Mrs Atwood - Now
Il terriccio al di sotto delle ruote della tua Porche -- o meglio, il suono scricchiolante di devozione abbattuta, non ti è nuovo. È riduzionismo, infedeltà ai morti, dici spesso a tuo marito, venir a far visita a chi non si è amato in vita. «Non mi piace il cimitero. Mi sa di ipocrita.»
La distanza delle parole che talvolta gli rivolgi adesso ti scuote e colpisce il tuo corpo, una lama che attraversa la tua esistenza trafiggendola al di sotto della gola, soffocandoti in maniera tanto celere da sperare che preghino per te. Subumana, la sensazione che il mio parlarti ti poggia con maldestria sulle spalle: pesante, destruttura la tua capacità di ragionare. Le mani è come se si annerissero alla presa del volante, i tuoi interi arti si contraggono dolorosamente. La tua anima è in collera con te stessa, affondata nella miseria delle tue azioni. Teatro brutale, la tua esitenza. Palcoscenico per un'attrice dispendiosa e irritabile, scostante, dalla gestualità oscena e le rughe giovani ben evidenti. Attrice scompigliata, accasciata nell'esibizione interna del male che non ti spieghi; male che le fa gemere pietà quando i passi sono piú voraci sul legno duro e scivoloso; male che disintegra e mutila la conoscenza delle tue buone qualità; male che l'affoga nella sua teatralità, nel suo recitare una parte gioiosa e docile, nella sua intera vita di grottesca genialità.
La nenia di negatività ti permettere di assaporare della genuina pietà nei tuoi riguardi dilaniati. Sollevi il capo, costatando l'effettiva fermezza delle braccia. Il freddo è spossante, rifiuti l'ammetterlo stendere la tua pelle fragile, tagliata dalle scelte inopportune. Infima e codarda nausea che si raccoscia nello stomaco e sgorga nel non permetterti di controllare il tuo corpicino ansioso. Scuoti la testa. Ti passa. Farai sì che vada via.
Tiri il freno a mano, non sei ben consapevole di quando, con esattezza, hai parcheggiato. Afferri con le dita intorpidite le chiavi private di cianfrusaglie. Peccato. Le cianfrusaglie lasciano che un senso di cambiamento dimori nell'uomo. Un nuovo paio di scarpe, un nuovo taglio di capelli, un cellulare più all'avanguardia: ti risprometti che è andata, terminata. Che da adesso vivi la parte reale della tua crescita miserabile. E la guardi con ammirazione, questa nuova cianfrusaglia, credendo ferventemente che la tua esistenza si stia rivoltando nella tomba nella quale è deceduta, rinascendo dalle ceneri mediocri. Punto e da capo, il nuovo oggettino non ti ha migliorata. Ed allora cambi il colore delle pareti, rifai il guardaroba - se ne hai le possibilità - o compri un nuovo mascara. Ma non va: ti appaga per i primi attimi, forse raggiunge l'ora. Raramente, son giorni quelli che passano (uno, due, talvolta tre: di che nazionalità sei? Gli italiani di rado arrivano a uno, ad esempio) e poi? Brevità impetuosa del ritmo gioioso e ti consoli cercando di manomettere il tuo carattere. Sarò più gentile, più onesto, più dolce, più passionale, più intelligente, più studioso, più silenzioso, più ambizioso --- più più più più e l'unica conseguenza è un falso idolo in un cervello bacato che altro non ricerca che la perfezione. Ah! La perfezione. Ci girerai intorno come in una traiettoria circolare disperata, consumerai il suolo a furia di camminarlo e non la raggiungerai. Ma guardala, sta giusto nel centro, a scimmiottarti. E c'è che ci corre a maggiore vicinanza, chi pare viaggiargi a metri di distanza, ma la sorpresa sarà l'angustia di chi avrà il privilegio di aprire lo scrigno che la contiene e notare la bellezza delle decorazioni, amarla. E la perfezione? Ti sei distratto e si è sistemata altrove. Comico e cinico ciclo.
E ti sembra di essere tra quegli scellerati che cercano di abbellire lo scorrere del tempo, chr cercano un passatempo per divincolarsi. E chiudi l'auto, il consono suono non ti disturba. Cammini attraverso un inferno architettato dalle tue mani sudaticce e sottili.
