VII. Scala verso il cielo
"La gente è terrorizzata dall'idea di essere liberata. Si aggrappa alle proprie catene. Si oppone a chiunque tenti di distruggere quelle catene. È la sua sicurezza."
-Jim Morrison.
Al primo sguardo, Spencer Moore non le piacque nemmeno un po'.
Mentre Genevieve gli andava incontro, dopo essersi cambiata grazie all'aiuto di Anne, si disse che non doveva avere pregiudizi dovuti al suo malumore.
Non si giudica mai un libro dalla copertina, è risaputo.
Spencer era girato di profilo e stava osservando la statua al centro dei giardini reale, con aria accigliata.
Lei si sfiorò le guance, sperando non si vedessero i segni delle lacrime e sperò che l'aria le rendesse gli occhi meno rossi.
Suo padre le aveva detto che Peter sarebbe stato con Spencer, ma in questo momento il signore era da solo.
All'improvviso si voltò e vide che Genevieve gli era ormai davanti.
Si guardarono per un istante e lei si inchinò, mentre lui si toglieva il capello rivelando i capelli biondissimi rasati davvero corti.
Dopo essersi messo il cappello, le prese la mano e si esibì in un baciamano perfetto.
"Incantato" disse con un sorriso affascinante.
Genevieve cercò di ricambiare il sorriso, ma un brivido le aveva attraversato la spina dorsale.
Gli occhi di Spencer erano così neri che non riusciva a distinguere la pupilla dall'iride.
Sembravano quelli di uno squalo.
"Il piacere è mio" borbottò alla fine, quando si ricordò delle buone maniere.
Genevieve fece un respiro profondo senza farsi notare.
Doveva calmarsi e subito.
Spencer si voltò di nuovo verso la statua che ritraeva un angelo che versava l'acqua attraverso una grossa brocca.
"Sapete chi ha fatto questa statua?" chiese.
Lei aggrottò la fronte.
"Penso sia qui da molte generazioni" rispose "probabilmente l'ha fatta scolpire mio nonno"
"Pensate?"
Altrimenti perché avrei usato quel verbo?, pensò lei, ma si morse la lingua.
Sapeva che stava cercando di trovargli difetti inutili, perché ricordava ciò che le aveva detto Peter: magari Spencer non era così buono come credeva re Malcolm e alla fine lei avrebbe evitato di sposarlo.
Ma il fatto che suo padre fosse malato cambiava decisamente le carte in tavola.
"Vogliamo fare una passeggiata?" chiese Spencer e le porse il braccio.
Genevieve annuì e si appoggiò a lui.
"Quindi ieri era il vostro compleanno, giusto?" fece lui.
"Sì"
"Mi è dispiaciuto non essere stato invitato, se devo essere sincero"
"Oh ehm sarà per l'anno prossimo, suppongo"
Spencer fece una risata roca.
"Lo credo bene, visto che saremo marito e moglie. Sarebbe alquanto strano se non invitaste il vostro sposo"
Genevieve si bloccò di colpo, sbattendo le palpebre.
Perché Spencer parlava del loro matrimonio come se fosse una cosa già decisa da tempo?
Quello era solo un incontro, non un fidanzamento ufficiale.
Lui continuò a camminare, senza rendersi conto che si stava trascinando dietro la principessa.
"Come fiori in chiesa non opterei per delle rose, vi dirò" proseguì "sono terribilmente allergico. Possiedo una grandissima tenuta in eredità in Scozia, grazie ad alcuni miei zii. Direi che la luna di miele potrà svolgersi lì, non pensate? Avete mai visto la Scozia? Territori molto più vasti di quest'isola"
"Scusate, noi non siamo ancora fidanzati" ribattè lei.
Spencer aggrottò la fronte.
"No, certo" rispose "non ufficialmente. Non finché non mi arriverà l'anello"
Dopo quelle parole, fece posare lo sguardo sulla mano della ragazza, posata sul suo braccio, e si accigliò.
"Portate l'anello della vostra famiglia" osservò.
