino muliebre così facilmente.

Ma forse non è una questione di attrazione: forse più di ammirazione e di riconoscenza. Come si potrebbe non essere riconoscenti ad una tizia che seppur non conoscendoti ti ha salvato da un mostro gigante, abbandonando la propria via e rischiando la propria vita a sua volta? Ti avrà anche chiamato "Quizzettaro" (ma che nome orrendo), ma il tuo inconscio non può dimenticare, né negare... se non mi ha salvato lei chi è stato, la fata turchina?

E forse anche una questione di bisogno: in un posto così un amico potrebbe essere decisivo, a quanto ho capito in questo unico giorno di esplorazione. E se proprio dovrò passare una vita qui... meglio passarla in compagnia.

Quindi... sono davvero venuto qui di mia volontà? Ho davvero accettato di rischiare tutto questo, e di dimenticare tutto? Perché mai potrei averlo fatto? La domanda già mi arde dentro, e fatico a reprimere la curiosità che si consuma rapidamente in un fulmineo senso di frustrazione.

Come può Yeela cercare senza impazzire le risposte a queste domande da sei anni? Ha un'aria tosta e determinata, eppure non le ha ancora trovate. Esisteranno davvero, queste risposte? Od almeno un posto dove trovarle?

-Be', vogliamo equilibrare le cose? – mi dice porgendomi la damigiana.

Non vorrei bere ulteriormente. Ma dico: -D'accordo. – Per di più con uno tono di sfida. Lei risponde: -Così si parla, - e mi riempie il bicchierino, che io mando di nuovo giù.

-Ovviamente non ubriachiamoci troppo – continua, - almeno io non intendo affatto andare in game over, soprattutto in una simile occasione.

Non riesco a trattenermi: -Andare... in game over?

-Nella Datospiana, non si muore. Quando si arriva alla condizione in cui si dovrebbe morire, si raggiunge il game over: scompari ma ti rimaterializzi immediatamente nella tua baita, dormendo. Per poi svegliarti. – E, sedendosi sul letto: -È una sensazione che ti auguro di incontrare il più tardi possibile. – Mi augura qualcosa di buono? Strano. –Perché? – chiedo. Lei sospira. –Anche se non si muore davvero, ti sembrerà di scoppiare, la prima volta. Io ebbi anni fa il mio primo game over, e sono rimasta scioccata. Da allora ho avuto centinaia di altri game over, ma col tempo fanno un po' meno male. Non chiedermi né perché né come succeda tutto questo, perché non lo so neanch'io.

Ed in effetti me lo auguro anch'io. L'aria tesa che si era sviluppata si sta rilassando, vedo.

-Io mi concedo un altro bicchierino – dice inclinando nuovamente la damigiana, posandola a terra e tracannando il terzo shot. –Ma non ti ubriacherai, così? – chiedo.

-Chi se ne fotte – risponde sfacciatamente – ho tracannato damigiane di vino a quintali in questi sei anni, e mi sarò ubriacata un centinaio di volte. Ho tutto il vino che voglio qui, e non voglio che qualcuno mi rompa i coglioni imponendomi di non berne. Io mi ubriaco quanto cazzo mi pare, e quando cazzo mi pare.

Se prima era già una persona piuttosto cattiva, l'alcool sta completando la sua opera.

-Ho notato – osservo. –Se ti strafai in questo modo non c'è da stupirsi, se non hai ancora superato quel fantomatico ottavo livello.

-Senti, vaffanculo – sbotta dandomi una gomitata sul fianco che mi mozza il fiato. –Sei ancora un fottuto novellino che manco ha superato il primo livello ed ha già rischiato il game over il primo giorno. Pensi di potermi rinfacciare i fallimenti che io ho ottenuto a livelli più alti, in cui per di più di vino non ho mai avuto più d'una boccetta? – Certo, ti credo, penso. - Se davvero avessi voluto esser menato e sbatacchiato come un panno ti sarebbe bastato dirlo perché ti accontentassi. Non serve fare due manfrinacce da bambinetto.

Mi sta sfidando, eh? Se ricordo bene una cosa della mia vita passata, è che nessuno può battermi sul piano della forza. –Credi davvero di potermi scalfire?

-Certo – risponde dandomi una gomitata sulla spalla sinistra, tanto per infliggermi un dolore iniziale.

Io replico con un pugno sulla schiena.

Al che lei tenta di darmi un'altra gomitata, ma io le blocco il braccio. Scattiamo in piedi, e lei cerca di schiaffeggiarmi con l'altro braccio, che io prontamente afferro bloccandola. –Stronzo – geme, mentre cerca con cieca furia di divincolarsi dalla mia stretta, ma le mie mani sono troppo resistenti e salde perché possa farlo. Non è proprio ora che vorrei che l'alcool scatenasse i suoi effetti. Continua a muovere compulsivamente le mani cercando una via di fuga.

Ringhia e dimena le braccia per la frustrazione. Cerca contemporaneamente di liberarsi e di schiaffeggiarmi, con impeti di forza tanto incredibili e potenti da portarmi sull'orlo della perdita dell'equilibrio. La sua faccia si fa rossa intorno alla chioma biondo-candida, rendendola simile ad un vulcano innevato.

-Sei un despota della minchia – dice avvampando ancora di più, ma sorridendo.

-Modestamente – ribatto malefico.

Ma lei approfitta di quel mio momento di distrazione per liberarsi di colpo e riempirmi di schiaffi. –E direi anche un Quizzettaro della minchia – aggiunge.

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