Mrs Atwood - Now
N/A: mi dispiace per il ritardo, ma il capitolo è di tipo due mila parole (mai scritto uno così lungo) e volevo lasciasse una morsa allo stomaco. Il prossimo è il più corto della serie della serie dei capitoli al passato e vorrei postarlo domani se riesco a correggerlo i tempo. Ultimamente non ho più il tempo di ragionare neppure su cosa sto facendo e ringrazio il cielo di essere quasi alla fine di questa storia. Vorrei, inoltre, che commentaste. Ma non lo farete, esilarante.
E niente, vorrei anche che una certa persona smettesse di farmi sentire l'ultima merda sulla faccia della terra, ma forse sono solamente troppo sensibile, no? (piccolo sfogo che avevo la necessità di condividere con voi, non che vi importi). Meno qualcosa come dici capitoli alla fine ciao ciao
I vari studenti ti camminano davanti e freni l'impulso di strillare in piedi, qui, in mezzo ad una classe umidiccia e poco soleggiata. Le pareti grigie ti accoglierebbero --- abbraccerebbero la tua liberazione, lo sgomento che la tua voce riuscirebbe ad esprimere se le lasciassi la possibilità di uscire dalle tue labbra sottili. Stringi la presa al bordo della vecchia cattedra e respiri affannosamente. Il tuo viso deve risultare pallido perché Grace ti guarda con fare incuriosito e «Si sente bene, prof?» tu alzi gli occhi dal registro disordinato, le tue unghie rosse si avvinghiano al legno scadente e «Certo, tesoro.» e le accenni un sorriso. Dovrà aver pensato che tu stia diventando matta; il tuo aspetto è proprio questo che racconta - ne sei certa - e lei si volta mordendo il labbro. Sai che lo racconta immediatamente a Louna che strabuzza le iridi e ti lancia un'occhiata rapida. Concorda.
Elizabeth varca la soglia della classe ed anche oggi corre da Mary per raccontarle cos'altro non vada. Ha lo sguardo disperso, rossiccio e un fazzoletto sporco fra le dita screpolate. Proveresti compassione se non avessi idea del male che l'affligge. È simile al tuo: corrode dall'interno e pare l'avvilisca oltre le congetture. Mary si accovaccia accanto all'amica, i suoi lunghi capelli toccano i fianchi abbondanti e le sue piccole mani attorcigliano i ricci della ragazza. Lei poggia il capo sul banco ed emette un suono traviato.
E tu? Ti giri e incontri Molly e Christina che insieme siedono in silenzio. La schiena ritta della ragazza dai capelli rosa ti trasmette inquietudine, la traiettoria dello sguardo che dà ad un ovunque obliquo e trascendente, perduto. Emerge dai suoi lineamenti nausea nei riguardi di se stessa e altrettanto emettono quelli di Taylor, di tratti, che non porta neppure le cuffie. Con passo ancheggiante, i piedi storti e un portamento osceno si accomoda in silenzio in prima fila. Lui tiene gli occhioni bassi. Le mani corrucciate e non bada alla figura veloce di Daisy che - con degli occhiali da sole più grandi del suo esile volto - si accomoda all'ultimo banco. È in anticipo --- ti stupisci. Quando rimuove le lenti scure, puoi accorgerti delle profonde occhiaie, le quali non risultano avere il tempo di scalfirti poiché Josh e Catherine sono gli ultimi due studenti ad entrare in aula e a chiudere la porta dietro di loro. I passi dei due risultano più pacati e meno sbordanti di terrore. Sorridi infinitamente lieta per il loro smarrimento così pari al tuo: pervieni condividere un tale peso sull'anima, proprio versato sul centro del petto e rimetteresti volentieri mentre ti sollevi - aiutandoti con la sedia - e controlli quante sedie siano vuote. Tre. Ma a chi importa se un'altra luce si spegne?
«Connor ancora sceglie di non presentarsi?» sospiri, nessuno fiata. Il ticchettio delle tue scarpe è snervante e i ragazzi non possono non osservare il tuo insolito abbigliamento elegante. «Non che siano fatti miei --- o meglio, per chi ancora non lo sapesse, da domani non lo saranno più. Ma fossi in voi, lo inviterei a frequentare le lezioni dato che ha già perso un ---»
Il legno chiaro della porta potrebbe spezzarsi e ridursi in brandelli per la voracità del gesto che la vede aperta e poi chiusa. Il ragazzo, cui oggi è particolarmente rivolto il tuo disprezzo, si fa strada e pronuncia un lieve buongiorno prima di prendere posto accanto a Taylor che a stento si smuove. Tu accenni un sorriso sbandato.
«Pensavo non ti avremmo più rivisto.» la punta rossa dei tuoi tacchi spicca rispetto alle mattonelle sporche e bianche. Lui non ti rivolge attenzione, è preso dal sistemare i libri sul banco. E' chiuso in un bolla di tristezza repressa: ti disgusta.
«Mi scusi?» Connor appoggia lo zaino accanto alla sua sedia e si sistema goffamente. La classe è ammutolita, non v'è nemmeno il sole oggi: che malinconia.
«Da quanto non frequenti una lezione?»
«Sono le sue, quelle che non ho frequentato, a dire il vero.» è la didascalica risposta che ottieni, ti ammattisce. Eppure, non rispondi. Il suo atteggiamento calmo e disinvolto cesserà di prendere luogo e sai come infervorare l'animale che dimora in un ragazzino alto un metro e ottanta, dagli occhi di blu profondo e una carnagione marmorea. Le linee che delineano la sua figura slanciata e attraente sono delicati, il suo naso è aquilino e i capelli di un nero pece --- tutto verrà a contorcersi per ciò che ha causato. Ed è sfida, sai che altri l'hanno percepita. Stringi le unghie alla tua pelle, vuoi che il dolore percepibile da te mentre scavi e imponi un segno permanente per pochi secondi dal rilascio plachi la desolazione che è poco cauta quando - ogni notte - sgranocchia le pareti del tuo intestino.
«Dunque, quest'oggi è l'ultimo giorno che passo in questa scuola,- batti fra loro le mani, aggiusti i capelli ben legati e ti avvicini alla lavagna, come se un tuo alunno non ti avesse appena mancato di rispetto, -C'è un particolare argomento che mi piacerebbe trattare. Un romanzo della nostra letteratura --- del primo novecento, ad essere sinceri.» ti sei voltata, scrivi a grandi lettere il titolo del libro e sei sicura riguardo l'espressione che sta aleggiando su alcuni visi. Non demordi, IL GRANDE GATSBY.
«Chi sa qualcosa, a tal proposito?» nessuno fiata. Elizabeth piange ancora, chiude i palmi tremolanti attorno al suo visino e Josh ti guarda stranito. Catherine ha la testa abbassata, così Daisy e «È di Francis Scott Fitzgerald.» Taylor. Non osi badare a Connor, sai che pena si è appena collocata sulle sue spalle, godi in merito. Sorridi. «E?»
«È il suo romanzo più popolare, considerato un classico della letteratura di ogni tempo, parla della storia di Jay Gatsby, ricco ereditiero - all'apparenza - che ogni fine settimana organizza grandi e fastosi eventi, attendendo che la sua amata si presenti.» la vocina di Taylor non vacilla. Vorresti l'esatto opposto. Vuoi che qualcosa ti riporti in vita ché stai marcendo dopo aver staccato a morsi il tuo intero corpo. Sei il tuo stesso rigetto e --- e vuoi che qualcosa ti riporti in vita. Ti manca quasi il respiro, non hai le forze neppure per sperare non si accorgano del tuo stato di asfissia temporaneo. Boccheggi.
Annuisci, la voce calda e incerta di Taylor è musica; vedi i palmi di Connor stringersi maggiormente attorno al suo banco, i suoi tratti incupirsi. Le gambe tremano in maniera spasmodica, le ginocchia battono al ferro del banco. Senti la rabbia grondare dalle sue narici, puoi ragionare sulla fervida colpa che lo aliena parola dopo parola.
«Qual è lo scopo del romanzo?» biascichi.
«Non ha uno scopo.» Taylor si drizza, ottieni l'attenzione dell'intera classe battendo nuovamente le mani. Il tuo sorriso d'improvviso diviene energico e li scombussola; la tua persistenza li sconvolge e ti danno della pazza. È piena la tua anima, in questo preciso attimo. Illegalmente riempita. Si riempie di sconforto, di mostri altrui che danzano coi tuoi. Ed è uno svegliarti -- uno svegliarti. Non lo riesci a vedere? È una finestra aperta all'orrido di coloro che massacrano altri. Ti scappa un risolino.
«No?»
«No.» è certo. Ti manca di nuovo il respiro.
«Lo hai letto?» ti sporgi in avanti, i tuoi occhi emulano una naturalezza metodica, didattica. Scocchi la lingua al palato, lui annuisce. «Quanto tempo fa?»
«Abbastanza da ricordare che non ha uno scopo.» la sua voce è piatta, intrisa di disprezzo. Non ti chiedi neppure dove sia il Taylor dai pizzicotti sulle braccia prima che qualcuno lo becchi a ridere e dove vada nascondendosi la sua fragilità, le spalle con costanza ricurve, il mento inclinato e le dita sempre incerte, costantemente abbraccianti una parte di ciò che tengono. È da tempo che si è persino privato di quei suoi buffi e sporchi occhiali da sole. Taylor è, in maniera impressionabile, andato. Tutte le sue convinzioni, le idee che lo conducevano in auge, adesso lo annientano e la postura eretta ne è testimone indiscussa.
Mostri. Mostri. Mostri. Davanti a te osservi soltanto un succedersi di piccoli assassini e ti inietta del dolore al centro del tuo corpo. Non sai dove. E' che ne sei disgustata. O sono io che ti pongo nella mente questa sicurezza e scansi la mia voce, intimandomi con lo sguardo vispo di piantarla, che non ne hai bisogno.
«E cosa pensi di Daisy?»
«Amava sia Gatsby che Tom. Due amori diversi, non può essere giudicata.» non esita ad apporre questa ideologia alla sua e si stringe nella sua felpa bordeaux.
«Ah sì?- sorridi e ti sistemi di sbieco. Avverti Josh star chiudendo i suoi libri e ne provi un piacere enorme; Elizabeth piange ancora. Non ti preoccupi, non ti curi. Mostro. -Sai chi altro aveva questa tua stessa idea?» Ma a chi importa se un'altra stella si spegne?
«Professoressa --» alzi una mano nei riguardi di Molly che ha le guance arrossate. I suoi occhioni dovrebbero demoralizzarti, ma accendono il tuo ardore, il vacuo desiderio del desiderio che spalanca le tue porte. Lei scuote la testa e la intrappola fra i suoi palmi tremanti. L'aria ti avvolge, ti senti viva -- come se ti stessi alzando e riportando alla vitalità che un mese fa ti è stata sottratta miserabilmente.
«C'era un'altra persona che fervidamente credeva di dover difendere Daisy. E la inseriva in ogni tema, adesso che mi ci fate pensare, - ridi, la tua mano è sul viso, le dita a strofinare le palpebre stanche. Daisy (quella della tua classe) è addormentatasi in aula, ma non le parli. Non ti interessa, - Quei temi facevano comunque schifo.»
«Adesso basta.» è Connor. Il suo tono caldo e imperterrito è più convincente della mano che si stringe al legno solido del banco dietro al quale è accomodato. Non vieni smossa dalle sue parole, le ingerisci nell'altra aridità che ti compone e «Perché io sono l'insegnante.» Ti stai riportando in vita.
«Non penso che --»
«Io sono l'insegnante, Catherine! Non lo vedi? Allora, fai silenzio.» incedi fra i banchi e incominci a disfare i loro appunti. Getti i loro quaderni a terra, calpesti le loro penne e calci gli zaini. I ragazzi, confusi, parlottano e «Io sono l'insegnante e non ho colpe se quel che scrivete mi fa cagare. Esatto, ho detto cagare. Chi è il prossimo a gettarsi dal ponte?» ridi seccamente, ti osservano impietriti e nel tuo comportamento c'è un mostro che sboccia. Un mostro infedele alla propria dedizione. Divieni tutto e niente, hai della nausea, un gabbiano nella tua gola stretta. Vomiteresti per liberare la crudeltà che il tuo destino - dall'odioso senso dell'umorismo - ti ha riservato. Connor ti fissa, i suoi lineamenti gelidi ti intimoriscono; la certezza che le tue parole hanno solcato la tempesta in atto nel corpo scandagliato dalle pene di quel ragazzo ti rende fiera. Sai che gli altri hanno capito, ma lui è stato appena smosso.
«Il ponte, poi. Nell'acqua. Come il suo eroe letterario preferito --- »
«La pianti.» è quella voce, ma tu vuoi che esploda e che semini la sua intimità là dove tutti possano calpestarla. Vuoi che il loro odio fiorente ti porti alla rinascita, qualsiasi siano le condizioni. Qualsiasi sia il mostro che indosserà le true vesti.
«Idilliaco.»
«Chiuda il becco.» Elizabeth vagisce, Daisy sonnrcchia, Catherine stringe le unghie attorno alle sue cosce esili, Molly scuote la testa in un gesto ripetitivo e Taylor semplicemente è statico, stilizzato, fermo e non si preoccupa di rilasciare emozioni. Josh si sta muovendo. Connor ha parlato, sorridi alla macabra scena.
«Tra l'altro, è morto - intendo Gatsby - e nessuno è andato al suo funerale. Divertente.»
«Vada a farsi fottere.» Connor rovescia il banco e le vene al suo collo pulsano di un'acerrima agonia. La devastazione che gli si è posata sulle spalle è abbastanza da permetterti di sedere sulla cattedra e controllare le tue email. La sua figura - prima respirante affannosamente - ora è fuori dalla classe fredda e dall'aria pesante. L'urlo che la maggior parte della classe rilascia non è paragonabile allo sgomento impresso sul tuo volto maligno. Il loro shock è prepotente di fronte alla tua risata. Una risata tanto gelida da farti piegare in due e spalancare le palpebre dal ritmo esagerato che aggroviglia le tue budella
A seguire Connor è Josh, tiene la borsa al suo fianco e corre senza proferire parola mentre singhiozza e tu sollevi appena lo sguardo dalla tua struggente posizione e «Sapete che le lezioni non sono facoltative, vero?»
Volevi solo che ti riportassero a vivere.
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