"C'è qualche problema?"
Genevieve sapeva di essere stata sgarbata, ma non le importava.
Il tono di superiorità e arroganza che Spencer aveva ostentato per tutta la conversazione non le piaceva affatto.
Così come non le piaceva lui.
Era curiosa di sentire cosa le avrebbe detto Peter su di lui, che impressioni avesse avuto.
Di solito, loro due pensavano le stesse cose sulle stesse persone.
Spencer non le piaceva e il fatto che la sua mente lo comparasse continuamente a Killian non aiutava.
Killian avrebbe usato un tono dolce nel parlarle e avrebbe smorzato la tensione con qualche battuta divertente, mentre Spencer... Spencer si comportava come se fosse già il sovrano dell'isola.
"A dire la verità sì" rispose lui "non vi consento di portarlo"
Genevieve fece un passo indietro, allontanandosi.
"Come?" replicò.
"Quando vi darò l'anello di fidanzamento non potrete portare entrambe le cose"
"Potrei sapere il perché?"
"Mi pare ovvio, principessa. Perché entrerete a far parte della famiglia Moore, non sarete più una Adler"
"Io sarò sempre una Adler, signore"
Si guardarono negli occhi, oro contro pomice.
Sembrava che si stessero sfidando a vicenda a distogliere lo sguardo, ma nessuno dei due voleva cedere.
"Quando sarete mia moglie le cose cambieranno" la minacciò, socchiudendo gli occhi "non vi consentirò di parlarmi così. A partire dal fatto che questa mattina non vi siete presentata ad accogliermi come avreste dovuto"
Genevieve ne aveva abbastanza.
Erano successe fin troppe cose in quella giornata — ed era passata da poco solo l'ora di pranzo.
"Allora penso proprio che dovrete trovarvi un'altra moglie" sbottò.
Si girò e fece per tornare al castello, ma Spencer la raggiunse con uno scatto e le afferrò il polso.
"Dove credete di andare, principessina?" domandò, a bassa voce "Voi siete mia"
La sua voce sembrava quella di un predatore e fece rizzare i peli sulle braccia di lei.
Genevieve alzò il mento.
"Non sono di nessuno"
"Vostro padre la pensa diversamente" lui le fece un sorriso storto "e vostro padre è il re"
"Mi state facendo male"
Spencer intensificò la stretta.
"Questo sarà ciò che vi accadrà se non mi rispetterete" disse e lei sentì il suo fiato sul viso "sono stato abbastanza chiaro?"
Genevieve si costrinse ad annuire e lui la lasciò andare.
Si portò la mano al polso, massaggiandoselo.
Non riusciva a smettere di guardare con astio il ragazzo.
"Cosa credete mi impedirà di dire ciò che mi avete appena fatto?" chiese alla fine.
Spencer si tolse il cappello e cominciò a pulirlo da polvere immaginaria.
"Ho sentito che al vostro compleanno c'era un ospite che nessuno aveva mai visto prima" disse, senza guardarla "uno straniero molto bello, con i capelli scuri e gli occhi azzurri. Era arrivato qui all'improvviso, non è vero? Il signor Smith mi ha detto che siete stata voi a trovarlo sulla spiaggia"
Genevieve trattenne il fato, imponendosi di non cambiare espressione.
Dove voleva andare a parare?
"Settimana scorsa mi è capitata una cosa davvero singolare e voglio condividerla con voi" lui alzò di scatto i suoi occhi da squalo e li puntò in quelli dorati di lei "mi trovavo ad Aberdeen per alcuni affari, quando ho visto un ragazzo che scappava. Aveva le mani sporche di sangue, quindi sono andato nel vicolo da cui era uscito. Sapete cosa ho trovato? Due corpi. Uno era già morto, ma l'altro era ancora vivo. Mi sono avvicinato e ho visto che si trattava di mio cugino. Purtroppo non c'era niente da fare, ma con le ultime forze mi ha detto che quel ragazzo lo aveva colpito e aveva sentito il suo nome: Killian. È morto con le labbra atteggiate ancora a dire il suo nome. Che incontro incredibile!"
