9. quello che gli altri non farebbero
Anya se ne stava seduta a gambe incrociate su una panchina di St. James's Park, dando le spalle a Buckingham Palace e a un chiosco che vendeva hot dogs dai colori sgargianti. Quello era, senza dubbio, il suo parco preferito, anche se era sempre il più affollato. Da bambina, si divertiva a rincorrere le anatre, che puntualmente si gettavano nel piccolo fiume artificiale per sfuggirle. E poi, ogni panchina vantava un'incisione romantica, dedicata da qualche speranzoso.
Quella su cui sedeva, recitava: "per aspera ad astra – Edward".
Per quanto si sforzasse, era sempre lì che tornava a sedersi.
Gli occhiali da vista sulla punta del naso, una rivista aperta poco prima della metà, con la copertina piegata all'indietro, la più concentrata delle espressioni e una matita in mano. Un improbabile t-shirt dei Cannoni (di nuovo) annodata sopra l'ombelico, degli shorts a vita alta neri, larghi, strappati, e quelle dannate parigine.
Di nuovo.
«Che cosa sarebbero, quelli?»
Alzò gli occhi e sorrise. Draco Malfoy sembrava ancora più biondo sotto alle nuvole grigie di Londra.
«Parole crociate»
«No, Black» sbuffò lui. «Gli occhiali!»
«Beh, ti sei risposto da solo» replicò allora lei. «Sono occhiali»
«Da vista?»
«No, da sci, naturalmente!»
Draco si guardò attorno e si coprì il viso con una mano per cercare di celare il sorriso divertito. «Pensavo avessi solo occhiali da sole»
«Tu pensi troppo, biondo» sorrise lei, facendogli segno di sederle accanto.
Lui esitò, guardandosi attorno di nuovo.
«Dai, dillo» lo invitò allora lei.
«Che cosa?»
«Quello che stai pensando»
«Non sto pensando a niente»
«Va bene, allora lo dico io, visto che ti si legge in faccia»
«Dillo» la sfidò.
«Quanti babbani!»esclamò lei, in una mal riuscita imitazione del suo tono grave, fingendo di non stare trattenendo delle risate di puro divertimento. Draco cercò di nuovo di nascondere il sorriso. Scosse la testa, e prese posto accanto a lei.
Attorno a loro, era effettivamente pieno di babbani. Turisti di ogni genere e specie, inglesi che fingevano di fare jogging, altri inglesi o presunti tali che portavano a spasso il cane, coppiette di innamorati che passeggiavano mano nella mano appellandosi con i più improbabili nomignoli, studenti che fingevano di studiare seduti nell'erba.
«E nemmeno tutti inglesi!» continuò la ragazza, avvicinando il ginocchio al viso per posarvi la rivista. «Come farà il mio nobile culo Purosangue a sopravvivere?»
«Per le prime due frasi, saresti stata quasi credibile» rispose lui saccente. «Ma è gradevole sapere che tu rivolga pensieri al mio fondoschiena»
Lei gli rivolse uno sguardo malizioso e lui fu costretto a distogliere lo sguardo e a tentare (invano) di nascondere un nuovo sorriso, malizioso tanto quanto il suo.
«Cinge il dito» lesse allora lei, senza smettere di sorridere, ma ben attenta a non guardarlo negli occhi.
«Prego?»
«Gioca con me: cinge il dito»
«Ma giocare a che cosa, esattamente?»
«Alle parole crociate!» sbuffò Anastasia. «Ma non mi ascolti mai?»
«A giorni alterni» ammise il biondo. «Ripeti la domanda» ordinò poi, sistemandosi le maniche della camicia fin sopra il gomito, e lei finse di non notare il Marchio Nero che giaceva indisturbato sul suo avambraccio.
«No, così impari a non ascoltarmi. Era anello, comunque. Prova questa: il percorso verso l'alto»
«Salita» rispose lui con la sua nota sicurezza.
Le sembrò che stesse contando qualche cosa.
«Sei intelligente, qualche volta» sorrise, scrivendo le lettere di salita nelle caselle. «No, non è vero. Si interseca con la tre verticale che è ... vice. Non può essere salita, se la tre verticale è vice»
«Forse la tre verticale non è vice»
«Ne dubito, la definizione è: sostituisce il capo, e ha quattro lettere»
Lui corrucciò la fronte qualche secondo. «Okay, è vice» gettò una rapida occhiata alla rivista di cruciverba. «Allora, il percorso verso l'alto è ascesa»
Lei contò di nuovo. «Cinque punti a Serpeverde!»
«Perché solo cinque?»
«Perché prima hai detto salita» Anya scosse la testa. «Sei lettere, uccello rapace» gli disse allora. «Aquila» risposero all'unisono.
Anastasia abbassò gli occhi e sorrise, lui scosse la testa con lo stesso sorriso, cingendo la panchina con un braccio. «Che diamine fanno?» chiese poi, indicando un gruppo di turisti intenti a farsi un selfie di gruppo con lo sfondo di Buckingham Palace.
«Una foto ricordo» spiegò lei. «Sai, lì» e indicò la residenza reale. «Ci abita la regina babbana»
Lui annuì con sufficienza, piegando le labbra in giù. Anya sbuffò e scosse la testa, raccogliendo la borsa che stava tra di loro e sfilandosi gli occhiali da vista, gettandoli così rapidamente nella borsa che sembrò volerli nascondere. «A proposito» disse, estraendone una macchina Polaroid di tutto rispetto. «Avvicinati»
«Perché?»
«Perché facciamo anche noi una foto ricordo»
«Con quella?»
«Oh, e fidati, una buona volta!» si lamentò lei. Con un colpo di reni, si avvicinò a lui, posando la guancia sulla sua, e realizzando che non solo non erano mai stati così vicini, ma non avrebbe mai pensato che, a quel contatto – con il braccio di lui che continuava a cingere la panchina – nel suo stomaco sarebbe iniziato un rave party.
Puntò la Polaroid verso di loro, alzando le braccia al cielo. «Sorridi, biondo»
Lui si sforzò seriamente di sorridere. Primo, perché con lei gli veniva dannatamente semplice, e secondo, perché lei sembrava tenerci davvero.
Scattò la foto, e prima ancora che l'istantanea si potesse sviluppare, lei si era allontanata. Appena la macchina le regalò la cartina, lei istintivamente ci soffiò.
«Ma cosa diavolo ...»
«Un attimo di pazienza» lo richiamò Anastasia. «Ammesso che tu sappia cosa significa» Soffiò di nuovo sulla foto, e poi mosse velocemente il polso per farle prendere più aria. La guardò, ci soffiò una terza volta, e poi sorrise soddisfatta. «Ecco!» esclamò, allungandola verso di lui.
Lui l'afferrò e la scrutò.
Ci mise qualche secondo per riconoscersi.
Poi, notò una cosa che gli diede tremendamente fastidio.
«È immobile! Merlino, perché questa foto è immobile?!»
Anastasia rise di gusto, mentre lui si rivoltava tra le dita quell'istantanea.
«Perché le foto babbane non si muovono!» spiegò, con tutta la sua naturalezza.
Lui sbuffò, tornando a guardare l'immagine appena scattata. Lei, con il suo solito sorriso colmo di sincerità, e lui, con la faccia di chi non ha ancora capito che cosa ci faccia lì, ma questo non significa che non gli piaccia.
«A mio modesto parere, è meglio così»
«Così come, immobile?»
«Sì!» esclamò lei. «Così, è un solo istante, fermo su carta, per sempre. Uno solo, e solo quello»
«Ecco perché preferisco le foto dei maghi»
Lei alzò gli occhi al cielo, e lui non poté fare a meno di sventolare quella polaroid, come se si aspettasse che i loro stessi di qualche istante prima iniziassero a muoversi anziché rimanere immobili. La capovolse, con il tentativo di infastidirli: era uno dei suo passatempi preferiti, a Hogwarts, mettere i quadri sottosopra per svegliarli. Ma niente, loro rimasero immobili con le loro espressioni piene di cose non dette.
«Sai che cosa dovresti fare, signor Malfoy?» stava continuando a dire lei. «Dovresti imparare a stupirti, o quantomeno ricominciare a farlo»
Lui la guardò, con quegli shorts maledetti e quelle parigine stramaledette, in mezzo a un parco babbano pieno di babbani che si facevano foto babbane che non si muovevano, e non poté fare a meno di pensare che forse lei era arrivata nella sua vita proprio per questo motivo. Insegnargli a stupirsi di nuovo. E lui non poteva che essergliene grato.
Poi, tornò a guardare la Polaroid, trovandosi davanti a due considerazioni disarmanti.
La prima, era che non era mai apparso in una fotografia, che fossa magica o no, con qualcuno che sorridesse. Neanche in quella del diploma. Blaise aveva riso, prima di scattare la foto, ma Lucius li aveva richiamati alla serità. Così, nella foto del diploma sembravano imbronciati, e la cosa non sembrava cambiare, anche se era una foto magica.
La seconda, era che non esisteva fotografia, ritratto o racconto in cui non fosse identico a suo padre. Nessuna, tranne quella. Lì, accanto ad Anastasia eccetera eccetera Black, con la barba di qualche giorno e un'espressione perplessa ma divertita, non assomigliava né a Lucius, né a Narcissa, né a nessun altro. Era, semplicemente, sé stesso – o perlomeno, non credeva di essersi mai trovato così vicino alla versione più vera di sé.
E senza dubbio, questo era un altro motivo per cui essere grato ad Anastasia e a quell'ingresso bizzarro e inaspettato che aveva fatto nella sua vita.
«Posso tenerla?»
«Devi» sorrise lei, avendo capito già tutto. Raccolse gli occhiali dalla borsa con estrema rapidità e se li riposizionò sul naso. «Dunque: atterra all'arrivo, cinque lettere»
«Nimbus? No, ne ha sei. Comet!»
«Aereo» sbuffò, fingendo di non stare ridendo.
«Tecnicamente, anche Comet sarebbe stato corretto»
«Sai almeno cosa sia, un aereo?»
«Certamente» si difese lui. «Avevo una O in Babbanologia!»
«Io avevo una E» si vantò lei.
«Ovvio» la punzecchiò lui. «Voi siete filobabbani»
«Per dirti la verità, avevo E in tutte le materie» rispose, senza raccogliere la provocazione.
«Tutte?» si stupì.
«Tutte quante»
«Quanti M.A.G.O. hai preso?»
«Tutti quelli che volevo prendere» rispose lei ripetendosi, tornando a guardare le parole crociate. «Spazioso, cinque lettere»
«Vasto» rispose lui sicuro.
Lei scosse la testa. «Ampio» decretò.
«Quindi non ci vedi?»
«Ma per favore»
«Perché portare gli occhiali da vista, altrimenti?»
«Commettere un errore, nove lettere» lo ignorò. «Sbagliare» decretò. «Faccio fatica a leggere» spiegò poi, facendo spallucce. «Troppe ore nel buio della biblioteca»
«Però ti sono valse tutti quei M.A.G.O.» rilanciò lui. «Che ci farai ora, con tutte quelle E?»
«Fare quello che gli altri non farebbero, cinque lettere» alzò lo sguardo, stupita, piegando gli angoli della bocca. «Giuro, non era intenzionale»
«Fare quello che gli altri non farebbero? Osare» rispose lui con un sorriso. «Dovresti osare» proseguì. «Sei intelligente, sveglia e furba, puoi fare qualsiasi cosa tu desideri»
Anastasia inclinò leggermente la testa e si sfilò gli occhiali da vista. «Pensi questo di me?»
Riusciva a vederle bene gli occhi grigi anche con gli occhiali addosso, certo, ma ebbe l'impressione che se li fosse tolti per cancellare una barriera.
Draco annuì sicuro. «Cosa credevi?»
«Credevo pensassi che sono quella rompipluffe della sorellina mal riuscita di Kayla Lily Black» rispose, tutto d'un fiato.
Era vero, tutto vero. Nonostante tutte le cose che avrebbero dovuto farle credere il contrario, nonostante tutte le prove che portavano quella teoria a sgretolarsi fino a svanire del tutto, ne era convinta. Così come era convinta che chiunque, parlando con o di lei, non vedesse altro che la sorella combina guai di tre grandi eroi del mondo magico, o la quarta figlia di due dei maghi più chiacchierati (e invidiati o odiati, a seconda del periodo) del mondo magico.
«La sorellina mal riuscita?» ripeté lui. «Ma fai sul serio?»
Da come annuì, lo capì.
Non era mai stata più sincera.
