Seventh letter
Cara Carolina, cara Morte.
Sinceramente mi pare assai equivoco scrivervi ora. Di certo non si addice ad una donna adulta, ma non provo alcuna vergogna nell'ammettervi che di adulto nel mio corpo v'è forse soltanto una vagina.
Con tutta la schiettezza del mondo, non sono per nulla convinta di quel che vi sto narrando né da dove partire per raccontarvi della mia desolazione, ma voglio che ambedue vi rendiate conto della pena che il mio organismo vi concede.
Quando ero piccola, ero solita leggere parecchio e i miei genitori non gradivano il mio atteggiamento. Contadini, credevano non potesse fruttare al mio futuro e non vi nascondo che una volta mio padre bruciò il mio Il vecchio e il mare. Era il mio libro preferito, lo è sempre stato. La resistenza di quello stronzo è stata la mia ispirazione per tutta la mia vita e mai, mai narrazione è stata più vera. La forza con la quale tirava contro quel pesce bastardo e la delusione quando degli squali lo hanno divorato --- meraviglioso. Questa è la mia vita. Un costante tira e molla, una speranza intensa, una forza che non ho mai creduto di possedere e poi pluuuff. Nulla più. Soltanto, forse, la testa di un pesce. A volte nemmeno più la barca. Ora non ce l'ho, un libro preferito. E nemmeno un lavoro.
Non ho rancori per il mio passato ad ogni modo e tornando a noi. Α diciotto anni ho fatto le valigie e dedicai alla pulizia dei cessi in un paesino del Texas. Lavoravo dalla mattina alla sera in quattro diversi bar/ristoranti e tornavo la sera esausta e dovevo anche studiare per passare gli esami. E portavo un nome importante, come una delle mie - e so tue, Carolina - scrittrici preferite. E mai, dico mai, un nome ha mai portato altrettanto valore e dolore. Come il mio. Ce l'hai presente L'assassino cieco, Carolina? Sono stata per due mesi in quella condizione prima che una ragazzina che ora si è tinta di rosa non mi avesse fatto notare quanto deprovevole fossi stata. E io lì per lì amavo il mio nome.
Sono desolata, comunque. Mi dispiace tu sia morta in un fiume sporco. Mi dispiace perché mentre tu urlavi a squarciagola, io tradivo il mio compagno con quel ciccione pomposo del preside. Non c'è che dire, sono la delusione del femminismo e dell'insegnamento.
Sognavo di crescere e maturare, apprendere per poi divenire il faro necessario nella vita dei miei alunni e dei miei eventuali figli. Ho sempre ambito ad essere colei alla quale i ragazzi avrebbero detto: Prof, non ho capito e la mia vita fa schifo, e io li avrei aiutati. Li avrei ascoltati e consigliati.
Ora, di tanto in tanto, leggo sulla cronaca quanto assurdo sia l'atteggiamento materno delle insegnanti. Non posso esprimermi. Non perché sia mancato esso nei tuoi confronti, Carolina. Nei tuoi riguardi è mancata una totale umanità da parte mia. E di altri. Ma la mia più di tutte: io sono l'adulta.
Dov'è che vado a parare, eh? Dimmi, tu che sai pressoché tutto. Dov'è che mi spingo con queste frasi sistemate le une accanto alle altre?
E sai cosa, ragazzina, tu suscitavi in me la più grande invidia. Notavo il modo in cui tua mamma ti esasperava e amavo osservare la tua perseveranza e il tuo buonismo. Mi hai consegnata in mano la faccenda migliore: la fiducia nella tua generazione e, ancora meglio, una sorta di bagliore illuminante che ha ridato luce al genere umano ai miei occhi.
Me ne fossi soltanto accorta in tempo.
La tua persistenza, la tua genialità e la tua mano. Sottolineavo perché io realmente non ci capivo un cazzo e non ero neppure ubriaca. E non ti so dire altro. Carolina, sarò sincera, hai privato il mondo di qualcosa di bello: la tua vita. E non perché fossi Carolina, poiché dubito che qualcuno sia giustificato nel togliersi la vita quando il mondo non è in grado di comprenderne il senso. Tu eri un po' troppo, e tua mamma, tuo nonno, non parliamo di tuo padre, non sono riusciti a cogliere il tuo fiore. Io nemmeno. Ma io sono una stronza, quindi il discorso è diverso.
Suppongo che il mio parlarti sia differente rispetto a ciò che ti avrà fatto ridere in precedenza e anche più breve. Mi infastidiva il tuo broncio e i tuoi capelli crespi sembravano il manto di una pecora. Ma la tua passione, quella l'ho vista poche e rare volte durante il mio vivere. Hai fatto, in sintesi, una cazzata.
Sono desolata se non agivo quando notavo che ciò che ti legava a Connor era malsano. Sono desolata per averti sottolineato in rosso l'anima. Sono desolata ma fino ad un certo punto: nessuno è perfetto.
E lascia che io esprima un altro aulico (si fa per dire) concetto. Non sei più, oramai, migliore di tutti noi da quando ti sei lasciata annegare e la parte peggiore è che non te la sei nemmeno presa con noi. Sei stata stupida. Almeno delle videocassette potevi girarle (sì, hai afferrato lo scarno suggerimento e la orrenda citazione). (N.b. Non ho scritto più migliore. Ma più (inteso come tempo) e migliore (inteso come aggettivo riferito a Carolina.)
Tenterò di mettere in ordine la mia vita e sporgerò così tante denunce perché mai più nessuno lascerà questa grande bellezza che è la merda di questo mondo senza che io abbia provato tutto ciò che è in mio potere.
E ti porto anche gli auguri di mio figlio: che tu stia giocando con Peter Pan. Ma te li estendo e dico: mi auguro che tu abbia trovato il mondo utopico che i tuoi romanzi ti hanno descritto, perché qui non c'era e non ci sarà mai. Ma non è una scusa per andarsene, i più grandi artisti hanno cominciato perché la vita non era un granché. Non lo è stata mai e mai lo sarà. E questo deve essere il tuo rincrescimento nell'altro mondo.
Spero, però, che tu almeno un po' ti stia divertendo,
in caso contrario dì alla morte che da me non riceverà più alcuna poesia di Jacques Prevert. Già una è stato troppo.
Salutamela, a tal proposito.
Riguardati,
Jennifer.
N/A: la scrittrice in questione è Margaret Atwood. Ve la consiglio abbondantemente.
Non ho riletto, lo farò domani quando starò meglio :)
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