Lei era impallidita.
"Come potete parlare così della morte di vostro cugino?" disse in un sussurro.
Gli occhi neri di Spencer luccicarono.
"Non ci legava nessun particolare affetto" rispose, poi inclinò la testa "ma dalla vostra reazione deduco che questa storia la conoscevate già, non è così?"
Genevieve si diede della stupida.
Si era appena tradita.
"Perciò, dunque, ecco le mie conclusioni" Spencer fece un passo avanti e la guardò dritta negli occhi, rimettendosi il cappello "questo Killian ha ucciso mio cugino ed è scappato perchè temeva la giustizia. In qualche modo è giunto qui e voi gli avete dato rifugio, andando contro la legge. Certo, le cose cambierebbero se non aveste saputo la verità sulle sue azioni, ma visto che voi ne eravate a conoscenza..."
"Quindi cosa volete fare? Accusarci di essere suoi complici? L'intera isola?"
"Potrei rivelare al re ciò che gli avete tenuto nascosto e sareste esiliata. È la legge delle isole Shetland"
Genevieve sgranò gli occhi.
Era vero: la legge dell'isola diceva che chiunque fosse a conoscenza di azioni riprovevoli e non avesse detto nulla, sarebbe stato condannato all'esilio.
Perchè le isole Shetland non ammettevano gli infedeli.
"Sì, ho fatto i compiti" continuò Spencer "ma c'è un modo per impedire tutto questo. Sposatemi, senza lamentarvi. E se mai proverete a dire ciò che è successo oggi a vostro padre, avrò anche io qualcosa da dirgli"
La stava ricattando, pensò Genevieve, e lei non poteva farci nulla.
"Imparerete a volermi bene" concluse Spencer e le porse di nuovo il braccio "non sono un mostro"
Le sorrise.
"E se non lo farete... be', sono problemi vostri"
Genevieve accettò l'offerta, completamente contro la propria volontà.
Ma non aveva altra scelta.
Si immaginò costretta a passare il resto della sua vita legata a quell'uomo, che era davvero un mostro, senza poter rivelare nulla a nessuno.
Tutto ciò che vedeva era il buio.
***
Dopo essere rientrata al castello con Spencer, egli le disse che sarebbe andato a parlare con re Malcolm.
Genevieve fu lasciata sola nell'ingresso e decise che avrebbe cercato Peter.
Aveva estremamente bisogno di parlare con un volto amico.
Sapeva dove lo avrebbe trovato, perchè lo conosceva meglio di se stessa.
Aprì la porta della biblioteca e si guardò intorno, alla ricerca dei capelli biondi di Peter.
Non c'era da nessuna parte.
La biblioteca era la stanza più grande del castello, segno che tutti gli Adler prima di lei erano stati avidi lettori come Genevieve stessa.
Quando si entrava c'erano una sfilza di scaffali ricolmi di libri divisi per genere: romanzi, encicolpedie, materie scientifiche, libri storici.
Due rampe di scale si levavano a spirale fino ad un balcone dove c'erano altri scaffali e una grossa vetrata che dava sull'oceano.
In mezzo al salone centrale c'era un grosso tavolo, dove Peter e Genevieve avevano le loro lezioni di cultura generale.
Intorno ad esso c'erano disseminate delle poltrone qua e là, dove chiunque avesse voluto avrebbe potuto sedersi a leggere.
Poi c'era l'angolo segreto dietro lo scaffale riguardante la mitologia, con un sacco di autori latini e greci.
Genevieve vi si avvicinò e toccò la costa delle Metamorfosi.
Tirando il libro verso di sè, lo scaffale si aprì e lei entrò, mentre sentiva dietro di sè che il passaggio segreto si richiudeva.
Peter alzò lo sguardo, all'inizio sorpreso, poi lo riabbassò senza dire nulla.
"Peter?" fece Genevieve.
Perchè faceva così?
