Molly - Past
Leggete la nota in fondo, per cortesia.
Che disequilibrio questo racconto sfacciato ed inopportuno, un mese! È che non riuscivano a metterci d'accordo. Non potevamo di certo narrarvi l'accaduto tutti insieme ed abbiamo fatto un po' di casino. Avete idea di cosa significhi possedere fra le membra invisibili la strabiliante occasione di potersi aprire; è innegabilmente fascinoso e c'era quel magone. Proprio lì. Ed abbiamo fatto un po' di casino -- già detto? Si è infiltrato fin dentro le nostre ossa d'aria il bordello che siamo riusciti a metter su. Che caos, nella testa della narrante, non ha avuto un minimo brandello di pace.
Ed adesso, bando alle ciance: son qui e son la fiducia. Sono l'oratrice, per oggi, ma non per me sola. Siamo qualcuno in più di uno: siamo tanti. Siamo i valori, ma tutti insieme avremmo fatto tanto casino. Ad ogni modo, divago eccessivamente ed è ora di spiegarvi che sono infastidita, oltraggiata, insoddisfatta, sprecata. Non sarò minimamente oggettiva, né chi v'è stato prima di me può definirsi in tal modo, ma io ho la benedetta faccia tosta di ammettervelo. Sono una stronza e temo sia terminato il tempo per i convenevoli. Lavoro in accordo con i ricordi, mi dono difficilmente se almeno una volta sono stata accantonata nei fatterelli da poco. Poi c'è chi è abbastanza coglione da regalarmi a raffica, senza misura. Costa l'annullamento, siate ben attenti.
Ho straparlato, che incosciente, è ora di sbrigarsi. Quando Carolina conobbe Molly avevano pressappoco undici anni. Avrete già sentito nominarla, la ragazza dai capelli castani - un tempo -, ma io sarò aspra più di quanto la logica conceda.
Quando Molly notò Carolina ai primi banchi di quell'aula soleggiata, vispa e insolente, dovette seriamente credere che fosse tutta facciata. Che cotanta allegria non potesse accasciarsi nelle braccia, nelle gambe, nel viso e nella pancia di una singola persona. Pensò fosse troppa da trattenere, eppure Carolina - dalla testa di consuetudine tra le nuvole e dai passi barcollanti - riusciva ad incarnare quel che lei evitava nemmeno fosse peste.
La scrutò abbinare i colori più assurdi, alzare la mano per le osservazioni e per blaterare riguardo i romanzi che aveva letto. La guardò piangersi addosso, percepirsi un fiume perso in cerca di un mare al quale annettersi e si chiese chi le comprasse quegli abiti ridicoli. Ma Carolina non vi badava, agli occhi indiscreti della ragazzina dalla vita stretta ed una matita sempre nei capelli; la trovava carina e simpatica, non altro. Aveva Catherine, almeno. Delle sue occhiate ripiene di scherno non se ne faceva nulla.
E Molly non perdeva opportunità per scriverle messaggi odiosi sul banco e ridere ogni qualvolta pareva che un gatto le dormisse in testa, quanto erano scombinati i capelli. Molly la trovava irritante, tuttavia, con un'astrusa sensazione nel petto doveva ammettere che gradisse non poco osservarla essere vera. Le mancava, sapete, essere vera. Era a tal punto costruita, la personalità della piccola e non ingenua Molly, che sembrava opera di qualche scrittore strampalato che s'era divertito in un'utopia di discordia viva nei confronti di se stessa.
Fu un giorno, in particolare, Carolina non se lo sarebbe mai dimenticato --- peccato sia metri sotto terra, avvolta nel legno grezzo di una bara. Rozzo, infimo. C'è davvero un posto in grado di accoglierci quando ogni cosa finisce? È profondo e largo appena qualche metro, tutti reputano sia la scelta più pudica. Carolina ha una bella ed accogliente nuova casa: ficcata nel terreno fresco, presso l'ala nuova del cimitero. Alta sì e no un metro e larga altrettanto. Allettante, no? I vermi già le staranno divorando le considerazioni -- che sciocca, non c'erano più da un bel pezzo, no Taylor? Ma la smetto di disperdermi, sono pessima, come mi hanno affidata la narrazione feroce ed cruente dell'abbattimento di una ragazza?