«Non credo affatto che tu sia la sorellina mal riuscita di nessuno» si sentì in dovere di precisare. «Forse credo che tu sia effettivamente un po' una rompipluffe, ma in buona fede» ammise. «E, per la cronaca, visto che il pensiero sembra darti il tormento, ho il dovere morale di comunicarti che per la maggior parte del tempo, tendo a dimenticarmi che tu sia la sorella di Kayla Lily Black e anche degli altri due» aggiunse. «E se ti trovassi noiosa o altre cose che sicuramente stai pensando o hai pensato, ti avrei lasciata passeggiare per Notturn Alley – evitandomi un pugno, tra l'altro -, non ti avrei invitata a cena – per ben due volte -, non ti avrei permesso di dare dei nomi ai miei pavoni o di alloggiare in casa mia, non sarei venuto qui oggi, e tantomeno ti avrei raccontato la mia storia»
Anastasia gonfiò il petto, sicura che quelle parole avrebbero messo a tacere i suoi problemi di autostima almeno per un po' – e avrebbero dato a Teddy qualche cosa di cui ridacchiare e da rinfacciarle fino allo sfinimento.
«Tanto perché tu lo sappia» rispose allora lei. «Anche io credo che tu sia un rompipluffe in buona fede, e la maggior parte del tempo mi dimentico di chi sei figlio o nipote o di quell'adorabile tatuaggio che hai sul braccio»
Lo sapeva già. Glielo aveva detto in ogni modo, ma si sorprese di come fosse gradevole sentirselo dire per l'ennesima volta.
«Questo è confortante» decretò. «Direi che possiamo continuare con le parole crociate»
Lei sorrise e tornò a guardare il cruciverba che era rimasto in bilico sul suo ginocchio. «Argomento da evitare, quattro lettere»
«Mi auguro che qui non ce ne siano»
«Queste sono molto più di quattro lettere, signor Malfoy» si lamentò lei. «Tabù» lo informò. «Né questo né quello, cinque lettere»
«Né questo né quello?» si stranì lui.
«Altro! Sei un principiante» si lamentò. «A che giocavate in Sala Comune?»
«Perché, tu giocavi a questo?» sputò lui.
«Certamente!» rispose lei entusiasta. Alzò gli occhi per rivolgere a Draco un sorriso Malandrino.
«Che c'è?»
«Guida l'aereo» lo punzecchiò lei, mordendosi un labbro per evitare di ridergli spudoratamente in faccia.
Lui sbuffò, stupendosi che ci fosse un nuovo gruppo di turisti che cercava di farsi una foto con Buckingham Palace come sfondo. «Quante lettere?» domandò.
«Sei»
Finse di pensarci. Era riuscito a capire cosa fosse una Mercedes intuendolo dal fatto che avesse un volante, la sera del loro primo incontro, e adesso portava sempre in tasca un telefono cellulare. Ma capire chi guidasse l'aereo solo dal numero di lettere, ecco, quello era troppo.
«Anastasia?»
«Sì?»
«Non ho assolutamente idea di chi guidi l'aereo» ammise, contento di farla ridere così forte. «So a malapena come sia fatto, in realtà, un dannato aereo» aggiunse. «So solo che vola e che serve ai babbani per coprire grandi distanze» spiegò. «E per dirla tutta, in Babbanologia avevo O perché copiavo»
«Non l'ho mai visto così allegro, ti dico!» stava raccontando Harry, in piedi nella colorata cucina di Kayla e Fred. Robert se ne stava in piedi sul piccolo terrazzo che affacciava su Londra, con la sigaretta in mano, ad accarezzarsi la barba con espressione perplessa. «E ti ha salutato?»
«Non mi ha semplicemente salutato, Robert» rimarcò Harry. «Ha detto "Potter, buongiorno". Ti rendi conto? Draco Malfoy!» esclamò di nuovo, quasi saltando sul posto. «E poi ha ricominciato a trotterellare come un bambino al Luna Park!»
Fred, chinato davanti al forno, ridacchiò e scosse la testa. «Parola mia, Harry, quello è matto» si alzò e apparecchiò la tavola con un colpo di bacchetta. «Dove lo hai visto?»
«Questo è ancora più strano: era davanti a Buckingham Palace»
Robert rise nervosamente. «Sarà andato a leccare il culo di Sua Maestà!» rispose, avvicinandosi la sigaretta alle labbra.