"Avrei scommesso avresti portato Killian qui" disse lui, sempre senza guardarla "visto che ormai siete inseparabili"
"Cosa ti prende?"
Peter chiuse di scatto il libro che stava leggendo e lo lanciò per terra, con gli occhi castani che mandavano lampi.
"Stai scherzando, vero?" ribattè.
Genevieve non rispose.
Peter serrò la mascella.
"Eri con lui questa notte, non è così?" domandò "Quando sei sparita dal ballo. Ti sei scordata dell'incontro con il signor Moore e così ho dovuto rimediare io al tuo disastro, come sempre"
"Non dovrai più" fece lei, a bassa voce "papà ha cacciato Killian"
Lui rimase in silezio un secondo, riflettendo.
"Sono d'accordo con lui" rispose alla fine.
"Pensavo saresti stato dalla mia parte!" ribattè Genevieve.
"Un tempo la tua era la nostra parte, Gen. Ma ora sei completamente diversa! Sono contento che Killian sia lontano da qui"
"Non ti ha mai fatto niente!"
"Oh davvero?"
Peter si alzò di scatto e i due si ritrovarono a fronteggiarsi.
Genevieve non ricordava di aver mai litigato con l'amico, fin da quando erano piccoli.
Era andata da lui per avere sostegno, non per litigare.
Ma Peter era un fiume in piena che non poteva essere contenuto.
"Cosa avete fatto quella volta che eravate nel corridoio segreto?" sbottò "Vi siete appartati sotto gli occhi di tutti"
"Che cosa?" esclamò lei, arrossendo "Certo che no! Come ti viene in mente? Avevo visto mio padre e volevo evitarlo!"
"Eppure non ti sei fermatata a pensare a cosa avrei potuto supporre. È come se mi avessi sostituito"
"Come puoi pensarlo?"
"È come se da quando è arrivato Killian tu non avessi pensato ad altro! E non dirmi che mi sto inventando tutto, perchè sai benissimo che non è così. La Genevieve di prima non avrebbe mai passato la notte con un ragazzo perdendo in questo modo la testa, dimenticandosi dei propri doveri"
"Forse allora non c'è mai stato un ragazzo che mi facesse quest'effetto!"
Vedendo che Peter non replicava, continuò, infervorata.
"Un sacco di volte ti ho chiesto di unirti a noi, ma tu non hai mai voluto"
"Come potevo dirti di sì?"
Peter si passò le mani tra i capelli biondi, arruffandoseli.
"Come potevo stare a guardare mentre vi facevate gli occhi dolci?"
"Peter!"
"Non sapevi niente di lui, del suo passato e ti sei gettata tra le sue braccia come una sciocca! Ti pensavo più intelligente di così"
Sentì il suo cuore spezzarsi per la seconda volta.
Dov'era finito il meraviglioso ragazzo che era Peter?
Quello sempre gentile e allegro, che aveva sempre un parola di conforto per tutti.
Questo sembrava essere una sua copia oscura.
Ma forse Peter aveva finto per tutta la sua vita e in verità era questo quello che pensava di lei.
No, non poteva crederci.
Come si può fingere per una vita intera senza perdere la propria vera personalità?
Ma allora perchè stava reagendo così?
Si stava comportando come se... be', come se fosse stato geloso.
"Quindi le cose stanno così, ora" disse Genevieve dopo un po'.
Peter aveva le guance arrossate per le grida e il respiro grosso.
"Cosa vuoi che ti dica?" domandò, bruscamente.
Lei lo guardò a lungo.
Si erano davvero allontanti così tanto in quei giorni.
Il loro rapporto così stretto e felice sembrava ormai un ricordo lontano.
Sembrava fossero diventate due persone incompatibili.
"Proprio niente" rispose alla fine lei e si voltò, prima che vedesse che le lacrime avevano cominciato a rigarle le guance.
***
Genevieve accostò l'orecchio alla porta della cucina, in silenzio.
L'unico rumore che sentiva era il martellante battito del proprio cuore, quindi si concentrò per isolarlo.
