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CAPITOLO 37-Vedetta dormiente

(Quassus)

Luce.

È la prima cosa che vedo spalancando gli occhi. Puntano direttamente alla porta della baita, che ieri ho lasciato aperta. Da lì, un fiume in piena di sole si riversa sul pavimento, puntando dritto alle mie povere retine.

Dopo aver stropicciato un pochino, comincio a mettere a fuoco tutto. Prima l'aspetto, perennemente uguale, della baita. Poi, il peso e la pressione che sento sul fianco destro.

Un braccio di Yeela.

Scivolo lentamente fuori dal letto, prima sedendomi e poi levandomi sul pavimento. Mi rigiro a guardarla. Era stretta, supina come ero io, su quel materasso tra il muro ed il mio corpo stesso; ma adesso, nel sonno, sta cominciando ad espandersi, tendendo una gamba verso l'esterno assieme al braccio, e la sua testa cade verso destra. Lì, incontra il polso, nel frattempo salito, su cui si posa come fosse un cuscino.

Ieri avevo ragione a dire che dormire nello stesso letto fosse una pessima idea. È finita a dover dormire completamente dritta come una statua, senza potersi neppure accartocciare per star più comoda.

Tento di sgomberare la mente e fare il punto.

Oggi quel palazzone passerà tra i livelli fino al decimo. Da lì, andrà nel livello segreto. Quel palazzone contiene i nostri documenti. I nostri documenti potrebbero essere l'unica chance di trovare qualcosa di più e magari un'uscita. Dopotutto, i nostri avatar devono essere controllati da qualche parte.

Conclusione: dobbiamo andare al decimo livello al più presto.

Le scuoto una scapola. -Yeela?

Apre gli occhi lentamente. La sua voce resta chiaramente appesantita dal sonno. -Eh?

-Dobbiamo andare. Ad intercettare quel palazzone.

La sua faccia vuole implorare altri cinque minuti. Ma la bocca sussurra un sommesso "d'accordo", e dopo qualche movimento per ritornare dritta, ruotare le gambe e raddrizzarle, è in piedi.

-Pronta. - dice. Ma le palpebre mezze serrate ed i capelli un pochino scompigliati, mentre afferra rapidamente un laccio dal comodino per legarseli in una coda, affermano tutt'altro.

-Servimi - ordino con un tono ormai un po' svogliato. Non c'è più quella vecchia sensazione di sorpresa nell'evocare dal nulla un computer fluttuante. Ormai è la normalità.

Programmo un terminale per il decimo livello. Anche quest'operazione, che prima trovavo formidabile, sembra diventata routine.

Quello appare, spuntando dal nulla come sempre, nello spazio tra noi due, illuminandoci le gambe di luce blu scura, da spazio profondo.

Con nonchalance le prendo la mano sinistra. La sua stretta è debole, ma non mi pongo troppe domande. Faccio un passo in avanti, gettandomi nel vortice trasportatore.

Veniamo rigurgitati all'inizio della passerella siderale.

Io atterro in piedi. Yeela, invece, sembra completamente strutta.

La sua debole presa abbandona la mia mano, mentre crolla sulle ginocchia e poggia le mani a terra, come ad evitare un collasso totale.

Comincio, soltanto ora, a notare delle occhiaie disegnate sul suo viso.

-Stai bene? - chiedo.

Esita qualche secondo prima di rispondere. Ruota pigramente la testa nella mia direzione ed alza, con uno sforzo che sembra supremo, gli occhi. -Sì.

La sua voce, però, non mi convince minimamente. Potrebbe dare solo due impressioni: o d'essere sull'orlo d'una crisi narcolettica, o di non dormire da una vita. -Sicura? Dobbiamo essere ben pronti all'arrivo del palazzone.

-Posso farcela. - Ma non tenta di dimostrare con alcun fatto le sue parole. Resta in quella posizione sfranta, che comunica solo sonnolenza.

Spero basti una piccola misura d'emergenza. Apro il computer e comincio a digitare qualche stringa, che dovrebbe farle apparire una tazza di caffè. Nel caso con qualche goccia di adrenalina, che non guasterà. Nel mentre, le chiedo: -Pensi potrebbero aver già avviato l'operazione?