«Che schifo» sputò Fred. «Non farmi pensare certe cose, stiamo per cenare!» nel momento in cui terminò la frase, la porta d'ingresso si aprì, facendo entrare Ron e George, ancora vestiti da lavoro, con espressione sfinita ma sollevata, sia per il concludersi della giornata lavorativa, sia per la prospettiva della cena in ottima compagnia.
«Avete deciso di cacciare le vostre mogli e fare una serata tra veri uomini?» esordì George, accennando alla mancanza della parte femminile della famiglia. «E con veri uomini, intendo vecchi Grifondoro che si sfidano all'ultimo rutto»
«Così per una volta non verrete stracciati da Anastasia!» lo incalzò Ron.
«Le mogli sono a Diagon Alley con la prole» li informò Harry. «E con Martha e Sirius e i loro portafogli, cosa che mi preoccupa non poco» aggiunse. «L'ultima volta Albus è tornato a casa con un vulcano alto mezzo metro che eruttava caramelle di ogni genere»
«Papà era a dir poco entusiasta» aggiunse Robert, sogghignando.
Ron sorrise. «L'ho inventato io, quel vulcano! Grandioso, no?»
Harry corrucciò la fronte. «Certo, Ron, grandioso, però ci ho messo tre giorni a capire come spegnerlo, e James si è sentito male, per tutte quelle caramelle mou»
«James è un pappamolle» concluse Robert, rientrando in casa.
«Ehi, Robert» lo chiamò George. «Che farai, alla fine, con Anastasia? Per la storia di Edward, intendo»
Harry scosse la testa. George era e sarebbe sempre stato una vecchia pettegola.
«Abbiamo deciso che non le dirò niente» rispose il primogenito Black, sbirciando nell'insalata che Fred stava mescolando con cura. «Non si era detto polpettone?»
«L'insalata è per Anastasia» spiegò il rosso con non poco fastidio, facendo fluttuare la ciotola verso il tavolo in salotto.
«Ora sì che siete spacciati in quella gara di rutti» li informò Ron.
Nelle gare di rutti, Ron era l'unico ad arrivare quasi alla pari della portata di Anastasia, che una volta, a dieci anni, aveva quasi rischiato di far cadere il lampadario della Tana. Aveva sempre giurato che quello fosse il suo superpotere, quando Ted non faceva che cambiare colore di capelli perché Tonks non riusciva a spiegargli come gestirli.
L'unico che Anastasia non fosse mai riuscita a battere, era Sirius. Ma questo non significava che si fosse arresa, e il padre era ben contento di continuare a lasciarla provare, con grande disappunto di Martha, che si era sempre rifiutata anche di partecipare.
«Quando dici "abbiamo"» s'informò Fred. «Intendi tu e lo stronzo che vedi riflesso nello specchio?»
«Io e Harry» lo ignorò Robert. «E ho chiesto anche a Ted, per sicurezza»
«Praticamente una riunione del Wizengamot» commentò Ron. «Io comunque glielo avrei detto»
«Meno male che non è tua sorella, allora» ridacchiò Fred.
«Già, Ronnie, non capisco perché tu non abbia ancora scritto un libro con tutti i tuoi consigli sentimentali» continuò George, mentre Robert scuoteva la testa e Harry si puliva le lenti degli occhiali con un gesto abitudinario. «Vogliamo ricordare il matrimonio di Harry e Ginny?» lo incalzò George.
«Ginny si è sposata con il broncio, per colpa tua» ricordò Harry.
«Ho fatto il mio dovere di fratello» rimarcò Ron.
«Ron, le hai offerto di scappare a bordo di un Thestral» lo richiamò Robert. «Almeno qualcosa di più teatrale, Merlino!»
«Come se tu fossi il suo unico fratello, poi» s'inasprì Fred.
«Beh meno male che ha agito a nome di tutti» sorrise George. «Pensa se avessimo dovuto portarle un Thestral ciascuno!»
«Avrei ancora il giardino pieno» sorrise Harry.
