6. la storia di Draco
Ted e Lyall Lupin erano uno l'antitesi dell'altro.
Nessuno credeva che fossero fratelli, quando lo raccontavano.
Ted Remus Lupin era un Tassorosso fin troppo magro, i poteri da Metamorfmagus ereditati dalla madre e la dolcezza ereditata dal padre. Non vantava sempre il controllo del colore dei suoi capelli o della forma del suo naso: quando era arrabbiato, i capelli gli diventavano rosso fuoco, quando era ubriaco invece sembravano un arcobaleno e quando era in imbarazzo erano gialli canarino. Il suo naso, quando era concentrato era all'insù, e quando era arrabbiato sembrava allargarsi.
Era naturalmente predisposto alla cucina, e aveva salvato più volte le varie cene di famiglia con dei piatti prelibati inventati dal niente; si innamorava con estrema facilità, di ragazzi o di ragazze o anche di vampiri, poco importava, e con altrettanta facilità si stufava e cercava altro. Come suo padre Remus, adorava leggere, studiare, e farsi domande di ogni genere sulle più disparate Creature Magiche. Hagrid stravedeva per lui, mentre Dora non celava una certa preoccupazione – dove erano finiti i suoi geni da combina guai?
Mentre tutti coltivavano come passione il Quidditch o gli Scacchi dei Maghi, lui inseguiva il pettegolezzo e voleva sempre sapere tutto; adorava, poi, che il centro del pettegolezzo fosse proprio lui. La metà delle cose che si dicevano in giro di lui non erano vere, ma lui adorava pensare di essere sempre sulla bocca di tutti.
Lyall non aveva ereditato i poteri della madre, e sebbene questa cosa da bambino avesse rappresentato per lui un problema, con il tempo aveva imparato a fregarsene. La sua più grande passione era il Quidditch, o qualsiasi cosa che avesse a che fare con le scope e una Pluffa. Era entrato nella squadra Grifondoro all'inizio del secondo anno, e ne era diventato Capitano due anni dopo. Ora, alle porte del quinto anno, era anche Prefetto. Nonostante tutti non facessero altro che ripetergli che fosse molto difficile mantenere entrambe le cariche e una media decente, lui aveva deciso di accettare entrambi i titoli.
D'altronde, una media decente per lui significava avere tutti "Accettabile".
Era poco più basso di Ted, ma il continuo allenamento gli aveva procurato due spalle così larghe da fare paura e una muscolatura così sviluppata da sembrare un modello di Abercrombie. Sebbene in viso fosse tale e quale a Remus, nel modo di camminare e gesticolare era la coppia spiccicata di Tonks. E poi, a conferma del fatto che la mela non cade lontano dall'albero, era un fan sfegatato delle Sorelle Stavagarie – oh, ecco dove erano finiti tutti i suoi geni.
Ted e Lyall erano complici come solo due fratelli sanno essere.
Non sapevano necessariamente sempre tutto della vita dell'altro, ma questo non gli aveva mai impedito di aiutarsi tra loro nelle più svariate situazioni. Ridevano per le stesse battute e s'infiammavano per le stesse ingiustizie, gesticolavano nello stesso modo e mettevano la stessa quantità di zucchero nel tè.
Quando Lyall finiva nell'ufficio della Preside per qualche pasticcio, Ted correva a difenderlo e quando Ted si attardava in biblioteca, era sempre Lyall che lo andava a cercare per ricordargli che fosse ora di cena o di andare a dormire.
Remus e Dora adoravano i loro figli. Adoravano il rapporto che avevano tra loro e i loro momenti tutti e quattro, adoravano il rapporto dei ragazzi con i Black e con Nicole e Gabriel, e adoravano anche i momenti in cui litigavano tutti fino a giurare di odiarsi. Lo adoravano perché, avevano confessato, era il segno che ce l'avevano fatta. Non solo Dora era riuscita a far ammettere a Remus che l'amava quanto lei amava lui, ma si erano sposati e avevano reso la loro unione eterna, dando alla luce due splendidi ragazzi, e regalando loro una grande famiglia (quasi sempre) felice.
Ce l'avevano fatta.
«Il Portiere lo devi mettere qui» s'incaponì Anya, seduta al tavolo della cucina di casa Lupin. «Altrimenti non ci arriverà mai in tempo a quei dannati anelli!»
«Lasciami fare da solo» si lamentò Lyall.
«Lyall, quante partite hai vinto, contro la mia squadra?»
«Cinque!» rispose lui fieramente.
«Su quante?»
Lyall abbassò la testa. «Ventisei»
«Ecco, ti sei risposto da solo» alzò gli occhi al cielo e guardò Lyall riposizionare la calamita con scritto 'portiere' sulla lavagnetta bianca che stava tra di loro, su cui avevano disegnato una fedele riproduzione del campo da Quidditch.
«Anya, queste ... queste tecniche, sono tutta farina del tuo sacco?»
Anastasia sfoggiò un sorriso più che Malandrino. «Non te lo dico»
«Papà dice che tua zia Rose aveva un suo schema e una sua tecnica, per il Quidditch»
«Non ti dirò niente» ribadì Anastasia.
In quel momento, Ted apparve all'ingresso con dei capelli azzurro pastello e una camicia hawaiana della stessa tonalità. «Oh, qual buon vento» disse, indicando Anya. «Scommetto che hai moltissime cose da raccontarmi!»
«Tipo le tecniche di Quidditch di Rose Redfort?»
«Mettiti in fila, Lyall, sono anni che cerco di avere quei diari»
«E sono anni che ti dico che sono miei» sbuffò Anastasia, mentre Ted si avvicinava al tavolo su cui i due stavano studiando le formazioni per la stagione successiva. Degnò lo schema di mezzo secondo di attenzione, per poi scuotere la testa contrariato.
Anche d'estate, erano in grado di parlare solo di Quidditch?
Spalancò il frigo con aria annoiata.
«Dove sei stato, Ted?» domandò Anastasia.
«Sono io qui quello che fa domande»
In quel momento, il telefono di Anastasia iniziò a squillare insistentemente. Lei lo raccolse dal tavolo, e letto il mittente della chiamata, strizzò l'occhio a Ted e decise che era il momento di controllare se nel piccolo giardino sul retro fosse tutto a posto.
«Sei riuscito a vedere chi era?» domandò Ted, versandosi un bicchiere di latte.
Lyall non si mosse nemmeno: teneva la testa tra le mani e gli occhi fissi sulla lavagnetta.
«Oh, come non detto» si rispose da solo il primogenito.
Gli bastò un veloce sguardo oltre la porta finestra dove Anastasia era sparita, per vederla sdraiata sull'amaca con disegnato in viso un sorriso che Ted non vedeva da mesi.
Lyall alzò la testa. «Hai detto qualcosa, Teddy?» domandò.
Ted scosse la testa e Lyall tornò ai suoi schemi, mentre la risata di Anastasia riempì la casa.
«Pronto?»
Draco saltò sul divano. «Sei tu?»
«E chi vuoi che sia?»
«Oh, Merlino! Ci ho messo mezza giornata a capire come telefonarti!»
Sentire Anastasia ridere, dall'altra parte del telefono, lo costrinse a sedersi di nuovo e a chiudere gi occhi per immaginare il suo viso.
«Venti punti a Serpeverde»
«Anche di più» si lamentò lui. «Ti ... beh, volevo sapere se stai bene, dopo ieri sera»
«Sto bene» sorrise lei. «La reggo ancora, sai, una sbronza»
«Non è per quello» rispose veloce lui. «Beh, anche, ma è per ... per la sala da pranzo. Di solito io non mangio lì, ma Kora era davvero contenta che avessimo ospiti, e ... ha persino usato le posate d'argento ... ecco, hai capito, no? So che sai che lì, insomma, ecco, cosa succedeva»
«Certo che so cosa succedeva lì» sospirò Anastasia. «Ma vorrei che me lo raccontassi tu»
Draco si perse ad osservare il maestoso salotto attorno a lui. Gli sembrava straordinariamente vuoto, senza di lei. E freddo, anche. Le avrebbe raccontato ogni segreto di ogni stanza, se avesse potuto. Ma in quel momento, realizzò che la richiesta della giovane Black comportava l'apertura di un capitolo della sua vita che lui si preoccupava sempre di tenere ben chiuso.
«Io ... non ne parlo mai»
«Beh, dovresti» rispose lei con naturalezza. «Non parlare delle cose non le rende invisibili, tutt'altro»
«Non ti dirò che hai ragione»
«Ma sai che è così» ridacchiò lei.
«Non dirò neanche questo»
«Quindi non dirai più niente?»
«Può essere, sì»
«Allora dirò qualcosa io: ceni con me, domani?»
Draco sbarrò gli occhi: un invito a cena? Un appuntamento, forse. Addirittura un appuntamento?
Si passò una mano nei capelli e si rese conto che avrebbe voluto urlare sì. Ma poi si rese conto che mai, mai era stata una donna ad invitarlo a cena e non viceversa.
Dannata giovane Black. Gli stava ribaltando tutte le carte in tavola, di nuovo.
«Rilancio» sfidò.
«Prego?»
«Rilancio: ceni con me, stasera?»
«No»
«No?»
«No, stasera no. Domani» rispose lei. «e comunque, non vale»
«Non vale?»
«Non vale: te l'ho chiesto prima io»
«Non esiste che sia una donna ad invitare a cena un uomo»
Lei rise così forte che Draco dovette allontanare il telefono dall'orecchio.
«Ma tu ti aspetti che io ti prenda sul serio, quando dici certe stronzate?»
Draco si trovò a scuotere la testa. «Stasera»
«Stasera ceno con i miei fratelli, se proprio ci tieni a cenare con me, possiamo aggiungere un posto»
«D'accordo, domani»
«Domani» sorrise lei. «Come ho detto io»
«Sì, come ti pare» rispose lui con sufficienza. «Allestirò una cena come si deve» sorrise. «Come si spegne, questo coso?»
«Così, ecco»
Anastasia chiuse la telefonata e lui dovette avvicinare e allontanare dal viso il telefono muto un paio di volte prima di essere sicuro che la telefonata fosse effettivamente concluso. Si lasciò cadere sul divano con il viso coperto dalle mani, e si trovò a maledire e benedire contemporaneamente il momento in cui aveva conosciuto Anastasia Elizabeth Helen Black.
La sala da pranzo della Malfoy Manor aveva nuovamente accolto Anastasia, quasi come se ormai fosse un abitudine. Lei era seduta dando le spalle al camino spento e freddo, indossando una t-shirt lilla con il collo alto e senza maniche, le braccia piene di braccialetti di ogni genere.
Draco si schiarì la voce e si sistemò il tovagliolo sulle gambe, approfittando del secondo di silenzio tra loro. «Vedi, io ... sono stato cresciuto seguendo certi ideali. Ideali che hanno a che fare con la violenza, la menzogna, e la forza. Non ... non mi è mai pesato, perché non sapevo che potesse esistere un altro modo di vivere. Mio padre non faceva che ripetermi che con la forza e con la prepotenza si arriva dappertutto. E io, io ci credevo. Mi ha insegnato ad essere spavaldo e arrogante, e uno così spavaldo e arrogante se segue idee basate sulla menzogna e sulla violenza, beh, non finisce bene. Quando sono arrivato a Hogwarts, ero convinto di essere il migliore. Non capivo che cosa avesse Harry Potter più di me, ma ero sicuro che avrebbe capito che essere mio amico gli sarebbe convenuto. Insomma, io ero il migliore»
Il sorrisetto di Anya lo distrasse per un secondo.