-No. - Rispondendo, smette di reggersi sulle sole ginocchia e si siede sulle caviglie. -Ricordo chiaramente che era ad una tarda ora. Praticamente notturna. Non ricordo quale. Di certo non al mattino.

La guardo di sbieco. Smetto di digitare il comando. -Potevi dirmelo prima. Se è così potremmo pure tornare a nanna.

-Mi starebbe benissimo. - E devo ammettere di avere anch'io un po' di sonno.

Per fortuna so già che non combinerà guai muovendosi nel sonno.

Dopo aver cancellato il vecchio, preparo allora un nuovo comando. Ai lati della passerella allestisco un'area protetta da firewall, in cui potremo assopirci.

Noi la vediamo (a differenza di un ipotetico chiunque altro) delimitata da un rettangolo rosso.

Ci sdraiamo all'interno, io a destra e lei a sinistra.

Siamo supini, praticamente guardiamo il cielo. Non mi ero soffermato ad esaminarlo la scorsa volta. Puntinato di stelle, tra qualche macchia di astri sparsi si intravedono persino galassie. È uno spettacolo che forse non avrò mai la fortuna di ammirare nella vita reale, a meno che prima che divenga un nonnetto decrepito non si costruisca una città siderale, come la Spacetown di Asimov.

Mi fa una certa impressione pensare che, a distanza di più di un secolo, i suoi titoli siano ancora venduti e per di più approvati dai computer. A quanto pare, non dispiace loro che ci cimentiamo in letture, soprattutto di questo genere. Probabilmente non credono che il fatto stesso di leggere possa mutare il nostro pensiero. Tanto, anche se volessimo opporci, hanno parecchi modi per dissuaderci. Tipo tagliarci ogni fornitura e farci morire tra gli stenti.

O farci sparire un familiare. Comunque, escludendo la prima opzione, non sembrano amanti del dolore fisico: quello delizia solo la crudeltà umana. Il dolore psicologico sembra essere la loro vera arma. Forse perché è l'unico che possono concepire ed elaborare. Fatto sta che ho sempre trovato che il confine tra dolore psicologico e fisico fosse davvero molto labile.

È da parecchio tempo che, comunque, mi chiedo come controllino tutto questo da soli. Hanno necessariamente degli umani dalla loro. Certo, non è un problema far saltare due quadri elettrici. Ma rapire qualcuno è un'operazione che necessita per definizione di un movimento, di cui i computer non sono capaci.

Qui mi è stato confermato come effettivamente ci siano degli umani dietro alla Datospiana. Un computer non sarebbe in grado di prendere un'iniziativa propria, infatti. Può solo reagire agli stimoli, non ha creatività. A meno che non sia stata sviluppata.

La mia logica mi spinge a reprimere quell'ipotesi: la creatività è, in fondo, strettamente connessa con la natura umana. Sempre che qualcuno non abbia capito come infondere l'anima ad un computer. Ma non mi risulta si sia arrivati a tali livelli. Di certo un computer non potrebbe conferirsi una nostra caratteristica, od in ogni caso svilupparla da sé: dovrebbe esserci un programma, alla base, a spingerlo. In ogni caso ci sarebbero umani dietro.

Fa una certa impressione ricordare come fosse la vita reale. Avere un programma fisso da seguire e girare nelle strade con addosso gli occhi di mille telecamere. Disporre sì di tempo libero, senza cui mezzo mondo sarebbe piombato nell'esaurimento nervoso, ma rigidamente controllato. Ed inutile dire che non c'era libertà d'opinione.

Forse per anni, prima di entrare qui, non ho potuto insultare i computer e trovare qualcuno che la pensasse come me.

La cosa più misteriosa è la modalità con cui è avvenuto un passaggio tanto repentino.

Semplicemente un giorno di dieci anni fa ci svegliammo tutti e la televisione si accese, a massimo volume. Ci venne ordinato di prendere il programma inviato per mail ed obbedire da subito senza fare storie, oltre a seguire qualche riga di istruzioni allegate, su norme di comportamento generali. Avevamo due ore di tempo per adeguarci. Dopo, si sarebbero attivate le telecamere ed ogni trasgressore avrebbe assaggiato la dura giustizia informatica. Non ci fu concesso neppure di fare domande: avvenne tutto così, in un lampo, tra una notte e l'altra. O meglio, accadde una stranezza: dopo essermi svegliato, mi accorsi che avevo dormito per tre notti e due giorni filati. Fatto sta che è incredibile che tutto sia successo tanto in fretta.

