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CAPITOLO 2-Buca in uno

(Quassus)

Questo coso ha un'aria molto affidabile, davvero. Tanto affidabile che vorrei correre via urlando alla "mia" baita a scolarmi tutte le damigiane di vino.

Scherzi a parte, non mi sento per niente al sicuro. Da dove cavolo è uscita quella sottospecie di mostro quadrupede di codici binari?

Sono impietrito. Teoricamente sono una preda certa: anche se venisse qui per sbranarmi con cinquantamila denti, ululando e sbavandomi addosso sangue misto a fuoco, resterei immobile.

E purtroppo quel coso sembra notarmi. Infatti vedo due strani occhi voltarsi nella mia direzione. Sono di zeri ed uno intrecciati, che devono essere parecchio grandi, visto che li distinguo da così lontano. Ricoprono tutto il suo "corpo", rendendolo un orrendo spettacolo matematico luminoso.

Sento un fischio acutissimo, di corrente elettrica, simile ad un ronzio, forse il suo grido di battaglia. Fa vibrare l'aria.

Ora procede verso di me a passi giganteschi. E per giganteschi intendo davvero giganteschi, eh. Ha mosso tre volte quelle gambe di uno incatenati, ma avrà dimezzato la distanza che ci separa. Ho paura di non avere molto scampo.

Devo scegliere tra combattere o fuggire. Contando anche che non saprei minimamente come combatterlo. Anche perché mi pesterebbe con qualche centinaio di pixel intessuti a zeri, spaccandomi in mille frammenti di carne umana super-gustosa per la sua regal bocca digitale, in meno di tre o quattro secondi (mah, forse più tre che quattro).

Quindi fuggo. Me la do a gambe in direzione del... mio giardino.

Aspetta, ma chi si ricorda più dov'era?

Sempre correndo, apro alla velocità della luce il tablet, lancio la mappa, e digito in fretta e furia il numero "2201". Procedendo controllo regolarmente il percorso.

Purtroppo già quel mostraccio s'è dato al mio inseguimento, e nonostante io acceleri guadagna terreno. Oramai saremo distanti cinque metri.

Se non altro, stando alle indicazioni, mancano 70 metri al mio giardino. Lì, teoricamente, sarò al sicuro, spero. Ma, alla fine, che altro potrei tentare? Se può entrare in quello può entrare in tutti, ed io non posso correre all'infinito. Mi rassegnerò a diventare carne tritata.

Così continuo a correre, ma mantenendo una velocità spaventosa. Altro che i cento metri di corsa atletica in sette secondi netti. Mi fanno un baffo.

Ha ormai dimezzato la distanza, ma mi mancano solo 30 metri. Così mi dice il tablet, che sto fissando speranzoso. Posso farcela.

25 metri. 20 metri. 15 metri. Sì!!!

-Argh! – gemo. Uno strano uccello di pixel ed uno intrecciati mi è infatti passato davanti, arrestando la corsa. Mi ha fatto prima trasecolare, poi sobbalzare, traballare e rischiare di cadere, contemporaneamente.

Quel cretino alato mi fissa con due zeri giganti, che dovrebbero essere i suoi occhi. Ci metto qualche secondo, quattro o cinque, per elaborare che quell'uccello non è vero. Che non ha neppure un motivo per farmi l'occhiolino, che avrei potuto folgorarmi toccando i suoi circuiti elettrici, che comunque stavo scappando da un orrendo mammut digitale ficcanaso.

Peccato che quattro o cinque secondi siano già troppi.

Infatti un secondo dopo che mi rendo conto di dovermi rimettere a correre per distanziarlo, mi si para davanti un anello di pixel. Voltandomi vedo quel coso digitale che mi fissa con gli occhi sgranati. Se quegli zeri giganti si possono definire occhi.

Cazzo.

Mi stringe di colpo in una morsa di numeri concatenati, che sarebbero la sua proboscide. Mi mozza il fiato, già vacillante, e manda per il corpo scariche elettriche intermittenti, che mi bloccano la bocca. Infatti non riesco più neppure a parlare od urlare. Sono in guai seri.

Quel coso emette un gemito. Ma non è quel gemito dei mammut che ti aspetteresti nei documentari, od in quei vecchi film dell'Era Glaciale.

Questo è come un trillo, un ronzio, un bip elettronico assordante, forse a 110 decibel. Ed io, per colpa di questa fottuta corrente, non posso neppure muovere le mani per difendermi, o tapparmi le orecchie. Che cavolo mi farà?

Volente o nolente, sono costretto a scoprirlo: infatti quasi riesco ad urlare per la paura e le vertigini mentre mi sventola con la sua proboscide qua e là, a vanvera, nell'aria. Sento un impulso a vomitare, vanificato dalla sola corrente elettrica.

Poi mi fa fare parecchi giri in tondo. Quasi mi bruciano gli occhi per l'altezza, la velocità ed il vento prodotto. Sembra che stia cercando di liberarsi da me.

Ma allora, se proprio devi sbatacchiarmi e scacciarmi via male, perché cazzo mi hai rincorso? Avevi proprio bisogno di qualcuno su cui sfogare la tua vena animalesca?

E perché dovevi scegliere proprio me? Io cercavo solo di tornare in pace a casa, e di capire che mi sia successo... avevi 2201 casette e forse più in questo obbrobrio di posto. Dovevi scegliere proprio il primo poveraccio che ti capitasse a tiro?

A quanto pare sì.

Improvvisamente, la sua stretta si allenta. Vengo rinvigorito per un attimo, sì, ma poi vengo scaraventato insieme a qualche frammento di catene di zeri verso il terreno. Vado a sbattere la testa proprio sul terminale di un circuito elettrico, interrompendo quel breve attimo in volo. Durante cui ero stato libero dall'elettricità, ma in cui ero ancora troppo frastornato per reagire.

Qui, oltre alla botta per l'impatto, prendo il dolore della corrente elettrica che ricomincia a scorrermi dentro. È più forte, e parte dalla testa, il che accentua il tutto.

Minchia, zio, ma che mira che hai. Hai tipo fatto buca in uno.

Sto scoppiando, ma ho il fiato talmente mozzo e sono così malconcio che non riesco a rialzarmi. Non so per quanto resisterò a questa tortura.

Poco, visto che vedo quel robo orribile riavvicinarsi per infliggermene un'altra; ma vedo solo questo, e mi sembra di non sentire più niente, finché poco dopo, mentre mi ha quasi raggiunto, finisco per svenire.

ANGOLO DELL'AUTORE
Questo capitolo è un po' breve e forse più scemo dell'altro, ma voglio sentirvi! Su, stelle o commenti? Esprimetevi!
Al prossimo capitolo ci sarà un piccolo cambiamento, ve ne accorgerete :)

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