«Non ha voluto essere mio amico. Ricordo di aver pensato: beh, peggio per lui. Gli ho giurato guerra, senza neanche sapere cosa volesse dire. Sono andato avanti così per anni, accecato dall'odio e dalla voglia di dimostrare che ero migliore di lui. Invece lui volava meglio di me, continuava a farla franca, aveva liberato il mio elfo, e poi ... Kayla non faceva che difenderlo, anziché darmi ascolto. Questo era già di per sé un ottimo motivo per odiarlo, visto ... visto quello che provavo per lei. E poi c'è stato l'anno del Torneo, ero sicuro che quell'anno le luci di tutti i riflettori non sarebbero state puntate su di lui, finalmente, invece è riuscito a fregarmi, di nuovo. Non fraintendere, so che ha rischiato grosso, quell'anno. Ma questo lo so adesso, quasi vent'anni dopo. All'epoca, ero accecato dalla sete di fama e di gloria. Ho portato Kayla al Ballo e l'ho lasciata ballare con Fred Weasley, rendendomi conto che non solo non avevo possibilità con lei, ma che non avevo neanche la possibilità di essere più popolare di Potter. E lui neanche la voleva, tutta quella fama»
Anastasia versò da bere per entrambi, senza smettere di guardarlo dritto negli occhi.
«Quindi: violenza, menzogne, forza, arroganza, spavalderia, e gelosia» continuò lui. «Ero un concentrato di odio. Ma quell'anno ... qualcosa è cambiato. Casa nostra era sempre piena di gente, i miei genitori erano sempre più schivi e nervosi, ed era chiaro che qualcosa di grosso stesse per accadere. Non ... non dico di non essermi stupito, quando Potter è riapparso dal labirinto in lacrime e con il corpo di Diggory dicendo che il Signore Oscuro era tornato. Diciamo che ho messo insieme i pezzi, ecco» sospirò e prese in mano il calice di vino. «La cosa strana fu ... che nessuno gli credeva, ma io sapevo che stava dicendo la verità. Quando sono tornato a casa, mio padre era più nervoso che mai, ma anche contento come un bambino. È difficile, da spiegare. Diceva che ci saremmo presi quello che ci spettava, che saremmo stati il vertice della società, che tutti ci avrebbero rispettato e venerato a dovere. Ero contento anche io: finalmente, la gloria e la fama che mi spettavano e che bramavo da tempo. Tornai a scuola carico come una molla e trovai Dolores Umbridge, che odiava Potter e la sua banda almeno quanto me. Kayla era felicemente fidanzata, e io mi sono scopato mezza Hogwarts ... non mi pento di niente. È servito a vedere le cose con un certo distacco. La Umbridge mi ha subito arruolato per la sua Squadra di Inquisizione del cazzo, una scusa per togliere punti a chi mi stava antipatico e cercare di capire cosa combinassero Potter e gli altri di nascosto. Quando l'ho capito, mi sono stupito. Insegnava. Insegnava ai più piccoli quello che la Umbridge non insegnava a noi. Non l'ho mai detto, ma ... l'ho ammirato, ecco. Sapeva che Tu-Sai-Chi era tornato e voleva che fossero tutti in grado di difendersi» cercò lo sguardo di Anya.
La trovò immobile, con gli occhi sereni come se stesse parlando del tempo.
E lo trovò la cosa più rassicurante che avesse mai visto in vita sua.
«Il piano per la profezia, ecco ... l'ho scoperto mesi dopo. Quello che mi era chiaro, alla fine di quell'anno scolastico, era che quel troll del Ministro Caramell aveva capito cosa fosse successo e anche cosa sarebbe successo da quel momento in poi, e aveva una paura dannata. E poi ... mio padre era stato preso e portato ad Azkaban. Casa mia era comunque piena di gente e mia mamma era ormai isterica, mia zia era venuta a vivere qui e ... ho capito che il posto di mio padre lo avrei dovuto prendere io. Sia come capofamiglia, sia a quelle cazzo di riunioni. C'era una sedia vuota, e sai ... a loro non piaceva. Mia madre mi chiese di non fare follie, mia zia mi chiese invece di rendere onore alla mia famiglia. Vedi, usò la parola magica: onore. Riuscivo a pensare solo a mio padre e a quello che mi aveva insegnato. In men che non si dica, avevo il Marchio sul braccio e il Signore Oscuro in persona mi ordinò di uccidere Albus Silente» fece un'altra pausa.
Si aspettava che Anastasia si spaventasse, si alzasse e se ne andasse, ma alzando gli occhi la trovò sempre lì, con il calice di vino in mano e un'espressione che diceva va tutto bene.
Lui le stava raccontando la parte più oscura della sua vita,e lei era in grado di sembrare tranquilla.