Fu in quell'occasione che mio padre e mio fratello scomparvero. Infatti, io e mia madre non li ritrovammo più nei loro letti, il giorno dopo. Anzi, erano completamente fatti e rimboccati, lisci come vetro da finestre, come nessuno vi fosse mai giaciuto.

Sono tutti questi pensieri a condurmi nei meandri del sonno, e poco dopo ad un sogno. Che sembra abbastanza in tema.

"-Sono vuoti.

Il mio ritmo cardiaco raddoppia di colpo.

-Ma fino a ieri erano lì.

Mia madre non risponde. Vedo, però, la sua figura sorgere lentamente oltre la linea dello stipite della porta, mentre esce dalla camera da letto. È ancora nel pigiama bianco candido, che crea un forte contrasto con la sua pelle leggermente abbronzata e la capigliatura scura.

Anche se è lontana in linea d'aria, linea che copre l'intero lungo corridoio, vedo già fiorire sulle sue ciglia le lacrime. Appena poggia un piede nel salotto, quell'acqua salata dalla tristezza incontra la luce di questo sole mattutino.

A passi lenti e silenziosi, si pone al mio fianco. Mi giro lentamente perché i miei occhi mirino alla sua faccia.

E tutto culmina in un abbraccio. Il suo corpo possente mi avvolge. Mentre mi tira verso l'alto, facendomi librare da terra, anch'io tento di esercitare una minima presa con queste braccia scheletriche da bambino. Da bambino piccolo e scioccato da tanti fatti in così poche ore, ma abbastanza forte di mente per digerire tutto, comprenderli e non arrendersi. Per sperare che un giorno, come nei suoi cartoni preferiti, arrivi qualcuno a sistemare tutto. Per credere che davvero il male non vinca mai.

Sollevato così a peso morto, getto un'occhiata alla finestra qui dietro. La luce solare non mi acceca: le lacrime, silenziose di domande e tacita rassegnazione, bagnano le mie cornee mentre le mie palpebre ci si immergono per proteggermele.

E da lì adocchio l'orologio digitale, quello che indica anche l'ora. Oramai, solo noi terremo un orologio analogico in cucina.

-Mamma.

Faccio per indicarla, ma trovo il braccio bloccato. Vedendo la cifra, faccio un piccolo calcolo mentale, ma non sono abbastanza veloce. Faccio prima a chiedere: -Guarda l'orologio.

La sua testa si gira lentamente, curandosi di non farmi alcun male."

Ma quella stessa testa scompare in un risucchio indistinto. Non lo comprendo completamente: il riquadro centrale che la porta sembra voltarsi, fuggendo, come la pagina di un libro. Allo stesso tempo, mentre i colori sbiadiscono ed il contrasto s'indebolisce, un liquido nero sembra inghiottire le linee che componevano questo disegno onirico.

Quel liquido, dopo aver ingoiato ogni minimo filo di colore, prende anch'esso a tingersi, componendo, come in un puzzle sciolto in un fluido, l'immagine di Yeela. Nella visione periferica fanno una debole apparizione il cielo spaziale ed il fulgore, dal candore quasi turchese, di ammassi galattici sparsi, interrotti dai colori vivaci di qualche pianeta. In quella centrale, c'è la sua solita faccia, ma completamente libera dai capelli grazie alla coda. Non l'avevo mai vista così. Ma non potrei fare considerazioni sul suo aspetto, perché vengo distratto e rapito dal terrore che impera sul suo viso. Vengo contagiato immediatamente.

Tiene le sopracciglia tirate quasi a strapparle verso l'esterno, sbatte continuamente le palpebre ed è pallida mentre mi chiama: -Quassus, svegliati.

La bocca le si apre più del solito mentre pronuncia: -Apri il computer. - Anche se mi aspettavo un tono dove regnasse incontrastata la paura, veicola qualcos'altro. Avverto una punta di speranza. -Qualcosa non va.

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