Sono poche le persone, questa mattina. Indossi ancora il tailler sfatto e sporco di vomito, i tuoi capelli scompigliati rimandano all'indecenza e la tua bocca risulta alla lingua pastosa e sporca. Non vi badi. Asciughi alcune delle lacrime che scoppiavano dai tuoi occhi quando guidavi, e ti avvicini alla bancarella dei fiori. Non sai che comprare, guardi l'orario. Non te lo ricordi di già.
«Buongiorno.» sorridi, tenti. La tua voce strascicata stride non appena lascia le labbra soffici. La donna grassa abbandona la rivista di moda che stava leggendo prima che la chiamassi e sembra scocciata del suo mestieri. La felpa che dà all'immagine del panda le sta corta e stretta, così i leggins bucati. Ha i capelli unti --- ti disgusterebbe, di solito, ma il tuo portamento non è degno di rammaricarsi per della sozzura.
«Salve, cosa --» si blocca non appena hai modo di osservarla in viso: paffuta e dagli occhi limpidi. Non ha alcuna corazza - o tale è l'impressione - che protegge la merda fluente dentro, vicina ad un'eruzione che non conterrà. «Ma lo sa dove si trova?»
«Nell'atrio del cimitero.» scrolli come una bambina le spalle, lei ti sorprende con un verso gutturale che dovrebbe testimoniare l'erroneità della tua affermazione. «E me lo dica lei, dove ci troviamo.»
«Non io. Per carità di Dio, ma lei.»
«Io?»
«Lei, lei.»
«Me lo dice perché ho vomitato e non ho avuto la decenza di cambiarmi? Avevo fretta.»
«Glielo dico perché pare starvi entrando con i piedi davanti in questo posto; ha vomitato, cara? Vuole un'aspirina? Un libro?» pare preoccupata, ma l'ultima opzione ti scalfisce e «Un libro?» la tua voce è leggermente alzata, lei annuisce. «E che libro?»
«Gatsby.» imperterrita, lasci la presa alla borsa e questa cade accanto ai tuoi piedi, strisciando lungo le tue gambe, rovinando la tessitura delle calze. Ti si secca la bile nella gola, resta incastrata tra le varie fessure di falsità, insite in ognuno. Lei è quasi indifferente alla tua reazione, ai tuoi occhioni che, spalancati, guardano verso di me. Ti sorrido ed implori pietà.
Lei, intanto, armeggia con dei tulipani rosa e te ne impacchetta sette in una delicata carta blu. Utilizza le maniere migliori che possiede, impieghi poco per rendertente conto. «Questi sono per lei.» allunga le mani piccole e grasse, porgendoti i fiori freschi e profumati. Ti disturba tale bellezza, le rivolgi uno sguardo interrogativo.
«Non glieli ho chiesti.» ma li afferri.
«So che non l'ha fatto.» si sistema su una sedia di plastica rotta e scricchiolante, ti osserva prima di prendere il suo cellulare bianco e giocare con qualche applicazione.
«Glieli devo pagare.» ma li stringi al tuo petto tremolante.
«Non serve, glieli regalo.» distacca un'attimo l'attenzione dell'affare tra le sue dita e «Vada, non vorrei trattenerla.»
«Ma --»
«Ascolti, la vita è acquario pieno di pesci. Un acquario bellissimo e colorato, certo,- prende a gesticolare, pare che il telefono per poco le voli di mano, -Un acquario davvero profumato e pieno di luci. Un acquario di quelli seri.»
«Ma?» non credi che tu, avvinghiata a dei fiori umidi e morbidi, le dia corda. Lei si blocca, sembra ci stia pensando e i suoi occhi vagano per comprendere come continuare e «Ma pur sempre pieno di pesci.» si esprime capziosa.
Disorientata, le braccia ti cadono lungo il torso e i fiori si tengono alle tue dita deboli. Lei se ne torna a giocare, tu non demordi, «E che c'entra?»
Alza lo sguardo, ti si rivolge annoiata ed infastidita, «A volte non sai che pesci prendere e basta.»
Sofisticato.
Ti scuoti e decidi che è ora di andare; il cuore è instancabilmente monotono nel suo battito celere e ti chiedi se sia piscia quella che senti sta premendo alla base della tua estremità per liberarti. È rimorso, è stanchezza e ti sfonda inarrestabile la vescica.
