Mrs Atwood - Now
E allora il ticchettio dell'orologio non demorde, piaga nauseante che segna lo scorrere lento e moderato del tempo. Eppure, giureresti, fino ad un mesetto fa i giorni ti sfuggivano dalle dita affusolate che ti trovavi a dire «È di nuovo il mio compleanno?»
E adesso, adesso che te ne stai accomodata al di là di una scrivania di ciliegio, adesso i minuti paiono ore e le ore sono sconfortanti, orrende, crude e non puoi capire cosa vada a risolversi in un massiccio magone nella tua gola. Sembra adagiarsi ed ingrandirsi fino a non permetterti di respirare a tratti, come se stessi affogando. E ti trovi con un respiro accelerato e le mani piccole e leggere ai lati della tua sedia di pelle vecchia. Il capo su e giù, su e giù, su e giù. Il naso che non dà aria ai tuoi polmoni e la bocca che si spalanca nemmeno l'acqua avesse raggiunto la tua gabbia toracica e ti rimanesse poco più di qualche attimo insolente e fuggitivo. Non respiri, sei bloccata in un muro. All'interno di esso. Ti senti murata viva e ogni secondo è un genuino sorriso in meno, una rassicurazione di colpe eterne. Non la vuoi, questa sensazione. E ti dondoli. Il tuo bacino largo è assiso su questa poltroncina e compi mezzi giri; non hai alcuna brama di terminare.
Ti chiedi se si soffra molto, finendola. Ti domandi quanto risulti freddo il tocco severo di una lama guasta su una giovane pelle. E allora torni in superficie e ti accorgi che nuovamente non respiravi. È agonizzante. Stai perdendoti a rilento. È traviante. Ancora. Ti sta mancando l'aria di nuovo: i polmoni bruciano e le tue unghie coperte da dello smalto rosso si stringono alla presa della scrivania. Stridente meccanismo, inizi a graffiare il grezzo legno e i tuoi occhi sono spalancati, quasi provi --- anzi, lo tocchi. Il ribrezzo nell'alzare lo sguardo dilaniato e incontrare lo specchio e il riflesso di un'ombra ingrata, inquieta.
Salti in piedi, apri la bocca per prendere aria e con i palmi ben saldi al piano al di sotto di te, ti chini flettendo le ginocchia. I tuoi interi muscoli si contraggono in spasmi sgradevoli, per nulla godibili e la tua gola è attraversata da rigurgiti di ansia e impotenza.
Si è tagliata una vena.
Si è tagliata una vena.
Professoressa, Clare si è tagliata una vena.
Si è presa la vena.
Come è successo?
E lei distesa nel bagno dalle piastrelle bianche e piene di disegni monotoni di organi genitali maschili e quant'altro. Altro, offese. Quelle a cui fingete di non dar conto.
Si è tagliata una vena.
Sta morendo, professoressa.
Mrs Atwood, Clare sta morendo.
Mrs Atwood, è la seconda in un mese. Nella sua classe. Si rende conto? Già i Porter hanno incominciato a farci causa. Capisce?
Si è tagliata una vena.
I capelli lunghi scivolano tra le fossette ai lati del tuo collo lungo. La pelle ambrata non minaccia di schiarirsi - è tua: hai sempre amato il non necessitare di alcuna abbronzatura - e le labbra sottili e ben tinte di un rosso sgargiante tremano dall'indisponenza della situazione. Il ticchettio dell'orologio è di sconforto nella rottura del tempo della tua misera vita.
Sono due. Sono due. Sono due.
Clare è viva, ringraziando il Cielo.
E quando hai spregevolmente pregato perché ciò avvenisse? Perché la ragazzina dalle gote piene e i capelli biondi avesse dei tubi infilati sotto pelle e non fosse in una bara come l'altra. Ipocrita, ipocrita, ipocrita. Ti celi, nascondi il tuo viso delizioso dietro una maschera di misericordia e preoccupazione. Se avessero occasione di dar occhiata ai mostri che porti dentro al petto, troverebbero orrore, oscenità e una donna di quaranta anni che insegna. Quanta monotonia.
Stai per risiederti, la campanella che ha dato il via alle alle lezioni è suonata da qualche secondo e per un tantino non ha perforato il tuo udito concentrato nel chiasso silenzioso di queste quattro pareti. L'odore del vomito di Molly è ancora ben tracciabile ed è avvenuto soltanto due giorni fa. Ma prima, una celere occhiata al calendario. Siamo al sette di novembre. È un mese, ti accomodi e accavalli le gambe.
