Josh - Now
La penna trema fra le tue dita, il silenzio della stanza ti sta deliziando e senti la paura frantumare i tuoi pensieri. Vorresti scrivere qualcosa, ma le parole di Catherine - ben impresse sulla carta spiegazzata - girovagano nelle tue membra ed è quasi una sensazione viscerale.
Lasci che la schiena aderisca al tessuto rovinato della sedia sulla quale sei assiso. I palmi giocano con i libri che ritrovano avanti a loro, abbandonando la presa della penna bic. Ti guardi attorno, c'è un impertinente sentimento nascente in te: la noncuranza verso il resto. Eppure una volta ti stupiva il rimanente, prima che ti macchiassi di apologie simil religiose.
Non concepisci quanto tempo stai spendendo da te, scandagliandolo con attenzione, e comprendi di non essere in grado di pretendere che tutto torni okay. C'è mai stato, se non in apparenza, uno stato di beatitudine? Dove non vi si raccoscia altro che non sia allegria. Ti dici di no, eppure scrivere risulta ancora difficile. Non ne hai le parole, non ne hai le forze. Il coraggio -- la consapevolezza, quella probabilmente c'è ed è per questo che non riesci a racimolare le tue piccole colpe e portarle su carta.
Prendi un respiro, tocchi il torace con la mano destra sudata e senti un ennesimo grido dal piano inferiore. Tua madre starà dando nuovamente dell'inetto a tuo padre. E lui sarà di nuovo tornato a casa ubriaca. Qual è l'atto nuovo nell'immensa messinscena che assume compostezza nella tua miserabile esistenza?
Socchiudi gli occhi, le pareti color blu di camera tua ti confortano, così come il disordine. È bello dove non vi è che mancanza di controllo. L'irrazionalità rende le persone più incerte, ma paradossalmente più sicure: quanta bellezza dimora nel caos all'esterno e all'interno. Senza mezzi di paragone, non più semplicistica interpretazione interiore del fuori. Realtà. Ed allora le coperte sono sul pavimento, ti assicuri che ci siano ogni mattina, e i libri ovunque fuorché negli appositi scaffali. È gradevole ed inappropriato, cosa potresti mai chiedere di più?
Tua mamma continua ad urlare e te la immagini presa dalla sua gestualità, con il vecchio grembiule della nonna e i capelli profumati.
Riassumi la tua riflessione e ti alzi, stando attento a non accostare la sedia alla scrivania, e ti affacci, ascoltando il rumore dei passi massicci da contorno. «Sono stanca, stanca, Edward! Se non fosse per quei due disgraziati dei tuoi figli, staresti già col culo in mezzo alla strada.» ti appoggi allo stipite, le braccia circondano lo stomaco e nella tua bocca perviene una nausea più concreta. Stavolta assisti ed è altrettanto tremendo.
Il tuo sguardo scivola qualche metro più in là, dove anche la tua sorellina grassottela sta assistendo alla scena. Miriam, come piacque a tua madre chiamarla, sta fissando la ringhiera e trovi sia adorabile nei suoi vestiti troppo stretti per il corpo che possiede. I capelli neri scendono lisci lungo le spalle e donano poco al viso rotondo, con due occhi verdi decorati da degli occhiali delle barbie. È aggrappata alla maniglia con le manine cicciottelle e non ha intenzione di smettere.
«Andiamo, Florance. Lascia che ti renda felice.» il tono lascivo di tuo padre ti disgusta e non riesci a decifrare lo sguardo perduto di tua sorella, agganciata ad un filo che stanno per tagliare. «Non mi toccare, porco!» deglutisci, un piatto termina sul pavimento e sai che si sono spostati in cucina. C'è una strana emozione in te. Ti aggrappi alla solennità dei ricordi, ma anche in quelli non c'è delicatezza. Soltanto urla, tremende urla che perforano le orecchie di bambini ingenui. Ci sono schiaffi violenti intravisti dalle scale e frasi sboccate, oscene, seducenti le grida di obiezione di tua madre. Tutto si sta scagliando contro le pareti devastate dello stomaco, le sta corrodendo attimo dopo attimo, raggiungi il bisogno corporale di rigettare l'intera anima. Ma è necessità comune a tutte le sere: un perfido magone nella gola, incastratosi -- piuttosto, insito in te. Non va via con acqua, né con lo scotch dei tuoi genitori. Questa infernale realtà è parte di te e ora ritorni al momento. Un minuto dopo e uno prima e ti chiedi quand'è che finirà. «Maiale, ci sono i tuoi figli.» e un altro piatto a terra.
Tua sorella ti guarda; sta piangendo, tiene una mano alla bocca (esattamente come te) ed impiega poco a rinchiudersi fra le quattro pareti rosa di camera sua, per disegnarvi se stessa.
«Puttana!» e la sta picchiando, ne sei a conoscenza.
Ma scrolli le spalle e ti dici che vi sei abituato, rientrando nella tua stanza. Cadi a terra, a porta chiusa, e piangi. Perché sai che non eri solo, fino a due settimane fa. Ma adesso lo sei.
Ti tieni la testa fra le mani e scoppi a piangere, singhiozzando ogni tuo rimorso. Fino allo sfinimento, fino a che non sei coccolato ancora dal silenzio, abbastanza profondo da poter sentire le lacrime di tua sorella.
Senti qualcuno salire le scale e «Vado dall'avvocato, bastardo. Ci vado.» porta chiusa a chiave e tuo padre che getta bottiglie di vetro al muro. Detesti i rumori, detesti le parole. Odi chiunque. Volevi nascere sabbia.
Gattoni fino alla scrivania, afferri rapidamente il dizionario e la lettera, nella consuetudine dei tuoi giorni, e sai di dovere delle scuse.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro