Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

11. certe tempeste


«Con quella sua dannatissima faccia tosta!» sbraitò Anastasia. «Come può una persona mentalmente sana pensare di rincorrermi e chiedere se vada tutto bene? Certo che non va tutto bene! Come può pensare che vada tutto bene?! Insomma: sparisce per quasi un anno e poi davanti a Neville dice che non esiste mago o strega che non conosca il valore di Anastasia Black! Troll che non è altro! Come si permette?!» picchiò un piede per terra e prese a camminare avanti e indietro. «E poi: che cosa vuol dire che mi voleva avvertire per fare quattro chiacchiere? Chi cazzo le vuole fare quattro chiacchiere con uno come Edward Scott?!» Strinse i pugni ed emise un verso d'ira. «Tre anni della mia vita passati accanto ad un ragazzo con il cervello di un Asticello!»
«Tre anni?»
«Tre fottuti anni!»
«Anastasia, perché non ti siedi?»
«Perché sono arrabbiata!» ringhiò lei.
«Questo lo vedo» sorrise Draco, seduto composto sul divano di pelle. «Tre anni sono tanti per una relazione, soprattutto alla tua età»
«Tre anni sono troppi per una relazione con un troll!» strillò quindi lei.
«Siediti» la invitò di nuovo lui, con tono più fermo e deciso. «Kora?» chiamò. Immediatamente, l'elfa apparve accanto al padrone.
«Padron Draco ha chiamato Kora?» domandò, guardandolo con i suoi occhi grandi e scuri.
«Kora, per favore, prepara una tisana e un bagno caldo per la nostra ospite» le chiese Draco.
«Kora esegue subito, padron Draco!» così come era apparsa, Kora scomparve, fin troppo entusiasta.
«Non c'è bisogno» ringhiò Anastasia, sforzandosi di sembrare più calma.
«C'è bisogno eccome» la contraddisse Draco. «Non puoi avere l'aspetto di una che sta per esplodere in casa mia, Black» aggiunse, con il suo solito tono freddo. «Ci sono già troppe brutte storie che girano su questo posto» aggiunse, con un ghigno.
Anastasia si concesse di voltarsi a guardarlo. Seduto composto, con le gambe accavallate e una camicia stirata a regola d'arte, pettinato e con il suo solito sguardo freddo, ma pieno di pensieri.
«Scusami, Draco» disse, in un sussurro, rendendosi conto solo in quel momento della situazione.
«Non hai nulla di cui scusarti» le rispose lui subito, calmo, come se fosse tutto assolutamente normale. «Non tu, quantomeno, e soprattutto non con me»
«Non ... non sarei dovuta piombare qui senza avviare, mi dispiace»
Draco fece una cosa che lasciò stupito lei quanto lui. Si alzò, e si avvicinò a lei. Le afferrò il mento con due dita, per costringerla a guardarlo negli occhi. «Ora dirò una cosa, e la dirò una volta soltanto, quindi esigo la tua completa attenzione»
Aspettò un cenno da parte sua, che non tardò ad arrivare.
«Puoi piombare qui senza avvisare tutte le volte che vuoi» disse, con semplicità. «È raro, che io non ci sia. E comunque, puoi sempre prenderti un tè con mia mamma»
Anastasia inclinò la testa e accennò un sorriso, e lui, dopo averla fatta sorridere in un momento del genere, si sentì l'uomo più felice del mondo. Lei sembrò tirare un sospiro di sollievo. «Mi dispiace» ripeté.
«Smettila» la richiamò lui con fare severo.
«Non ... non volevo andare da qualcuno che mi avrebbe detto "te l'avevo detto, Anastasia!"»
Draco, ancora in piedi davanti a lei, accennò un sorriso. «Non ti direi mai che te l'avevo detto» le promise, con tono inaspettatamente sincero. «Anche perché, per dirla tutta, ho capito la metà delle cose che hai detto»
«Mi dispiace» sospirò, mettendosi una mano sulla fronte per guardarsi attorno.
«Smettila» le disse di nuovo lui. «Giuro su Salazar, se dici un'altra volta che ti dispiace, ti mando davvero a prendere il tè con Narcissa!»
Alzò gli occhi per trovare Draco che la guardava con dolcezza. Si regalò qualche secondo per studiare quello sguardo nuovo, e scoprire che le piaceva particolarmente. Si sentiva come incatenata: sentiva che non avrebbe potuto distogliere lo sguardo, se prima non lo avesse fatto lui. Lui, d'altro canto, aveva la stessa identica sensazione – ed il desiderio di rimanere a guardarla per ore, fino a che lei non si fosse stancata. Perché era sicuro che si sarebbe stancata lei, per prima.
A spezzare l'incantesimo fu Kora, che apparve con in mano una tazza piena di tisana bollente. «Kora ha preparato la tisana e il bagno caldo, padron Draco» annunciò.
«Grazie, Kora» risposero i due, all'unisono.