E così sentì le voci attutite dalla spessa porta di legno che stavano parlando.
"Secondo te il pollo arrosto piacerà al signor Moore?" chiese Dawn, la cuoca reale.
Ci fu una risata cristallina e un po' acuta, che Genevieve riconobbe essere quella di Heather.
"A tutti piace il tuo pollo arrosto, Dawn" rispose "sei una cuoca eccezionale"
"Com'è il signore? Non ho ancora avuto la possibilità di vederlo"
Immaginò Heather scrollare le spalle e comparlarlo subito mentalmente con Peter.
Al pensiero dell'amico, il cuore della principessa si strinse ma lei scacciò subito il suo viso arrabbiato e ferito dalla mente.
Ci sarebbe stato tempo per l'autocommiserazione, ma in un secono luogo: ora aveva un compito da svolgere.
"Un bell'uomo, non c'è dubbio" rispose alla fine la domestica "ma ha quegli occhi così scuri che... fanno un po' paura, in realtà. Il signor Smith è molto più bello"
Dawn rise.
"Farò anche un po' di carne per cena" continuò "oh e magari del pesce! Deve essere una cena perfetta, come ha chieso il re"
La cuoca rimase in silenzio un secondo.
"Heather, mi dai una mano a prendere il pesce qui fuori? Devo ancora pulirlo e la cena è fra tre ore"
Genevieve sentì i passi delle due ragazze e che si allontanavo e una porta che sbatteva.
Era la sua occasione.
Aprì la porta della cucina e individuò un grosso sacco di farina, incassato in un angolo della grossa stanza.
Si chinò e lo sollevò, emettendo un verso quando si accorse che era molto pesante.
Pregò che non le scivolasse via il cappello che aveva in testa, sotto il quale aveva nascosto i capelli castani nel suo travestimento alla James Smith, e con un po' di sforzo riuscì a metterselo in spalla.
Uscì dala porta di servizio e si diresse verso la scuderia.
Una volta lì, lasciò ricadere il sacco ai suoi piedi e riprese fiato.
La sua idea era semplice: arrivare in paese, entrare di soppiatto da un fornaio e lasciare giù la farina che sperava sarebbe risultata utile.
Infine, tornare al castello.
Ormai erano le cinque di sera, sperava che ci fosse poca gente in paese così da passare più inosservata.
Con un po' di fortuna sarebbe tornata in tempo per cena – una magnifica cena con l'uomo che doveva sposare e che già odiava, un padre che pensava di farle del bene e un amico che ormai non sapeva se fosse più tale.
Si costrinse a non pensare ai suoi problemi e cominciò a preparare Artemis per montarla.
"Sh..." fece, quando la giumenta bianca nitrì piano "vuoi farci scoprire? Questo sarà il nostro segreto, d'accordo?"
Artemis battè uno zoccolo a terra e chinò il muso con solennità, quindi Genevieve lo prese come un sì.
"Brava ragazza" disse e le carezzò il fianco.
Poi guardò il sacco di farina e si chiese come avrebbe fatto a portarlo in paese.
Alla fine trovò una corda e riuscì a legarlo dietro la sella, in modo che rimanesse fermo dietro di lei.
Poi aprì il cancelletto della stalla di Artemis e la condusse fuori, dove l'aria stava cominciando a diventare più fresca.
Fece un respiro profondo, sentendo l'adrenalina salire.
Sarebbe stata la prima volta in cui andava in paese da sola.
Dire che fosse agitata sarebbe stato giusto, ma era un'agitazione buona.
Aveva anche impazienza di dimostrare di cosa fosse capace.
Ma a chi? A Peter? A suo padre? A Spencer?
Forse a se stessa.
Dimostrare che nonostante fosse una ragazza, poteva essere forte e determinata quanto un ragazzo.
Non aveva paura.
Era la sua città, quelle persone erano il suo popolo e lei voleva conoscerle.
Si issò su Artemis e strinse le redini tra le mani.