«Puoi ... spaventarti e urlarmi che sono uno stronzo codardo, se vuoi, avresti ragione»
«Non ho la minima intenzione di farlo» rispose lei secca.
Grazie, avrebbe voluto dirle. Invece, sorseggiò un altro po' di vino e continuò.
«Silente non mi piaceva. Voglio dire, non faceva che favorire Potter, ostacolare il Signore Oscuro e predicare amore, bontà e gentilezza. Mio padre lo odiava. Ho pensato ... che sarebbe stato contentissimo, se fossi stato io ad ucciderlo. In più, Tu-Sai-Chi non accettava rifiuti. Ho capito solo dopo ... era una punizione. Per mio padre. Sapeva che non ne sarei stato in grado, ero troppo giovane e troppo debole per poter uccidere uno come Silente. Nel momento in cui avrei fallito – perchè era ovvio che avrei fallito - , lui mi avrebbe punito. E beh, se per caso ci fossi riuscito, lui si sarebbe tolto una bella gatta da pelare. Geniale, no? Ero in trappola. Piton non faceva che offrirmi il suo aiuto, ma io ... volevo fare da solo. In testa mi risuonavano quelle paroline magiche: fama e gloria. Non solo per me, ma anche per la mia famiglia. Dovevo solo trovare un modo, ma ... avevo paura; non credevo si potesse avere così tanta paura. Tremavo ad ogni passo. Non dormivo e non mangiavo. Seguivo le lezioni per inerzia. Nessuno sapeva cosa mi passasse per la testa. Blaise era furioso, non gli ho mai tenuto nascosto niente. E Kayla ... Kayla continuava ad offrirmi il suo aiuto, e io volevo solo urlarle di prendere il suo Weasley del cazzo e di mettersi in salvo, finché potevano. Ho fatto moltissimi tentativi, e quando ho capito come fare, mi sembrava di volare. Fama, gloria, e il rispetto di mio padre mi attendevano. È sempre valida l'offerta di urlare ed andartene, Anastasia»
«Non mi muovo di qui»
«Bene, benissimo. Ecco, quando ... quando ce l'ho fatta, quando mi sono trovato davanti ad Albus Silente, debole e disarmato, lui con i suoi modi dannatamente gentili mi ha detto che sapeva tutto, da sempre; mi ha detto che non mi ha fermato o affrontato perché sapeva che il Signore Oscuro non mi avrebbe risparmiato, se mi avesse visto debole o se avesse saputo che mi ero fatto scoprire. Mi ha detto che ... che non sono un assassino. E poi mi ha detto "passa dalla parte giusta, Draco". Per me, la parte giusta era quella dove stavo in quel momento: con la bacchetta puntata davanti a un uomo disarmato. Eppure, avevo dannatamente paura. Mi ha offerto protezione, mi ha detto che l'Ordine della Fenice mi avrebbe nascosto meglio di quanto immaginassi, e che avrebbe nascosto anche i miei genitori. Non avevo mai visto una via di fuga, non credevo che ce ne potesse essere una. Era troppo tardi, comunque. I Mangiamorte avevano invaso il castello e sarebbero arrivati da un momento all'altro. Piton ci ha raggiunti quasi subito, e ... ha finito quello che io avevo iniziato» sospirò. «Tutto bene?»
Anastasia annuì con decisione. «Non ti ho mai sentito fare un discorso tanto lungo» rispose, guardandolo come se non riuscisse a fare altro che perdersi nei suoi occhi chiari.