Dov'è che mi sono persa? Ovvio, accadde un giorno, durante questo primo anno di conoscenza, che Carolina aveva avuta la brillante idea di vestire dei pantaloni a pinocchietto neri, una maglia del medesimo colore ed al di sotto delle calze verde pisello deliziose. Il quadro veniva soavemente completato da delle scarpe basse davvero, davvero brutte. Ma a lei piaceva, aveva una sorta di fiducia nel suo affidarsi a se stessa. Non doveva dar conto, no? Sì, cogliona. Lo percepiresti ancora, il risolino soffuso che dilagò nelle quattro pareti ove dilagava una finzione asfissiante, un'onomatopea della realtà. Tanto fasulla, fomentata e tenuta su da rinforzi di spessa meschinità. Sentiresti come il tuo esile cuoricino si beccò un pugno nel pieno centro, ma andasti a sederti in silenzio, tenendo il capo volutamente basso.
Giocavi con gli angoli del tuo libro di storia quando, «Chi ti ha vestita stamattina, Carolina?» era la voce di Robbie che, nei suoi capelli biondi e lunghi, non tratteneva per un singolo attimo minuto la sua risatina eccessiva. Un brivido, un persistente formicolio si avviò lungo il tuo bracco. Saliva, saliva. Proseguiva nella sua corsa, non accennava a volersi dare una regolata. E «A me piace.»
«Sì, hai tanto buon gusto come quello di tua madre.» non fu Robbie, ma Molly. Il suo sorriso ricco di presa per il culo bella e buona, non te lo potresti mai scordare. Se non fossi morta, intendo, non te lo dimenticheresti. E deglutì, Carolina; il formicolio procedeva, raggiungeva il collo e l'addormentava in una strenua battaglia di dolorini che si infrangeva con collera contro le ossa. E il fastidio dilatò il tuo organismo, si espanse e apparve come privo di un termine.
«Mia madre si veste bene.» non sapeva cosa diavolo rispondere, altre risate. Abbassò il capo e il senso d'addormentamento si propagò, dominava anche la gola, allora nuova di queste faccende.
«Certo, te l'ha comprato lei questo completo?» e Molly proseguiva, era una lotta idiota fra il tuo ego ed il loro misero comportamento infantile. Ehilà, ragazza grandicella, abbassa il capo e ripartisci la fiducia per te stessa tutt'attorno a te. Sul pavimento. Fatto? Ora la stanno calpestando.
*****
Altre occasioni vi furono sicuramente, ma la staticità non è per me. L'equilibrio mi riempie lo stomaco di cattive sensazioni e pertanto vi inverto la storia. Nel suo continuare a schernirla, Molly si rese conto dei piccoli atteggiamenti delicati e ostinati della ragazzina. Iniziò pian piano, come ci si addormenta, ad ammirarne le caratteristiche e successe che, d'improvviso - come ci si sveglia dopo un lungo pomeriggio trascorso da supini - la stimasse più di quanto si rendesse conto. E terminò per sederle accanto, un giorno, e «Ti piace davvero così tanto leggere?»
Carolina corrucciò l'espressione, sollevò la testa dal libro di storia che stava consultando e la guardò impietrita, insicura sul da farsi. «Penso di sì,» sibilò. Le mani presero a torturarsi a vicenda al di sotto del largo maglione che indossava, color avorio, e «Chi è il tuo scrittore preferito?»
«Non ne ho uno.»
«Come no.» ridacchiarono. «Tutti ne hanno uno.»
«Ti dico di no.»
«E invece ---»
«Il tuo qual è?»
«È italiano, non lo conosci.» poggiò lo zaino a terra, Molly, e si sistemò di fianco alla ragazzina dai capelli crespi, percependo un nuovo di desiderio intimo e profondamente ancorato alla sua lingua divoratrice di concetti.
«Queste supposizioni fottono le persone.»
«Erri De Luca.» abbozzò un incerto sorrisino. Carolina lo ricambiò, ma avrebbe scommesso che fosse semplicemente per ammettere che non avesse poi chissà quale conoscenza. «Non hai idea di chi sia, vero?»
