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CAPITOLO 30-Lucchetto di serrature

(Yeela)

Odio. Furia. Adrenalina. Forza. Dolore. Frustrazione.

Sono intrappolata in un ciclo distruttivo.

Massaggio la mano sinistra, solcata dal sangue. Scagliette di pelle verticali mi permettono di contare le ferite.

Guardo poi, con gli occhi stretti dall'ira, il muro di luce azzurra che mi rinchiude.

Sono intrappolata in una prigione.

Una cella splendente, non dorata, ma celeste. Quattro muri di luce a formare un quadrato che mi contenga. Alti come grattacieli, si protendono verso l'alto contro il cielo scuro, notturno, ma vuoto di qualsiasi astro.

Resto inginocchiata sul pavimento di piastrelle violacee liscissime.

Difficile descrivere una simile emozione. Oltre a tutte quelle già citate, sono stanca, abbattuta, umiliata, distrutta.

È stata forse la cinquantesima volta che ho colpito a pugni la lamina di titanio invisibile nascosta nella luce, quell'elemento che davvero mi tiene prigioniera.

Non ho neppure la forza di imprecare, di insultare questo luogo ed il finto Darth Vader. Dopotutto lui mi ha mandato qui. Mi ha strangolato, mi ha pure mandato in game over, e come se non bastasse è quel cretino (anzi, è un coglione) che ha progettato questo posto di schifo, questa Datospiana. Ormai me ne sono rotta. Completamente.

Finisco distesa sul suolo. Crollo lentamente, vinta dalla stanchezza e da tutte le altre emozioni, che stanno prosciugando le mie energie.

Vedo soltanto del viola, in tutto il mio campo visivo.

Mi giro lentamente per guardare la luce blu. La mia prigione.

E comincio a piangere.

Lacrime fredde, senza emozioni, di rabbia pura. Tutto il mio odio, miscelato alla frustrazione, viene convertito in acqua che esca bagnando le piastrelle spargendosi a macchia.

-Cazzo. - È forse l'unica parola che riuscirei a pronunciare adesso.

Vorrei sperare che arriverà presto qualcosa a sfondare i muri. A liberarmi. Ma non accade uno zero.

Posso soltanto concentrare la mia forza restante in un pugno e sbatterlo contro una piastrella mentre continuo a far scorrere le lacrime.

Un boato.

Alzo gli occhi di colpo. Dietro ai muri di luce azzurra ci sono come dei globi bianchi, quasi più luminosi dei muri. Formano una specie di reticolo irregolare contro le pareti, come un ragnatela dove alcuni punti sono evidenziati dal fulgore, simili a sfere candide. Mi ammiccano, sembrano protendere delle loro braccia nella mia direzione.

Gioia. Speranza. Felicità. Determinazione.

Sto voltando pagina. Quassus non mi avrebbe mai abbandonato. Ma io lo amo.

Sorrido un attimo a questo pensiero fittizio. Ma in fondo è fittizio davvero?

Sento le mie guance riscaldarsi.

Ma poi vedo un globo scomparire, e mi salta il cuore.

Cosa sta succedendo? La luce del reticolo si sta indebolendo, e la luminosità dei globi diminuisce, tanto che cominciano a confondersi con la luce azzurra delle pareti.

Delusione. Frustrazione. Tristezza. Cuore infranto. Rassegnazione.

A poco a poco il reticolo scompare completamente, ed i globi scompaiono. Sono di nuovo rinchiusa entro queste barriere azzurre.

Non voglio crederci. Quassus ha fallito.

-No. - pronuncio. - NO! - stavolta lo grido. Ho davvero usato tutto il fiato che avessi nei polmoni.

Non posso fare più altro. Resto, per un tempo che non calcolo, ferma, spompata, senza un briciolo d'energia neppure per piangere o sfogarmi in qualunque modo, figuriamoci alzarmi. Sono un vulcano dal camino ostruito. Un vulcano che vorrebbe ergersi in tutta la sua maestosità e dare un'eruzione spettacolare. In cui sparga lava che distrugga tutto sul suo cammino, ceneri che soffochino qualunque audace, fumo che si diffonda per migliaia di chilometri, calore che lo renda invincibile, metallo e roccia fusi ed incandescenti che sfidino l'acqua. Invece le pietre azzurre della mia stanchezza me lo impediscono, chiudendo il passaggio.

E tutto intanto resta indifferente, fermo. Il mio magma preme più forte vedendo le pareti azzurre completamente immobili.

Anzi, no. Non sono immobili. Ora che guardo meglio vedo delle vene, come increspature bianche di luce, danzare. Ma ormai non sono disposta a credere che questo funzionerà, se è un tentativo di Quassus per liberarmi.

Ed allora cosa farò? Che farò intrappolata forse per sempre in questa prigione? È la mia punizione decisa da quel Darth Vader 2 stronzo?

"Apri la tua mano."

Il messaggio fa capolino nella mia mente. Prima sobbalzo un attimo con un sospiro. Poi la mia bocca si curva in un sorriso.

"Spacca tutto."

Non capisco il significato della frase finché non stendo il braccio ed apro la mano.

Una specie di getto di spumante, come di coriandoli bianchi, potentissimo, mi esce dal palmo. Va come propulso in avanti, colpisce il pavimento che si disintegra all'istante.

Ottima idea.

Trovo la forza di alzarmi in piedi, completamente e d'un colpo.

-MORITE! - grido, prolungando molto a lungo la vocale finale, mentre stendo il braccio a far comparire il getto distruttore.

I coriandoli bianchi (misti a spumante) formano una colonnina diretta, molto simile a quella progettata sempre da Quassus nell'ottavo livello.

Distrugge tutto quello che incontra: piastrelle e muri. Ah, in effetti c'era soltanto questo qui. Un vero tugurio della vacuità.

Sbrindello i muri, e mano a mano tutta l'aria viene riempita di spumante o coriandoli bianchi.

Tutto si appanna di bianco, viene fuori una specie di nebbia, sempre candida, come neve, mentre continuo ad agitare il braccio con foga, lanciando strilletti.

Sgrano gli occhi.

Li ho aperti. Ero addormentata.

Sono di nuovo nel giardino, distesa a terra sul tappeto erboso.

Vedo prima di tutto i colori scuri ma tenui del tramonto.

Poi la faccia di Quassus, mentre chiude il computer esclamando soddisfatto: -Ce l'ho fatta.

Si avvicina alla mia faccia. -Yeela... sei sveglia.

Lo guardo negli occhi, in cui scoppiettano mille fiamme variopinte, multicromatiche.

-Ma io ti amo. - dico. Intanto prolungo le mie braccia e le stringo contro la sua schiena, costringendolo ad un abbraccio con cui da sola mi inchiodo al terreno. Ma nonostante questo stringo ancora.

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