«Io comunque glielo direi» ripeté Ronald, ignorandoli. «Per trasparenza»
Ma nessuno fece in tempo a rispondere a Ron o a contestarlo, anche se tutti sapevano che sarebbe stato perfettamente inutile (Robert e Harry erano fermi sulla loro decisione, e Ron era davvero pessimo in fatto di sentimenti), perché la porta d'ingresso si spalancò di nuovo per lasciare entrare Anastasia, che invase l'appartamento con un sorriso radioso. «Branco di troll!» li salutò, attraversando a grandi passi l'ampio salotto per raggiungere la cucina. «Parlavate male di me?»
«Malissimo» confermò Fred. «Inaccettabile che tu non voglia mangiare il mio polpettone!»
Anastasia si avvicinò a Robert, che le cinse le spalle con un braccio e le baciò i capelli, soffermandosi troppo con il naso sulla sua chioma. «St. James's Park?» chiese, perplesso.
Lei alzò gli occhi al cielo e saltellò verso Harry per farsi posare un bacio sulla guancia. «Non puoi usare i sensi ereditati da Felpato per farmi il terzo grado» si lamentò. «Però una cosa ve la voglio dire: non indovinerete mai chi ho visto oggi a Londra!»
I cinque rimasero immobili, cercando in ogni modo di nascondere il terrore nei loro occhi.
Quantomeno, si disse Robert, ne era felice – o era solo bravissima a fingere.
Avrebbe dovuto saperlo, pensò: quando cercava di nascondere qualcosa a qualcuno, veniva smascherato in tempo record.
Cercò di fare mente locale. Se Edward le aveva detto che si erano visti, quale scusa poteva usare per giustificare il fatto che lui, suo fratello maggiore e miglior confidente, non glielo avesse detto subito?
Fred finse di concentrarsi di nuovo sul polpettone, Ron si grattò il naso, Robert si passò una mano nei capelli, George finse di schiarirsi la voce e Harry si levò gli occhiali per pulirli di nuovo, incurante del fatto di averlo fatto pochi minuti prima.
«Oh, che facce lunghe» si lamentò la ragazza, levandosi la giacca di pelle per posarla sullo schienale della sedia. «Mi dovete forse dire qualcosa?»
«Ma ti pare?» la dissuase Harry rimettendosi gli occhiali sul naso. «Piuttosto: chi hai visto?»
«Dudley Dursley!» sorrise lei, scuotendo la testa. Harry e Robert tirarono un silenzioso sospiro di sollievo, mentre Fred nascondeva una risata isterica. «Non ci potevo credere» continuò lei. «Camminava verso Buckingham Palace ripetendo al telefono "io sono Dudley Dursley, per l'amor del cielo"!»
Harry sorrise di cuore. «Come ti è sembrato?»
«Avevate ragione tu e Kayla: è un maiale su due zampe!» rise di nuovo, sedendosi a tavola al posto in cui Fred aveva posizionato la sua ciotola d'insalata.
Robert aggrottò le sopracciglia. «Che ci facevi, davanti a Buckingham Palace?» indagò, accarezzandosi di nuovo la barba.
«Andavo a St. James's Park, ma questo già lo sai» rispose lei acida, accennando al profumo che aveva sentito poco prima tra i suoi capelli.
Fred fece segno a tutti di prendere posto a tavola e George riempì i calici di vino con un incantesimo rapido e sorrise malandrino.
A Robert bastò uno sguardo. «Lo hai fatto di nuovo?» sbuffò.
George ridacchiò e Fred scosse la testa, ma sorridendo.
«George!» lo richiamò Harry. «Ho dei figli da cui tornare! E una moglie!»
«Dovresti brevettarla, questa cosa del bicchiere che non si svuota mai» gli diede man forte invece Anastasia, afferrando il suo calice. «Tiri Vispi Per Maggiorenni» suggerì.
«Consideratevi fortunati» aggiunse Ron. «L'ultima volta a me l'ha fatto con del Whiskey Incendiario»
«Anche al mio addio al celibato» sbuffarono all'unisono Robert, Fred e Harry.
«Infatti sono state delle feste leggendarie» sottolineò George.
«Forse è per questo che Ginny era arrabbiata, allora» stuzzicò Fred. «Forse Ron non aveva portato nessun Thestral, eravamo noi ad essere ancora troppo ubriachi»
«No, no» scosse la testa Harry. «Il Thestral c'era, lo abbiamo visto tutti»
«Io no» specificò Anastasia (non che non ne avesse avuta intenzione, anzi: solo che per lei, i Thestral continuavano ad essere invisibili). «E considerando che non aveva neanche la carrozza, vi credevo tutti pazzi»
«E adesso no?» s'informò Fred.