«Oh, beh, è ancora lunga» si sistemò sulla sedia. «Avevo paura che Piton lo avesse fatto per prendersi la gloria, ed ero furioso. Solo dopo ho capito che ... che lo aveva fatto per proteggermi, per evitare che mi sporcassi le mani di sangue. Ero furioso, ma ho capito che non sarei stato in grado di uccidere Silente, neanche se avessi avuto tutto il tempo del mondo, o almeno credo. Ho capito che io non ero come loro, io non ero ... non ero ciò che loro avevano deciso che io fossi. Così, quando Greyback ha portato qui Potter e mi hanno chiesto di riconoscerlo, io ... ho negato. Cioè: prima ho esitato, poi ho negato. Pendevano dalle mie labbra. Se quello fosse stato Potter, avrebbero chiamato il Signore Oscure e quella storia sarebbe finita per sempre. Non sapevo come sarebbe finita, sapevo che non spettava a me consegnare Potter e guardarlo morire nel mio salotto. Ho negato, ma poi l'hanno riconosciuto e chiuso in cantina insieme a Ollivander, il folletto della Gringott e Lunatica Lovegood. Ecco, io ... non entro più, in cantina. Non mi avvicino neanche alle scale, non ci riesco. Vorrei, ma non ci riesco» scosse la testa. «Il mio dannatissimo elfo domestico che Potter aveva liberato è venuto a salvargli la pelle e credo si sia beccato una coltellata da mia zia Bellatrix, per averlo fatto»
«Sì» rispose lei, con un filo di voce.
«Come?»
«Dobby, l'elfo è ... è morto» confessò. «Quando Harry e gli altri si sono Smaterializzati, Dobby aveva il coltello di Bellatrix conficcato nello stomaco, e non c'era più niente da fare»
Draco rimase impassibile. «Non lo sapevo»
Lei si strinse nelle spalle. «Ci sono cose che sai tu e che non so io, e viceversa»
«Ma tu ... eri una bambina!»
Anastasia sorrise e annuì. «Sono stata una bambina molto, molto curiosa: ho costretto i miei fratelli a raccontarmi tutto quanto. E quello che non chiedevo a loro, lo chiedevo ai miei genitori, ai miei zii, o a Minerva»
Lui sospirò e scosse la testa. «Dunque. Ho salvato il culo a Potter, e ne vado fiero, in qualche modo. Poi ... poi c'è stata la battaglia. E lì la sola cosa che mi importava era riuscire a tornare a casa sulle mie gambe, insieme ai miei genitori. Ho ... ho cercato di ostacolare Potter, e ci ho rimesso un amico. Tiger non era ... non era particolarmente sveglio o altro, ma era mio amico, ed è rimasto vittima del suo stesso incantesimo, che ... che era indirizzato a Potter, la Granger e Weasley. Cerco di non pensarci, perché ... perché mi sento in colpa, ecco perché. Non era brillante, ma meritava di vivere. O meglio, non meritava di morire. Nessuno merita di morire, in effetti, ma ci sono arrivato solo con il tempo» il sorriso di conforto che trovò sul viso di Anya gli riempì il cuore. «Insomma, siamo tornati a casa sulle nostre gambe. Martha Black – tua madre, per la cronaca – ha tagliato la gola a mia zia, ma ... non posso dire che non avesse tutte le ragioni per farlo. E non posso neanche dire che mi manchi, in fin dei conti» finse di guardarsi attorno. «Mi assicurai che tutti stessero bene, o più o meno bene. Ho visto Kayla aggirarsi per il castello come ... come un fantasma. Aveva gli occhi vuoti e sembrava non vedere o sentire niente di quello che succedeva attorno a lei. Ho saputo dopo che era quasi sorda e che era folle di rabbia perché ... perché il suo rosso era sparito. Ho chiesto un po' in giro, anche ... anche a chi pensavo l'avesse attaccato. Ho capito dove cercare e ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque: l'ho cercato. Credo che sia stato lui a trovare me e non viceversa. Lui dice che mi deve la vita, ma ... mi basta questa nuova gentilezza che lui e il suo gemello hanno nei miei confronti se mi incontrano per strada, ecco. Mi basta ... mi basta non essere un mostro senza cuore, almeno, non per tutti. E poi ... ci ho messo un po', a rendermi conto che fosse tutto finito. Anzi, a volte mi aspetto che la casa si riempia di Mangiamorte o che il Marchio faccia male. Dormo sempre con un occhio mezzo aperto, e ... non lo faccio apposta, ma penso sempre che chi mi sta attorno abbia in mente qualche piano malefico in cui io sarò il boia. Non è ... facile da dire ad alta voce, ma non è una cosa che posso controllare, anche se vorrei. È come se fossi progettato per dubitare»
Anya rimase a fissarlo per qualche secondo, senza nasconderlo.