«Aceto Arcobaleno, Tu, mio, Il giorno prima della felicità.» scrollò le spallucce ricurve e chiuse il libro di storia davanti a sé, voltandosi cosicché fosse di fronte alla ragazza dai capelli un tempo brunastri. «Non saranno di sicuro tutti, ma temo di sapere chi è.»
«Io temo di doverti dire che mi dispiace.» risero insieme e da allora parlarono di letteratura insieme, di tanto in tanto, e poi sempre più spesso. Trascorrevano interi pomeriggi al telefono, discutendo del più e del meno, di ciò che ritenevano importante e di quel che le divertiva. Pronunciavano parole liberatorie e si confidarono come se fossero amiche.
Non l'avrebbe mai detto, Carolina, che Molly sarebbe stata l'unica a cui si sarebbe rivolta per un consulto. E l'ultima a spingerla dal ponte.
E quando l'avrebbero presa in giro, da quel momento in poi, Molly avrebbe urlato loro di darvi un taglio.
Di particolare impatto fu una piccola e sciancata Carolina, portante una borsa di un rosso accesso e dalle scritte blu, che inciampava nelle basole della sua cittadina e cadeva in una pozzanghera.
«Dai, dai, Molly. Aiuta la tua amichetta.» udì delle voci e ringraziò di essersi bagnata di un'acqua putrida, cosicché le lacrime non si sarebbero notate scorrere lungo le sue guance cristalline e abbandonarsi tra i capelli rovinati.
«È perfettamente in grado di alzarsi da sola, stronzi.» urlò Molly, portando indietro i capelli e porgendole una mano. Carolina alzò gli occhioni infatuati di un momento angoscioso e le sorrise, accettando l'amicizia che finalmente qualcuno le offrì.
******
Non ci furono in nessuna occasione contrasti che videro Carolina e Molly inimicarsi in eterno, il solidale fascino che era loro concesso, una nei riguardi dell'altra, pareva intensificarsi sguardo dopo sguardo, fino a collaudare una fiducia precaria, ma quanto di più effettivo potessero desiderare per entrambe. Eppure, commisero un madornale errore: non stabilire cosa fosse il rispetto. Probabilmente entrambe ne erano a conoscenza, ma qualche volta capita che esso si ripieghi ed assuma una forma personale, fervidamente riservata e si è fottuti.
Avvenne, quindi, fra una chiacchiera ed un'altra che Molly si beccò una leggiadra cotta per il già raccontato, smembrato, assestato, macinato Josh e che Carolina volesse con ardore che i due stessero bene insieme.
«Lui è un bravo ragazzo, Molly.»
«Ma a me non piace.» si stava sistemando la coda di cavallo quando biascicò delle parole scandagliate anche dalla stessa menzogna che sorvolava loro intorno. Carolina si mise a ridere, quasi mantenne il suo grembo con le mani e «Non dire stronzate.» Rise anche Molly.
Così, Carolina portò Josh dal fioraio - so perfettamente che tale dettaglio vi è stato risparmiato, ma toccava a noi. È nostro, il momento. No, valori miei? / Già, è stata tra noi valori l'incessante battaglia / - ed insieme comprarono i fiori che Molly adorava. Delle peonie delicate e Josh gliele porse davanti all'entrata della scuola, prima che si abbracciassero e scambiassero un imbarazzato bacio nella confusione. Carolina li guardava da lontano, si sentiva bene in un modo inspiegabile alle maniere umane, l'accarezzavano sensazioni positive ed avrebbe dovuto non approfondirle, per non sciupare la sua misera benevolenza.
Il tempo proseguì, voi non vi ricorderete nemmeno cosa diavolo è accaduto! Ma è ben fisso nelle nostre viscere, neppure dovessimo pisciare in continuazione. Spinge, spinge.
«Perché mi eviti? Cosa ti ho fatto?» era una bambina, cosa pretendevate?
Lui quasi scoppiò a ridere per l'ingenuità che il corpicino esile che gli era di fronte indossava. Una ciocca di capelli dietro l'orecchio, occhi frastornati e labbra serrate. Presa con fermezza tenuta nelle mani.
«Io non ti evito.»
«Tu non mi saluti più, non mi parli più e non mi rispondi più --» cominciò a piagnucolare come era sua abitudine quando era innervosita o particolarmente arrabbiata. Strofinò il palmo libero agli occhi, afferrò un alito di aria e «Io lo so perché lo fai, ma tu a me non interessi in quel senso. Te lo giuro! Che senso avrebbe avuto, allora, aiutarti a fidanzarti?» gesticolava anche, era piuttosto buffa ed amorevole, perciò Josh si convinse, annuendo, e l'abbracciò lì, da soli. --- Ve la rammentate o meno questa benedetta parte? V'è un dettaglio che da scapestrati vi sottolineeremo, da peculiari e stronzi quali siamo porremo davanti a vostri occhi la rottura progressiva che l'ha smembrata.
«A Carolina piaci, Josh. Quando non ci sono stata, ti ha abbracciato.» gli teneva il muso, lui scosse la testa. Molly osò dirgli che se non le avesse creduto, non avrebbe impiegato molto a lasciarlo lì. Lui rinsavì, «A Carolina non piaccio.»
«Ti dico di sì.» il ragazzo non s'accorse di nulla, lei altrettanto. Affogavano nella lussuriosa voglia di farla finita, ma non avevano la faccia di porre un punto. Ma lei era lì, dietro il muro, composita di una mole tanto grande di malessere e abbondantemente affranta mentre i due discutevano.
«E che devo farci?»
«Non parlarle più.» conclusero e si baciarono lì, nel corridoio, inesperti nelle feriti. Ma una piccola lama si conficcava nella pelle pallida di Carolina e tirava tutto il tessuto muscolare, scavando tra le cellule e non permettendo alla delusione di cicatrizzarsi.
E non finì di certo qui, no, capitò che un periodo di giorni non assai gravoso dopo, Molly ritornasse nello spogliatoio durante l'ora di educazione fisica. Impiegò poco ad aprire, nel suo top rosa e nei leggins attillati, coi bei capelli legati, ad aprire l'armadietto di Carolina ed afferrare il suo cellulare. Non mi parve vi fosse cattiveria, quando appresi queste nozioni, ma utilizzò quel telefonino per scrivere a Josh che lo lasciava perché aveva deciso così e la ragazza dagli occhioni marroni si trovò solamente all'interno dell'enorme ciclone che Molly costituiva.
*****
Con l'andare avanti, conosciamo tutti come la situazione s'andò ad evolvere, eppure Molly - dai capelli oramai rossicci - non dava segni di abbandono dell'affetto incommensurabile che provava nei confronti della sua amica. Le raccontava ogni cosa, della sua prima volta, delle canne che si era fatta, dei litigi in famiglia e quant'altro: tutte e due si completavano, senza che stringessero chissà quanto.
Ricordiamo cosa accadde quando sembrava che la fiducia potesse essere ripristinata. Lo sentiamo vicino a noi a tal punto che ci nausea la presenza.
Spero teniate a mente dei fatti che il Carattere, mio compare, vi ha narrati. Quando Carolina si ritrovò di fronte ad una serie indisciplinata di insulta da parte delle sue compagne, non optò per abbattersi nel fondo di un bicchiere di brandy, tagliando tutto l'eccesso che la componeva con delle forbici affilate, permettendo al suo organismo di sanguinare illusioni. Si rifugiò fra le parole confortanti di Molly - che nel mentre si era tinta i capelli di verde - e lei se la trovò sotto la sua finestra a strillare, col rischio di svegliare sua nonna.
«Carol, che cazzo urli?» s'affacciò dalla finestra con la tintura ancora a penderle fra le ciocche e la carta laminata ben salda - anche se pareva se ne cadesse da un momento ad un altro - e le fece cenno di salire dall'albero.
Carolina impiegò proprio, imperterrita, tremante -- non me ne parlate, che insofferente che sono di queste incongruenze incoerenti; in ogni caso, Carolina si percepiva devastata e, afferrando i rami per reggersi, buttò fuori «Mi odiano.»
«Chi, con esattezza?» strinse le braccia allo stomaco, Molly, provando a stimolare una leggera risata nelle pieghe intristite della ragazzina a cui voleva bene. Niente, soltanto un tedioso fastidio che le mangiava le budella. «Le ragazze.»
«Odiare è una parola forte.» bastò questo incitarla e Carolina gettò nel cesso - le sue considerazioni, intendo, erano il cesso - tutto quel che aveva ascoltato e letto, senza smettere per un secondo di lacrimare e singhiozzare (ancora appesa all'albero).