L'atrio è come te lo ricordi, silenzioso. Totalmente affondato in un silenzio capillare e le poche donne anziane curano questo sonoro rumoreggiare: disturberebbero il loro egoismo, altrimenti. Mi strigli, scuoti la testa e con le gambe cedenti raggiungi la zona del cimitero che ricordi essere il luogo della sepoltura.
Non v'è una foto, solamente un nome e una frase che non rammenti, quando c'arrivi. E i polmoni ti cadono a terra, al di sotto della terra malleabile, li calpesti. Manca l'ossigeno e ti chini per reggerti in una qualche auonomia ricca di sconforto. La saliva ingurgitata ti soffoca e ti passa nell'inferno, questa sensazione limpida che brucia le tue membra. La tua massa corporea è dilaniata dal profondo fuoco che la divora: è incessante. Corrode la tua pelle e le ustioni non sono curabili, le ustioni ingigantiscono la tua pena. E questo fuoco è simile alla tua colpa: brucia, ma non appaga.
I tuoi occhioni vissuti raggiungono l'intestazione e
Carolina Porter
15 Settembre 1999,
Nove ottobre 2017.
"Sperando abbia trovato la sua pace."
Le lacrime hanno raggiunto il tuo viso. La maschera, la forzuta e radicale corazza, viene a frantumarsi in un boato crescente. Crepa dopo crepa, fessura seguita da fessura, spiffero d'aria e un altro ancora, la tua pelle non è più distesa. Tira la tua espressione e la spaccatura è evidente: le lacrime confutano la tua desolazione e i tulipani toccano il terriccio del cumolo; la tua mano tocca la lapide e la tenacia con la quale non abbandoni il reggerti per sdrairti sulla terra che ospita un'innocente è ammirevole. Ed è straziante, speri stiano pregando per te. Speri che la tua anima stia cambiando. Preghi di ritrovare i tuoi pezzi disintegrati e la tua gola rilascia gemiti confusi. Il tuo maleodore è percepibile quando dilati le narici per non strozzarti con la tua travialità teatralizzata in lacrime. Il tuo collo si è spezzato.
Ti pisci addosso e non pensi si possa raggiungere altro grado di umiliazione. L'urina fuoriesce dalla tua gonna elegante e traccia le tue calze rovinate. Arriva alla punta degli tacchi a spillo ed allunghi la mano sul terreno per sposrtarti, prima che arrivi alla ragazza che ti deve pietà. Ti asciughi il moccio e continui a liberare la tua vescica dall'insaziabile fastidio. Vorresti strapparti le budella, il tremolio innaspa dentro di te - proprio lì - e non sai come liberartene. Urli. Urli, urli, urli, urli. Urli e ti sposti poco più in là della tomba, barcollando neppure fossi ubriaca e la piscia è rinsecchita lungo le tue belle cosce. Sei disgustosa. Cadi e ti racimoli, raccosciata, sperando ti diano tregua.
Ed è adesso che lo vedi, uno stralcio di terriccio privato dall'erbetta corta ed ancora bagnata. E non impieghi tantissimo, per asciugare i residui della tua forza dalle guance e inginocchiarti per scavare. I capelli terminano nella tua bocca, ma non importa abbastanza perché tu li sposti.
Scavi e gemi, scavi e strilli. Scavi e c'hai fra le mani una misera speranza di compassione. Alcuni fogli - li stringi tutti senza respirare, quasi volessi togliere anche a questi la facoltà di farlo - sembrano più rovinati, altri di meno. È un ordine macabro e malsano. Li giri nelle tue mani sporche e tremanti,
Per Carolina. Per la Morte.
A Carolina. Alla Morte.
Di Carolina. Della Morte.
Carolina. Morte.
Con Carolina. Con la Morte.
Da Carolina. Dalla Morte.
Apri le cosce e ti accasci su te stessa in un urlo massacrante.
N/A: io e carolina condividiamo il compleanno, sì (se ve lo steste chiedendo, ma nessuno se lo stava chiedendo quindi ok).
Scusate per l'attesa, non ho scuse. Questo capitolo non mi andava giù e non lo fa neppure ora, ma che farci? Ad ogni modo, fatemi sapere cosa ne pensate. Non lo farete, lo so già, ma ne avrei bisogno.
Ciao ciao
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