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Mrs Atwood - Now

N/A: dire che sono incazzata è un eufemismo, davvero. Ma io dico, volete segnalarmi le cazzo di storie? Bene! Fatelo, anche tutte quante. Rinuncio alla classifica, che dirvi. Ma segnalatele con un minchia di criterio o siete degli stronzi e basta. Sorvolando sulle altre, Carolina segnalata per CONTENUTI SESSUALI ESPLICITI! Ma scherziamo? CONTENUTI SESSUALI, ma dove? Io non so cosa pensare, se non che storie nelle quali sessismo, violenze e rapporti sessuali mal descritti dilagano sono prime in classifica. Ci rinuncio, buona serata e fatemi sapere, magari, che pensate di questo capitolo che reputo più grezzo del solito.


Non hai impiegato assai tempo per darti una mossa e avvertire il preside che riguardo un malore del tuo figlioletto e la necessità di correre alla scuola per assicurarti che stia bene. «Non glielo chiederei se ---»

«Ma si figuri, Jennifer. Le pare. D'altronde, è meglio che si occupi del bambino dato che con gli alunni risulta un disastro.» ti ha devastata quella sua voce melodica e tintinnante. Cupa, a tratti. Accanitamente accusatrice e disinvolta. Starà tritando i documenti che i suoi collaboratori hanno ritenuto superflui e neppure si sarà disturbato ad accertarsi che fra essi non sia capitata alcuna scartoffia, magari, utile. Hai annuito, certa che potesse vederti e ridacchiare nel suo corpo grasso.

«Non è così.» sbocciava disapprovazione.

«È andata a trovare quella ragazzina?»

«Ha un nome.» ti sei beccata ad esclamare in vivavoce mentre aggiustavi il giubbotto di pelle rossa e sgambettavi al di fuori del tuo ufficio dall'odore insopportabile.

«Mi ascolti, Jennifer. Non si offendi, dio buono, ma credo che dovrebbe rivedere la sua posizione in questo edificio.» ti sei bloccata nel mezzo del corridoio vuoto e dall'atmosfera grigia, spenta. Proprio di fronte ai bagni femminili e deglutisci innervosita. E ora sei nel mezzo del corridoio e oseresti ribattere, affermargli che l'inefficienza di un docente ricade anche sull'adorabile preside panciuto e dalle amanti diverse tra le segretarie. Mordi la lingua, aggiusti i capelli sulle spalle e con le dita sottili tiri via delle lacrime lugubri dagli occhi appannati. Non rispondi, lui lo percepisce come assenso e «Non fraintenda, eh. Ma due suicidi non sono ammissibili. I Porter ci hanno denunciati, cosa diremo loro? L'insegnante e consulente non è in grado di badare ai suoi studenti?» ora è annoiato. Starà giocando con i soldatini sulla sua scrivania di cedro e avrà le gambe allungate al di sotto di essa, i piedi accavallati. Il completo blu, solito del martedì, gli pende dalle spalle curve e grassocce. L'anulare a stento sta nella fede infedele che lo lega alla moglie e avrà l'altra mano a reggere il collo obeso. Sospiri.

Necessiti di calmarti, di dare un nome - seppure convenzionale e di conseguenza inutile - al macigno che si posa sulla vescica. Perviene una sensazione di abuso di liquidi (quando non avrai bevuto che mezzo litro in due giorni) e vorresti espellerli con un verme che nasce e cresce nel tuo basso ventre. Si nutre della tua paura e assume il suo aspetto, mutaforma odioso e vestente i tuoi problemi.

«Mi perdoni, » esattamente non sai cosa esporgli e ti avvii verso il gabinetto per urinare la tua intera consapevolezza. Sì, ti tremano le gambe e gli domandi scusa, «Cosa sta facendo?»

«Devo pisciare, preside.» hai l'impressione stia dando assenso e trattenendo un risolino per la tua insolita schiettezza. Tu appoggi il telefono sul lavabo e lui persiste nel suo blaterare. «Deve andarsene, capisce? Non prenderemo più iscritti.»

Ma tu ti chiudi nel cesso e abbassi gonna, calze e mutande di pizzo rosso. Senza appoggiarti, pisci; ti rendi, d'improvviso, conto che non dovevi buttar fuori alcun liquido, eppure la vagina ti brucia e le gambe si rilassano all'espulsione di qualche goccia di urina. Impieghi poco per rimettere tutto a posto e lui «Mi ascolta?»

«Sì, sì, l'ascolto.» lo strilli e aggiusti la camicetta nella gonna nera. Poi è un attimo, lui sopraggiunge affermando che l'inadeguatezza va denigrata e tu spalanchi le labbra carnose. Il tuo cuore - ammesso tu ne possegga alcuno - precipita nello stomaco e pare tu stia combattendo l'uragano dei tuoi stessi ricordi. Ah, e quanta superficialità. Ti scuote, ti sta picchiando tanto che è prorompente la tracotanza di sentimenti negativi. È un secondo, sollevi di qualche centimetro il capo piccino e i tuoi occhi si rendono conto dell'innegabile.