«Ascolta, Carol. Cazzo, mi devo dare una mossa, ché è finito il tempo,» esplicativamente incominciò. Poi tirò su le maniche della sua felpa viola e «Non puoi stare simpatica a tutti. È un talento che non esiste, ti assicuro.» mangiò un'unghia quando notò fosse più lunga delle altre e «Ora mi tocca mangiarle tutte, minchia. Ad ogni modo, ci sono persone a cui piaci.» si indicò e allargò le braccia, «Piaci per le tue piccole sfaccettature, per i romanzi norvegesi, per le tue piccole grandi ossessioni, per il tuo incepparti continuo, perché inciampi spesso e perché ascolti musica che definiscono di merda e non lo nascondi: piaci perché sei tu.» Carolina non ebbe il tempo di sorridere che «Te lo scrivo su whats app, fai lo screen e vediamo se è stata davvero tua madre.» risero insieme e Molly si sporse per abbracciarla e ricordarle che non fosse consono che lei pendesse da un albero. Poi le tornò in mente che dovesse sciacquare quei dannati capelli.
******
Ed invece, son certa, direste che Molly non ce l'ha, un motivo, per venir oltraggiata in queste righe rancorose e sprezzanti. Ebbene, vi ricrederete. Vi sono due ultimi episodi di cui devo parlarvi, anzi che drizzerò affinché raccontino da sé. Che è anche loro la storia, potrebbe non essere di vostra risultata comprensione, quest'affermare che mi investe --- ci investe.
E correva lo stesso giorno in cui Josh umiliava Carolina in mezzo alla strada, accanto a Chris; perviene di vostro possedimento qualche informazione?
Vi sarete chiesti, o forse no, come Josh fosse venuto a sapere dei sentimenti intimi e giocosi della genuina Carolina. Cogliona, fatta, ma pur sempre genuina. Ed adesso, non vi pare di avere dinanzi agli occhi indulgenti la risposta ipocrita?
Molly venne in possesso dei messaggi liberatori di Carolina e non se lo lasciò sfuggire: corse da Josh - che se ne stava per i fatti suoi in un giardino pubblico - e glieli piantò davanti. «Visto? Ecco cosa dice di te.»
Non provò rimorso o rincrescimento, agì completamente infatuata dal fare, in quel momento, l'apparente male di una delle sue migliori amiche e non la smosse nemmeno lo sguardo sfrantumato, strattonato e vuoto di Carolina.
«Perché l'hai fatto?» le sussurrò, stringendo le unghie alla pelle fragile e percepì il sangue risalire dalla forza e dalla rabbia che indossò nel compiere quell'atto. Il respiro le giaceva vergognosamente in gola, dalla bocca pendeva un disprezzo verso se stessa e nelle parole trapelava una delusione palpabile, quasi asfissiante. Le avvolgeva il collo come un cappio e l'appendeva alle sue scelte. Non respirava, boccheggiava e si trovava nel fondo, delicatamente appostata col culo sul fondo e le faceva proprio schifo.
«Non l'ho fatto di proposito.» squittì.
«Non mentirmi.» era un lenzuolo, poi. Le stringeva la pelle del collo e si fletteva, strangolando le idee che bramavano di venire a galla e devastare almeno un minimo Molly - che, tra l'altro, aveva colorato i capelli di viola, - ma lo sguardo per nulla vacillante della ragazza che le era di fronte annebbiò maggiormente le sue emozioni. Provava una fitta delusione e non poteva spiegarla, affogando nel bicchiere di brandy.
«Ci avevi stancate. Parlavi sempre di Josh, Carolina. Sempre.» glielo spiego come l'avrete letto voi: scrollava le spalle e la voce non balbettava, manteneva un tono atrocemente acuto. A Carolina, il laccio o lenzuolo che fosse, tagliò il collo in due e la parte peggiore fu che non provò a controbattere. La perdonò e finse non fosse mai successo: stava man mano perdendo tutti e davanti alla gelateria non ebbe il coraggio di far pesare alcuna cosa alla ragazza. La perdonò e lei non le chiese neppure scusa.