«Dopo tre cazzo di anni» sputò Anastasia. Avvolta in un accappatoio verde Serpeverde, con i capelli corvini ancora bagnati che le ricadevano lungo e la schiena, qualche ciuffo ribelle le accarezzava il viso e inumidiva l'accappatoio anche sul davanti. La sigaretta in mano e lo sguardo arrabbiato.
Draco la guardava, mentre fumava il sigaro e ascoltava una storia che sembrava essere raccontata per la prima volta.
Anastasia ed Edward si erano conosciuti a scuola, sul campo da Quidditch, come la maggior parte delle coppie che conosceva. Dopo un paio di uscite a Hogsmeade, lui le aveva dato un timido bacio nei corridoi di Hogwarts nel cuore della notte, mentre tornavano da una gita nelle cucine. Mrs Purr li aveva beccati, e si erano dovuti fare una settimana di punizione, che altro non era che l'opportunità di stare insieme anche più del dovuto.
Anastasia aveva raccontato tutto quasi subito a Ted, Nicole e ai suoi fratelli e dopo un anno di relazione grandiosa, aveva presentato Edward a Martha e Sirius, e Edward aveva presentato Anastasia ai signori Scott, che Draco conosceva bene perché, si sa, tra Purosangue ci si conosce tutti.
Persino la Piovra Gigante sembrava essere al corrente di quella relazione, a quanto pare, e tutti si aspettavano che sarebbero durati per sempre. Ma il caro Edward Scott, che presumibilmente si era beccato più insulti in quel quarto d'ora che in tutta la sua vita, aveva deciso di diventare uno Spezzaincantesimi e di girare il mondo per conto della Gringott.
Dopo poco più di un mese di viaggio in Marocco, quando le sue lettere si facevano sempre più corte e più rade, una mattina a colazione aveva mandato ad Anastasia un gufo con una lettera che la ragazza recitò a memoria. Aveva conosciuto una strega di nome Janine, e se ne era follemente innamorato.
Draco pensò che non aveva mai visto una persona scuotere la testa così tante volte, neanche Piton davanti ai pasticci combinati a lezione di Pozione da Potter e Weasley.
Non avrebbe mai pensato che un semplice racconto avrebbe potuto rendere degli occhi belli come quelli di Anastasia così vuoti come li vedeva lui in quel momento.
Così, senza darle possibilità di replica, Edward era sparito.
E lei era rimasta con una lettera in mano a piangere in mezzo alla Sala Grande, fino a che Ted non aveva dovuto trascinarla in Infermeria, terrorizzato all'idea che avesse smesso di respirare.
In un certo senso, spiegò Anastasia, Ted non aveva tutti i torti: per settimane, le era sembrato di non respirare. Aveva perso l'appetito, la voglia di alzarsi dal letto e ogni genere di stimolo proposto le dava la nausea. Il Quidditch le era assolutamente indifferente, e diventare Capitano non le importava più. La Preside McGranitt s'informava giornalmente sulla sua salute fisica, e ogni finesettimana si incontrava a Hogsmeade con i suoi fratelli. Ma era come se non li vedesse, come se niente la toccasse.
Come se fosse sparita, se la sua anima fosse altrove, ma il suo corpo fosse rimasto intrappolato. I suoi voti calavano a picco, i suoi polsi ed i suoi fianchi erano sempre più sottili e il viso sempre più incavato.
Poi, raccontò, poco a poco, era passato.
Le lezioni avevano ripreso a sembrarle interessanti e le battute di Ted e le disavventure amorose di Nicole la facevano sorridere. Ricevere dei disegni via gufo dai suoi nipoti le riempiva di nuovo il cuore e si sentiva dispiaciuta all'idea di aver fatto preoccupare i suoi genitori e i suoi fratelli.
I brutti voti le davano il voltastomaco e studiare in biblioteca sembrava avere un nuovo fascino.
Le partite di Quidditch ripresero a sembrarle una cosa bellissima, e vincere le dava immensa soddisfazione, allenare la squadra ed incoraggiare i suoi giocatori le dava grinta.
A poco a poco, disse, aveva ripreso a vedere i colori.
Giusto in tempo per prendere tutti i M.A.G.O. e sentirsene ampiamente soddisfatta, compiere diciotto anni ed andarne fiera, vincere l'ultima partita e festeggiare.
Certo, disse, si sentiva sempre come se le mancasse un pezzo. Dormiva poco e non era riuscita a recuperare la massa muscolare che aveva perso, e ogni volta che qualcosa le ricordava vagamente Edward, tornava ad indossare la sua espressione triste che i suoi amici tanto temevano.
Fumava nervosamente raccontando quel pezzo di vita, così sincero, tragico e magico allo stesso tempo.
Lui non poté non sentirsi grato per quelle confidenze: non si era mai sentito degno delle confidenze di nessuno. E adesso, avvolta in quel (suo) accappatoio, lei gli stava consegnando quel pezzo della sua vita come se fosse la cosa più naturale del mondo.
E lui avrebbe voluto abbracciarla, prima di tutto perché nessuno merita di essere trattato in quel modo (lei, soprattutto) e poi perché gli stava regalando uno spezzone di vita straordinariamente normale. E lui, di straordinariamente normale, non aveva mai avuto nulla.