Robert scosse la testa e s'ingozzò con il vino che stava sorseggiando.
«Oh, Robert, non fare così» rise Fred. «La serata è ancora lunga!»
Harry, seduto accanto al fratello, gli batté una mano sulla schiena, e il primogenito lo ringraziò. «Immagino di non poter chiedere dell'acqua»
George scosse la testa. «Vuoi provare a fare leva anche tu sul fatto di avere una moglie e dei figli?»
«Ho davvero bisogno di ricordarti quanto possa essere terrificante mia moglie?» rispose Robert, provocando un'ilarità generale. «La prossima volta che mi sposo, George, ricordami di non chiederti di organizzarmi la festa di addio al celibato, giusto a proposito»
«La prossima volta che ti sposi?» sorrise la sorella.
«Hermione mi caccia di casa, se mi butto sul letto biascicando che è colpa di George un'altra volta senza riuscire neanche a togliermi le scarpe»
«Vedi perché non lo brevetto» sogghignò George. «Altrimenti Hermione saprebbe che suo marito dice la verità!»
«Harry» lo chiamò Fred, sorridendo alle parole del gemello. «Non hai finito di raccontare che cosa ci facessi a Buckingham Palace anche tu, oggi»
«Oh, a voi non l'ho detto!» riprese entusiasta Harry. «Oggi ero in centro, appunto, perché dovevo lasciare una Passaporta per conto di Kingsley» raccontò. «E ho visto sua signoria Draco Malfoy che trotterellava come un bambino felice»
Anastasia dovette far leva su tutto il suo autocontrollo, che, per inciso, non aveva mai vantato. Strizzando gli occhi, afferrò di nuovo il suo bicchiere, silenziosamente grata all'incantesimo di George, pregò che né Robert né Harry la guardassero negli occhi prima che potesse inventare una scusa plausibile per essere così nervosa davanti a una notizia che non avrebbe dovuto farle né caldo né freddo.
«Trotterellava?» domandò Ron, corrucciando la fronte.
«Saltellava» specificò Robert. «Prima ha detto che saltellava»
«Oh, poco cambia!» sbuffò Harry. «Mi ha sorriso e mi ha detto "Potter, buongiorno"»
Ron strabuzzò gli occhi e Anastasia si impose di smettere di bere, notando lo sguardo preoccupato di Robert, ma sentendosi il cuore in gola. Era stata lei ad indicare a Draco l'uscita del parco che dava su Buckingham Palace, per trovare un punto poco affollato in cui potersi Smaterializzare. Si era anche offerta di accompagnarlo, ma lui aveva declinato con classe, strizzandole l'occhio.
Se lo avesse accompagnato e avessero incrociato Harry mentre camminavano e ridevano insieme?
Cosa avrebbe potuto dire?
Harry, non è come sembra?
E poi, cosa sembrava?
E soprattutto: cosa erano, per non sembrare?
«Harry, sei sicuro che fosse Draco Malfoy?» s'informò Ron.
«Più che sicuro» rispose Harry subito.
Anastasia pregò che la voce non le tremasse più di quanto non le tremasse lo stomaco. «Hai detto ... come un bambino felice?» chiese, sentendosi il cuore in gola.
«Esatto» confermò Harry.
«Forse ha iniziato a drogarsi» suggerì George.
«Forse ha ripreso a drogarsi» lo corresse Fred.
«Forse ha trovato un altro Armadio Svanitore» aggiunse Ron.
«Uno a Buckingham Palace, e uno alla Malfoy Manor» sorrise Harry.
Anya si lasciò cadere sulla sedia, inforcando qualche foglia di insalata e un pezzo di pomodoro.
Draco era felice.
Aveva passato il pomeriggio con lei in St. James's Park a fare le parole crociate, ed era felice.
Tanto felice da salutare Harry e augurargli un buongiorno.
Sorrise, e questo non passò inosservato a nessuno.
Vi confesso che questo è uno di quei capitoli che mi ha divertito di più scrivere, almeno finora.
Settimana prossima vi presento Edward. Stay tuned.
fatto il misfatto
C
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