«Puoi sempre scappare urlando, per la cronaca»
«In diciotto anni non ricordo una sola volta in cui sono rimasta senza parole»
«Prima di adesso?»
«Prima di adesso» confermò. «Ma ci tengo a dire, come ho già detto, che non sei un mostro senza cuore e che non ho in mente qualche piano in cui ti costringerò ad essere il mio boia personale»
«Grazie» rispose lui d'istinto, cogliendo l'ironia.
«Sai, la storia di Albus Silente e Severus Piton ... è qualcosa che mi ha sempre toccato moltissimo, ma non sapevo avesse protetto anche te»
«Credo che tocchi a te. Parlare, intendo»
«Io so solo quello che mi è stato raccontato» si difese lei. «Severus Piton non so neanche che faccia avesse»
«Non ti perdi granché» ridacchiò Draco.
«Harry dice che Severus Piton è l'uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto»
«E tuo padre che ne pensa?»
«Beh ... il primo figlio di Harry si chiama James Sirius. E il secondo si chiama Albus Severus. Direi che ha reso onore a tutti quanti»
Draco rimase visibilmente scioccato. «Non ... Albus Severus? Pazzesco»
«Immagino ci siano un po' di cose che non sai»
«Nessuno può sapere tutto» sospirò. E, accogliendo la tacita richiesta di Draco, raccontò tutto quello che negli anni le era stato raccontato.
Raccontò di Robert Redfort e del primo Ordine della Fenice, di una piccola Dora che spia la pancia di Martha che cresce, di due ragazzi appena diciottenni che si sposano quasi di nascosto, e di Robert Black che nasce tra la commozione e la paura di tutti.
Raccontò di come suo padre serrava i pugni parlando della notte in cui Silente li aveva avvisati che ci fosse una spia, e di come Martha gli accarezzava le spalle dicendo che non lo potevano sapere o immaginare, e non avrebbero potuto salvare nessuno di più di chi non fosse effettivamente ancora in vita grazie a loro.
Raccontò di come Remus aveva cercato di spiegare a lei e ai suoi figli la paura che aveva la forma dell'incertezza, di come si augurava che nessuno di loro dovesse mai salutare qualcuno che amava con il pensiero che quello sarebbe potuto essere l'ultimo saluto.
Raccontò del Quartier Generale e della profezia, di come Martha ancora professasse la totale fiducia e devozione a Silente, e di una frase che l'aveva sempre colpita: "rifarei tutto".
Raccontò di come Sirius sorridesse ancora al ricordo del matrimonio segreto di Lily e James e di come si commuovesse quando raccontava la nascita di Harry, e di come James non solo avesse chiesto a Sirius di esserne il padrino, come lui era padrino di Robert, ma di come avesse introdotto nella vita di tutti loro un titolo a cui nessuno voleva pensare: tutore legale. Voleva dire che se fosse successo qualcosa a James e Lily, Sirius sarebbe stato responsabile di Harry come fosse figlio suo. Raccontò di come sia i suoi genitori che i suoi fratelli, dicessero ancora cose come "non si sa mai", quando firmavano qualche documento che accertava cose più o meno importanti "nel caso dovesse succedere qualcosa".
Raccontò di come da piccola non capisse, cosa fosse quel qualcosa.
Forse, raccontò, è una di quelle cose che si capiscono solo con il tempo.
Raccontò quindi che ci sono paure che adesso capiva, e paure che non avrebbe mai capito.
Raccontò della notte di Halloween che aveva segnato la vita della sua famiglia per sempre, e di come la voce di sua madre ancora tremasse quando raccontava quelle scene. Raccontò di come Kayla era venuta al mondo in punta di piedi, per poi essere da subito la persona tanto furba e tanto buona che conosceva lui. Raccontò di un padre chiuso ad Azkaban e di come Robert si teneva stretti i pochi ricordi che aveva con lui, quando tutti gli dicevano che suo padre era un assassino.
Raccontò di dieci anni di vita che non aveva vissuto, ma che conosceva bene.