Ted Lupin se ne stava chino su un foglio di pergamena, intento a scrivere con una lentezza epocale. Era chiaro che non gli andasse di fare quello che stava facendo, così come era chiaro che non sapesse cosa scrivere. Si reggeva la testa con la mano e sbuffava di continuo.
Attorno a lui, la cucina ed il salotto di casa Lupin erano deserte.
Lyall era riuscito ad ottenere due biglietti per la partita del Puddlemore contro una squadra spagnola, e Remus si era offerto di accompagnarlo.
Lyall neanche tifa Puddlemore, pensò Ted.
Tonks era al Ministero, e sarebbe tornata per cena. Lui era intenzionato a farsi trovare da sua madre chino sui libri, al suo ritorno, un po' perché avevano discusso la settimana prima, un po' perché ci teneva ad essere lui per una volta il figlio modello, ma non era più troppo sicuro di riuscire nel suo nobile intento.
Stava per gettare a terra penna e calamaio, quando qualcuno suonò il campanello. Chiunque fosse, pensò, lo stava salvando. Corse verso la porta e la spalancò senza chiedere nulla.
Si trovò davanti Anastasia, con le braccia incrociate e un broncio degno di nota.
«Buongiorno buon umore!» le disse, sorridendole.
Era sinceramente felice di vederla, quantomeno perché così avrebbe avuto una buona scusa per smettere di cercare di finire quel compito di Incantesimi.
Lei non ricambiò il saluto, e a grandi passi entrò in casa, per posizionarsi al centro del salotto.
«Mi vuoi dire che cosa è successo o devo tirare a indovinare?» la incalzò il ragazzo.
«Edward» disse lei, con tono freddo.
Lui strabuzzò gli occhi. «Edward Scott
«Di quale altro Edward potrei mai parlarti?» domandò lei allargando le braccia.
Ted si strinse nelle spalle e si sedette sullo schienale del divano. «Che è successo?»
«Edward è a Londra» sospirò.
Lui alzò le sopracciglia, e a lei bastò quello.
«Ted Lupin» lo richiamò. «Tu lo sapevi?» chiese.
Se c'era una cosa che Ted sapeva di avere imparato, era che non era mai un buon segno, quando qualcuno usava il nome completo del suo interlocutore.
Abbassò la testa.
Ted non era bravo a mentire. Si poteva sforzare a nascondere alcune cose, alcune storie e alcuni dettagli, ma mentire proprio non faceva per lui. Nemmeno quando Lyall e Nicole, da piccoli, avevano nascosto ad Anastasia il suo peluche preferito, era riuscito a mentire. Aveva preferito correre in lacrime tra le braccia di suo padre, che gli aveva detto che una dolorosa verità era sempre di gran lunga preferibile a una felice bugia. Lui aveva deciso di fare tesoro di quelle parole, ma in un momento come quello, avrebbe di gran lunga preferito avere la faccia tosta di suo fratello Lyall.
«Ted! Miseriaccia, Ted!» lo richiamò lei di nuovo, con un tono di lamento, portandosi le mani sulla fronte.
Ted si accarezzò la nuca. «Perché credi che io lo sapessi?»
«Perché non hai fatto un salto di due metri urlando come un'isterica quando te l'ho detto!» si giustificò. «Vuol dire che non sei stupito perché non ti sto dicendo nulla di nuovo!»
«Sapevo che prima o poi sarebbe tornato» si arrampicò lui. «E neanche tu sembri arrabbiata come dovresti essere!»
«Non cambiare discorso!» tuonò Anastasia. «Tu lo sapevi, pezzo di stronzo!» sentenziò.
Ted rimase impassibile. Non c'era via di scampo. D'altronde, Anastasia era la persone che lo conosceva meglio di chiunque altro. Lyall era il suo miglior complice e con Nicole si facevano delle grasse risate nei momenti più disparati, e aveva una manciata di compagni di Casa che era contento di poter definire amici, ma Anastasia era la sola persona che, guardandolo negli occhi, avrebbe potuto capire qualsiasi cosa gli passasse per la testa in quel momento.
Così come aveva capito che lui sapeva che qualcuno le aveva nascosto quel peluche, anni prima.
Questa volta, però, era molto più grave.
«Me lo hanno detto» ammise, in un sospiro. «Senti, capisco che tu possa essere arrabbiata, ma ...»
«Oh, tu capisci!» ringhiò di nuovo lei. «Beh, se capisci allora è tutto a posto! Grazie molte, Ted!» con tono e passo furioso, guadagnò l'uscita. Prima che Ted potesse aggiungere qualcosa o seguirla, lei si era già Smaterializzata, e lui era rimasto con la bocca aperta: scusami, stava per dirle.
Ma non ne aveva avuto il tempo. E forse, lei non lo avrebbe ascoltato.