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L'ultimo episodio risale alla sera prima --- sì, avete ben letto, o stronzetti, alla sera prima. L'otto ottobre duemiladiciassette, potevano essere pressocchè le dieci e Carolina attraversò la porta della camera con le spalle eccezionalmente erette. Ma l'andatura, l'aveste vista, mangiava perfino la vitalità di chiunque le avesse rivolta anche una semplice occhiata.
Teneva fra le mani una bottiglia di vodka e il viso non accennava ad alcuna espressività, veniva divorato dal silenzio che le viveva intorno e scostò le tende dalla finestra. Camera sua era ordinata, incredibilmente in ordine. Vigeva di solito un disordine che da un paio di giorni a quella parte era scomparso. Guardò al di fuori della finestra e respirò un po' d'aria fresca. Le sembrò incendiasse i suoi polmoni e si accovacciò al termosifone, si appoggiò coi capelli piastrati dalla parrucchiera - e Carolina non andava mai dal parrucchiere - e prese un sorso di vodka alla pesca. Il sapore le stuzzicava la lingua, scendeva indulgente e freddo lungo la gola secca, ma non la toccò. Beveva ed aveva uno sguardo monotono, impassibile, vuoto.
Si alzò, ad una certa, consapevole che l'indomani si sarebbe dovuta svegliare presto e posò la bottiglia mezza vuota sulla scrivania, accanto al computer. Si fermò, mentre camminava verso le lenzuola profumate, e afferrò il cellulare dal comodino. Sedette sul letto, la camicia larga segnava il suo viso abbandonato.
Ho bisogno di te. Digitò a Molly che, negli ultimi tempi, trascorreva molto del suo tempo con Christina. La risposta non tardò a raggiungere la solitudine che le solcava le curve.
Che succede?
Mi sento vuota, spaesata. Non leggo. Mi sento sola. Voglio che si fermi. Persino Catherine se n'è andata. Taylor. Josh è da tempo che non c'è più. Non so, mi sento vuota. Quasi affogo in questo vuoto. Ho bisogno di te. Non badò a cosa scrivesse, la sua postura e il suo sguardo rimasero impassibili nel farlo. Era gelida. Raccapricciante.
Sarà un momento. Rispose. Carolina avrebbe dovuto ridere di quel superficializzare. Nulla. Irrigidita.
Anche tu te ne sei andata.
Non è che me ne sono andata. Tu cerchi nuove persone e poi pretendi dalle vecchie che ci siano. Tu mi mollavi per Cathetine, per Josh e per ultimo Taylor. È un momento, ti passerà. Ma non lamentarti se te lo cerchi.
Allora sì, rise. Rise di un fremito acceso e seccante, si diffondeva nelle quattro pareti esili e per la casa. L'intero vicinato avrebbe potuto ascoltare la secchezza che rauca veniva recitata da quella voce manomessa. Ma rise così tanto che fece cadere il cellulare sul pavimento e si distese sul letto. I lati della bocca le dolevano dalle risate e la pancia poneva un lamento perché cessasse. Rise. Rise. Rise. Quella risata le aggrovigliava la spina dorsale e la spezzava. Colpiva. Colpiva. La spina dorsale si sgretolava e la risata non pareva accusare il dolorino più misero.
Più alta. Più vorace. Gli occhi di Carolina erano spalancati, divorati dalla nullità e rise così forte che una nausea neppure fiorì, come suo solito. Sfogò la sua chiusura tanto che, prima di lavarsi e vestire del pigiama, s'accorse della bottiglia di vodka alla pesca, appositamente abbandonata sulla scrivania.
La buttò. Non avrebbe avuta più occasione per servirsene.
N/A: un mese o poco più, non ho scuse. La scrittura, questa stronza, se n'era andata e mi ha dannatamente lasciata da sola a combattere contro tutto il caos, proprio come vi ha raccontato la fiducia.
Questo capitolo è una chiave, chiude l'intero meccanismo e spero siate abbastanza gentili da dirmi cosa vi ha trasmesso. Se vi ha fatto schifo, se vi è indifferente o qualsiasi altra cosa.
Mi dispiace. Ma scrivere non è un comaneo e se la mia consorte mi abbandona, altro non resta che una ragazzina esaurita e schizzata. Mi dispiace.
Il prossimo sarà più rapido.
Ciao ciao
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