La poca piscia è ancora nel water che tu lasci la camicia in parte fuori della gonna a tubino. I tuoi tacchi sembrano spezzarsi e dissolversi in cenere, i tuoi piedi scalzi è quasi come se toccassero il disgusto di questi bagni e scorri lo sguardo. Lo stomaco si contorce. Vuoi vomitare.

«Mi ascolta?» ma tu no. No, no, no che non puoi ascoltarlo. Non sei nemmeno sicura possa sentirlo o solamente ricordarti di avere al telefono il tuo dirigente scolastico.

Deglutisci. Allunghi le braccia e le mani toccano la serie di peni sulla porta verde e i nomi collegati ad essi.

Cara troia.

Michael è frocio.

Puttana.

Stronza e troia.

Frocio. Frocio.

Charles è (segno di un pene).

Sgorga la nausea, il muro è calce viva e cementifica la tua esile figura impietrita. Le tue mani colgono l'orlo della gonna, la camicetta è stropicciata e il preside ti chiede se deve chiamare i soccorsi.

«Non occorre.» sussurri. Poi urli, «Non occorre, ma venga in bagno.»

«Pardón?»

«Venga nel fottuto cesso delle ragazze, Jack.» pensi abbia attaccato, non puoi più ascoltare alcun suono. Ma resti ferma, immobile. I tuoi occhi, hai la sensazione stiano pietrificandosi nelle loro orbite. È gelata la conseguenza. Non vedi, quasi. Vomiti. Vomiti. Vomiti. Di nuovo. Vomiti.

Il preside arriva e si asciuga il sudore dalla fronte quando entra nel cesso nel quale sei chiusa e si rammenta perché non puoi badare a dei ragazzi.

«Jennifer, per il buon dio. Si alzi da terra.» ma gli sporchi una manica con la tua elemosina di quel che non hai ingurgitato. Sono sostanze giallognole, non hai idea di cosa buttare. Sei soltanto accovacciata, ben seduta a terra e le mani si stringono al marmo sporco del gabinetto.

«Che diavolo le prende?» ti rimprovera. Ha le mani ciccione che prendono fra i palmi i fianchi spropositatamente grandi. Non hai il tempo materiale per ridacchiare ché ti ritrovi a rigettare dinanzi ai suoi occhi giudici. Poi ti volti, «Sto di merda.»

«Me ne sono accorto.» si guarda attorno, ma non vede nulla. Ciò fa scattare in te un meccanismo di repulsione e ti sollevi. Le tue mani sporche si arrampicano lungo il muro liscio e ricco di insulti. «Si guardi intorno.» sei perfino in piedi, reggendoti alle piastrelle fredde ed umide, quando lui indossa alla lettera la tua affermazione e termina per scrollare le sue spalle. Vorrei vomitargli sulla cravatta a quadri. Trattieni l'impulso, «Per la misericordia divina, si guardi attorno.» ti appigli alle sue braccia grasse e fai sì che vada faccia a faccia con gli insulti. «Guardi cosa succede nella sua scuola. Cazzo, guardi.»

Puttana.

Troy ha il pene piccolo.

Mi piace succhiare il cazzo.
-Emily

Sono cicciona e prendo cazzi.
-Clare

Vittimista Carolina

Puttana Carolina

Carolina prende il cazzone di Connor

Carolina fa schifo.

«Che diavolo sono queste cose?» lo sibila, voltandosi nella tua direzione. Tu inizi a ridere, ma è un suono secco, privato di qualsivoglia energia e umorismo. È una risata che sa di vomito rinsecchito e depressione, ma ridi e lui corruccia le sopracciglia. Vorrebbe indurire la sua espressione, dedicarti un orrore, ma espande la sua paura, questa tua aridità stermina la sua certezza.

«Queste cose sono normalità nella sua scuola.» ti imponi una postura semi eretta ed asciughi la bava con la camicia sfatta. Lui ti osserva disgustato. «Anzi, queste cose sono la normalità del nostro mondo.»

«Ma » lo superi, dandogli una spallata.

«Può licenziarmi,» ti giri e sollevi un sopracciglio, a lui cadono le braccia ai lati dei fianchi: è sorpreso, «Piuttosto, terminerò io la settimana e andrò via. Non sono un'insegnante, ha ragione. Ma lei non è un preside.»

Tieni la borsa nelle mani e lui compie qualche passetto, poi tu alzi il palmo e «Questa è la sua scuola e non voglio più averci a che fare.»

«E ora?»

«Pardón?» gli rivolgi un ultimo sguardo prima di andar via.

«Ora dove cazzo va.» neppure lo domanda.

«A fare i conti con me stessa. Con permesso.»

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