Persisti in un gioco affabile, trascini la penna da una parte all'altra della tua scrivania e neppure ti accorgi del picchiettio alla porta e della ragazza dalle occhiaie profonde e degli abiti neri che non attende tu le dia il permesso. Chiude la porta al suo ingresso e lascia cadere in maniera diseducata lo zaino lungo le sue gambe gracili. Ha un bel bacino, supponi. Non ci ragioni -- non capisci, cazzo. È Molly e ti sta osservando di sbieco, piega il capo ed aggiusta il fermaglio fra i capelli lisci. Siede, ad una certa. Non percepisci quanto tempo sia scorso, è tempo. Ne andrà via altro.
«Senta, »
«È importante?» biascichi di corsa.
«Non spetta a me. Il mio l'ho fatto.» scrolla le spalle. Impiega qualche attimo per far avanzare una voce stanca e secca. Pare non beva. Hai troppo sonno arretrato per darvi conto, ripeti «È importante?»
«Giudichi lei.»
«So di essere la consulente scolastica, Molly. Nonché tua insegnante di letteratura. Ma oggi avrei bisogno che steste tutti zitti.» non hai peli sulla lingua nell'ammetterti stufa. Non hai la voglia. Né la pazienza. Non hai la forza di sentirti parte dei problemi altrui quando i tuoi - di cui ancora non comprendi la natura - stanno remando nel tuo sangue e dilatano le vene.
«Anche lei.» non capisci. Il suo tono è imperterrito.
«Prego?»
«Voleva che stessimo zitti. Anzi, che il mondo steste zitto.» scrolla nuovamente le spalle.
«È un libro?»
«È Carolina e si è uccisa appena il mese scorso.» non traballa il suo tono nel bloccarti contro un muro e far defluire la tua sfacciataggine.
«Non afferro.» deglutisci. Abbandoni la posa sciancata e la tua schiena aderisce al tessuto della sedia. Il tuo mento prende posizione ben alta e le tue mani congiungono tra loro. Dentro di te, è l'anima.
Lei prima ridacchia, ma di un soffio privo di umorismo, poi ti imita e «Ascolti, non è che funziona così, di solito. Se uno muore, lo lascia in pace e basta. Ma vede: qui non è possibile. La sua pace siamo noi che ci stiamo - mi perdoni il termine - di merda. Non so se mi spiego. Ma non funziona così e non mi riferisco a ciò che ho già detto. Di solito ci becchiamo mentre sveliamo dettagli e ci seguiamo. Quello di prima pensa sia finito e quello dopo fa scattare ancora il meccanismo.» non prende fiato, ma poi si ferma. Tu non hai idea di cosa vada blaterando, ma il tuo organismo è fisso, non ossa proferire movenza. Poi, guardandosi attorno e ragionandoci su (così appare), riprende, «Ora, lei è adulta. Gli adulti non lo ammettono, di aver fatto una cazzata, intendo. Mi perdoni il termine, ovviamente. Ma non spetta a me dire se l'ha fatta o meno.»
«Molly,» vuoi che si fermi, la testa ha preso a girare e allunghi una mano. Vorresti tapparle la bocca, ma lei la sposta e si alza in piedi; ha i pugni ben chiusi e «Ascolti, il punto è: lei dovrebbe ascoltare cosa noi diciamo riguardo delle scartoffie e il cimitero, ma è ovvio che non lo ha fatto. La conversazione è già avvenuta e lei sembra non capirci niente. Venga semplicemente al cimitero e faccia quel che sente. Non di più. Non oserei chiederlo.»
«Hai per caso la febbre?» è che non sai che minchia dire. Il respiro ti è fermo, impiantato in gola. La saliva è impastata. La testa gira, gira.
«Mrs Atwood, mi ascolti, la prego.» ti afferra le mani e tu indietreggi. Lei non consente l'allontanamento. I suoi occhi pieni e rotondi risplendono di un vuoto odioso, vomiti quasi, «Venga al cimitero. Non serve un coglione - mi scusi - per dar vita ad un fuoco. Non sono soltanto parole, lei dovrebbe saperlo meglio di me. Non ce ne siamo resi conto. Ma non sono solamente parole. No. No. No. No.» scuote la testa e vorresti sbatterle la porta in faccia. Non hai la capacità di muoverti. «Non sono mai solo parole e non ce ne siamo resi conto, ma lei si è buttata. Venga al cimitero.» non proferisce niente più. Si muove con frenesia e in lacrime, tira indietro i capelli e prende il giubbotto. Zaino in spalla, esce dal tuo ufficio e tu permetti che il tuo corpo sfiacchito cada sulla poltrona. Ti duole il cuore.
Non serve un coglione.
Non sono mai solo parole.
Non ce ne siamo accorti.
Non serve un coglione.
Non - non - non - non.
Rimetti nella stessa pianta di Molly e ti inginocchi, nel farlo. Le ginocchia coperte dalle sole calze domandano pietà e le tue dita affusolate si aggrappano in cerca di complicità. Non trovano che un profondo egoismo e non occorre nemmeno che tu ti ponga il quesito: è andata, si è fatto sentire anche con te.
N/A: voglio solo piangere, notte xx
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