Martha Redfort siconsiderava una buona madre, un'ottima Auror e una moglie ... beh, non sempre impeccabile, ma comunqueuna buona moglie, a conti fatti. Nel corso degli anni, aveva capito cheprobabilmente le mogli perfette non esistono. Sicuramente, il suo non era unmarito perfetto, ma un marito che la rendeva felice. Ed era di gran lungapreferibile ad un marito perfetto, ammesso che esistessero. E anche se fosseroesistiti, Sirius non lo sarebbe stato, anche se si sarebbe sicuramenteconsiderato tale.
Niente nella sua vita era stato perfetto. Suo padre le aveva detto, una volta,che le cose perfette sono noiose. E aveva ragione; come sempre, alla fine.Robert Redfort aveva sempre avuto ragione.
Nemmeno i loro figli erano perfetti. Ognuno a modo suo, riuscivano ancora afarla arrabbiare come quando da bambini infrangevano le regole. Certo, ora cheerano grandi era tutto più semplice: non doveva preoccuparsi che dormisseroabbastanza o accertarsi che sapessero distinguere il bene dal male. Era sicurache lo sapessero fare da soli, anche se non era ancora sicura che dormisseroabbastanza. Di sicuro, non era più compito suo far capire loro di aversbagliato o dare loro una giusta punizione. Ogni tanto, però, le piacevacoccolarli come quando erano piccoli. E coccolare i loro bambini, anche.
Era una donna di cinquant'anni, ormai, e poteva affermare con certezza diessere stata una buona madre.
Okay, d'accordo, cinquantadue.
Ma ne dimostrava al massimo quaranta. Si sa, i maghi invecchiano molto, moltopiù lentamente. E lei ne era contenta: con una figlia di diciotto anni e unmarito come Sirius Black, non poteva permettersi di sembrare vecchia.
Era una nonna, è vero, ma Sirius aveva proibito a tutti i loro nipoti dipronunciare "quella parola": diceva che gli rovinava la piazza. Erano nonnitroppo giovani per essere considerati tali.
Nonostante fosse convinta di essere stata una buona madre per i suoi figli,nonostante fosse convinta di non aver mai fatto mancare loro niente, c'era unacosa che riusciva sempre a metterla in difficoltà: i drammi adolescenziali.Perché sono cose in cui nessuno può entrare. Sono cose con cui non si può averea che fare, neanche se sei il miglior genitore del mondo.
Anastasia se ne stava sdraiata sul divano a fissare il soffitto con sguardodavvero, davvero furioso. In un attimo, passava da furioso a perso, da perso atriste, e da triste a furioso.
E lei non poteva che stare lì a guardarla. Prima di tutto, perché Anastasiasembrava avere perso il dono della parola. E poi, perché se c'era una cosa chequattro figli le avevano insegnato, era che certetempeste bisogna soltanto aspettare che passino. Quello non era uninsegnamento del buon Robert Redfort: era qualcosa che aveva dovuto impararesulla sua pelle, a sue spese, e di cui aveva fatto tesoro. Quindi Martha se nestava alle porte del salotto, con una tazza di tè bollente in mano. Sullaporta, rispettosa degli spazi e del dolore della figlia.
Aspettando che fosse lei ad invitarla ad entrare, a chiederle di insegnarle checerte tempeste bisogna davvero solamente aspettare che passino.
E passano.
Certo che passano.
Passano tutte.
Passano sempre.
Anche quando non sembra. 




Dunque, ehm. 
Il grande ritorno di Martha su questi schermi, diciamocelo, non poteva che essere diverso. 
In punta di piedi, ma decisa, sicura. Credo sia questo che la rende ... beh, Martha. :D
In più, voglio essere così arrogante da poter dire che, all'alba dei ventuno anni, le ultime righe di questo capitolo sono qualcosa che vorrei poter dire a chiunque legga questa storia e si trovi in mezzo ad una tempesta che sembra non voler passare mai. Ecco, non è così. Passa tutto. 

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro