Mrs Atwood - Past
N/A: tardissimo, ma adesso mi muovo giuro. Con gli aggiornamenti, intendo. Come sto? Non bene, considerando la kunghezza impressionante di questo scritto e cosa mi ha spinto a scriverlo. Non mi espongo, ho proprio un vuoto posato sullo stomaco. Ma bando alle ciance, avete conosciuto tutti i personaggi (tranne Connor, lo so, ma lui è tutta un'altra cosa) e vorrei che al termine di questo capitolo mi diceste chi per voi è il peggiore fra tutti --- o meglio chi nella vostra opinione ha dato davvero la spinta più massacrante. Mi auguro commentiate tutti perché mi occorreranno i vostri commenti. Ci conto!
Patto, pattarello. se commentate in molti per la cosa su richiesta domani arriverà il prossimo capitolo che è - a mio parere - il secondo migliore dell'intera storia. Se so scriverlo. HO DETTO TUTTO! Un bacio xx.
Oh, che teatro meraviglioso, il vostro! Mi piacerà di certo esibirmici, peccato lo spettacolo sgradevole e breve nel quale con la mia vocina insistente e alta accompagnerò i vostri occhi. Sono i danni collaterali di qualsiasi storia senza un lieto fine, immagino. Non ne posso essere sicuro, ma vorrà dire che ci faremo male stanotte.
Che sbadato!, dovete concedermi il vostro catatonico perdono. È la frenesia, l'ansia da prestazione e l'intero meccanismo che viene a suggellare un patto tra lingua e significato! Il mio concetto di esistenza è piuttosto narcisista ed egocentrico, se lasciato fluire com'è giusto che sia. Di cosa sto parlando? Che idea volete io ne abbia, lettori curiosi e ben fissi nella voglia di trovare il prossimo accusato in questo testo sfacciato e sgrammatico, cosicché possiate accanire il vostro rammaricarvi all'interno di una trama diversa, ma il filo logico mica si perde! Non scandalizzatevi, è la magia di una buona scrittura --- o di una pessima. È la magia di ogni arte e delle lettere in particolar modo: assumere la distruzione, la tragicità e l'agonia di ciascun evento ed aizzare l'opera perfetta. Che crederete mai, gli artisti sono le puttane peggiori o forse le loro muse, lo sono. Ma ciò che - tragicamente - più avverto è l'assunzione del malessere pieno e struggente di colui che si trova dietro una penna e la tramutazione di quest'ultimo in una chance di attirare a sé una fama di mago delle parole. Gli artisti sono semplicemente degli stronzi fruitori delle vicende altrui per la creazione di arte che venderà sullo sconforto degli stessi che sono stati utilizzati e di altri. È commercio.
Posso ammettere di avere il lavoro più allettante ed affascinante di ogni tempo, tuttavia, l'unico che esiste dall'era dei tempi. Insieme alla prostituzione. Ma peggiore di essa. E più lodato. Mi persuade un formicolio nel parlarvene e ovvio, potete avere il mio nome scorbutico e violentato dai tempi odierni. Sono il Talento e no, non risiedo in ognuno e no, non vengo acquisito con dello studio approfondito né con i complimenti né con un posto acclamato tra le opere d'arte. Sono insito nelle personcine particolari, ci sono da quando a stento possono tenere gli occhi aperti e mi accumulo nel loro organismo, infiammandolo di passione.
Voglio scrivere; non so che cazzo scrivere. Sono io! Voglio emergere, voglio avviluppare l'intero corpo e far sì che le capacità fuoriescano. Potete credere io sia in chiunque vi pare, ma la genialità del mio avvento sta nella pazzia di chi scelgo possa ospitarmi. Mi sono spiegato? Ringraziando il cielo no, quindi possiamo muoverci verso la vicenda che tanto aspettate. Posso sognarvi giocare con l'aggeggio che tenete fra le dita intorpidite e chiedervi perché io stia divagando così tanto a vostro discapito. Non vi occorre una risposta, come frequentemente accade l'avete dinanzi allo sguardo addormentato ed entusiasta. È la peggiore parte del nostro palcoscenico (la vita): siete tutti troppo addormentati o troppo eccitati, o eccitati durante il sonno. O assonnati nell'eccitazione. Siete prevedibili. È l'umanità --- siamo identificabili, // lo siete ed è qui che sorge la mia forza, si ramifica e assume un controllo totale.
La prima volta, ad ogni modo, che Jennifer Atwood parlò (ho bisogno di scavare a fondo nei racconti da lei esposti in classe) disse "Libro". Me lo ricordo io, eh, disse proprio libro. E poi "cacca, pipì, mamma, papà, pappa"; venne tutto dopo. Disse proprio libro e la fase sconvolgente risiede nel fatto che la prima parola che, invece, fu pronunciata da Carolina è "scrittura". Che delusione per i suoi genitori (di entrambe) e per i fratelli maggiori (di entrambe) e per il postino che in quell'esatto attimo consegnava la bolletta del gas.
Jennifer Atwood è nata per insegnare lettere, ce le aveva nel sangue. Se i suoi genitori l'avessero capito prima di denigrarla per la sua filosofia e l'incessante parlantina che la costituivano, sarebbe stata l'adolescente americana per eccellenza: studiosa, amata dalla famiglia e grande mangiatrice di hamburger. Però, è stata una che ha dovuto imparare a cavarsela da sola a diciassette anni, Jennifer Atwood, ed una che i costumi e i luoghi comuni hanno smussato fino alla schematica persona contro la quale vi siete imbattuti. Vita disonorevole.
La prima volta che Jennifer Atwood vide la ragazzina magrissima e dai capelli crespi entrare in aula, nella sua piccola statura, si chiese perché diavolo indossasse una felpa di quattro taglie piú grandi. E perché prendesse gli appunti con la penna rossa. Subito dopo si chiese cosa avrebbe cucinato per pranzo.
Era il terzo anno alla scuola superiore e Carolina era di già fidanzata, di già la sua amicizia con Josh era andata in frantumi e di già quella con Catherine e Taylor andava disgregandosi. Non che Taylor ritenesse Carolina sua amica, era troppo impegnato a guardarsi attorno e a nuotare per considerare. Che folle pretesa, quella che da poco gli abbiamo avanzato.
Non lo dimenticherà mai quel giorno, Jennifer Atwood, o così mi ritrovo a teatralizzare. Non potrebbe mai. E se mai lo facesse, sarebbe una stronza categorica. Carolina se ne stava seduta al terzo banco, di fianco a Molly e chiacchieravano fra loro. La sua voce squillante parve all'insegnante nuova e «Ragazzi, fate silenzio!» gridò e poi «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio.- i ragazzi si guardarono fra loro, dopo un tacito accordo di abbassare il tono si era ancorato alle loro corde vocali e - Qualcuno sa di chi è?»
Nessuno rispose. Molly ce l'aveva sulla punta della lingua, Louna batté la mano sul banco come se se ne ricordasse a tratti e Christina annuì (lei era già avanti, l'avrebbero potuta promuovere in quel preciso istante con il massimo di voti). «Nessuno?»
Molly si voltò alla sua sinistra, sapeva benissimo che qualcuno conosceva la citazione e «Muoviti.»
«Tu, con i capelli rossi.- Jennifer, che era seduta sulla cattedra, si alzò in piedi aggiustando i jeans e -La conosci?»
«Io personalmente no.» Molly getto gli occhioni da cerbiatta all'amica e «Tu, di fianco, invece?» pronunciò la donna; aveva alzate le sopracciglia e agganciate le braccia in presa ferrea sotto al seno. Carolina sollevò appena gli occhi e «Oscar Wilde.»
«Hai ragione.- sorrise Jennifer, le rughe intorno agli occhi furono evidenti e -Com'è che ti chiami?»
«Porter.»
«Il giorno in cui chiamerò i miei alunni per cognome non verrà mai. Il tuo nome.» schioccò le dita verso la ragazzina esile e dalla voce atrocemente alta e «Carolina.»
Il volto della Atwood si addolcì maggiormente e Carolina sedette in maniera più composta sulla sedia, drizzando la postura e sollevando lo sguardo insicuro dal libro di Marquez sul banco. Ignorò i commenti, le risate, ignorò qualsiasi delle affermazioni che seguirono: era ammaliata e di rado le persone la incantavano fino a tal punto. O forse ciò avveniva spesso. Troppo spesso.
I giorni avanzarono e tante erano state le occasioni in cui la professoressa Atwood era venuta abbondantemente a conoscenza delle attitudini e delle capacità didattiche dei suoi nuovi alunni, quindi impiegò poco per dichiarare la data del primo compito di lettere.
«Sarà di scrittura libera.» affermò non appena prese di nuovo posto dietro la sua cattedra vecchia. La classe accennò un assenso. «Prima di iniziare per davvero con il nostro programma, gradirei conoscere anche le vostre potenzialità nell'ambito della scrittura creativa.»
«Ovvero?» chiese Taylor, non prima di aver atteso il permesso con il dito alzato poco al di sopra della spalla.
«Un tema. La traccia non sarà delle più complesse, ma desidero osservare le vostre capacità.» chiuse il discorso e ne afferrò un altro, introducendolo sempre attraverso un particolare aforisma.
Il compito venne e fu grata di aver scelto quell'ambito disciplinare e quel determinato lavoro. Carolina ne fu certa guardandole il viso soddisfatto e curioso mentre passeggiava fra i banchi e donava occhiate ai fogli pasticciati dei ragazzi. Carolina scosse la testa e sorrise, terminando ciò che scriveva.
E Jennifer (questo potrei starlo inventando) deve essersi ubriacata di lettere e congiuntivi nella correzione. I pessimi voti ne furono la prova, ma è un po' prima quel che ci interessa.
Forse era soltanto ubriaca, senza lettere o verbi, ubriaca di buona vodka alla pesca e magari s'era fumata qualche canna insieme al marito, per poi sedere a gambe incrociate sul divano di pelle rossa (mi piace il rosso) e prendere la penna rossa per tracciare tutto quel che le pareva errato.
Fu uno degli ultimi compiti quello che la scombussolò. Probabilmente le fece rimettere tutto l'alcool assunto e con elevata probabilità lesse dapprima il nome. Le parole scorrevano impervie sotto i suoi occhi vispi e amanti della lettura. La traccia era l'amore. Non potevano che parlare delle loro esperienze e
Tendiamo spesso a sottovalutare l'amore e ridurlo al semplice contatto fisico fra due innamorati. Lo rendiamo il più scialbo dei sentimenti, soltanto considerando come questo venga enfatizzato dal marketing e quant'altro. È amore se lo si trova nei cioccolatini.
E ingerì ulteriore caffeina, potrei metterci la mano sul fuoco. Bevve del caffè e le marcirono i polmoni (e non solo) durante la lettura.
L'amore di una madre è sottovalutato, poiché dato per scontato. Così quello di un padre. Mentre l'amore del mito degli androgini è tutt'altro che prevedibile, non è assicurato e può essere considerato il più affascinante tra gli incantesimi. Ma c'è una grande malinteso in tutto quello che è stato scritto prima: l'amore di un genitore non è da dare per scontato, altrettanto quello di altri.
Non tutte le madri amano i figli (Emma Bovary desiderò spaccare la testa alla sua) e non tutti i padri si alzano al mattino presto per assicurare ai figli un pasto caldo.
Alcune madri strillano o abusano dei figli. Alcuni padri bevono fino a che non dimenticano chi sono e allora il loro amore, magari mascherato, non è tra i più semplici da trovare.
È amore quello della madre che se ci sono cinque fette di torta e sei persone a tavola, rinuncia alla propria annunciando che è a dieta.
È amore quello dell'uomo che esce di casa con la valigetta e corre nel traffico e a stento sorride cosicché i figli vadano a scuola.
È amore quello davanti ad uno specchio, quello di un ragazzo davanti allo specchio che non ha idea di come amarsi. È amore l'autolesionismo, solamente malsano.
È amore ogni forma di accelerazione cardiaca ed è amore ogni forma di sofferenza perché l'altro stia bene.
È amore il più piccolo gesto e non può essere spiegata la mancanza di questo sentimento.
Nelle prostitute, nei viandanti, negli artisti e in tanti altri.
L'amore semplicemente non può essere spiegato poiché la più lauta generazione di benessere e il più tedioso meccanismo di autodistruzione.
Jennifer Atwood, quella sera, deve essersi passata una mano tra i capelli e aver pensato di aver completamente sbagliato impiego. Si deve essere alzata e deve aver bevuto altra vodka per poi riprendere quelle pagine con le sue mani frettolose e sottili per sottolineare qualsiasi cosa non le fosse chiara.
Tendiamo spesso a sottovalutare l'amore e ridurlo al semplice contatto fisico fra due innamorati. Lo rendiamo il più scialbo dei sentimenti, soltanto considerando come questo venga enfatizzato dal marketing e quant'altro. È amore se lo si trova nei cioccolatini.
L'amore di una madre è sottovalutato, poiché dato per scontato. Così quello di un padre. Mentre l'amore del mito degli androgini è tutt'altro che prevedibile, non è assicurato e può essere considerato il più affascinante tra gli incantesimi. Ma c'è una grande malinteso in tutto quello che è stato scritto prima: l'amore di un genitore non è da dare per scontato, altrettanto quello di altri.
Non tutte le madri amano i figli (Emma Bovary desiderò spaccare la testa alla sua) e non tutti i padri si alzano al mattino presto per assicurare ai figli un pasto caldo.
Alcune madri strillano o abusano dei figli. Alcuni padri bevono fino a che non dimenticano chi sono e allora il loro amore, magari mascherato, non è tra i più semplici da trovare.
È amore quello della madre che se ci sono cinque fette di torta e sei persone a tavola, rinuncia alla propria annunciando che è a dieta.
È amore quello dell'uomo che esce di casa con la valigetta e corre nel traffico e a stento sorride cosicché i figli vadano a scuola.
È amore quello davanti ad uno specchio, quello di un ragazzo davanti allo specchio che non ha idea di come amarsi. È amore l'autolesionismo, solamente malsano.
È amore ogni forma di accelerazione cardiaca ed è amore ogni forma di sofferenza perché l'altro stia bene.
È amore il più piccolo gesto e non può essere spiegata la mancanza di questo sentimento.
Nelle prostitute, nei viandanti, negli artisti e in tanti altri.
L'amore semplicemente non può essere spiegato poiché è la piú lauta generazione di benessere e il più tedioso meccanismo di autodistruzione.
Il giorno dopo Carolina trovò sul suo compito una D- e non tentò nemmeno di chiedere una misera spiegazione, avrebbe dovuto abituarsi poiché da lì in avanti il voto più alto che avrebbe conseguito in lettere sarebbe stata una C. E Carolina amava le lettere.
Se lo starà ancora chiedendo nella tomba perché diavolo le sottolineasse nella totalità o quasi i suoi temi o i suoi lavori, perché avesse smesso di ascoltarla e perché quel che scriveva - improvvisamente - sembrava non indossare alcun valore. Se lo chiese tra le lacrime e tra i «Te ne devi fare una ragione.» urlati della madre, ma non osò proferire parola ad ogni consegna della professoressa o ad ogni lode per altri alunni. Non che non potesse lodare altri, ma lei era lì con la argomentazione più oscena di tutti i tempi: «Sei troppo confusionaria. Mi perdo nei tuoi discorsi.» e i «Molly, quando ho letto il tuo tema ho chiamato mia sorella in lacrime. Sei spettacolare.» e «Ora leggeremo i temi migliori.»
Era amareggiata, disillusa e delusa ma non dalla sua docente, da se stessa e le sue sciocche capacità o quel che pensava di possedere nelle mani. Pianse molto spesso, ridusse in brandelli alcuni dei fascicoli o libriccini di pelle nei quali scriveva le sue storie e smise di partecipare a concorsi nei quali otteneva perfino buoni risultati. Terminò di permettere alla parola di prendere il sopravvento, di accalcarsi sulla punta --- nella punta delle sue gracili dita e spingere, spingere perché lei concedesse loro di liberarsi e sfogare la dinamite che aveva accumulato dentro di sé. Pura esplosione. Terminò di concedersi i pomeriggi senza studiare per afferrare una penna rossa e dedicarsi alla sfacciataggine delle sue frasi.
Un giorno Jennifer glielo chiese pure, perché scrivesse sempre con la penna rossa se non in casi estremi con una blu.
«Il nero mi sa di morte, il blu di tristezza. Il rosso è come il sangue: finché questo scorre e brilla mi pare ci sia vita e non lo so, professoressa, le parole sono un po' il nostro sangue.»
«Dovresti leggere di meno.» solamente le rispose Jennifer Atwood, stringendosi al suo maglioncino verde e tornando alla cattedra per aspettare la restante parte della cattedra. Nel frattanto, Carolina si alzò dalla sua sedia e buttò nel cestino il suo intero porta pastelli con le tante penne rosse comprate e corse in bagno per rannicchiarsi e intingere nel suo disprezzo per se stessa il pennello della sua nausea. Si accovacciò in un bagno, non curandosi fosse sporco e si osservò attorno. Le morivano le lagne nella gola, come se la soffocassero. Erano ovatta e aumentavano, aumentavano, aumentavano perché la soffocassero. Sentiva se stessa pastosa, mistilinea e priva di consistenza. Amava le penne rosse, era il mondo troppo in là con le convenzioni da non garantire il rispetto personale. Carolina non pianse, non poterono neppure sgretolarsi le gocce salmastre lungo le sue guance ingenue che era tornata in classe, vestendo di un fasullo sorriso. Era quasi il termine dell'anno scolastico e Jennifer Atwood era la peggior insegnante che avesse mai avuto, ma la colpa indovinate su chi la fece ricadere? Esatto, su sé e anche Catherine oramai non le parlava più.
******
Più volte Jennifer Atwood ne aveva parlato col marito (ne sono certo) di avere un figlio e non avrebbe mai creduto di non riposare bene dato il pargoletto sfrenato che avevano generato. Christian era adorabile ed alcune volte la mamma aveva portato il bambino fanatico di Peppa Pig a scuola affinché i suoi ragazzi lo conoscessero.
Il bambino, ahimè, adorava l'attenzione e la andava cercando come fosse aria, divertendosi nel momento in cui essa era totalmente riversata su di lui. Non impiegò molto per notare la carenza di entusiasmo di una delle alunne e divenne immediatamente la sua preferita: Christian si era infatuato di Carolina e lei doveva tenerlo sulle gambe intere lezioni per trovarlo a piangere alla fine delle lezioni. Jennifer ama suo figlio, ha ancora la capacità, il tempo e la fortuna di poter amare la sua figura e godersi la sua crescita. Possibilità che è stata tolta ad altri o che altri hanno tolto ad altri (ci siamo intesi? Garantisco che la confusione è la bellezza del nostro ferirci). E Jennifer odiava dover condividere le attenzioni del pargolo - e lo odia ancora, anche se le auguro il contrario - persino con il marito. E Carolina aveva il sorriso sgargiante del piccolo e la rassicurazione di piacere quanto mento ai bambini.
Jennifer Atwood cessò di portarlo con sé a scuola, pagando una babysitter.
Carolina lo aveva capito. Era ingenua, buona e gentile, ma non stupida. Ne aveva di difetti, quindi, ma la stupidità non risiedeva tra questi e smise di ascoltare le lezioni dell'insegnante che molte volte mandò a convocare la madre poiché osservava la figlia 'estranea' e 'scocciata'. La madre era troppo impegnata ad essere stressata per comprendere che battaglia stesse tenendosi nel cuoricino debole della ragazzina mingherlina e bassa.
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Un giorno, Jennifer Atwood, verso la fine dell'anno scolastico, pensò che dovesse assegnare un ulteriore tema sulla crescita. Suppongo fosse consapevole che i suoi alunni fossero per la maggior parte maggiorenni o quasi, ma adorò l'idea di comprendere il loro pensiero.
Dovette credere di potere nuovamente affrontare le correzioni ubriaca marcia - non vedo altra possibilità di negazione dello scorgimento di me medesimo - e si dedicò a dei fogli spiegazzati e amava sottolineare perché - di nuovo - non può esserci una motivazione differente. Sottolineare era e sarà per sempre la sua più grande passione.
Forse lo gettarsi da un ponte di uno dei suoi numeri da evidenziare le avrà fatto cambiare metodologia. Forse.
Quando si trovò con me fra le sue mani da cagna doveva essere sul punto di rimettere dato il risultato scadente. E.
La crescita - così come l'adolescenza - è una di quelle giostre pericolose: le vedi e non ci saliresti mai. Poi noti che tutti i tuoi amici stiano salendo e ti spingi a fare lo stesso. Ad una certa, ti accorgi di aver tenuto gli occhi serrati per tutto il giro e vorresti salire ancora, perché sai che non è stato così male, ma la festa è già finita. E la giostra si è spostata in un'altra città.
Su e giù. Su e giù. La crescita non è altro che un dondolo rotto e cigolante che va su e giù e non potrai evitare lo scricchiolio fastidioso e non potrai fare a meno di chiederti perché questo affare scricchioli. La maggior parte delle volte non c'è una spiegazione. A tratti sarai su, perverrai come l'orizzonte, l'infinito, il punto più alto del cielo viola. Altre volte sarai giù, così tanto giù.
Crescere è cercare un fidanzato perché ti sentirai talmente solo. È sedersi e considerarsi nulli. È leggere i romanzi di Bukowski e non capire nulla. È amare i quadri di Van Gogh perché, insomma, non si può non amare Van Gogh. È e deduco lo sia dalla notte dei tempi la sensazione di nullità, di caos, di giovinezza e infinito disprezzo per se stessi. Poi amore. Poi di nuovo disprezzo.
Crescere è pensare che la sigaretta o la canna siano la trasgressione più grande che una persona attuerà mai.
Crescere è crescere e potremmo trascorrere la notte a parlarne, ma non avrà mai una spiegazione se non nei romanzi di Murakami.
La crescita è una Daisy sfrenata convinta di essere in grado di amare di uomini, Jay e Tom, ma completamente afflitta dal sentimento generato.
La crescita è la parte peggiore dell'esistenza. O la migliore. Dipende dall'età nella quale la si guarda.
La crescita terminerà quando il vecchio di Memorie delle mie puttane tristi di Marquez smetterà di amare la sua non-più-vergine. La crescita non finisce mica. È come la cultura. La terrai fra le dita e sulla bocca e nessuno può frenare tale processo. A parte i pazzi. O gli artisti. E gli assassini. I primi paiono non invecchiare mai, i secondi ti renderanno immortale e i terzi --- sappiamo tutti cos'è che facciano. Ma non invecchieresti e troveresti l'agio di non vedere il tuo corpo mutare e divenire qualcosa che non comprenderai mai a pieno. Ti sarà risparmiata l'accettazione di te stesso e qualsivoglia disagio per la vecchiaia e la sciatica. In tutti e tre i casi, però, la scelta non spetta a te.
L'ultima opzione è il suicidio. Poetico, di certo. Non applicabile? Altrettanto. Ma resteresti eterno e si parlerebbe di te, ma soprattutto metteresti a tacere tutto il resto e te stesso, più di altri. Ma l'arte è l'opzione più gradevole, se ti occorre sentirti un fenomeno da baraccone. Ma le persone hanno paura della morte e temo sia l'unico rincrescimento del nostro processo mutevole: la paura che questo possa terminare da un momento all'altro e non dipenderebbe da noi. È la pena dell'essere umano per essere stato generato umano.
Potremmo essere tutti dei gatti obesi e non accorgerci della realtà attorno a noi e cresceremmo solo di peso e partoriremmo cucciolate numerose per poi abbandonarle. O dove sarebbe in tutto questo il piacere?
Come sua solita abitudine, tracciò di rosso tutto ciò che non reputava possibile, tutto ciò che non le piaceva. Tutto quello che le sfuggiva.
La crescita - così come l'adolescenza - è una di quelle giostre pericolose: le vedi e non ci saliresti mai. Poi noti che tutti i tuoi amici stiano salendo e ti spingi a fare lo stesso. Ad una certa, ti accorgi di aver tenuto gli occhi serrati per tutto il giro e vorresti salire ancora, perché sai che non è stato così male, ma la festa è già finita. E la giostra si è spostata in un'altra città.
Su e giù. Su e giù. La crescita non è altro che un dondolo rotto e cigolante che va su e giù e non potrai evitare lo scricchiolio fastidioso e non potrai fare a meno di chiederti perché questo affare scricchioli. La maggior parte delle volte non c'è una spiegazione. A tratti sarai su, perverrai come l'orizzonte, l'infinito, il punto più alto del cielo viola. Altre volte sarai giù, così tanto giù.
Crescere è cercare un fidanzato perché ti sentirai talmente solo. È sedersi e considerarsi nulli. È leggere i romanzi di Bukowski e non capire nulla. È amare i quadri di Van Gogh perché, insomma, non si può non amare Van Gogh. È e deduco lo sia dalla notte dei tempi la sensazione di nullità, di caos, di giovinezza e infinito disprezzo per se stessi. Poi amore. Poi di nuovo disprezzo.
Crescere è pensare che la sigaretta o la canna siano la trasgressione più grande che una persona attuerà mai.
Crescere è crescere e potremmo trascorrere la notte a parlarne, ma non avrà mai una spiegazione se non nei romanzi di Murakami.
La crescita è una Daisy sfrenata convinta di essere in grado di amare di uomini, Jay e Tom, ma completamente afflitta dal sentimento generato.
La crescita è la parte peggiore dell'esistenza. O la migliore. Dipende dall'età nella quale la si guarda.
La crescita terminerà quando il vecchio di Memorie delle mie puttane tristi di Marquez smetterà di amare la sua non-più-vergine. La crescita non finisce mica. È come la cultura. La terrai fra le dita e sulla bocca e nessuno può frenare tale processo. A parte i pazzi. O gli artisti. E gli assassini. I primi paiono non invecchiare mai, i secondi ti renderanno immortale e i terzi --- sappiamo tutti cos'è che facciano. Ma non invecchieresti e troveresti l'agio di non vedere il tuo corpo mutare e divenire qualcosa che non comprenderai mai a pieno. Ti sarà risparmiata l'accettazione di te stesso e qualsivoglia disagio per la vecchiaia e la sciatica. In tutti e tre i casi, però, la scelta non spetta a te.
L'ultima opzione è il suicidio. Poetico, di certo. Non applicabile? Altrettanto. Ma resteresti eterno e si parlerebbe di te, ma soprattutto metteresti a tacere tutto il resto e te stesso, più di altri. Ma l'arte è l'opzione più gradevole, se ti occorre sentirti un fenomeno da baraccone. Ma le persone hanno paura della morte e temo sia l'unico rincrescimento del nostro processo mutevole: la paura che questo possa terminare da un momento all'altro e non dipenderebbe da noi. È la pena dell'essere umano per essere stato generato umano.
Potremmo essere tutti dei gatti obesi e non accorgerci della realtà attorno a noi e cresceremmo solo di peso e partoriremmo cucciolate numerose per poi abbandonarle. O dove sarebbe in tutto questo il piacere?
Aveva di sicuro fumata anche dell'erba. Di quelle scadenti. Non che io giudichi i suoi hobbies, ma potrebbe farne a meno durante delle correzioni.
Il giorno seguente Carolina sentì il suo corpo intorpidirsi, le dita scavare nel legno scadente del banco e la bocca essere impastata in delle lacrime. La sua sensibilità le struggeva lo stomaco, lo divorava pari ad un acido e non risparmiava alcuna parete. Era affranta. Il voto era calato sulla sua spensieratezza e teneva il foglio ad equa distanza tra entrambi i suoi palmi stretti alla superficie piana. Osservò soltanto per pochi secondi la sua insegnante lodare altri e «Professoressa?»
«Carolina?» si voltò lei, sorridendo teneramente. Vecchia baldracca, avrei detto io. O giovane, d'altronde non è che sia tanto in là con gli anni. Lei invece accennò ad una smorfia affezionata e «Ho bisogno di parlarle.»
«Dopo la lezione, ora leggiamo dei temi.» Carolina strinse il suo foglio nelle mani sudaticce e non si curò delle lacrime che poterono bagnarlo; esse non si curavano. Parevano solcarle le guance, un rastrello severo su una pelle con eccessività bianca e pura per quello. Eppure un rastrello la graffiava, dall'interno e dall'esterno - e un dolore si intensificò sulle punte delle dita e queste erano premute con sfregio contro il banco freddo. Un'unghia si spezzò e nemmeno un gemito lasciò le sottili labbra di Carolina: osservava inerme il suo compito scialbo e desiderò incendiarlo. Bramò un fuoco divampante e divorante la sua penna blu, così simile alla sua pena. Un fiume in piena avrebbe potuto travolgerla, ma lei non avrebbe spostato neppure un piede dalla posizione incartocciata e ricurva e desolata e disarmata e totalmente delusa dalle proprie convinzioni. Ma la Atwood continuò a leggere temi e «È troppo confusionario, Carolina. Troppo.» le annunciò, accomodandosi dietro la scrivania e «Metti in ordine le idee.»
«Come?» lei non pronunciò altro. Indossava un maglione bordeaux e dei jeans neri a vita alta, le sue vans rovinate ai piedi. Non potrei mai dimenticarlo. I capelli crespi le cadevano sul volto e il corpo longilineo era piegato nella morsa di disinteresse. Un braccio portava il peso dello zaino, l'altro del cappotto nero e del compito. Le dita lo trattenevano con sdegno.
«Pensa prima di scrivere.» scrollò le spalle e aggiustò un sopracciglio con le dita. Carolina socchiuse le labbra indignata.
«Non scrivo a comando o programmando. Ho sempre scritto ---»
«Parli come se fossi una scrittrice. Limitati ai compiti scolastici.»
«Non penso di essere una scrittrice, ma ---»
«Non puoi venire qui e contestarmi un voto. È fuori luogo, sono io l'insegnante, - proclamò mentre spalancava le braccia. Il suo maglioncino blu le donava, - E penso tu non scriva bene.»
«Non le sto contestando un voto, io ---» Carolina si sporse avanti, la donna alzò un palmo e sistemò in una posizione più cauta, «Penso tu lo stia facendo. Ma la discussione finisce qui: puoi migliorare, ci vuole tecnica.»
«Io voglio sapere soltanto dov'è che sbaglio! Mi dia dei suggerimenti invece di sottolineare e basta.» sventolò il foglio dinanzi agli occhi innervositi dell'insegnante e lei si ridusse in un brandello di vergogna prima di sollevarsi e «Ascoltami bene!- batté le mani dalle unghie dipinte sulla cattedra - Vuoi un suggerimento? Rispetta la traccia. Ho sottolineato il tuo tema perché confusionario e non in grado di sostenere un compito. Ringrazia sia una E e non una F.»
«Faccio conto che lo è da adesso.» e uscì dall'aula, accartocciando il suo foglio e gettandolo nel corridoio.
Era tutto così confusionario. Diventava così confusa e non poteva sentire alcuna emozione o persona in quel meandro di disprezzo verso se stessa. Il mostro era solitamente sotto il suo letto e in quell'attimo gridava con voci secche e tagliate dalla desolazione nella sua testa. E ogni passo poteva pesarle di meno, le sue gambe tremavano ad ogni movimento e sul viso vigeva un candore snervante. Gli occhi rossicci, altrettanto le guance, erano il dettaglio terminale. Poteva essere Aprile e percepì sulla pelle, all'interno delle ossa --- bucando perfino le ossa con una tortura lenta ed agonizzante un freddo iniquo; si muoveva nel suo corpo con la voracità di un rapace, mangiava i suoi nervi e congelava i sensi, immobilizzando la sua capacità di intendere cosa fosse giusto. Permise al freddo di espandersi, di garantire ai suoi sentimenti di stagliarsi dalla sua persona e impiegò poco a raggiungere gli spogliatoi, lanciare lo zaino e il cappotto a terra e immettersi all'interno della doccia cosicché il getto gelido le fluisse lungo la figura e non sentisse altro che niente. Si beccò la febbre e non potrebbe mai dimenticare - se non si fosse buttata da un ponte - il dolore tedioso delle lacrime mischiatesi a dell'acqua tanto fredda da essere nulla in confronto al gelo interiore. Una landa. Eppure non sentì altro che niente.
******
L'ultimo fatto decedevole risale a qualche giorno prima del cosiddetto avvenimento. Esilarante.
Carolina camminava da sola, percepiva a stento l'ombra inseguirla com'è lecito che sia e non provava davvero qualcosa. Forse esisteva e aveva da poco perso anche Catherine. E Connor. Connor non c'era più. Connor che nel frattempo era stato bocciato e seguiva la maggior parte dei suoi corsi. Era tutto asfissiante. Le sembrava di star soffocando e di non riuscire ad emergere, nel mezzo di una stanza affollata urlando a squarciagola senza che alcuni si chieda che cazzo abbia da urlare una squinternata dai capelli crespi. Il punto è che non urlava. E la stanza era un mucchio di corridoi grigiastri e una casa delle bambole ove la finzione è il valore migliore.
Carolina si sentiva stupida. E non potrei biasimarla, ma cercò di comprendere il motivo. Pensava di essere divenuta pazza o di procedere a passo svelto. Prendeva piede un vasto focolare nel suo petto e la miccia pronta per l'esplosione avrebbe potuto essere innescata da un qualsiasi idiota.
«Lei mi deve aiutare.» era entrata gentilmente, spalancando la porta e sedendosi di getto di fronte all'insegnante dai capelli brunastri. La donna - che correggeva dei compiti (forse era anche allora ubriaca) - districò l'attenzione dai fogli sparsi sul piano al di sotto dei suoi gomiti e la ragazza devastata seduta dal lato opposto della scrivania. Appoggiò gli occhiali sul ripiano e strizzò leggermente il viso con le dita stanche e «Ciao anche a te, Carolina.»
«Sul serio, Mrs Atwood, lei mi deve aiutare.» non possedeva l'energia perché la sua voce si incrinasse in un tono intristito o perlomeno annoiato. I suoi occhi emanavano il vuoto. Delle voci strillavano incomprensibili nella sua testa e non tollerava l'idea di poter essere salvata. Dell'ovatta le stringeva la gola; non respirava.
«Che succede?» quasi quasi avrei detto fosse preoccupata.
«Le persone pensano io sia stupida. O pazza. O entrambe. Non piaccio a nessuno, mia madre mi definisce il grande sbaglio della sua vita e mi scoppia la testa.» non prese fiato. Tanto era sul punto di morire d'asfissia. Carolina - i cui capelli parevano una massa incolta di paglia - aveva lo sguardo privo di ninfa vitale, le labbra screpolate ed una felpa di sei taglie più grandi.
«Andiamo per gradi.» esclamò l'insegnante dai jeans scuri. I suoi lineamenti andavano via via ad addolcirsi. «Pensano tu sia stupida? Pazza? Hai idea di cosa voglia dire questo?»
«Ovviamente, ho un'idea. Mi vede? Io indosso sempre roba da maschi. Mi sta comoda. Credo sia effettivamente più rilassante da indossare di quei maglioncini stretti da donna. Nulla contro i maglioncini, - parò avanti le mani, - ma amo i miei abiti maschili. Sapete cosa dice Catherine? O cosa mi diceva, almeno? Che posso metterli, ma poi dovrò sopportare che le persone ridano o facciano commenti. Ma non mi capacito! Il vestiario è una convenzione, la maggior parte della nostra vita quotidiana o la religione che pratichiamo non è altro che un fervente miscuglio tra abitudini, convenzioni e casualità. E le persone ne ridono se lo racconto. E io sono sensibile. Grosso altro problema: la mia sensibilità. È eccessiva. Le persone si scocciano. Taylor si è scocciato, d'altronde. E parlo, parlo e questo causa altri problemi, lo chieda ad Elizabeth. E sa cosa? Mrs Atwood? Le persone non mi prendono sul serio e basta, capisce?» straparlava e gesticolava con foga. Si era animata. L'avrebbe potuta mettere in scena la storiella sfrenata della sua piccola vita: avrebbe potuta filtrare e preparare le condoglianze a se stessa da incidere sulla bara. E il suolo si apriva, la risucchiava e la terra le rivestiva persino le labbra.
«Chi non ti prende sul serio?» alzò un sopracciglio.
«Tutti. Mia madre. Io faccio troppe domande, dice. Un giorno capirò i veri problemi, continua. Ma adesso ho i miei problemi, sono un'adolescente! Perché non dovrei angosciarmi su me stessa e crogiolarmi nei filosofi esistenzialisti? E' tipico e mi permetta: Jean Paul Sartre ci sapeva troppo fare. E lei vuole pure che io vado a messa. Ma io sono agnostica, capisce? È più forte di me l'idea che un dio amante e pieno di perdono non possa esistere. Guardi gli essere umani, fanno schifo. Facciamo schifo e perché amare una divinità solamente per ricevere in risposta nulla e accontentarci poiché magari siamo noi a non capire i segni dovrebbe bastarmi? A volte non ci sono e basta, questi segni, ma siccome l'amore qui giù è complicato per i nostri cervelli, allora ci accaniamo su quello lì su. Facciamo schifo. E mia madre urla, mio padre urla, mio nonno mi dice di non pensare. Ma come posso non pensare? Mi dice cosa devo fare? Io sto soffocando, Mrs Atwood, sto soffocando e urlando. Cosa devo fare?» non penso abbia davvero preso un respiro nel mentre. La donna, invece, sospirò e «Non pensare.»
«Mi scusi?» il tempo venne a congelarsi e il genuino palcoscenico impiegò un seconco per divenire tetro e di saliente tristezza. Gli occhioni impervi e fluidi di Carolina, nei quali ci si poteva sperdere, rimandarono indietro la precedente vivacità. La mattina le bruciava nelle ossa fino a strapparle la sensibilità.
«Il problema è qui.- toccò con l'indice la tempia con fare esplicitamente casuale e -Ti poni delle domande non consone per la mente di una ragazza della tua età. Associ tutto a dei romanzi e, Carolina, mi duole dirtelo, ma il tuo mondo non esiste.» scrollò le spalle.
Carolina spalancò solo la bocca. «Mi scusi?» di nuovo. Il leggiadro cuore di Carolina, colorato, ricco di cianfrusaglie allegre venne a spegnersi. Il tempo si raffreddava man mano e provo un aberrante sensazione di nullità.
«Non esiste.» boom. Poté giurare che le intere budella le fossero esplose nel corpo e provò l'agonizzante voglia di rigettare un po' ovunque. Ma in realtà, semplicemente non sentiva nulla.
«Come faccio a non pensare?» non parlò mica. La voce s'era accasciata tra le sue gambe e lì era pronta per essere espulsa assieme alla piscia, una volta che Carolina si sarebbe idratata correttamente.
«Considera che potresti davvero impazzire se continui così.» e scrollò ancora le spalle. Ancora. Stava riducendo Carolina e lo faceva con calma e pacatezza. Distruggeva.
«Ma ---» la gola era crepata. Il tempo gelido, le arrossava la pelle e lacerava ogni lembo di integrità con ardore disumano.
«Non puoi distruggere degli stereotipi, Carolina. È la società e ammiro il fatto che tu a diciotto anni creda ancora di poter incontrare un Gatsby o un Darcy. Ma non ci sono. Non li troverai e dovresti limitarti a pensare a ciò che è necessario e non dare troppe preoccupazione alla tua povera madre. E a studiare.»
«Perché studio se non posso pensare?»si sentiva spenta, sedata e non percepiva nessuno dei suoi muscoli.
«È il grande controsenso della vita - gesticolava - ed è la adolescenza. Dovresti soltanto buttare i libri, poiché ti danneggiano, e ricordarti di vivere. La vita vera è qui, fuori da quei tuoi romanzi e non farmi quella faccia: come se stessi scoppiando. Il vittimismo è un effetto collaterale della dura realtà. Puoi continuare a correre dietro Holden o la Mirandolina, ma ti assicuro che terminerai solamente per emulare un unico grande protagonista: Werther.» e detto ciò, tornò a correggere i suoi compiti e Carolina non è che sentì soltanto freddo e nulla. Carolina non ascoltò alcun suono ad eccezione del creparsi delle sue ossa e dell'appesantirsi in una carne flaccida, vuota; perfino il jazz non l'avrebbe riportata alla felicità. Poteva leggerselo fra le grinze sgualcite della sua pelle nauseabonda quanto disgustosa fosse un'esistenza ridotta a delle parole meschine. Eppure le prese per vere.
Improvvisamente, uscendo da quell'ufficio ordinato con lo zaino in una mano e la giacca in un'altra, si accertò della più sconcertante tra le dure realtà: il mondo avrebbe potuto fare a meno di Carolina.
E per la prima volta immaginò la vita di altri - dei suoi altri - senza di lei e la vide immensamente splendida.
Rimise anche l'anima nella vasca da bagno, la sera e che dite, ci siamo feriti abbastanza stanotte? No? Poiché in fondo terminò per emulare un solo grande protagonista: Werther*, ma senza nemmeno l'amore.
E ora? Ora vi siete fatti male?
N7A (specialissima): per chi non lo sapesse, Werther impazzisce e si toglie la vita. Byeee
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