"Dimostriamo di cosa sono capaci le ragazze, ti va?" sussurrò.
Diede un colpo alle staffe e la giumenta partì al galoppo.
Attraversò il bosco che separava il castello dal paese e si costrinse a guardare dritta davanti a sè, sentendo il sacco che le sfregava sulla schiena con un che di rassicurante.
Si vergognava ad ammetterlo, ma fin da piccola aveva avuto paura del buio.
Le sembrava di vedere delle figure che si nascondevano tra le ombre, oppure erano esse stesse delle ombre scure.
A volte le pareva di vedere delle ali che si allargavano dietro di esse, terribili e spaventose.
Sembravano diventare sempre più grandi e sembravano avvicinarsi sempre di più a lei, finchè non si nascondeva sotto le coperte e chiudeva gli occhi, pregando se ne andassero.
Una volta si era svegliata nel cuore della notte, nella sua camera completamente al buio perchè la luna era nascosta dalle nuvole.
Si era guardata intorno, cercando di convincere il suo cuore a calmarsi e ritornare al battito regolare.
All'improvviso aveva visto qualcosa brillare fuori dalla finestra e la curiosità aveva prevalso la paura, quindi era rimasta con gli occhi puntati verso l'oscurità della notte.
Quando erano comparsi un paio di occhi brillanti, dorati come le fiamme dell'inferno, non era riuscita a trattenersi e aveva lanciato un urlo.
Anne era accorsa dopo qualche secondo e le aveva chiesto preoccupata cosa fosse successo.
"C'e-c'erano due..." aveva balbettato Genevieve, con una vocina lieve "non volevo urlare ma..."
Non riuscendo a dire più nulla, si era limitata ad indicare con la mano fuori dalla finestra.
Ancora adesso non riusciva a capire come, ma Anne aveva guardato dove la bambina le indicava e non c'era più nulla, e si era voltata verso di lei.
Genevieve sapeva che Anne aveva capito cos'avesse visto.
"Va tutto bene" aveva poi detto la balia, sedendosi accanto a lei e carezzandole i capelli "ci sono io a proteggerti"
Non le aveva detto che non c'era nessuno là fuori, che non c'era niente di cui bisognasse aver paura.
Le aveva solo detto che lei sarebbe stata lì a proteggerla.
Si era infilata nel letto di Genevieve e le aveva cantato una ninna nanna finchè lei non si era addormentata, stretta dal cerchio confortevole della braccia di Anne.
Genevieve si rese conto di aver superato il bosco e di vedere le luci delle lanterne a gas davanti a sè.
Fece rallentare Artemis che cominciò ad andare al passo e si infilò in una stretta via.
Non poteva lasciare il cavallo come faceva sempre con Peter, perchè il ragazzo che l'amico conosceva non conosceva lei.
Quindi legò le redini di Artemis in un posto nascosto, dove nessuno l'avrebbe vista e prese il sacco di farina.
"Rimani qui" le disse.
Non capiva perchè continuasse a parlare con la giumenta.
Forse per non sentirsi sola.
Si trascinò dietro il sacco di farina, finchè non giunse davanti ad un fornaio.
Il propietario, con indosso un grembiule beige, si trovava sulla porta d'ingresso e stava fumando una pipa.
Guardava la piazza vuota davanti a sè, dove le ombre degli edifici si allungavano come mostri.
Aveva un'espressione vuota in viso, come se ormai non gli importasse più di niente.
Il fumo usciva dalla pipa in lente volute circolari e Genevieve pensò al Brucaliffo, in Alice nel paese delle meraviglie.
Sarebbe voluta andare dall'uomo e dirgli che voleva aiutarlo.
Voleva aiutare tutti.
Le tornarono in mente le parole del racconto di Killian, le stesse che il suo amico Lewis gli aveva detto.
Non si possono aiutare tutti.
Però qualcuno sì.
Genevieve, facendo attenzione a non farsi vedere, si infilò nell'ombra e andò sul retro della bottega.
Lasciò il sacco vicino alla porta di servizio e legò con un laccio il biglietto che aveva scritto nella sua camera.
Un regalo, recitava, sperando possa essere utile. -A.
Aveva pensato di scrivere il proprio nome, ma alla fine si era convinta fosse meglio non farlo.
Non era importante chi mandasse il sacco, l'importante era il gesto.
Il fatto che quella farina sarebbe servita.
Si ritrovò a sorridere per la prima volta quel giorno, felice di ciò che aveva fatto.
Soprattutto di averlo fatto da sola, senza l'aiuto di nessuno.
Si sistemò meglio il cappello, assicurandosi che nessun ricciolo le fosse ricaduto in viso, e poi fece la strada a ritroso verso Artemis.
Ormai la sera era calata del tutto e, nonostante le lanterne a gas illuminassero i vicoli, il buio stava divenando sempre più pressante.
Genevieve si strinse nella giacca maschile e aumentò il passo, incassando la testa dentro il colletto.
Non c'era nessuno in giro, ma aveva una brutta sensazione.
Quando riconobbe il vicolo in cui aveva legato Artemis, fece un respiro di sollievo.
E poi cadde a terra.
Le ci volle un istante per capire cosa fosse successo, mentre si voltava mantenendosi sui gomiti.
Un uomo con la camicia sbottonata, sulla quarantina, era davanti a lei con una bottiglia di vetro in mano.
Sopra di lui si stagliava un'insegna rischiarata da una lanterna: Osteria Cigno Nero.
L'odore di alcol pervase le narici di Genevieve.
"Oh scusami tanto, ragazzo" l'uomo, che biascicava un po', scoppiò in una risatina "non ti ho proprio visto"
Poi i suoi occhi si puntarono su Genevieve e la misero a fuoco.
"Ehi ma tu sei una ragazza!" esclamò, puntandole contro la bottiglia.
Lei si rese conto di avere i capelli sciolti sulle spalle.
Si girò di scatto e vide che il cappello giaceva poco lontano dal punto in cui era caduta.
"Cosa ci fa una ragazza qui tutta sola?" continuò l'uomo, arrancando con i passi strascicati di chi è ubriaco "Per di più vestita da ragazzo?"
"Temo che il vino vi abbia fatto male, signore" mormorò Genevieve.
Si alzò in piedi lentamente, come se fosse davanti ad un cavallo imbizzarrito e volesse allontanarsi senza farsi notare.
"Signore?" ripetè lui, con tono compiaciuto.
Poi lanciò la bottiglia dietro di sè, mandandola in frantumi con uno scoppio secco.
"Peccato che quello che sto per fare sia poco degno del titolo che mi hai appena dato, tesoro" aggiunse.
Si lanciò in avanti, per raggiungerla con le braccia spalancate.
Genevieve lanciò un urlo e d'istinto alzò anche le sue mani, come a tenerlo lontano.
Si immaginò un muro che si alzava dal terreno e la separava dall'uomo.
E poi l'ubriaco cadde per terra, come se fosse andato a sbattere contro qualcosa.
Genevieve trattenne il fiato.
"Ma che diavolo..." borbottò lui, massaggiandosi la fonte "Dio, Ernie, sei davvero così ubriaco? Ti immagini le cose?"
Lei non osava muoversi di un passo, sentendo il suo cuore martellarle nel petto come un tamburo impazzito.
"Come ho fatto a non vedere il muro?"
Il muro?, pensò Genevieve.
Quello che lei si era immagianta per proteggersi?
Ma com'era possibile?
Non c'era nessun muro, altrimenti lei non avrebbe potuto continuare a vedere l'uomo.
Eppure egli era effettivamente andato a sbattere contro qualcosa.
Decise che ci avrebbe pensato dopo, ora dove andarsene il prima possibile.
Prima che Ernie si rendesse conto che lei era una preda fin troppo avvicinabile.
Si voltò e scappò verso Artemis, saltandole in groppa.
Insieme, corsero via nella notte.
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