Raccontò di come Martha fosse riuscita a riportare Sirius nel mondo dei vivi, ma ne rifiutasse ogni merito. Raccontò di due sposi felici che si vanno a prendere il loro figlioccio, perché quel qualcosa, alla fine, era successo. Raccontò di come Martha sosteneva di averlo sempre saputo, che Voldemort sarebbe tornato.
Raccontò di Tom Riddle e del diario e di Ginny Weasley, di come sapesse che a dare a Ginny il diario fosse stato Lucius, ma di come oggi non importasse più a nessuno.
Raccontò allora anche la storia di Minus e di come nessuno sapesse o comunque potesse sapere che era un Animago, perché questa, gli disse, è un'altra storia. Raccontò di come non avesse mai creduto che suo padre potesse avere sete di vendetta, ma di come si era dovuta ricredere, e come lei, i suoi fratelli.
Raccontò del Torneo Tremaghi e di una madre preoccupata, ma di come Harry le avesse detto di non essersi mai sentito solo. Raccontò di come era morto Cedric Diggory, e di come Harry ancora si sentisse in colpa, nonostante chiunque gli avesse detto che non era colpa sua. Raccontò di come Martha aveva smascherato Barty Crouch Junior e di come Kayla, in quel momento, aveva capito che non avrebbero più dormito sonni tranquilli.
Raccontò allora del nuovo Ordine della Fenice, di Grimmauld Place, che per lei oggi era un rifugio sicuro, e per la sua famiglia era stata una prigione verde e argento.
Raccontò di riunioni lunghe ore e di Severus Piton e Sirius che non facevano che litigare, di Dora che si innamora di Remus giorno dopo giorno, di Rose che custodisce il più bello dei segreti.
Raccontò delle lezioni di Occlumanzia, e di come Harry fosse semplicemente negato.
Raccontò delle visioni, dell'aggressione ad Arthur Weasley e di quella a Sirius, che altro non era che una trappola, e allora raccontò di come Harry, Robert e gli altri ci fossero cascati con tutte le scarpe.
Raccontò della battaglia all'Ufficio Misteri, del coraggio di Rosalie Redfort, così come gliel'avevano raccontata Dora ed Hermione, perché nessuno, tranne loro, ne parlava mai. Raccontò di Robert che si trova per la prima volta faccia a faccia con Voldemort e di come Caramell fu costretto ad ammettere che Il Ragazzo Che È sopravvissuto fosse anche Il Ragazzo Che Aveva Ragione.
Raccontò di Silente che con cura e rispetto, racconta a Harry la storia di Voldemort, che di cura e rispetto non ne aveva mai avute.
Raccontò di come i suoi fratelli sospettassero di Draco Malfoy, ma nessuno avesse idea di quello che gli passava davvero per la testa.
Altrimenti, garantì, l'avrebbero convinto davvero a passare dalla parte giusta.
Raccontò di come Harry fosse lì, la notte in cui Silente morì, e raccontò di come non lo sapesse nessuno. Raccontò poi la resistenza di Hogwarts e la resilienza dell'Ordine, raccontò di come ricordasse le notti in bianco di sua madre o le ramanzine a Robert per la disattenzione a semplici norme di sicurezza.
Raccontò di una battaglia che ancora riempiva gli incubi della sua famiglia, e raccontò di quanto fosse stato difficile, abituarsi alla quiete e all'idea di avere un futuro limpido e solido.
Quando ebbe concluso il racconto, tra loro rimase un silenzio carico di ricordi e pensieri.
«Avrei voluto conoscerti allora» concluse lui in un sussurro.
Lei non rispose.
Rimase a guardarlo, beandosi di quella versione di Draco Malfoy priva di maschere di ogni tipo, convinta che ad averlo visto così, fosse stata soltanto lei.
NdA: la mia paura di storpiare Draco, ormai, è cosa nota. Questo capitolo l'ho scritto, cancellato, riscritto innumerevoli volte. L'ho odiato, ma credo fosse necessario.
Il meglio deve ancora venire, come sempre; nel prossimo capitolo rivedremo Sirius nelle vesti di padre amorevole, e anche questo mi manda parecchio in ansia, ad essere sincera. Aspetto commenti, come sempre.
Grazie, di cuore.
C.
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